Immigrazione. Mazara del Vallo 2: “L’unica comunità aperta siamo noi”.

Introduzione

L’inchiesta etnografica che qui si presenta è il risultato di un’indagine di campo da me condotta per un periodo di venti giorni (dal 23/11/2007 al 12/12/2007) nella città di Mazara del Vallo, in provincia di Trapani, finalizzata all’analisi delle modalità d’inserimento sociale delle seconde generazioni d’immigrati d’origine tunisina.
Col termine seconde generazioni, intendiamo designare: i nati a Mazara da genitori immigrati; i minori che hanno operato il ricongiungimento familiare; i giovani newcomers non accompagnati giunti a Mazara del Vallo dopo il 2002. L’indagine delle modalità d’inserimento delle suddette “seconde generazioni” è stata condotta su tre fronti: in relazione alle strutture sociali immigrate preesistenti (famiglie e reti); in relazione alle istituzioni della società autoctona (scuola, comune, chiesa, servizi pubblici); in relazione alla società degli autoctoni (frequenza, qualità e aspetti dei rapporti con cittadini d’origine italiana).

Nel corso dell’inchiesta ho cercato di trattare, in particolare, i seguenti temi:

1) l’insediamento dei tunisini nello spazio urbano;

2) l’atteggiamento delle prime e seconde generazioni nei confronti della propria comunità “di minoranza” ricostituita in terra d’emigrazione (appartenenza alle reti) e rispetto dunque alla propria tradizione culturale “originaria”;

3) i giudizi degli immigrati sullo “stile di vita italiano” e viceversa, e l’eventuale frequenza e profondità dei rapporti fra immigrati tunisini e autoctoni, tra reciproca (ma asimmetrica) esclusione/inclusione sociale;

4) l’inserimento lavorativo;

5) il percorso formativo e migratorio dei giovani tunisini di seconda generazione e le connesse pratiche di pendolarismo, le loro aspettative e rivendicazioni.

Il materiale proposto, in questa sede ridotto e parzialmente rielaborato, forma gli ultimi due capitoli della mia tesi di laurea triennale in Discipline Etno-Antropologiche, presso l’Università degli Studi di Siena, che si è avvalsa dei consigli e della supervisione del docente relatore professor Luciano Li Causi.
L’idea di preparare una tesi di laurea triennale in Discipline Etno-Antropologiche che prevedesse almeno una parte di ricerca sul campo è nata dall’esigenza, da me sentita, di procedere nell’ambito di tale disciplina coerentemente con uno dei suoi presupposti fondanti: l’osservazione diretta, per quanto nel mio caso di breve durata, si è rivelata fondamentale e foriera di “sorprese” rispetto a quanto avevo potuto apprendere, prima di recarmi sul posto, attraverso gli studi condotti da altri sulla stessa questione di fondo (l’immigrazione tunisina a Mazara del Vallo)1.
Inoltre, essa permette di dare voce al punto di vista emico degli attori sociali in campo, restituendo rappresentazioni e pratiche là dove esse si manifestano e mutano, la prassi della vita quotidiana.
La situazione sul terreno è infatti costantemente in divenire, come sempre quando si ha a che fare con un soggetto/oggetto di studio vivo, in perpetua evoluzione.

Nel corso della mia permanenza nella città siciliana non ho incontrato particolari difficoltà nel relazionarmi né con membri del gruppo autoctono, né con membri del gruppo d’origine tunisina.
Non avendo tuttavia alcun contatto a Mazara del Vallo, la mia prima intervista è nata per caso: camminando in una delle vie del Centro Storico il giorno dopo essere arrivato in città, ho incontrato due ragazzini d’origine tunisina2 i quali si sono dimostrati immediatamente disponibili a farsi intervistare e anzi, ne hanno approfittato per intervistare me!
Successivamente, mi hanno presentato il loro gruppo di amici, permettendomi di realizzare così altre interviste.
Per quanto riguarda invece i colloqui con gli adulti, il luogo d’incontro con coloro che sarebbero diventati i miei due principali “informatori” interni alla “comunità” d’origine tunisina3 è stato un bar, affacciato sul porto-canale di Mazara del Vallo.
Con gli adulti non sempre ho ritenuto opportuno usare il registratore per le interviste, temendo di mettere eccessivamente sotto pressione i miei interlocutori, e solo raramente sono stato esplicitamente invitato a tenerlo spento.
Coi ragazzi il problema non si è posto affatto.
Qualche difficoltà l’ho avuta invece nel tentativo d’intervistare membri direttivi della Curia locale (rimasto insoddisfatto per la momentanea indisponibilità dei possibili interlocutori), mentre al Comune mi è stato permesso di raccogliere le informazioni (statistiche e d’altro genere) richieste in breve tempo e senza reticenze, così come presso la Cassa Marittima, il centro “Voci dal Mediterraneo” e la scuola media “Paolo Borsellino”

 

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“L’UNICA COMUNITA’ APERTA SIAMO NOI”

 

1. DI CHI E’ LA CITTA’?

A Mazara del Vallo, secondo i dati forniti dall’ Ufficio Statistica e Toponomastica del Comune [Città di Mazara del Vallo, Protocollo Generale, protocollo numero 79636] risultano essere regolarmente residenti, nell’ anno 2006, 2.087 stranieri di nazionalità tunisina. I minori stranieri regolarmente residenti sono invece complessivamente 904, dei quali dobbiamo supporre, in assenza di dati specifici per nazionalità che l’ Ufficio Statistica del Comune non possiede, che circa i due terzi siano d’origine tunisina. I dati relativi agli iscritti per l’anno scolastico 2005/2006 confermano questa ipotesi: gli alunni tunisini di scuola materna, elementare, media e superiore sono infatti essi soltanto 583.
Su una popolazione complessiva di poco più di cinquantamila abitanti, dunque, la percentuale regolare di stranieri d’origine tunisina supera appena il 4%, una cifra che di per sé non sembra giustificare la domanda che dà titolo a questo paragrafo.
Tuttavia, nel corso di alcune interviste condotte in loco, abbiamo avuto modo di rilevare la diffusa sensazione, da parte degli autoctoni cui ci siamo rivolti, di perdita del controllo su quella parte della città dove si è maggiormente concentrato, nel corso del tempo, l’insediamento abitativo degli “arabi”, ovverosia l’area del Centro Storico, in particolar modo le vie comprese tra Piazza della Repubblica e Piazza Regina.
La Casbah, che così è chiamata dagli stessi mazaresi, vede il suo impianto urbanistico risalire alla dominazione araba dell’isola, e deve il suo aspetto attuale al terremoto del 1981 e alla mancanza di interventi pubblici di riqualificazione e di ristrutturazione edilizia, fatta eccezione per alcuni tratti di pavimentazione.
Alcune vie, inoltre, risultano abitate dal secondo gruppo di stranieri più numeroso in città, d’origine balcanica, a sua volta suddiviso per nazionalità al proprio interno, con una particolare presenza di cittadini kosovari di religione musulmana (un unico gruppo parentale composto da circa 40 membri).
La Casbah, non è semplicemente abitata dagli stranieri: la Casbah «è invasa»; «la stanno distruggendo, e i problemi maggiori li creano gli albanesi»; «non esiste più»; «l’hanno rovinata»; «è in mano agli arabi»; «si è spenta, prima era piena di negozi»; «è diventata tunisina»; «è un posto pericoloso, specialmente di notte». Tutti i mazaresi cui ci siamo rivolti, eccezion fatta per gli amministratori pubblici, condividevano questa immagine del centro cittadino.
Gli amministratori e i pubblici impiegati, invece, nel sostenere la tesi del buon livello d’integrazione raggiunto a loro giudizio in città, si spingevano fino a descrivere le case, in alcuni casi semi-diroccate e puntellate l’una con l’altra attraverso travetti di legno (come quelle nella via Goti, abitate dagli «slavi»), come «l’ambiente ideale» che «gli arabi» avrebbero ritrovato a Mazara e di cui si sarebbero impadroniti, fino a reclamarne il possesso in nome dell’antica dominazione dei loro illustri predecessori.
«I mazaresi nel centro storico non ci passano, hanno paura», ci dice un’insegnante della scuola media “Paolo Borsellino”, ubicata in pieno centro storico.
Perché? «Perché ci sono soltanto i tunisini ormai».
Il territorio in questione è diventato straniero e appare minaccioso a molti autoctoni, che ricordano con nostalgia la sua passata bellezza e la sua centralità perduta.
Il mancato attraversamento di certe strade è una conseguenza che appare logica, prudente e “naturale” ai loro occhi, una sorta di profilassi sociale.
Evitare di passare all’interno del centro storico è una pratica (verificata) che permette di scorgere il più generale atteggiamento e l’opinione che hanno gli autoctoni a riguardo dei loro concittadini stranieri, una pratica che contribuisce alla formazione e al mantenimento dell’atteggiamento e dell’opinione medesimi.
Diffidenza e indifferenza sono i sentimenti
prevalenti, anche quando in linea di principio si respinge l’equazione immigrato = delinquente.
A Mazara del Vallo i tunisini in gran parte lavorano come marittimi. Questi, in generale, sono considerati «integrati» (sul significato che gli autoctoni danno al termine “integrazione” torneremo in seguito), lo stesso non può dirsi, invece, per i ragazzi e per gli uomini che vivono e lavorano a terra.
In un colloquio il responsabile della Cassa Marittima4, in un primo tempo impegnato a tessere le lodi dell’integrazione cittadina, dopo aver discusso dell’esistenza di qualche decina di matrimoni misti, ci ha rivelato che: «la società comunque ti condanna, se sposi un tunisino…  indipendentemente dalla persona, se lavora, se è onesto… ti condanna perché è tunisino. Perché… c’è sempre questa… io non direi discriminazione… è una mentalità che è così, specie chi non ha studiato…. soprattutto perché  hanno un’altra religione».
L’alterità religiosa, linguistica, culturale si somma e amplifica la distanza sociale che gli autoctoni di preferenza tendono a sottolineare e a preservare tra sé stessi e “gli arabi”, tra sé e “gli albanesi”, diversi non solo per le ragioni elencate sopra, ma anche per il loro status giuridico, per la collocazione segmentale nel mercato del lavoro.
La precarietà e le condizioni di vita svantaggiose che contraddistinguono poi parte della popolazione immigrata a Mazara del Vallo (ci riferiamo a clandestini e irregolari, ai disoccupati) non ne fanno, in generale, un soggetto destinatario di solidarietà, né tantomeno d’impegno sul versante dei diritti, ma piuttosto figurano tra le ragioni che portano a identificarla come un potenziale pericolo: «uomini pronti a tutto pur di sopravvivere», nelle parole della nostra padrona di casa mazarese.
L’attuale composizione abitativa del centro storico, in particolare dell’area interna ad esso compresa tra Piazza della Repubblica e Piazza Regina, è dovuta in primo luogo al trasferimento, avvenuto negli anni successivi al terremoto del 1981, di quasi tutti i mazaresi che avevano lì la propria dimora, i quali hanno beneficiato della ricostruzione insediandosi nei nuovi quartieri residenziali sorti nella zona del trans-mazaro (a ovest del fiume Mazaro, dove la presenza di stranieri è numericamente del tutto irrilevante), a Nord e a Est dell’antica Casbah.
Gli appartamenti rimasti liberi sono ancora oggi affittati dai proprietari a 130, 150 euro al mese, una cifra abbordabile che li rende convenienti per gli inquilini immigrati, specie per chi, non avendo la famiglia a Mazara, divide l’appartamento e le spese con altri due o tre connazionali.
Se la pratica di evitare la frequentazione del centro storico appare prudente e giustificata agli occhi degli autoctoni adulti, ecco come invece essa viene descritta, a beneficio dell’intervistatore, da un ragazzino tunisino di quattordici anni, R., nato a Mazara del Vallo e qui residente da dieci anni, i primi quattro avendoli trascorsi in Tunisia.
R.5 abita nella zona della stazione, appena fuori dall’area della Casbah in senso stretto, ma lo abbiamo incontrato e intervistato in Via Bambini, una delle vie d’accesso a Piazza Regina.

