
«Ho trasmesso informazioni e ho venduto idee». Così Sergio Fontegher Bologna riassume in Vivere su linee di confine (p. 149) le fasi della sua attività di intellettuale, la prima dedicata all’insegnamento universitario della storia del movimento operaio, la seconda alla consulenza professionale nell’ambito della logistica marittima e portuale. Una sintesi, questa, tanto ridotta all’osso quanto significativa e pregnante per l’accento posto sull’aspetto pragmatico e funzionale del “curriculum”, e che proprio per questo, togliendo subito di mezzo qualsiasi cliché prefabbricato, già definisce e stabilisce uno stile di pensiero, anzi una forma di pensiero inseparabile dal vissuto: il lettore che si addentrerà in questo libro, appassionante e fuori dagli schemi come il suo autore, non si aspetti di trovarvi l’esposizione di categorie o concetti passepartout, ma nemmeno un album di ricordi su carta color seppia, come qualcuno potrebbe pensare equivocando il sottotitolo. Anche qui infatti, nella densa pagina autobiografica come in altri libri dell’autore, è in azione un’intelligenza saggistica duttile, pionieristica e antiretorica – e perciò giovanile da sempre – che non indugia su temi astratti bensì si cimenta ogni volta con i problemi all’ordine dal giorno in chiave sociale, in primis quelli del lavoro, quindi dello sfruttamento.
A questo nucleo ben fermo corrisponde il carattere mobile, naturalmente demistificante, spesso pungente e ironico, del pensiero critico; e così, se strada facendo e senza mai ostentarlo Sergio Bologna smonta mitologie di facile spaccio, decostruendo “narrazioni” rassicuranti (di qualunque segno siano) e rivelando l’anima farlocca dei luoghi comuni (la crosta calcificata della “doxa”), la lezione è poi tutta calata nelle cose, nel modo originale di mettere alla prova le istanze che hanno il proprio fondamento solo e soltanto nell’esperienza. La stagione dell’operaismo, che esula dalla cornice cronologica del libro, ne è la prova esemplare in quanto il «gesto del lavoro» (p. 180) resta la chiave di un «sapere» concreto, punto di emergenza e di sedimentazione rinnovatosi nell’accelerazione degli anni Sessanta; e s’intende, allora, che i «primi vent’anni» (dagli anni trenta ai cinquanta) sono decisivi appunto in questo senso: passaggio in cui, nella strada e nel quartiere come all’oratorio, nei boschi del Carso come a scuola o all’università, si gioca un imprinting in senso proprio, per essenza proiettato sul futuro (si veda il capitolo «Li chiamano Bildungsjahre»). Non a caso il libro ha in epigrafe una citazione da Conrad e precisamente da La linea d’ombra, dove il confine ha valore esistenziale ma la storia ha assai a che fare anche con navi,1 mari e porti, quasi un’insegna in filigrana per le avventure intellettuali dell’autore, con Trieste collocata all’inizio e alla fine.
Navi e porti, partenze e ritorni, fini e inizi. Un filo insieme narrativo e metaforico compatta Vivere su linee di confine e gli conferisce una coerenza per così dire primaria, in sé significante. L’ultima immagine, quella su cui il libro si chiude – in apertura c’era la madre, sempre sullo sfondo di Trieste – ritrae l’Augustus, la nave che il padre Vittorio, ingegnere, considerava «una sua creatura» (p. 188). Bologna ne descrive la fine ultima in un porto indiano nel 2011 (cap. «Nell’inferno di Alang», pp. 188-189), e il pensiero lo riporta al momento del varo, nel 1950, nei cantieri triestini: nel controcanto tra lo slancio di quel momento, dell’intrepido e fiero solcare i flutti fermato nella foto, e la fase mesta e remota della demolizione della nave, si legge un passaggio d’epoca, anzi un allegorico trapasso di «civiltà» (p. 189), la chiusura di un ciclo di cui la mercificazione dei resti fa parte a pieno titolo (l’eccellenza italiana ridotta a sparsi feticci). A farsi sentire in questa conclusione – per restare in ambito navale – è forse lo spirito con cui Turner dipinse il viaggio finale del Temeraire, il vascello trionfante di Trafalgar: «The Fighting Temeraire tugged to her last berth to be broken up, 1838». Ma il nostro testo non è per nulla incline al lutto, «Nell’inferno di Allan» è solo uno dei Quattro poscritti che si collegano direttamente ai temi di Vivere su linee di confine: un’altra «linea», insomma, delle tante che attraversano il libro e ne fanno un organismo vivente; del resto, è un paradosso tipico e costitutivo di queste pagine il fatto che per quanto si presentino e articolino come passaggi di un’autobiografia, il baricentro non è veramente l’io, non solo perché anche l’io fa parte di un coro, di una testimonianza che reclama d’essere di ordine collettivo, parte attiva e vitale dei Bildungsjahre ma perché le ragioni di fondo allargano l’orizzonte molto oltre la sfera “egotica” e affondano nelle correnti profonde del mondo del capitalismo.
