Direi di no. Desideri di migliori libertà
Incontro con Enrico Donaggio

CENTRO STUDI FRANCO FORTINI PER LO STUDIO DELLA TRADIZIONE CULTURALE DEL NOVECENTO – UNIVERSITÀ DI SIENA
UNIONE CULTURALE FRANCO ANTONICELLI – TORINO
FONDAZIONE PER LA CRITICA SOCIALE – FIRENZE

Martedì 29 novembre – Ore 16.30

Aula H Via Fieravecchia 19 (2° piano)

Incontro con Enrico Donaggio,

autore del saggio

Direi di no. Desideri di migliori libertà

Feltrinelli, 2016

Coordinano l’incontro Rino Genovese e Luca Lenzini

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Novísimos – Novissimi: intersecciones entre la poesía española e italiana

Espéculo – Revista de estudios literarios
Facultad de Ciencias de la Información, Universidad Complutense de Madrid
Nº 41 – marzo-junio 2009

https://pendientedemigracion.ucm.es/info/especulo/numero41/novissim.html

La ruptura con las generaciones precedentes marcará la década de los setenta. El surgimiento de una nueva sociedad, el relajamiento y posterior desaparición de la censura y el nuevo ambiente de libertad también se traducirán en una poesía alejada del realismo y de las tradiciones en España. Este distanciamiento quedará ya evidenciado a finales de los sesenta con Arde el Mar, de Pere Gimferrer, en 1966, o con Dibujo de la muerte de Guillermo Carnero, de 1967. No obstante, será la antología Nueve novísismos poetas españoles (1970), la que definitivamente señalará este cambio hacia el esteticismo, culturalismo y el discurso meta-poético, que necesariamente implicará con el lector una relación diferente, de aquella que se había establecido en la postguerra. El conjunto de tales características se denominará estética veneciana, tomando el nombre de la ciudad visitada conjuntamente por estos autores.
La década de los sesenta estará marcada por la voluntad de innovación, que alimentaba el deseo de forjar nuevas formas literarias acordes con una situación social distinta e inédita. Así pues, I Novissimi, cuya repercusión será notable en España, tratarán de desprenderse de aquel lenguaje arcaico y neocrepuscular, avanzando unas líneas de investigación que serán formuladas y ampliamente exploradas por el Gruppo 63.

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Su un mese a Johannesburg

FROM THE EUROPEAN SOUTH
A transdisciplinary journal of postcolonial humanities
1 (2016), 285-294

http://europeansouth.postcolonialitalia.it/journal/2016-1/30.2016-1.Mari.pdf

Nella loro relazione di commensurabilità e comparabilità con gli archivi coloniali (Hamilton, Harris, e Pickover 2002), gli archivi del regime sudafricano di apartheid richiedono, tra le varie precauzioni epistemologiche, un lavoro che sappia trarre beneficio dalle indicazioni metodologiche della “multi-sited ethnography” che è stata proposta da George Marcus (1995, 2011).

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Vicino/Lontano. Una replica a Francesco Diaco

Ho riletto con attenzione Lontananze di Francesco Diaco e vorrei muovere all’autore alcune obiezioni, partendo da un mio convincimento rafforzatosi negli ultimi tempi: il discorso su Fortini e la sua opera è meglio che non si riduca a un confronto  tra “fortiniani” o addetti ai lavori. Non ho pregiudizi verso gli studiosi che si applichino da specialisti a un autore anche per me fondamentale, ma la piega  scolastica che a volte anche la riflessione sull’opera di Fortini ha assunto in passato andrebbe evitata. Più importante e urgente  mi pare  oggi costruire un’immagine veritiera di Fortini che possa circolare extra nos e raggiungere altri, soprattutto quanti lo ignorano o conoscono poco le sue opere.

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John & Julio

Julio Cortázar, A passeggio con John Keats, Roma, Fazi, 2014

Se un editore non del giro grosso pubblica un libro come A passeggio con John Keats – oltre seicento pagine di doppia ed esuberante genialità, quella di John e quella di Julio, che s’incontrano e dialogano sulla poesia, sull’esistenza e sul mondo – la cosa migliore che può succedergli è che nessuno ne parli. Raccapricciante invece il pensiero del destino più ovvio: che ne parlino gli specialisti, siano essi di Cortázar o di Keats. Potete immaginare cosa scriverebbero, non è vero? Sono certo che potete, e allora perché preoccuparsene? E poiché anche voi – ne sono certo – siete stati o sarete giovani, ascoltate John e Julio che discorrono di the murmurous haunt of flies on summer eves, di Rimbaud e di Fanny,  di Siena e della grotta di Fingal, della brughiera di Hampstead e di Rilke, della Barcaccia di Bernini padre e di Burns, di visione e di creazione, all’infinito… Forse sarà allora come se, di citazione in citazione e di traduzione in traduzione, in John si specchiasse il futuro di Julio e questo avesse scritto e commentato, insieme alla vita e alla poesia di John, tutti i vostri e nostri possibili, postumi e indicibili futuri.