R: «Per me Mazara non piace… c’è troppo mafia, droga, ste’ cose… a me non piace per questo… perché per esempio questa zona è così… siamo abituati, ma noi non siamo come gli altri tunisini. Allora, se ti dico una cosa, tu rimani scioccato…  qua, i mazaresi non mettono mai piede in questa zona,  si scantano… questa si chiama Casbah, la Casbah. Piazza della Repubblica ci vengono poco, dove c’è il bar… dicono che siamo prepotenti, invece no, non è vero… loro pensano così, ma comunque noi alcuni amici italiani li abbiamo, e ci capiscono, li capiamo… no li abbiamo bene, vero. Ma ci sono alcuni, quelli scantolosi… si scantano da soli! Per esempio quando c’è Halloween: tirano bombette, passiamo e si scantano, si nascondono. Perché ti devi nascondere, perchè vogliamo rubarti noi? E invece…»

Io: «Forse perché sentono dire sempre, alla televisione, che magari qua…»

R: «Cosa sentono dire alla televisione? Mica la televisione parla di noi… ma mica che la televisione parla di noi, no?»

Forse la televisione non parla di loro, ma i genitori dei loro coetanei italiani invece sì. In proposito, ecco cosa ci ha detto J.6, 13 anni, ragazzina mazarese che frequenta, come R., la scuola media “Paolo Borsellino”, l’istituto scolastico cittadino con la più alta percentuale di alunni d’origine straniera (40% del totale), sito in via Monsignor Audino, a due passi da Piazza della Repubblica.

Io: «Che classe fai?»

J.: «La seconda D»

Io: «Conosci ragazzi tunisini?»

J.: «Sì»

Io: «Come ti trovi con loro?»

J.: « Bene!»

Io: «Bene? Perché io ho parlato con alcuni di loro… mi hanno detto che, fuori dalla scuola, quelli italiani un po’ si spaventano, se loro si avvicinano scappano…»

J.:  «Sì, sì… è vero»

Io.: «Ma secondo te perché?»

J.: «Boh, non so»

Io: «Non lo sai… Ma dentro la classe come va?»

J.: «No, bene… almeno nella mia sì»

Io: «Ho capito. Quanti ragazzi tunisini ci sono nella tua classe?»

J.: «Nella mia classe? Due»

Io:  «A te piacerebbe imparare l’arabo?»

J.: «Nooo…»

Io: «No? perché?»

J.: «Già sto bene con l’italiano»

Io: «Ho capito. E quando finite la scuola uscite qualche volta insieme?»

J.: «Sì»

Io: «Con i ragazzi tunisini?»

J.: «No. Italiani, tunisini no»

Io: «Con ragazzi italiani… ma perchè, è un caso, è capitato così, oppure…»

J.: «No, perché non mi piace uscire con i tunisini»

Io: «Perché non ti piace, dimmi… Io ci sono stato un po’ in giro ieri, abbiamo giocato a pallone… mi hanno detto che loro, anzi, trovano molto simpatiche le ragazze italiane, non hanno problemi»

J.: «Io sì, li trovo simpatici, però… se ci devo uscire no. Non mi piace»

Io: «Non ti piace… ma i tuoi genitori cosa dicono…?»

J.: «Sì, parlano male dei tunisini… non gli piacciono, perché sono tunisini, capì? Non gli piacciono»

Io: «Ma di tutti in generale parlano male, quelli che abitano qui, quelli che stanno fuori… ?»

J.: «Sì, ne parlano male»

