
Nel quadro complessivo della narrativa odierna, alle nostre latitudini, il lavoro di Carla Ammannati occupa un suo spazio ben delineato,1 tanto più necessario e importante per chi ha a cuore le sorti del raccontare e inventare storie in un momento in cui l’industria culturale per lo più non sa proporre che creature a propria immagine e somiglianza, prodotti confezionati secondo standard ormai interiorizzati dagli stessi scrittori, i quali sui più vari canali dell’intrattenimento ci spiegano poi sempre tutto, personaggi intenzioni trame stile target e morfologie delle loro opere, concorrenti a premi altisonanti o meno e già pronte per versioni mediatizzate, meglio se in serie uggiosissime. Ma per sua fortuna, la stessa scrittura di Ammannati rifugge dagli standard e cerca alleati in chi non ha rinnegato il lascito più vero e duraturo dell’arte moderna, la sua oltranza lungimirante; e così avviene anche in La disperazione dell’amore, titolo pregnante ricavato da William Faulkner (Luce d’agosto, citato in epigrafe).
Si tratta di tre testi, Almeno tu, Le mani di mia madre, Dispersi, i primi due a loro volta suddivisi in brevi capitoli con un proprio titolo, come per esempio «Il mare è una benedizione», «Era più vita quella?», «Come un vecchio albero», «Eccola là, la bici della Giusy»; ed è un tratto caratteristico, questo delle titolazioni, perché estraggono dal fluire del racconto voci e momenti che ne isolano, amplificandola, la significazione, come avviene in poesia. Il che peraltro non vuol dire che il libro vada letto come un poemetto, fitto com’è di fatti anche aspri e intrecci di microstorie spesso dolenti, ma piuttosto che chi narra vuol farci sostare dinanzi ad essi, ascoltarne con attenzione l’eco pulsante, proprio perché lo stesso fluire della “cronaca”, dei fatti, è costantemente aperto sul presente (i verbi all’imperfetto hanno in genere funzioni di raccordo) e per questo i testi tendono al non-finito, al gesto sospeso o rapito via nel corso del tempo, popolato di attimi attraversati di slancio. A sua volta, a questa tensione calibrata su una scansione soggettiva corrisponde, in avvio, la presa in medias res, ferma e precisa come ha da essere nei narratori di solida stirpe: «È il tardo mattino di un giorno estivo molto afoso, ha sonno e il rumore monotono del treno che scivola sulle rotaie rischia di farla addormentare…»; «Non si erano più lasciati. Tanta strada insieme, tre decenni.»; dove tra esplicito e implicito c’è subito tutto quel che serve a innescare il racconto. Ma anche la topografia degli sfondi è riflessa nello specchio dell’interiorità dei personaggi, se basta dire “Via dell’Agnolo” senza ulteriori specificazioni per orientarsi e essere partecipi di un mondo localizzabile, familiare da sempre.
Il presente, in quel territorio dove si dice regni “l’oscurità dell’attimo vissuto”, brulicante di desideri angosce illusioni e pene: è quello il luogo dove chi racconta si muove come un pesce nell’acqua, catturando minuti riverberi del quotidiano sul filo della memoria, ognuno dotato di una sua aura individuale colta in un momento di relativa stabilità, come avesse un suo autonomo potenziale di senso. Il racconto così diviene una stanza in cui risuona una pluralità di voci ancora immerse o inzuppate nella corrente del va-e-vieni della speranza e della «disperazione», secondo la dialettica radicale, senza mediazione, annunciata nel titolo. Senza obbedire a schemi accreditati o subiti per inerzia il narrato-parlato tipico della scrittrice, spinto sull’orlo del monologo interiore, incrocia e penetra le storie dei singoli colorandosi di tinte epocali poiché la memoria è anche collettiva, condivisa e generazionale: i rapporti tra uomini e donne, madri e figli, le storie d’infanzia e i grovigli annodati dei sentimenti, gli amori difficili o sbagliati di vite disperse che s’impigliano nel folto del tempo, tutti vivono o sopravvivono con i segni dei propri traumi e dei compromessi col mondo, che intanto continua il suo corso dissipato, silenziosamente impietoso o distratto. Si spiega forse così, per contrasto – con l’urgenza del vissuto e il suo pathos diffuso, non placato né arreso all’indifferenza dei tempi – l’altro motivo che in La disperazione dell’amore assume un rilievo per nulla secondario, il motivo ricorrente di un Eros che a tratti deflagra con una sua dote affermativa ed estroversa, carnale e anarchica, qualcosa che nicchiava, in latenza, nel secondo polo del titolo, nelle sue pieghe vive e reali, che perciò a giusto titolo non viene rimosso ma riaffiora prepotente con la sua aspirazione all’intero, la sua richiesta totalizzante, esposta in pieno giorno. Anche in questo La disperazione dell’amore ci parla in una lingua insieme antica e modernissima: nel presente.
1 Tra i titoli principali della scrittrice, più volte finalista al Premio Cavino, si ricordi Zelindo e Argentina (Manni 2018), Memorie per un figlio (Aracne 2020), Sotto l’erba allunghiamo le dita (Manni 2022).