Nonostante Gramsci

Marco Gatto, Nonostante Gramsci. Marxismo e critica letteraria nell’Italia del Novecento, Macerata, Quodlibet, 2016, pp. 191.

L’Italia si conferma «paese senza». Oltre che «paese senza eroi», secondo una recente e felice formula, sembra essere anche paese senza teorici. Più precisamente: senza teorici letterari gramsciani. L’ultimo stimolante lavoro di Marco Gatto si intitola Nonostante Gramsci. Marxismo e critica letteraria nell’Italia del Novecento. In esso si ricostruiscono cinquant’anni di incontri mancati fra marxismo letterario e pensiero gramsciano. Seguendo una scansione cronologica, che si dispiega dalla fase post-bellica degli anni Cinquanta agli anni Novanta del trionfo postmoderno, vengono passate in rassegna diverse figure di critici ascrivibili all’area marxista tra cui Angelo Romanò, Natalino Sapegno, Carlo Salinari, Carlo Muscetta, Alberto Asor Rosa, Franco Fortini, Romano Luperini, Leone De Castris. La specola attraverso la quale si conduce l’analisi è quella, sempre delicata, dei rapporti fra intellettuali e popolo, fra arte e società.  Un nodo teorico che non può essere impostato secondo la vetusta, eppure sempreverde, ottica idealistica dell’autonomia, ma che va inserito più correttamente nell’alveo di un’analisi materialistica della società e delle sue produzioni sovrastrutturali. Per Gramsci conoscere voleva sostanzialmente dire «il perenne modificarsi della teoria in relazione al perenne modificarsi della pratica».

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I nostri poeti

I nostri poeti. Antologia civile essenziale dell’Italia repubblicana, a cura di Stefano Guerriero, Roma, Edizioni dell’Asino, 2016

Stefano Guerriero ha curato un’agile antologia della poesia civile pubblicata in Italia a partire dal secondo dopoguerra. L’operazione non era certo facile, poiché la nostra poesia ha più volte esibito, lungo tutto il Novecento, un rapporto contraddittorio nei confronti della memoria collettiva, dei valori unanimemente condivisi, dell’identità nazionale. Ad apertura di secolo, com’è noto, campeggiano le parole di Gozzano; è il componimento Pioggia d’agosto che mina in profondità qualsiasi uso strumentale della poesia e rivendica la separazione di quest’ultima dalla retorica e dal patriottismo: «La Patria? Dio? L’Umanità? Parole / che i retori t’han fatto nauseose» (con un uso delle maiuscole che è già tutto ironico). Ungaretti invece intitola due suoi testi rispettivamente Popolo e Italia. Il primo è, negli anni e significativamente, più volte rimaneggiato e il secondo spicca per l’apostrofe diretta all’Italia, ipotesi di una sublimazione dello sradicamento di un io esausto («E in questa uniforme / di tuo soldato / mi riposo / come fosse la culla / di mio padre»).

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Lontananze

Il volume “Come ci siamo allontanati”. Ragionamenti su Franco Fortini, pubblicato nel maggio 2016 dall’editore Arcipelago di Novara, è in gran parte costituito dalla rielaborazione degli interventi tenuti tra l’ottobre e il dicembre del 2014 a Milano, presso la Libreria Popolare di via Tadino, nell’ambito di un ciclo di incontri organizzati da Paolo Giovannetti in occasione del ventennale dalla morte dell’intellettuale fiorentino. A questo nucleo originale, però, sono stati aggiunti gli articoli di due giovani studiosi fortiniani, affini per argomento e per taglio ermeneutico ad alcune delle precedenti relazioni.

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Il lavoro del poeta

Niccolò Scaffai, Il lavoro del poeta. Montale, Sereni, Caproni, Roma, Carocci, 2015.