 La scuola media “Paolo Borsellino” è l’istituto scolastico con la più alta percentuale di alunni “stranieri”, anche se molti di essi sono nati a Mazara del Vallo.
L’insegnante che abbiamo intervistato lamenta carenza di fondi e di personale, ritenendo necessario, ma impraticabile a queste condizioni, un percorso individualizzato per l’inserimento di ciascuno studente straniero.
All’interno dell’aula scolastica, sotto l’occhio dell’insegnante che vigila affinché si evitino concentrazioni e organizza lo spazio in modo da favorire la conoscenza reciproca tra alunni stranieri e italiani, ad esempio facendo in modo che siano compagni di banco, gli episodi eclatanti di conflitto culturale sono rari, ma non del tutto assenti.
Ad esempio, il preside ci ha illustrato il caso di una ragazzina tunisina che, compagna di banco con un maschio, si è rifiutata fermamente di sederglisi accanto.
Alla richiesta di spiegare il suo rifiuto, che gli stessi altri alunni tunisini a detta dell’insegnante consideravano eccessivo, avrebbe risposto che suo padre non voleva.
L’insegnante ha allora ritenuto opportuno informarsi, chiedendo ai suoi alunni di religione musulmana «se fosse scritto, nella loro religione, un qualche divieto di vicinanza fisica tra maschi e femmine»:  gli alunni avrebbero risposto negativamente.
Con un altro caso simile di conflitto abbiamo invece avuto modo di confrontarci direttamente.
Fuori dalla scuola “Borsellino”, abbiamo conosciuto uno degli imam della “sala di preghiera” esistente a Mazara del Vallo.
Di nazionalità egiziana, a Mazara dal 1972, ci ha raccontato di essersi recato a scuola per parlare col preside, per protestare perché suo figlio in classe è compagno di banco con una femmina.
«Femmine e maschi vicini sono come benzina e fuoco».
«Il preside deve capire che noi siamo musulmani, ci deve rispettare… i nostri figli sono come angeli e devono rimanere come angeli».
Non come i ragazzini/e italiani, la cui presunta morale “sessuale” precoce è invece fonte di preoccupazione: un costume che, nella condivisione dello stesso banco, rischierebbe di trovare un terreno propizio alla sua diffusione.Il preside, in proposito, ha tenuto a precisare che casi come questo dentro la scuola sono eccezionali, e ci ha raccontato un episodio risalente a quindici anni fa, quando era preside in una scuola a Campobello di Mazara: un pastore mazarese, la cui figlia frequentava la scuola, non voleva che questa fosse seduta al banco accanto ad un maschio.
Il preside lo aveva “accontentato”, lasciando così intravvedere implicitamente una possibile
soluzione flessibile al caso del figlio dell’ imam, volta a neutralizzare un conflitto le cui conseguenze potrebbero nuocere al futuro scolastico dell’alunno stesso.
L’insegnante invece non ritiene che la scuola debba cedere a simili richieste: «le regole sono chiare, la scuola è una scuola mista, se non ti sta bene iscrivi tuo figlio ad una scuola per soli maschi».
In classe si cerca poi di promuovere il ruolo dello «studente-tutor: l’alunno più bravo che si siede accanto a quello meno bravo e cerca di aiutarlo».
Non sono attivi alla “Borsellino” corsi sperimentali che tentino la valorizzazione della lingua e della cultura araba, mentre esistono corsi pomeridiani di sostegno per la lingua italiana: «siamo italiani, insegniamo l’italiano».
Alla “Borsellino” esiste tuttavia una commissione d’intercultura, formata da professori che cercano di approfondire il tema e la conoscenza della cultura araba, ma il coinvolgimento nell’iniziativa, non remunerata, è piuttosto scarso.
A giudizio di preside e insegnante, i rapporti extra-scolastici sono minimi, tra alunni italiani e stranieri, mentre a livello delle rispettive famiglie sarebbero mediati dalle donne, soprattutto le colf che lavorano presso le famiglie mazaresi, le quali riuscirebbero a “fare amicizia” molto più facilmente degli uomini.
Già immediatamente fuori dalla scuola, in effetti, ad esempio la mattina in attesa d’entrare, abbiamo avuto modo d’osservare ripetutamente la stessa scena: i ragazzini tunisini e “slavi” hanno il loro luogo di ritrovo, fanno gruppo, scherzano e discutono fra loro; i ragazzini italiani invece si riuniscono da un’altra parte, sul marciapiede di fronte.
L’insegnante afferma in proposito che «non c’è un reale interesse a conoscersi».
La spiegazione fornitaci è che «loro [i tunisini in generale] dovrebbero avere interesse ad aprirsi, ma temono (i genitori) che la cultura occidentale invada la loro cultura, che essi difendono rigidamente… diciamo la verità, noi non abbiamo grande interesse a intessere le relazioni sociali, dovrebbero essere loro ad avere l’interesse maggiore. Ma sono chiusi. Trincerati».
E di fatto «finita la scuola, il doposcuola, finito il lavoro, ognuno torna a casa propria, nel suo gruppo, perché è così, si preferisce così».
Nelle parole dell’imam, «ognuno va per la sua strada. Perché siamo diversi, separati? Dio è unico, non so».
L’idea dell’ interesse maggiore ad “aprirsi” alle pratiche sociali e culturali della comunità d’origine italiana, che le famiglie tunisine dovrebbero nutrire, trova (evidentemente) la sua giustificazione nella configurazione degli attuali rapporti di forza tra i due gruppi: nella rappresentazione degli autoctoni, infatti, un certo livello d’assimilazione, una minore “rigidità” nel controllare i comportamenti dei figli, servirebbero a rendere meno traumatico il loro inserimento nell’ambiente culturale d’immigrazione, un ambiente generalmente impegnato a difendere il diritto alla propria specificità e la validità dei propri principi di riferimento, di cui chiede il rispetto, con  la differenza di poter contare su un “diritto” maggiore: il diritto della maggioranza.
Gli italiani rimasti a condividere gli spazi del centro storico con «gli arabi» sono pochi.
E., ad esempio, è uno di loro.
Ventotto anni, elettricista, vive in una casa che ha acquistato quattro anni fa.
«Ci hanno rovinato la Casbah… gli arabi li conosco, ma non siamo amici, perché di loro non ti puoi fidare, una pugnalata alle spalle sono sempre pronti a dartela… tutto il quartiere è svalutato, le case che ci sono non valgono niente… i soldi stanziati per la ristrutturazione dopo il terremoto, non sono mai stati spesi: ogni volta, quando ci sono le elezioni si parla della Casbah, ma poi la situazione resta tale e quale… i mazaresi che avevano la casa qui, o l’hanno venduta, regalata agli extracomunitari, oppure l’hanno fittata, o semplicemente messa in vendita senza trovare acquirenti e l’hanno praticamente abbandonata… l’anno scorso è successo un casino, perché i tunisini volevano che si levasse il crocifisso dalle scuole: loro non hanno simboli religiosi, se li avevano si potevano mettere accanto al crocifisso. Qui siamo cristiani, la scuola è cristiana, devono rispettare la nostra religione».

 

2. “L’UNICA COMUNITA’ APERTA SIAMO NOI”

