
È una complessa sfida al labirinto quella che il libro pone. La domanda che innerva i saggi letterari raccolti da Fabio Moliterni è infatti: può ancora la poesia contemporanea assolvere alle funzioni che una certa tradizione moderna, spiccatamente novecentesca, le aveva assegnato? Titolo e sottotitolo del volume sono a tal proposito eloquenti: Il possibile contro il necessario. Poesia e dialettica nel Novecento (e oltre), per Mimesis. Emerge la visione adorniana di un’arte non conciliata con l’esistente e capace di ergersi ad «antitesi sociale della società».
In quest’ultimo paradosso si inquadra così la divaricazione fra il «possibile», inteso come istanza di futuro, eversione formale dai codici comunicativi più consunti e negazione antagonistica del presente, e il «necessario» da leggere invece come gabbia d’acciaio della mercificazione e dell’eterno presente capitalista. Ne consegue il decisivo corollario per cui, scrive l’autore, «la poesia moderna è un’arte paradossale e ironica: vive in una dialettica aperta tra una temporalità affidata al futuro (al possibile, al non-ancora) e la negazione del presente». L’idea qui eletta a stella polare è quella di «poesia sociale o totale».
I punti di riferimento teorici adottati sono, oltre Adorno, il Lukács della «totalità concreta», Fortini col suo concetto di «uso formale della vita» e Jacques Rancière con la sua politique de la littérature. Per Moliterni una moderna «poesia sociale» mira a conferire esistenza a «ciò che è privo di voce e cittadinanza, perché è qualcosa che resiste e pulsa nel fondo tragico della vita, nel rimosso del nostro inconscio politico, come qualcosa di autonomo e differente – nella dialettica delle forme della poesia – rispetto alla mercificazione della vita». Seguendo questo fil rouge, il libro si snoda lungo le anse più significative della poesia italiana fra secondo Novecento e primi scorci degli anni Duemila. L’abbrivio è caproniano. Qui ci si concentra sul rapporto tipicamente neomodernista che il poeta instaura con la tradizione letteraria. Viene posta così sotto attenta osservazione una lirica come Il vetrone, in cui il rapporto col padre è rivissuto a partire da una condizione biologica dell’io fantasmatica e limbale. Anche l’ultimo Sereni di Stella variabile, riletto secondo un’illuminante filigrana intertestuale dantesca, è ricondotto a un cronotopo purgatoriale, da intendere come «spazio della sospensione, della paura e dell’attesa, ma non del nichilismo e della morte».
Fra realtà e astrazione, presenze concrete e visioni oniriche si affaccia qui un altro caposaldo dell’esegesi di Moliterni: il concetto demartiniano di «crisi della presenza» che, con la sua carica distruttiva, mina la sussistenza di ogni legame sociale. A mitigarne l’azione devastatrice Sereni chiama a raccolta l’intero mondo del creato e in particolare la resistenza silenziosa e tenace degli esseri vegetali. L’orizzonte nichilistico della «crisi della presenza» costituisce davvero l’idolo polemico dell’intero volume, e viene scandagliato in modo esplicito nel saggio sul Giudici di La vita in versi. Qui lo sguardo si appunta sul testo Una sera come tante, addirittura esemplare nell’ottica formale del bricolage e della «polifonia centrifuga». Il concetto di «polifonia» ridiviene centrale nell’interpretazione dedicata alla scrittura di Rocco Scotellaro.
È nell’esplorazione dello stile tardo fortiniano, colto fra Paesaggio con serpente e Composita solvantur, che tutti i flussi carsici del libro sembrano cristallizzarsi in una sintesi paradigmatica. Qui il rigoroso materialismo biologico di un pensatore come Sebastiano Timpanaro viene messo in frizione, sotto il comune denominatore leopardiano, con l’esigenza fortiniana di una «nuova teoria del sapere» che riconfiguri forme e significati della lirica in una nuova chiave politica. In questo senso al connubio ferale tra male biologico e violenza storica, fra perdita della memoria e «sfrenata manipolazione» delle menti, il cui correlativo metaforico è rappresentato dalla presenza sempre più invadente nella poesia di Fortini di una seconda natura del capitale ferocemente nociva, fa da contraltare la felicità intrinseca della forma poetica.
Si tratta di quel decisivo «passaggio della gioia» che secondo Fortini immette di continuo linfa vitale nella lirica leopardiana, senza mai disconoscerne il carattere dolorosamente spurio, irto di contraddizioni. Il lavoro ermeneutico di Moliterni si pone sulla scia ideale dell’ultimo Fortini teorico: «la poesia, se si porta ai propri confini, riafferma l’esigenza che gli uomini raggiungano controllo, comprensione e direzione della propria esistenza».
[«il manifesto», 25 giugno 2026]