Esperienze, letture, incontri, missive, «occasioni». Ma anche sviste, abbagli, «operazioni microscopiche e silenziose[1]»: rimuginazioni. Dietro la poesia c’è tutto questo: sono le circostanze dell’esistenza – mediate attraverso la tecnica – a nutrire la scrittura, e a tenerla in piedi, come fili sottili ma impossibili da recidere. Lo sapeva bene Vittorio Sereni, che nel 1980, in un intervento dal titolo Il lavoro del poeta, esprimeva un senso di difficoltà nel definire “lavoro” un sistema così complesso e determinato dal caso. Lo sapeva Contini, che nel 1937 pubblicava Come lavorava l’Ariosto, il suo saggio sulle varianti ariostesche. Lo sa senz’altro Niccolò Scaffai, che nel suo ultimo libro – una raccolta di saggi uscita per Carocci nel 2015 – si concentra sul mestiere del poeta: nella sua materialità, nel suo legame con l’esistenza, nel potere condizionante delle esperienze. Lo sa soprattutto perché non si concede nessuna deviazione verso la critica biografica: secondo lo studioso, infatti, «la critica letteraria non è storia aneddotica né filosofia, non è riassunto né microscopia della forma. Né tantomeno è un’esternazione apodittica, basata su pseudocategorie che vorrebbero esprimere militanza»; al contrario, consisterebbe nella «ricerca del nesso tra esistenza ed espressione, attraverso gli strumenti propri dell’analisi letteraria [2]».

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GUERRA_ALLA_GUERRA_14_GIUGNO_2016Martedì 14 giugno alle ore 18 presso ESC Atelier,
in Via dei Volsci 159 (Roma), si terrà un incontro su
Poesia e politica, Bertolt Brecht e Franco Fortini dal titolo “Guerra alla guerra”

Verranno proiettati, letti e commentati alcuni “fotoepigrammi” da L’abicì della guerra di Brecht insieme ad altri testi del poeta tedesco tradotti da Fortini e poesie dello stesso Fortini.

Interverranno Augusto Illuminati (Libera Università Metropolitana), Virginio Massimo (Comitato Nando Iannetti), Donatello Santarone (Università Roma Tre)

I Canti Orfici rivisitati1

Ormai le ricorrenze sono una sorta di rituale ineluttabile per proporre “eventi” o iniziative che in genere giovano soltanto a chi li realizza, ed è tanto inflazionato il costume (in effetti ogni giorno è una ricorrenza) per cui forse un giusto omaggio ai celebrandi potrebbe esser quello di tacere, almeno per un giorno. Nel caso di Dino Campana e del centenario dei Canti Orfici (1914), però, oltre al solito convegno, all’Asor Rosa di rito e a una più che dovuta mostra alla Marucelliana di Firenze, si è registrata nel 2014 una felice eccezione, che si deve a Dino Castrovilli e altri aficionados del poeta: una edizione anastatica del libro (edita da Cronopio), tale da consentire al lettore comune di fruire dell’esatta riproduzione dell’originale stampato a Marradi, accompagnata dal cd con la lettura integrale dei Canti a opera di Claudio Morganti.

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Prefazione a “Come ci siamo allontanati…”

Ragionamenti su Franco Fortini, a cura di L. Carosso e P. Massari, Milano, Arcipelago, 2016

Se confrontassimo le iniziative per ricordare Fortini in occasione del ventennale della sua morte con le precedenti,1 noteremmo tre fatti significativi: il ridimensionamento della pattuglia di studiosi e amici della vecchia guardia, essendo mancati Cesare Cases, Giovanni Raboni, Michele Ranchetti, Edoarda Masi e Tito Perlini; il silenzio nel ventennale di diverse voci, spesso tra le più autorevoli e qualificate, che lo commemorarono a Siena nel decennale; e l’affacciarsi presso studiosi giovani o meno anziani di due immagini di Fortini più mosse rispetto alle precedenti e consolidate : quella di un Fortini fuori tempo (e fuori dal Novecento) o, si potrebbe dire, di un Fortini oltre Fortini (come si parlò in passato di un Marx oltre Marx); e quella di un giovane Fortini, staccato se non amputato dal Fortini maturo o ideologo.2

 

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Dodici apostati

Se una dottrina religiosa, o anche solo un’ideologia, diventa silenziosamente dominante fino a restringere sempre più il campo del possibile, la sua negazione diventa un atto liberatorio: un movimento di partenza per aprire nuovi orizzonti di sviluppo. Nella raccolta di saggi Dodici apostati. Dodici critici dell’ideologia italiana (a cura di Filippo La Porta, Brescia, Enrico Damiani Editore e Associati, 2015, p.128, € 15), ciò che si presenta al lettore è questo: un rifiuto, godibile ma anche argomentato, dei riti della società culturale italiana dei nostri giorni.