All’ accusa d’essere una comunità chiusa, trincerata, disinteressata, rigidamente impegnata nella difesa del proprio patrimonio di usi e costumi, risponde M., tunisino di 54 anni.
M. è originario di Chebba, cittadina che dista pochi chilometri da Mahdia, sulla costa nord-orientale della Tunisia.
A sedici anni e mezzo, nell’anno 1969, M. terminava il primo ciclo (2 anni) d’istruzione superiore tunisina, risultando vincitore del primo premio come miglior studente in lingua e letteratura tedesca, premio che era stato istituito in Tunisia da parte dello stato tedesco della Germania Ovest, come incentivo per gli studenti più promettenti, a titolo di aiuto allo sviluppo.
Tale premio consisteva in un viaggio in Germania, 45 giorni, un tour d’istruzione nella Germania Ovest, dal Sud al Nord del paese.
M. parte, e resta «incantato dalla bellezza della Germania: la regione del Reno è la più bella d’Europa».
E’ ospite d’una famiglia tedesca. Finiti i 45 giorni, torna in Tunisia.
Si iscrive ad un istituto superiore di lingua e cultura tedesca in Germania, decide che la sua vita vuole passarla lì:  studia soltanto tedesco, non continua lo studio delle altre materie.
Nel 1972, però, la Storia fa irruzione nella sua vita: gli attentati ai giochi olimpici di Monaco di Baviera.
Ora non è più possibile entrare in Germania: occorre il visto, che a M. viene negato.
Dalla Tunisia allora decide di venire in Italia, a Mazara del Vallo, sempre con l’intenzione d’arrivare in Germania.
Si reca a Palermo, al consolato tedesco, per esporre la sua situazione: gli viene risposto che se vuole studiare il tedesco, in Italia, a Palermo come a Roma, esistono diversi istituti validi.
Ma M. risponde che per imparare davvero una lingua, per farla propria, occorre vivere nel Paese dove quella lingua viene parlata. Gli danno ragione, ma non il visto.
M. comincia allora la sua peregrinazione in Europa: Svezia, Olanda, Regno Unito, «portando sempre con me questo fallimento. Quando ripenso a volte alle figuracce che ho fatto, alle discriminazioni subite, divento come un pazzo, do pugni in aria, grido da solo contro me stesso, tanto che a volte mia moglie mi chiede con chi è che parlo…».
M. è tornato l’ultima volta a Mazara del Vallo otto anni fa, si è sposato e ha avuto tre figli. Da quel momento ha smesso di viaggiare.
Fa il commerciante, l’ambulante:  «sai, non c’è cosa più brutta di un lavoro che non ti dà soddisfazione. L’unica soddisfazione che mi dà il mio lavoro, è il non dover prendere ordini da nessuno. Meno male che c’è mia moglie che lavora, altrimenti come si fa a tirare avanti? Io ormai considero finita la mia vita qui. Se non ci fossero i miei figli, sarei già tornato in Tunisia, ma loro studiano, e almeno altri tre anni devo restare qua. Mia figlia, è qui perché altrimenti, con la nuova legge [la Bossi-Fini], correvo il rischio di non poterla più vedere, che lei non potesse più venire in Italia a trovarmi».
Chiedergli di raccontarmi il suo passato, non è un’esperienza piacevole per lui.
Mi dice che non gli piace parlarne, ma che «trovare una persona interessata ad ascoltare è già un risultato», perché «la nostra sofferenza, qui, è anche questa, il non trovare persone disposte ad ascoltare le nostre difficoltà, i nostri problemi. L’unica comunità aperta, siamo noi. Ci sentiamo abbandonati, anche dal nostro governo».
M. dice di avere adesso uno scopo nella vita, uno solo: riuscire a dare un titolo di studio a due dei suoi tre figli.
Il primogenito, 22 anni, lo considera perso: gli unici viaggi che ha fatto, da otto anni a questa parte, sono quelli per andare a ripescarlo a Napoli, “al nord”, quando veniva arrestato per droga.
Vive attualmente a Mazara del Vallo, irregolarmente: «è alle mie dipendenze. Alla sua età, ha già fatto sette anni di carcere. Tutti i sacrifici fatti per farlo studiare, per fargli avere il permesso, non sono serviti… ».
«Riuscire nella vita, dipende… non tutti puntano sulle stesse carte. C’è chi si considera riuscito quando ha fatto i soldi, quando si è arricchito. Io mi considererò riuscito quando i miei figli avranno un titolo di studio. Ma per studiare, ci vogliono soldi!».
M. dà ripetizioni di italiano e matematica, a casa propria, a 5 alunni tunisini, tre di scuola media e due delle elementari, per 30 euro al mese: «una cifra teorica, simbolica».
Ritiene che le loro famiglie mandino i figli da lui «perché mi conoscono, ma soprattutto perché hanno bisogno, altrimenti se avessero più soldi manderebbero i figli da maestri privati italiani», così come comprano da lui solo quando non hanno abbastanza soldi per andare al negozio.
Mi racconta che quando è triste, per risollevarsi, si cura «con la bellezza del lungomare, oppure sfoglio una novella di Verga».
Parliamo d’inserimento, d’integrazione,
di religione.
«E’ vero, gli unici che sostengono che gli stranieri a Mazara siano ben integrati, sono i funzionari pubblici e coloro che hanno, diciamo, il monopolio dell’accoglienza e dell’informazione. Ma che cosa intendono per integrazione? L’integrazione, secondo me, viaggia su due binari: quello materiale, e quello morale, culturale, spirituale.
Chi sostiene che siamo integrati, ci considera soltanto come forza-lavoro.
Per loro, integrazione vuol dire: lavoro, casa, rispetto della legge, pagare le tasse.
Una volta a me è capitato di parlare ad una riunione, c’era anche un giornalista del ‘Resto del Carlino’ di Catania.
Ho denunciato la mia situazione: io qui non ho una casa adeguata, non ho un lavoro adeguato innanzitutto.
E poi, per me, l’integrazione passa attraverso i libri, la storia degli uomini che hanno fatto grande questo paese, attraverso il dialogo.
Qui, invece, c’è chi spaccia l’inserimento economico, la sopravvivenza marginale, per perfetta integrazione, ma non è così, non è così… A Mazara, i tunisini ci sono ormai da quasi mezzo secolo, e al Comune non esiste un Ufficio Immigrazione: la verità è che siamo considerati solo braccia, manodopera a basso costo, e nient’altro».
Parliamo di mobilitazione politica, di sciopero: «gli scioperi che sono stati fatti qua, innanzitutto non hanno mai portato a nulla. E poi, sono stati sempre promossi dalla categoria armatori.
Il pescatore, sta sempre a mare, deve sempre lavorare se vuole tirare avanti. Il livello di sindacalizzazione è basso, minimo. Non esiste oggi un contratto nazionale per la categoria dei marittimi e il loro non è considerato un lavoro usurante, anche se tutti i marinai di Mazara del Vallo hanno malattie professionali. Se il marinaio protesta, d’altra parte, perde il lavoro, e i danni sono suoi perché l’armatore, in assenza di controlli, con due o tre clandestini l’equipaggio lo fa lo stesso, capisci?».
A questo punto, nella discussione interviene G.
Tunisino, amico di M., in Italia da più di vent’anni, G. è attualmente disoccupato.
Ha moglie e tre figli a Mazara del Vallo, il più grande frequenta la seconda elementare italiana: «tu parli di sciopero? Ma che sei venuto a fare? Lo sciopero, qualche anno fa è stato fatto: due mesi e dieci giorni, tutte le barche ferme. Non è venuto nessuno, nessuno. Né un giornalista, né una TV, nessuno. Non siamo tutelati, neanche dal nostro governo, eppure a Palermo il consolato c’è.
Non è venuto nessuno, e lo sciopero del resto non è stato neanche dichiarato, perché gli armatori non volevano: c’eravamo i marinai da una parte, gli armatori dall’altra, e in mezzo i sindacati. Gli armatori dicevano che, con l’aumento della nafta, le spese superavano i loro ricavi, e allora non pagavano ai marinai il minimo garantito. Volevano i contributi dallo Stato, capisci…?
Alla fine, dopo due mesi, si mette la firma, accordo fatto per 1.200 euro. Ma chi te li dà, chi te li dà? Ci vogliono anzitutto quattro mesi di navigazione, e l’armatore cerca sempre di farti sbarcare prima. Poi, ti paga 500, 600 euro.
Se fai la denuncia, non è che dopo due giorni arriva… C’è gente che è in causa da anni con l’armatore, e avi raggiuni 100%, ma ancora non ha visto niente. E intanto, il pescatore e la sua famiglia, come campa? Passano mesi, la barca è ferma, l’armatore i soldi li ha, può aspettare, la barca è sua. Il marinaio, invece, come fa a campare? Non siamo tutelati, questa è la verità.
E poi… non siamo uniti fra di noi…  siamo quattro vagabondi!».
M. precisa: «la verità è che siamo ignoranti. Perché i tunisini non si uniscono… c’è sfiducia, pessimismo… il marinaio che sbarca, sta a terra una settimana: il tempo di lavare i vestiti, farli asciugare, ed è di nuovo a mare. Credi che abbia tempo per la politica? Dovrebbe essere il Comune ad occuparsene».
G. cerca di essere il più chiaro possibile: «devi capire una cosa: qui, è come il deserto: sole e sabbia, e neanche uno scorpione da mangiare!».
Quando c’è stato lo sciopero, M. non veniva alla marina con la bancarella: «non venivo perché nessuno comprava, e tutti ti chiedevano soldi, sigarette… gli chiedevo cosa aspettavano, e mi rispondevano che aspettavano che l’armatore li chiamasse per andare di nuovo a mare».
G. è tornato a Mazara del Vallo a Pasqua del 2007. Ha lavorato praticamente ovunque.A Pordenone, ad Aviano come carpentiere e «ferraiolo» alla base americana («quando c’è stata la guerra in Iraq, la prima, quella col Kuwait: nella caserma è suonato l’allarme e le case, i pilastri, tremavano come il terremoto! Vedi la differenza di forza?»), a Udine, a Venezia, a Torino, a La Spezia, a Genova, Livorno, Ancona, Rimini, Pisa, Roma: «a Roma, sono stato un giorno intero alla stazione. Che faccio, parto o non parto, vado o non vado al sud? Poi, le sacchette erano vuote, ho detto: vado. Ho preso il treno fino a Villa S. Giovanni, che costa meno per il biglietto, ma con quello sono arrivato fino a Palermo. A Palermo, non avevo più soldi per venire qua. Allora sono andato al pullman e ho detto all’autista “fammi salire, ti pago quando avrò i soldi…” e il biglietto me lo ha pagato lui».
G. adesso è disoccupato: aspetta che tornino le barche per Natale, per fare un po’ di soldi verniciandole o riparandole nei cantieri navali, è in Italia da più di venti anni «solo col permesso di soggiorno».
M. : «Ma perché, con la cittadinanza cosa cambia? Con o senza, lavoro qui non si trova, o se si trova solo a nero. L’unica cosa, risparmi la fila alla posta per il rinnovo».
Parlando di cosa sarei venuto a fare io a Mazara, l’idea di G. era la seguente: «tu farai qui la tua ricerca, prenderai la laurea e quando arriverai in alto ti dimenticherai di tutti noi, te lo dico io».
Secondo G., riformare “dal basso”, battersi per i propri diritti, è possibile «solo all’inizio, quando ancora devi creare un popolo, un paese… [il riferimento è all’azione politica guidata in Tunisia da Habib Bourguiba]… adesso, il mondo è arrivato a tappo! Ci sono persone che si vendono gli organi, pezzi del corpo… vuoi un occhio? una mano, un piede…? Hai mai visto il film Titanic? L’ultima scena, quando ci sono tutti i morti nell’acqua… il film era l’Ottocento… ora siamo a 2007, e a me è capitato la stessa cosa con la barca: li ho ripescati col ferro…  Sai quanti muoiono a quattro metri dalla riva, per arrivare in Europa?».
M. interviene: «G., lui è giovane, per lui queste sono cose nuove; ha detto sfruttamento… per noi è vita quotidiana, per noi è abitudine».
G. ci saluta, deve andare a prendere suo figlio a scuola.
Prima di andare, gli chiedo che progetti ha per l’anno nuovo. Mi risponde che vuole far rientrare moglie e figli in Tunisia, perché a Mazara non riesce ad andare avanti; lui invece pensa di rimanere in Italia, partire per cercare lavoro al nord.
Io e M. continuiamo a discutere, parliamo di religione.
Gli racconto della discussione che ho avuto con l’imam, il quale sosteneva che essere un buon cristiano non basta, non è sufficiente: si deve seguire la via del Profeta, l’ultima e più perfetta, quella vera: «gli italiani che lo capiscono si convertono all’Islam, per gli altri non c’è niente da fare».
M. ha una posizione diversa: paragona le tre religioni monoteistiche ai tre anelli della novella del Decameron, dei quali non si sa quale sia l’originale.
Mi dice anche che, finché la comunità tunisina di Mazara non avrà un luogo degno per pregare e per seppellire i morti che nessuno reclama al paese, non ci potrà essere dialogo.
«Se la Chiesa volesse, potrebbe mettere a disposizione una chiesa per farne una moschea, ma fino ad oggi non c’è stata nessuna iniziativa… una moschea qui non sarebbe un luogo di cospirazione, sarebbe semplicemente un luogo di culto degno».
Secondo M., prima di parlare di principi, di tolleranza reciproca, d’apertura «occorre che la pancia sia piena… Sai cosa dicono i marocchini? ‘Quando uno ha fame, la notte non dorme, non può dormire. E se non può dormire, cosa fa? Prega!’ Capisci? Prega».
La religione, in condizioni di sfruttamento, precarietà esistenziale e inferiorità politica, diventerebbe una sorta di valore-rifugio, più che una bellicistica “trincea”.
A M. è stato chiesto più volte, in virtù della sua preparazione e della sua istruzione, di prendere la parola, di prendere parte attiva nella sala di preghiera, ma M. non vuole.
«A me piacerebbe andare, ma non dovrei uscirne mai. Perché quando esci, i problemi della vita, l’ingiustizia, ricominciano ad assillarti».
Per quanto riguarda l’imam, oltre a ribadire che di imam non ce n’è uno solo, mi dice che da molti non è ben visto, e che molti non si recano alla sala di preghiera perché notano una divaricazione tra parole e morale personale effettivamente perseguita.
M. afferma di essere ateo: «io non credo in Dio, e non c’entrano gli studi che ho fatto né l’essere un migrante. E’ questione di convinzione personale… non è necessario credere in Dio per essere uomini, uomini con la u maiuscola. L’importante è avere dei principi, senza principi non si può vivere. D’altra parte, non è che io mi metto a fare propaganda d’ateismo: anzi, invidio e rispetto
chi crede, perché la fede ti dà forza… a volte, avverto questo vuoto, questa assenza. Ma resto convinto che Dio non esista».
Afferma anche di praticare il Ramadan «per seguire mia moglie e i miei figli», per adesione alla morale condivisa generalmente dal suo gruppo d’appartenenza: «anzi, io incoraggio mia moglie a fare il Ramadan, perché ne riconosco l’utilità: è più tranquilla, serena, si purifica…».
Tuttavia, secondo M. (e la medesima impressione ci è stata confermata da molti altri testimoni) «a Mazara del Vallo sono meno di 25 su 100 quelli che fanno bene il Ramadan. Anzi, anzi, in quel periodo aumentano i litigi e il gioco d’azzardo, perché la gente senza fumare è nervosa, e poi ha più tempo da perdere».
A proposito di legge islamica, infine: «ma tu sai, Islam vuol dire sottomissione. Io mi chiedo: ma che senso avrebbe averci creato, solo per essere ubbidienti? Allora, meglio niente… L’Islam, è pesante, è pesante… non potresti fare nulla».
Ciò che M. ama dell’Islam, è semmai il suo portato egualitario, l’invito all’uguaglianza: al cimitero, ad esempio, «le lapidi non possono essere più alte di cinquanta centimetri da terra, che tu in vita fossi il presidente o l’ultimo dei poveracci! In Tunisia, invece… oggigiorno, all’interno delle moschee… il presidente è paragonato al Profeta, viene chiesto ai fedeli di pregare per lui…».

