
È una sorpresa e un bel dono la silloge di un autore di alto profilo come Ferruccio Benzoni ritrovata tra le carte dell’Archivio di Cesenatico dedicato al poeta: Caffè degli addii, ora edita, che contiene poesie composte nell’arco cronologico avente per estremi il 1987 e il 1990, quindi subito dopo Notizie della solitudine (1986)1 e appena prima di Fedi nuziali (1991),2 raccolte a cui altre hanno fatto seguito, ultima pubblicata in vita Numi di un lessico figliale (1995),3 essendo Benzoni scomparso nel 1997.4 Alcune delle poesie di Caffè degli addii erano apparse in rivista, come avvertiva l’autore in una Nota autografa riportata nell’elegante volumetto (p. 12): non si tratta perciò di ripescaggi d’archivio assemblati da curatori postumi, bensì di un insieme autonomo già ordinato dal poeta, servendosi di testi pubblicati e inediti, a formare – suggerisce la Nota all’edizione a cura dell’Archivio – una «sezione non confluita in Numi di un lessico figliale» (p. 14). Quali che siano state le ragioni dell’esclusione, il libro non ha nulla di precario o estemporaneo, e ci giunge a distanza di anni venato di un pathos che il titolo (derivante da Benn, vd. p. 12) espone con una sprezzatura ironica che è essa stessa un tratto autoriale, e come un saluto de lonh.
Sin dalla prima lettura è evidente che il piano diaristico della raccolta si organizza intorno a un preciso nucleo tematico e semantico, che vede nella separazione e nell’assenza, in continuità con l’opera fin qui nota di Benzoni, le basi medesime del continuativo colloquio lirico del poeta, in primis con le figure familiari; basti dire, al riguardo, che la parola “addio” compare otto volte in meno di cinquanta pagine, a tramare uno spartito pienamente consapevole del proprio “motivo” (avrebbe detto Cézanne), eseguito in calibrate variazioni e depositato in testi in cui, come osserva Raffaeli nella bella Prefazione, a dominare è «il genere dell’epigrafe e specialmente dell’epitaffio» (p. 7); e si noti che di «libretto di epigrafi» è lo stesso autore a parlare, in dialogo con Fortini, in Pareggiare una partita (p. 47). Si legga, per esempio, Solfeggio: «Uno scialle, un piccolo scialle / da tessere con le mie dita / se mi abbandonerai bruciato / da uno spolvero di neve.»; In memoria: «Mi svergognava il tuo seme / sconsolato enorme di padre / sopravvissuto a una guerra / non al tritacarne / mio di figliolo e amen.»; Delle vanità: «Convertire in aculeo un fiore / è stata la nostra vita / futura o passata / sulla punta delle dita.»; I tuoi passi: «Mai disattesi i tuoi passi / ma come di volpe temibili / sono rintocchi di un orologio / a pendolo scanditi in un’infanzia». Così la forma breve accentua nel libro la prossimità alla misura dei classici e insieme fa risaltare la pregnanza delle immagini, affidate ad una pronuncia mai sopra le righe e sempre ferma nelle sue esatte cadenze; il che non esclude, peraltro, che i singoli episodi del piccolo canzoniere si iscrivano, in più casi, entro una cornice espressamente “metapoetica”, riflessa e partecipe del grumo esistenziale che nell’intera raccolta si modula e si sviluppa per frammenti, sparse epifanie, autoritratti: L’inverno che verrà, Occidente, Di lui dicono, Mon chagrin persistant, Il mio gelo, per citare solo poche delle tante composizioni che si fanno ricordare. S’inserisce in questo registro, anche qui non senza ironia, la qualifica di «epigono» (Occidente) che l’io si attribuisce, come se il colloquio con la tradizione (nella versione novecentesca) non fosse che la propaggine in minore, post-romantica e crepuscolare («Cesenatico blues», p. 47) dei “maggiori” evocati tramite citazioni implicite o esplicite, da Char, Celan, Benn e soprattutto dal contagioso Sereni; ma quest’ultimo, a dire il vero, sembra piuttosto appartenere a un altro piano, complessivamente, rispetto agli altri modelli o numi tutelari dell’autore, come se il dialogo con il poeta degli Strumenti umani fosse non solo ininterrotto ma consustanziale alla stessa scrittura, per cui i calchi e le riprese in fondo non sono davvero citazioni né omaggi ma affioramenti da un sostrato primario, inesauribile e non equiparabile ad altri perché immediatamente assorbito nell’esperienza, nel vissuto.
«Abbiate coraggio di durare», scriveva Fortini ai giovani amici della rivista «Sul Porto» nel novembre 1973. La rivista visse per un decennio:5 una lunga esistenza se si pensa a quegli anni, in cui molte cose finirono. E con la sua poesia Ferruccio Benzoni non ha smesso di parlarci: la sua voce dura risuonando oggi in Caffè degli addii e la sua verità è ancor più trasparente.
1 F. Benzoni, Notizie dalla solitudine, presentazione di F. Fortini, Genova, San Marco dei Giustiniani, 1986.
2 F. Benzoni, Fedi nuziali, Milano, Scheiwiller, 1991.
3 F. Benzoni, Numi di un lessico figliale, Venezia, Marsilio, 1995. L’opera poetica è raccolta in F. Benzoni, Con la mia sete intatta, a cura di D. Bertini, introduzione di M. Raffaeli e nota di F. Scarabicchi, Milano, Marcos y Marcos, 2020.
4 Una biografia del poeta, insieme alla bibliografia e ad una significativa antologia della critica (testi di Fortini, Moliterni, Cattaneo, Zucco, Testa) si può leggere nel sito dell’Archivio.
5 Fondata da Ferruccio Benzoni, Stefano Simoncelli, Walter Valeri e Alessandro Casagrande, la rivista di Cesenatico vide tra i collaboratori Franco Fortini, Vittorio Sereni, Giovanni Giudici, Giovanni Raboni, Alfonso Gatto, Giorgio Caproni. Vedi Materiali della rivista “Sul porto” con uno scritto di Franco Fortini, Milano, Guanda, 1980.