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«Ich höre aufmerksam meine Feinde zu – Ascolto attentamente i miei nemici»:
il carteggio Fortini – Enzensberger

 

Impossibile poi prevederne l’effetto, quando ciò che scriviamo viene spinto a cento chilometri e una lingua di distanza: altre luci, altri accordi, una storia sconosciuta ed ecco, molto viene perduto. (H.M. Enzensberger, lettera a Fortini del 3 marzo 1961, trad. cur.)i

Che un autore si trovi, nel medesimo tempo, a tradurre le poesie di un altro e a essere, da questo altro, tradotto a sua volta, è circostanza poco consueta e gravida di implicazioni: lo è ancor di più se i due condividono un orizzonte di pensiero comune, occupano posizioni analoghe all’interno del campo letterario nazionale, guardano agli stessi modelli poetici. Così, quando questa occasione si offre a Fortini e Hans Magnus Enzensberger, detentori entrambi di un elevato capitale simbolico e insieme maldisposti a vestire, all’interno dei rispettivi contesti, i panni dell’intellettuale organico, ciò che scaturisce dal colloquio va ben oltre i ragguagli in materia di traduzione.

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Incontro sulla critica

Venerdì 15 aprile 2016

Incontro sulla critica

Siena, Centro studi Franco Fortini, via Fieravecchia 19

ore 14.30 (aula H, piano II)

Quale la funzione della critica letteraria oggi, in particolare in un paese come l’Italia che vede in generale pochissimi lettori, e in cui circa l’ottanta per cento del pubblico della narrativa è costituito da lettori-consumatori che leggono l’ultimo romanzo premiato sotto l’ombrellone? È possibile rompere o almeno incrinare la tendenza della letteratura all’ineffettualità e all’intrattenimento? E per quanto riguarda specificamente la poesia, che com’è noto è un genere non commerciale, è immaginabile la sua uscita da un’autoreferenzialità per cui il suo pubblico è composto in modo schiacciante da poeti, o comunque da persone che aspirerebbero a essere riconosciuti come tali?

Rino Genovese

Queste le domande principali su cui verte l’incontro di venerdì 15, promosso dalla Fondazione “Il Ponte” per la critica sociale (Firenze) in collaborazione con il Centro studi Franco Fortini dell’Università di Siena. L’incontro è nato per mettere a confronto redattori di riviste e siti militanti, studiosi e praticanti, a vario titolo, di critica letteraria, con particolare riguardo alla dimensione contemporanea, alla letteratura che si fa; ed è aperto a tutti gli interessati.

Info:
Centro Studi Franco Fortini
0577 232502 segreteria (Elisabetta Nencini)
0577 232530 coordinamento (Luca Lenzini)

Per Renato Solmi

Sabato 2 aprile al Centro Studi Sereno Regis di Torino ha avuto luogo una serata per ricordare Renato Solmi.
Sono intervenuti Tommaso Munari, Simone Scala con ampie e approfondite relazioni sul pensiero e il lavoro editoriale di Solmi, a cui hanno fatto seguito testimonianze di Francesco Ciafaloni, Giovanni Ramella, Cesare Pianciola, Enrico Peyretti. Hanno introdotto Enzo Ferrara e Massimo Cappitti, organizzatori della serata; Luca Baranelli ha dato inizio ai lavori con un breve e intenso saluto. Ringraziamo Francesco Ciafaloni, collaboratore del Centro Fortini, per aver fornito all’Ospite ingrato il testo del suo intervento, che ha messo lucidamente a fuoco l’eredità dello straordinario lavoro intellettuale di Renato Solmi.

Ideologia digitale. Competenze e discipline nel sistema di formazione europeo

Nei discorsi istituzionali sulla didattica “digitale” stupisce senz’altro la carica retorica che li accompagna. Uso spropositato di aggettivazione, ridondanza, neologismi e prestiti dall’inglese, il tutto accompagnato da grandi sorrisi, ampia gestualità, o nel caso di testi su carta stampata, da grassetti, sottolineature, colori, ingrandimenti del carattere. Questa enfasi si ripete anche in contesti non ufficiali e tendenzialmente neutralii. Così, ad esempio, in un manuale per la preparazione del Concorso a Cattedra del 2012, il capitolo dedicato alla strumentazione digitale si presenta come un contenuto pubblicitario della pagina web di un produttore di tecnologie informatiche e della comunicazione (ITC). In qualsiasi momento del testo è possibile recuperare un saggio del lessico e delle forme argomentative tipiche di questo genere di discorsi:

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Per un canone realista.
Barthélemy Amengual scrittore di cinema (dalla parte di André Bazin)*

Forse il nome di Barthélemy Amengual (1919-2005) non dirà molto, oggi, al lettore o allo spettatore italiano: legato, com’è, a una stagione ormai trascorsa, quella d’una critica militante severa ma insostituibile, e di fatto insostituita, che ha condotto una serie di battaglie culturali importanti, certo non tutte condivisibili, tra il secondo dopoguerra e il tragico limine degli anni ’90. Il riferimento, naturalmente, va a Guido Aristarco e alla rivista Cinema Nuovo, della quale Amengual fu a lungo collaboratore.

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