 

 

3. MOVIMENTI MIGRATORI IN ENTRATA E IN USCITA: IL PROVVISORIO-CHE-DURA E SI RIGENERA

Mazara del Vallo è meta, negli ultimi cinque anni, di due movimenti migratori d’entrata prevalenti: uno dovuto ai ricongiungimenti familiari, l’altro costituito dai “ritorni” dal centro-nord Italia.
Per quanto riguarda il primo, risulta motivato largamente dalle innovazioni legislative introdotte nel 2002 dalla Bossi-Fini che, a detta di molti padri di famiglia intervistati, li avrebbe obbligati ad un ricongiungimento familiare forzato: il fatto che non sia più possibile ottenere e rinnovare il permesso di soggiorno, al compimento della maggiore età, in assenza di residenza effettiva sul territorio nazionale del minore interessato dal provvedimento [vedi articoli 31 e 32 del Testo Unico sull’immigrazione, attualmente vigente], ha spinto molti migranti a richiamare in Italia negli ultimi cinque anni la moglie e i figli, d’età compresa tra i quattordici e i diciassette anni, col timore che altrimenti non sarebbe stato più concesso loro di fare ingresso regolarmente in Italia.
Per molti minori intervistati, tale movimento si è delineato come una seconda migrazione: questi ragazzi sono in larga parte nati a Mazara del Vallo e successivamente, spesso in coincidenza con la frequentazione delle scuole elementari o medie, sono emigrati una prima volta in Tunisia per scelta della famiglia, presso i nonni o assieme alle madri, tornate in Tunisia al seguito dei figli.
Questo movimento si sovrappone e avviene parallelamente al movimento in uscita verso la Tunisia dei familiari di coloro che, nonostante il rischio di cui sopra, scelgono comunque di mandare moglie e figli (nati o successivamente giunti a Mazara) in Tunisia, non potendo mantenerli in Italia e/o preferendo per i figli una socializzazione “più sana” nel paese d’origine.
Entrambe le “scelte” sono sofferte: ecco cosa ci ha detto in proposito F., 41 anni, padre di due figli.
I figli di F. sono entrambi nati a Mazara del Vallo, hanno fatto qui le scuole elementari, dopodiché F. li ha mandati in Tunisia con la moglie.
Ritiene, col senno di poi, d’aver commesso uno sbaglio: «avrei dovuto tenerli qua, come fanno tanti adesso, e farli continuare con la scuola italiana».
Ma F., pur vivendo in Italia da venticinque anni, lavora a mare «sempre col permesso di soggiorno: non ho né la carta di soggiorno, né la doppia nazionalità, né la cittadinanza italiana».
Attualmente lavora a nero: solo quando ha fatto venire la moglie in Italia, nel 2002, si è regolarizzato, e ha dovuto pagare il suo datore di lavoro per poter avere un contratto.
Tuttavia, non risultava guadagnare la cifra richiesta per il mantenimento di moglie e due figli a carico; pur avendo un contratto, infatti, il reddito dichiarato risultava inferiore a quello effettivamente percepito e richiesto per legge ai fini del ricongiungimento familiare: «l’armatore, su quattro milioni che magari paga al marinaio, ne dichiara due, per pagare meno tasse, capisci?». A queste condizioni, è evidente l’impossibilità di «fare il reddito», come richiede la legge.
«A Mazara c’è crisi: i pescherecci, con la benzina a 96 dollari, escono spendendo 30.000 euro e tornano portando a casa 25.000… l’armatore deve chiedere i soldi in banca per pagare il capitano, e gli altri pigliano la parte… Il marinaio piglia la parte: a Mazara, nessuno ti dà il minimo garantito… questo è garantito: nessuno ti paga il minimo garantito».
F. ha preso in Tunisia il grado di Capitano e sulle barche a Mazara del Vallo ha fatto tutto: cuoco, capopesca, motorista, secondo motorista, ma non il Capitano.
F. lamenta infatti mancanza di reciprocità: «in Tunisia lo straniero, un italiano che è capitano, può fare il capitano sulle nostre barche… qua no: deve avere la doppia cittadinanza».
Mandare moglie e figli in Tunisia per lui voleva dire anche farli stare in un ambiente dove potevano essere più liberi (poiché sottoposti al controllo del resto della famiglia, paradossalmente), e non esposti alla vita di strada di Mazara del Vallo: droga, furti, criminalità sarebbero diffuse specie presso i giovani, che «sono arrivati da poco, non parlano in italiano e non vanno a scuola» (pur risultando iscritti per ottenere il permesso di soggiorno) e «lavorano solo quando capita», precariamente.
«Che dovevo fare qua? Chiuderli in casa?».
Ma in Tunisia, il futuro non è meno incerto: «là, i miei figli studiano l’arabo, la loro lingua, la loro cultura, ed è giusto, va bene così. Ma poi a che serve? Lavoro non ce n’è. A che serve allora che hai studiato l’arabo? Cioè… serve, però che te ne fai se non c’è lavoro?».
F. non pensa di tornare in Tunisia: per quanto lo riguarda, «sono qui da tanto tempo, non ho più nemmeno i miei amici là… ti ho detto che ho sbagliato a mandare via mia moglie e i miei figli. Quest’anno, vediamo… se riesco a trovare qualcosa, li faccio venire di nuovo».
Non desidera per i suoi figli un futuro da marinai: «il lavoro del mare, ti brucia il sangue… la marineria di Mazara vive col sangue e col pesce dei tunisini».
L’allusione è alla pratica, abbastanza diffusa da quanto abbiamo avuto modo di capire parlando anche con altri testimoni, di pescare “in zona”, cioè nelle acque territoriali tunisine o libiche, alla ricerca di maggiori quantità di pesce.
Anche in questo caso, non c’è reciprocità: «nessun italiano ti ringrazia, quando peschi e rubi il pesce agli arabi…».
Per F., ai figli d’immigrati nati in Italia andrebbe data subito la cittadinanza.
Perché così sarebbero più tranquilli, sereni, potrebbero progettare senza sentirsi precari e discriminati il proprio futuro in Italia: «il bambino che nasce qui, cresce qui, che colpa ha se qualcuno che ruba è tunisino? Lui pure è tunisino, ma che c’entra? Se avesse la cittadinanza, sarebbe più sicuro, e anche gli altri ragazzi magari avrebbero meno paura di stare con lui».

