
Fatta una scelta professionale a favore della psicoterapia, Alessandra divenne in seguito analista didatta della Società Italiana di Psicoanalisi (SPI) e membro della International Psychoanalitic Association. Per molti anni divise i suoi interessi fra la pratica clinica e la stesura di saggi volti a mettere in luce le straordinarie possibilità di espansione che il testo letterario può offrire alla riflessione psicoanalitica; tra le finalità primarie del suo lavoro spiccò sempre l’applicazione delle ipotesi teoriche si Matte Blanco sia in campo letterario sia in campo terapeutico.
Proust e Francesco Orlando, che era scomparso nel 2010, sono stati all’origine del mio incontro con lei, nel 2011. Entrambe ritenevamo che l’approccio di Orlando alla Recherche fosse tra i più promettenti, in quanto utilizzava gli strumenti psicoanalitici non per risalire alle nevrosi o alle peculiarità psicologiche di Marcel Proust, ma per mettere in luce le segrete dinamiche del testo e la genesi dello stile. Alessandra aveva pubblicato proprio allora Il Miracolo dell’analogia, una raccolta di saggi su vari autori – da Hoffmann a Proust a Kafka a Tozzi e ad Elsa Morante – il cui filo rosso è la capacità degli scrittori di esprimere, attraverso metafore e costellazioni narrative, la struttura stratificata e infinitamente complessa della mente umana, con le sue faglie, le sue contraddizioni, i suoi enigmi, le sue zone oscure. Applicato ai fenomeni proustiani della memoria involontaria, messi in rapporto con la concezione matteblanchiana dell’inconscio, il metodo di Alessandra mi è sembrato subito ricco di possibili sviluppi davvero illuminanti; così è nato tra noi un dialogo, incentrato soprattutto sull’opera di Proust e di Balzac, che ha avuto ripercussioni importanti sul lavoro di entrambe.
Quel che mi affascinava nell’approccio di Alessandra ai testi letterari, era che non li utilizzava per farli entrare a forza in schemi prestabiliti. Con attenzione, delicatezza, sensibilità esplorava la concezione balzachiana del pensiero e delle emozioni o la visione proustiana dell’inconscio: soltanto quando le aveva ricostruite iuxta propria principia ne metteva in luce gli aspetti che anticipavano il pensiero di Freud o di Matte Blanco. Così la sua ricerca finiva sempre per sottolineare non quello che la psicoanalisi aveva da dire sulla letteratura, ma piuttosto quello che aveva da imparare dalla letteratura, da quei profondi conoscitori del cuore umano che sono i grandi romanzieri e i grandi poeti.
Quanto Alessandra fosse, al momento della sua scomparsa, nel pieno di un ammirevole slancio creativo, lo si può constatare considerando i suoi ultimi tre recentissimi lavori: il saggio introduttivo al racconto di Balzac Adieu, uscito presso Il Ramo e la Foglia; l’introduzione alla traduzione italiana del saggio di Jean-Yves Tadié Il lago sconosciuto. Tra Proust e Freud pubblicata da Alpes; infine La Recherche e gli esiti del bacio negato (sempre Alpes), punto d’arrivo di una riflessione su Proust i cui inizi risalivano al dialogo giovanile con Orlando. È in quest’ultimo volume che il metodo psicoanalitico di Alessandra si arricchisce ibridandosi con i risultati più recenti della critica genetica. Seguendo dalle sue più antiche stesure la scena in cui la madre del narratore gli nega il bacio della buona notte, Ginzburg ne mette a fuoco la centralità, il carattere di struttura portante dell’intero romanzo. Installatasi nell’inconscio più profondo del protagonista, la crudele esperienza di quella scena condiziona tutta la sua vita amorosa successiva e la sua stessa filosofia dell’amore. Ma se la coazione ad amori sempre impossibili è radicata nell’inconscio, dall’inconscio verrà anche la possibilità della liberazione: il “miracolo dell’analogia” che si concreta nella memoria involontaria additerà a Marcel la via della creazione artistica, fuori dallo spazio e dal tempo, fuori dalla morsa dell’egoismo e di quello che René Girard ha definito “il desiderio mediato”.
Avendo condiviso con Alessandra, giorno dopo giorno, una ricerca letteraria che era per noi fonte di costante felicità, mi rendo conto di offrire in queste pagine un ritratto molto parziale dell’amica da cui ho imparato tanto. Ricorderò soltanto, al di là della letteratura, la sua esperienza importante sul terreno della pedagogia: la creazione, insieme a Massimo Ammaniti, nel 1969-70, di una delle prime scuole materne in cui erano integrati bambini con disabilità, seguita poi da anni di collaborazione con il Movimento di Cooperazione Educativa. Era un’esperienza che aveva un valore politico e i risvolti politici di ogni azione, di ogni scelta, sono sempre stati ben chiari ad Alessandra, anche quando le grandi speranze, le luminose utopie della nostra giovinezza sono dolorosamente tramontate. Ricorderò a questo proposito, per concludere, che da un anno e mezzo Alessandra si riuniva con un gruppo di altri membri della SPI per riflettere sulla tragedia del Medio Oriente e sui crimini di guerra del governo israeliano, cui guardava con la stessa addolorata indignazione con cui guardava al risorgere e al diffondersi ovunque dell’antisemitismo.