È proprio in questa dimensione, a me pare, che Vivere su linee di confine libera la sua forza intrinseca e coinvolgente: la memoria – ingranaggio e non “oggetto” – agisce come rivissuta nel paradigma che la storia in atto propone nella prospettiva del continuo cambiamento, senza mai irrigidirsi in formule né obbedire a stereotipi, data l’indole indocile e ribelle dell’autore e in conformità al suo stesso insegnamento. È il caso, per fare un solo esempio, del mito “mitteleuropeo” di Trieste riciclato urbi et orbi dai media (di cui l’università ormai è parte non secondaria), occultando la storia della città operaia e proletaria e contraendone la complessità, depurandone contraddizioni e ferite: tutto quel che nel libro trova, invece, ascolto partecipe e mai una resa oleografica. La scrittura stessa non è affatto paludata o nostalgica ma dialogante, cordiale e ancorata ai fatti concreti, nello stile di chi sa veramente cosa voglia dire la parola “lavoro”, e perciò lontana mille miglia dalle «lagne introspettive» (p. 88) di chi non sa di cosa quella parola ci parli. Si veda come i ritratti familiari – la madre, il padre, lo «zio Giaci»… – sono incisi, decisivamente, nel nucleo dolente della parte del mondo che il mondo vorrebbe sia priva di storia, ma che non per questo non ha ancora tanto da dire a chi sappia ascoltarlo. Fosse sottratto a questo suo paradigma profondo, riaffiorante nella divisione in classi e nei confini territoriali e “politici” costruiti nel tempo – Trieste ne è un crocevia esemplare e plurale quant’altri mai – il motivo del “ritorno”, che appartiene alla genesi del libro, sarebbe statico e pertanto sterile, mentre immerso nei conflitti (la guerra è in tal senso un momento fondante) fa sì che il tempo ritrovato sia insieme rivisitazione e conoscenza; e tanto peggio per chi nel tornare cerca la conferma di uno status o il riparo dei muri che ai confini isolano e allontanano i propri simili. Molto c’è, qui, da imparare e giunge a tempo questo bellissimo libro a ricordarci il Brecht che diceva: «E adesso non svendetevi e insieme lottate / E imparate a imparare e non disimparatelo mai!».2
1 In Conrad il brano per intero è il seguente: «It was one of these moments, you know. The green sickness of late youth descended on me and carried me off. Carried me off that ship, I mean» (il corsivo mio evidenzia la parte omessa).
2 I versi si leggono nella quarta della prima edizione del Kriegsfibel (1955), insieme alla foto di un’aula scolastica piena di studenti: «Vergeßt nicht: mancher euresgleichen stritt / Daß ihr hier sitzen könnt und nicht mehr sie. / Und nun vergabt euch nicht und kämpfet mit / Und lernt das Lernen und verlernt es nie!» («Non dimenticate: dei vostri pari hanno obiettato / che voi possiate sedere qui, e non più loro ormai. / E adesso non svendetevi e insieme lottate / E imparate a imparare e non disimparatelo mai!», trad. it. di S. Spampinato).