La seconda tipologia dei movimenti migratori d’entrata a Mazara del Vallo presenta numerose sfaccettature e, per la sua componente irregolare, non è possibile quantificarne l’entità, come è invece possibile fare per quanto riguarda i ricongiungimenti familiari.
Si tratta degli “approdi terrestri” di quei tunisini, più spesso giovani (quelli da noi intervistati hanno un’età compresa tra i diciotto e i trentasei anni) che, dopo alcuni mesi o anni di permanenza “al nord”, decidono di tornare (in alcuni casi, di venire per la prima volta) a Mazara del Vallo.
Per i giovani che qui hanno la moglie, oppure padre, madre e fratelli, tale ritorno è un ritorno in famiglia, ma è comunque connotato e descritto come provvisorio, motivato dal bisogno, dalla mancanza di alternative praticabili.
Citiamo ad esempio alcune storie, che si aggiungono a quelle summenzionate di M. e G.
Ra. ha 19 anni, è il secondo di quattro fratelli, due maschi e due femmine.
Suo padre è in Italia da ventisette anni e fa il marinaio. Il fratello di Ra. ha 17 anni, e si è imbarcato quest’anno assieme al padre sulla stessa nave.
Ra. è nato in Italia, ha fatto qui la scuola materna dopodiché è emigrato in Tunisia assieme alla madre e ai suoi fratelli, effettuando la regolare cancellazione anagrafica.
E’ rimasto in Tunisia fino a sedici anni, poi è tornato a Mazara del Vallo.
Ra. vuole andarsene di casa, perché a Mazara del Vallo non vede prospettive: ha lavorato per due anni come cameriere in una pizzeria, aveva un contratto a tempo indeterminato, 700 euro al mese.
«La prima cosa che ho fatto, mi sono fatto fare un prestito da una finanziaria, senza dire niente a mio padre: credimi, per me era la prima volta che guadagnavo dei soldi, non mi sembrava vero. Tu senti la pubblicità: ‘prestiti fino a cinquemila euro, seimila euro, senza spese’: ho comprato dei vestiti per me, e poi una borsa per mia madre,
regali per le mie sorelle, per gli amici in Tunisia…» .
A febbraio di quest’anno (2007) lo zio di Ra., che vive e lavora ad Ancona, ha proposto al padre di Ra. di mandare suo figlio ad Ancona, per lavorare con lui come cameriere d’albergo: «la paga era migliore, 1.200 euro al mese, il lavoro lo stesso…».
Ra., su pressione del genitore, parte assieme al fratello minore, senza neanche avvisare il suo datore di lavoro mazarese.
Ad Ancona resta tre mesi soltanto, ma sono «i più belli in vent’anni».
Torna a Mazara del Vallo a giugno, scaduto il suo contratto di lavoro a tempo determinato e dopo aver litigato con alcuni colleghi, circostanze che gli hanno impedito di prolungare la sua permanenza nelle Marche.
Consegna parte di quanto ha guadagnato al padre, il resto lo tiene per lui.
Durante l’estate, trascorre 15 giorni in Tunisia: cambia in banca i suoi risparmi (un euro vale quasi due dinari) e li spende per i suoi 15 giorni di gloria al paese.
«Lasciavo mance di otto dinar al cameriere del caffè: otto dinar sono la giornata di un muratore, diciotto li guadagna il capo-cantiere! Non ti dico come mi trattavano… E poi: donne, divertimento…».
Tornato a Mazara, però, il proprietario della pizzeria presso la quale aveva lavorato non lo riassume: «ha ragione… sono partito senza dire niente, per accontentare mio padre… qua, se lasci, è difficile poi trovare di nuovo».
A Mazara, Ra. si annoia, e dice di non avere amici: «quando lavoravo, e avevo soldi, allora tutti amici, e io a tutti ho prestato soldi… adesso, invece, nessuno viene a chiedere come stai…».
Inoltre, si sente sminuito nei confronti del fratello minore che lavora: «e come, mio fratello che è più piccolo già lavora, a mare col sangue alle mani, e io sto qua a non fare niente tutto il giorno?».
Il suo progetto, provvisorio, è di imbarcarsi, fare qualche mese a mare in modo da avere un minimo di capitale con cui poter ripartire, ritentare la fortuna “al nord”, anche se non può più tornare ad Ancona e non ha contatti in altre città d’Italia.
«Ad Ancona è bello, ci sono solo italiani, i turisti, non è come qui. Qui, alla marina, è un’altra Tunisia: ti giri e saluti in arabo un tunisino, ti rigiri e ne saluti un altro… se non era per le targhe delle macchine, è come la Tunisia, come Mahdia».
Ma è una Mahdia minore: «Mahdia è molto più bella di Mazara: ci sono gli alberghi a cinque stelle, i turisti, 10.000 volte meglio di Mazara…», specialmente quando Mahdia, nella memoria, sono i quindici giorni trascorsi d’estate.
G. invece ha 36 anni, da pochi mesi è clandestino a Mazara del Vallo.
Non è sposato, senza figli.
In Tunisia racconta che possedeva un Taxi-phone: «cinquantamila euro mi c’erano voluti per aprire… sono fallito. Perché? Perché ho buttato via i soldi… donne, macchine, fumo, ho perso tutto. Sai che vuol dire? Ricominciare da zero».
Da ragazzo G. ha fatto la scuola alberghiera a Tunisi, ma è originario di Sousse.
E’ emigrato prima in Germania, dove c’era già sua sorella: ha lavorato lì qualche mese, poi è venuto in Italia.
Ha vissuto clandestinamente a Roma per quattro anni: il suo permesso è scaduto poco dopo essere giunto in Italia.
Ha lavorato a nero come cameriere, ha imparato a Roma a fare il muratore, “specializzato in intonaco e stucchi”.
A Roma aveva casa in affitto, pagava 550 euro al mese guadagnandone 1.300, 1.400.
Pochi mesi fa, tuttavia, «dopo la storia e il problema dei rumeni», non è più riuscito, senza documenti, a trovare lavoro.
«Io giravo, giravo tutti i cantieri, tutti i posti, pizzerie, ristoranti: ‘hai i documenti?’ ‘No’. ‘Mi spiace, non possiamo, arrivederci’. Perché col problema dei rumeni, ora, hanno fatto un sacco di controlli, c’è un sacco di polizia che gira. Sono stato cinque mesi disoccupato, non potevo più pagare l’affitto… allora sono venuto qua».
E qua, a Mazara del Vallo, lavora a nero come muratore, senza documenti, proprio lo stesso lavoro che faceva a Roma: guadagna di meno, ma anche l’affitto costa di meno.
Gli domando: «Ma qui la polizia non controlla?».
G.: «Non è che non controlla… è che se ti trovano senza documento, però tu risulti pulito, che non hai commesso reati, allora ti lasciano in pace».
«Aspetto una sanatoria, per andare di nuovo al Nord. Adesso è più di quattro anni che non la fanno, vero? Io non capisco perché, anziché fare venire ogni anno nuovi immigrati con le quote, 100.000, 160.000, non regolarizzano quelli che qua già ci sono, e che lavorano».
A proposito di politica: «i tunisini non si uniscono, è vero, il problema è questo… i sindacati ci sono, ma uno ci va solo quando ha un bisogno: la domandina, la malattia, per il resto… ognuno tira per sé».
H. invece ha 28 anni, clandestino a Mazara da tre.
Vive in una stanza in campagna, all’interno di un casolare abbandonato: non lavora, a parte qualche giornata per raccogliere le olive.
E’ tornato a Mazara del Vallo tre anni fa da Verona: là, per pochi mesi, era riuscito a trovare lavoro, poi, scaduto il contratto, è rientrato a Mazara, dove vive una sorella di sua madre.
Gli chiedo perché non tornare in Tunisia, piuttosto che fare la fame a Mazara del Vallo.
«Io non posso tornare in Tunisia, perché io qui tre anni clandestino: se io torno, mi arrestano.
Un mese di carcere, non è molto… però c’è anche una multa, e io non ho i soldi per pagare».
Ab. ha invece 30 anni: celibe, clandestino da pochi mesi a Mazara del Vallo, fa il muratore a nero.
Perché è qui?
Prima ha lavorato ad Ancona, finito lì il lavoro regolare, è partito per Mazara del Vallo: «io voglio lavorare. So lavorare. Ma loro mi dice: ‘hai documento? No? Allora niente lavoro, arrivederci’. Ma io so lavorare. Che deve fare per mangiare, se loro non mi danno il documento e non posso lavorare, devo andare a rubare, a spacciare? Io sono venuto qui per buscare un pezzo di pane. Perché non regolarizzano gli stranieri che già ci sono in Italia, invece di farne venire nuovi?».
Ab. aspetta il rientro delle barche per Natale, spera di riuscire a guadagnare qualche cosa con la riverniciatura, e poi tentare di nuovo “al nord”.
M. ha 20 anni, è arrivato clandestino a Lampedusa 3 anni fa.
E’ stato trasferito al CPT di Crotone, «dopo che mi hanno preso le impronte».
Dal CPT è scappato, ha preso il treno per venire a Mazara del Vallo «dove sapevo che c’era uno del mio paese», ma a Messina la polizia lo ha fermato e gli ha notificato un provvedimento d’espulsione.
M. ha deciso allora di invertire la direzione del suo viaggio: ha preso un altro treno, ed è andato a Roma: a Roma è riuscito ad ottenere un contratto di lavoro in un cantiere edile.
E’ tornato in Tunisia, ed è rientrato in Italia con regolare visto sul passaporto.
Ma a causa del precedente provvedimento d’espulsione, non ha avuto modo di sanare la propria posizione e ottenere il permesso di soggiorno, pur avendo un regolare contratto: a Roma, scaduto il suo contratto, non poteva più lavorare, e allora ha deciso di venire a Mazara, dove vive in affitto con altri due ragazzi, come lui originari di Mahdia.
A Mazara del Vallo lavora in nero, in campagna, 25 euro al giorno per nove ore di lavoro, oppure nei cantieri navali: «aggiusto i motori delle barche».
Per avere il contratto di lavoro a Roma, ha pagato quasi seimila euro, per il visto in Tunisia circa 200.
Si è rivolto ad un avvocato romano, ritenendo di aver subito un abuso.
L’avvocato gli consiglia di aspettare: e M. aspetta, aspetta una sanatoria per partire ancora una volta.

Le storie citate, il cui elenco potrebbe prolungarsi, permettono di cogliere alcuni dei caratteri peculiari del panorama migratorio di Mazara del Vallo.
Innanzitutto, la sua marginalità.
Mazara del Vallo è porto di mare e “porto di terra”, nel senso che la città siciliana mostra certe  condizioni atte ad “accogliere” (provvisoriamente), da altre regioni d’Italia, chi non ha più i documenti in regola, chi non ha più un regolare contratto di lavoro, irregolari e clandestini che qui trovano un ambiente-rifugio: il costo contenuto della vita, il basso prezzo degli affitti, la possibilità di trovare lavori irregolari e, implicitamente, la maggiore tolleranza della polizia nei confronti di certe tipologie di illecito, unitamente alla presenza di un cospicuo numero di connazionali, quando non dei parenti più stretti, contribuiscono a fare di Mazara del Vallo un margine, tra la “regolarità” della legge italiana difficile da soddisfare, e l’impossibilità di fare ritorno in Tunisia, per ragioni legali e non.
Emigrare ancora, verso “il nord” o all’estero, è una prospettiva che costituisce il polo delle aspirazioni comuni.
Il pendolarismo con la Tunisia, esperito durante l’infanzia e l’adolescenza da molti dei ragazzi intervistati, si rigenera in Italia, tra il presente a Mazara e un altrove che si spera migliore, un altrove d’altra parte che è già stato sperimentato ma non esaurito, e ha condotto, di nuovo e provvisoriamente, elasticamente, a Mazara del Vallo.
Questa interpretazione risulta condivisa dagli stessi migranti: M. (vedi paragrafo precedente) afferma in proposito: «tornano qui quando al Nord fa freddo, e non c’è più lavoro.
Perché qui un amico, un piatto di pasta, una coperta, una casa abbandonata dove dormire la trovano. Quelli che hanno la famiglia, il padre che lavora a mare, tornano in famiglia… tu devi capire una cosa: la psicologia dell’emigrante. Per chi parte e riesce a venire in Italia, il primo impatto è una grande delusione. La vita che facciamo qui, il lavoro che non si trova… una grande delusione. E devi capire anche un’altra cosa: tutti quelli che partono per l’Europa, partono con la speranza di farsi la casa in Tunisia, di tornare prima o poi con la macchina e i soldi. Quando l’Europa delude, tornare in Tunisia è escluso: perché per partire, hanno impegnato la terra, hanno venduto la casa, il padre ha fatto i debiti. Tornare senza niente in mano sarebbe la fine. E allora, quando il nord delude, quando anche il nord delude perché il lavoro finisce, l’affitto costa caro e sei da solo, torni a Mazara del Vallo… Tornare qui è come tornare in Tunisia, ma non al paese: la differenza è che non ti vedono quelli del paese. Tutti considerano Mazara una parentesi, un posto di transizione. Io, se non ci fossero i miei figli che studiano qua, me ne sarei andato da un pezzo…».
La famiglia, per chi a Mazara può contare su una struttura sociale di questo tipo, ma più in generale i legami di parentela, anche trans-locali come mostra il caso (non isolato) di Ra., configurano la rete principale all’interno della quale può realizzarsi l’ “inserimento sociale” degli immigrati tunisini di seconda generazione.
Non sempre la famiglia ritiene opportuno investire nella formazione scolastica, preferendo piuttosto, specie per i figli maschi, l’avviamento al lavoro, la trasmissione del mestiere di padre in figlio.
La scelta in questo senso si spiega in parte con le difficoltà materiali che la famiglia deve affrontare in emigrazione, ma trova anche una motivazione più immediatamente sociale, culturale, che non è determinata solo dal contesto d’emigrazione, dal progetto migratorio, ma che si ritrova nel retroterra “tradizionale” dei migranti e che anzi, in alcuni casi, può rappresentare uno stimolo a tentare l’impresa stessa d’emigrare.
Il senso di responsabilità nei confronti della famiglia, per i genitori, per «quando mio padre non lavorerà più», è una delle componenti che spingono molti giovani, ragazzini di quindici anni come U. ad esempio, a dichiarare: «io vado a scuola, perché sennò qua divento clandestino… però, appena prendo il permesso a tempo indeterminato [la carta di soggiorno], non ci vado più, mi annoia…  prima o poi mio padre si stancherà di lavorare: e io, appena faccio diciotto anni, voglio partire… come mio fratello [il maggiore della famiglia]… me ne vado in Germania a lavorare, c’è mio zio che sta lì ed è sposato con una tedesca, mio fratello adesso lavora con lui in Germania».
Un’altra componente, fortemente sentita dai giovani intervistati che già hanno compiuto i diciotto anni, con famiglia o emigrati da soli, è costituita poi dalle aspettative che la società d’origine più in generale ritiene opportuno e giudica meritevole siano soddisfatte da un giovane uomo della loro età.  Il quadro nelle sue linee fondamentali può essere ricostruito attraverso le parole di Am.
Am. ha diciotto anni, è nato a Mazara del Vallo e possiede la cittadinanza italiana.
Ha due sorelle, una sposata a Rimini con un tunisino che fa il marittimo, l’altra sposata con un tunisino a Mahdia. La famiglia di Am. è originaria di Mahdia.
Am. ha fatto le elementari a Mazara, le medie a Mahdia, e ha poi frequentato il primo anno all’Istituto d’Arte di Mazara.
Si è iscritto all’Istituto d’Arte perché «avevo bisogno del certificato di frequenza per prendere la cittadinanza».
A Mazara del Vallo ha lavorato: in un autolavaggio, come muratore, pittore, lavapiatti.
Sempre a nero, non ha mai avuto un contratto regolare.
Suo padre è marinaio, Am. ha il libretto di navigazione ma non ha mai lavorato a mare perché non ha trovato disponibilità: «vogliono gente esperta, a me mi dicono: ‘hai già lavorato a mare? No? Mi spiace, arrivederci».
«Ho la cittadinanza italiana e sono in mezzo a una strada. Non è cambiato niente, con o senza la cittadinanza, non trovo da lavorare. Dopo Natale, vedo se riesco a fare un po’ di piccioli, dipingere le barche… e poi me ne vado a Rimini da mio cognato».
Am. ha già lavorato a Rimini, per qualche mese, come cameriere in un ristorante.
E’ a Mazara del Vallo  da settembre 2007 «senza fare niente, né studio né lavoro».
Durante l’estate è tornato a Mahdia: «in Tunisia ho deciso che non ci voglio tornare per tre o quattro anni. Torno solo quando faccio i soldi. Lì, a vent’anni, l’uomo deve avere la macchina, bei vestiti, dev’essere sposato… altrimenti lo considerano un fallito».
Chiedo ad Am. se a Mahdia sono molti quelli che vogliono venire in Italia, a Mazara.
«Tanti. E se gli dico che qui facciamo schifo, mi dicono che sparo m..chiate».
Nella stessa situazione si trova il suo amico K.: 18 anni, cittadino italiano, padre marinaio, pensa di partire per Rimini dopo Natale, assieme ad Am., il quale mi dice che come loro ce ne sono tanti, ragazzi della loro stessa età che a Mazara non lavorano e non studiano.
«Lo vedi quello? [mi indica un ragazzo di fronte a noi] Quello è qua clandestino da quattro anni; non lavora, ma spaccia di tutto: fumo, erba, cocaina, roba. Vive con altri quattro in affitto».
Chiedo ad Am. perché non si mette anche lui a spacciare: «non spaccio perché non posso rischiare la mia libertà… qui c’è gente che è clandestino da dieci anni, dodici anni anche… ognuno pensa a sé stesso. Se non hai soldi, nessuno ti aiuta, nessuno ti presta… Dei miei genitori, non dico nulla. Mi hanno dato da vivere, una casa fino a vent’anni, mi danno da mangiare e da dormire, adesso tocca a me».
L’idea che un uomo, a diciotto anni compiuti, debba darsi da fare e rimboccarsi le maniche, per sé e per aiutare la famiglia, secondo Ab., 51 anni, padre del diciannovenne Ra. (vedi sopra), trova fondamento nello stesso Corano: «Vedi, questo è al-Corano: moglie e figlia, tu non devi fare mancare loro nénti; se soldi non li hai, li devi trovare. Questa è la nostra legge… io voglio che mia moglie e mia figlia sono come diamanti, e non faccio mancare loro nénti, nénti… I figli, invece [i maschi]… fatto diciotto anni, vai! Vai, testa di c..zo! Fatti la tua vita! Fatto crescere fino a diciotto anni: cosa vuoi di più!».
Non tutti gli intervistati condividono comunque questo parere: M. e F., ad esempio (vedi sopra), affermano che, a loro giudizio, i padri di famiglia tunisini che fanno i marinai a Mazara del Vallo sono uniti nel non volere che i loro figli debbano patire le stesse privazioni, fare la stessa vita sacrificata ed alienante del marinaio.
M. poi non crede che i giovani nutrano sinceramente il desiderio di contribuire col proprio lavoro al benessere della famiglia: «non è vero… i giovani che dici tu, non hanno né principi, né programmi… sono senza identità!».
La volontà dei diretti interessati, cioè dei giovani, deve tuttavia costituirsi, al pari della propria identità in formazione, all’interno di un contesto che essi non giudicano affatto propizio al soddisfacimento di aspirazioni di vita e di lavoro “migliori”: un provvedimento come la Bossi-Fini, ad esempio, viene considerato da A., studente universitario, «un fallimento totale. L’intenzione era di limitare, invece si è ingrandita l’area dell’irregolarità».
Lui e altri due suoi amici presenti alla discussione, iscritti come A. all’Università di Palermo, lavorano nei cantieri navali e come muratori.
Tutti e tre affermano d’usare l’iscrizione all’università per coprire i “buchi” d’irregolarità che si aprirebbero allo scadere del contratto di lavoro regolare (quando c’è), o quando lavorano a nero.
A. è nato a Mazara del Vallo, ma è rientrato in Tunisia dopo aver frequentato le scuole elementari. Non possiede la cittadinanza italiana, ha fatto le scuole superiori a Tunisi e, prima della Bossi-Fini, veniva in Italia pendolarmente, a trovare il padre pescatore, per lavorare come stagionale.
Solo in seguito alla Bossi-Fini si è trasferito in Italia e si è iscritto all’Università.
«Una legge come questa, avrebbero prima dovuto creare il terreno adatto: perché richiedendo la residenza effettiva per poter dare il permesso di soggiorno, tra il 2002 e il 2004 moltissime famiglie hanno fatto venire a Mazara i figli, già adolescenti, con la paura che altrimenti la famiglia restava spezzata. Tutti questi ragazzi, l’italiano non lo conoscono, il Comune non ha attivato mai nessun corso; se lavoro non ce n’è, o è a nero, che devono fare a Mazara, senza documenti? Per studiare, ci vogliono soldi… e non tutti hanno la possibilità di pagarsi gli studi».

 

CONCLUSIONI

«Tornare al paese… ogni migrante parte col sogno di fare un ritorno trionfale al paese. Chi torna, magari sta due giorni, e in quei due giorni spende tutti i risparmi, per fare bella figura…E’ una specie di malattia, un inganno collettivo che è comune a tutti gli emigranti […] Questi ragazzi che tornano e fanno la bella vita per pochi giorni, sono una catastrofe per i coetanei che sono ancora
in Tunisia coi libri sotto braccio. Pensano: ‘ma chi me lo fa fare di continuare a studiare? Vado in Europa, a fare fortuna…’ ma è una fortuna che non c’è, cercano una fortuna che non c’è […] le fabbriche straniere che vengono in Tunisia, credi che vengano per altruismo, per dare lavoro ai tunisini? No! Vengono perché, con le esenzioni delle tasse, coi salari bassi e senza contributi, fanno il conto che dieci operaie tunisine gli costano come una sola in Europa […] Tornare al paese… se hai avviato un’attività, se sei riuscito a far qualcosa, almeno una casa, allora puoi provare. Ma se non ti è rimasto niente, come fai? Là, la fame è fame… L’Europa ha almeno questo di buono… nel senso, qui non siamo in Francia, ma almeno l’assistenza sociale, la cassa marittima… qualche cosa c’è. E’ meno peggio che al paese!».
Desideriamo concludere questa parte dell’ inchiesta con le parole lucide e amare di M.
Nel loro disincanto è possibile scorgere la difficile situazione degli immigrati tunisini a Mazara del Vallo, tra “prime generazioni” che ancora sognano di tornare al paese ma continuano a posticipare il rientro, e giovani “seconde generazioni” che, nella rappresentazione degli stessi migranti che le hanno precedute, sarebbero ingannate da falso benessere, e di fatto una volta in Italia imparano presto a conoscere la dimensione delle proprie illusioni,  sognando “il nord” e chiedendo nuove sanatorie.
Alle parole di M., immigrato tunisino di prima generazione, vogliamo aggiungere quelle di Ra., 19 anni, migrante di seconda generazione, e quelle di R., 14 anni, entrambi figli di marinai d’origine tunisina emigrati a Mazara del Vallo più di vent’anni fa:
Ra: «Sai cosa fa mio zio? Quando entrano le barche a la Goulette, che pigliano i tonni… io ho visto tonni lunghi come me! Mio zio allora, quando tornano queste barche e sbarcano i tonni, qualcuno cade di nuovo in acqua. E non è che la gente, i marinai, vanno a pigliarli. Mio zio invece, la mattina, passa e vede: due sono caduti qua, tre di là, altri due di qua. Si mette la maschera, e solo con la maschera, senza niente, si tuffa… sta sotto 10 minuti, 15 minuti, e poi risale col tonno. Poi, quando ne piglia una decina, li va’ a vendere. Oppure lo chiamano, gli danno 20,30,40 dinar… lui si tuffa e riporta su i tonni. Avi le orecchie tutte spaccate, perché si tuffa senza niente, 10, 20 metri di profondità, pare nu pisci, l’ho visto con i miei occhi! […] Il mio sogno adesso è questo: fare un po’ di soldi in Italia, e poi, tornare in Tunisia e mettere una società con altri due o tre [una società di pesca, diventare armatore]. In Tunisia tanto ci devi tornare: da vivo o da morto, sempre devi tornare al tuo paese».
R: «Io a Tunisi non conosco nessuno… vado sempre da mia cugina […] vado sempre da lei a giocare là… e ho conosciuto degli amici che vengono da Reggio Calabria […] Quando vado in estate là, vorrei vedere la mia famiglia, però quando arriva il primo giorno, allora… resto con loro una settimana, una settimana  massimo… e poi me ne voglio ritornare qua. Mi annoia, non mi piace più… e me ne voglio tornare qua. Quando sono a Mazara mi piace Tunisi, quando sono a Tunisi mi piace Mazara […] Questa è la nostra vita… giocare e studiare e basta…. Dopo certo che ci mettiamo a lavorare […] A me piace la matematica e il disegno: dopo la scuola media, voglio fare l’ Istituto d’arte… voglio fare l’architetto».
Crediamo che questi tre frammenti di colloquio, voce diretta di un migrante di prima generazione e di due giovani migranti d’origine tunisina di seconda generazione, più che molte pagine d’analisi, possano riuscire a dare il senso della complessità e della varietà di situazioni interne al panorama migratorio in evoluzione a Mazara del Vallo.
M. sogna oggi di riuscire a dare un titolo di studio ai suoi figli: fosse per lui, dice, sarebbe tornato in Tunisia già da un pezzo.
Ra. non va a scuola, non ci andava neanche in Tunisia, prima d’arrivare a Mazara del Vallo ormai quattro anni fa: il suo obbiettivo è trovare lavoro al più presto, massimizzare l’esperienza migratoria e tornare al paese per “mettere una società”.
R. va a scuola, frequenta la seconda media: è uno dei pochi fortunati a beneficiare dei percorsi d’inserimento e integrazione attivati dalla Caritas a Mazara del Vallo, e non sembra avere l’intenzione di tornare, presto o tardi, a Mahdia.
Sogna un futuro da professionista in Italia.
Se il sogno di R., e dei giovani stranieri come lui nati in Italia che non vogliono essere solo braccia, riuscirà ad avverarsi, allora alla parola “integrazione” sarà forse possibile dare, progressivamente, un significato meno ipocrita dell’ attuale.
Creare le condizioni per “integrare” appartenenze culturali altre all’interno della società italiana, evitando di cedere alla paura e a visioni troppo statiche dell’identità, costituisce a mio parere un esercizio di libertà, personale e collettiva, che impegna ciascuno di noi in quanto cittadini.
Una normativa come la Turco-Napolitano, che non ha portato a compimento né una riforma del diritto d’asilo, né una nuova, a mio giudizio necessaria legge sulla cittadinanza, e una legge come la Bossi-Fini, sostanzialmente un giro di tutte le viti della Turco-Napolitano, al di là dei provvedimenti di sanatoria annessi, non hanno creato queste condizioni.
In particolare la Bossi-Fini, con l’abolizione della Commissione per le politiche d’integrazione degli immigrati introdotta dalla Turco-Napolitano, e la soppressione del Fondo per le politiche dell’immigrazione, ha intrapreso una strada che, a mio parere, vorrebbe condurre all’ attuazione del “modello” dell’ esclusione differenziale in materia di trattamento degli stranieri in Italia7.
Un “modello” che sembra trovare oggi, a Mazara del Vallo, parziale e ingiusta realizzazione. L’esclusione dei migranti dalla partecipazione alla vita pubblica perché privi, in quanto non-cittadini, del diritto di voto, a livello delle istituzioni locali, sembra trovare, a livello sociale, un parallelo nel punto di vista di molti autoctoni a riguardo degli immigrati che vivono da decenni ormai nella loro stessa città.
Le posizioni raccolte variano da quella dell’anziano V.A., che afferma una possibilità d’integrazione su tale base: “ i nordafricani in fondo sono di razza bianca”; a quella di E. (vedi  paragrafo 1): “gli arabi li conosco […] ma di loro non ti puoi fidare […] qui siamo cristiani, devono rispettare la nostra religione”; a quella di B., impiegata comunale, che desidera metterci in guardia: “non creda, sa… non creda: sa qual è la prima cosa che domandano quando prendono la cittadinanza [soggetto: i tunisini]? ‘E quando sono i concorsi al Comune?’”.
Non sono dunque solo i marinai (o ex marinai) autoctoni a temere l’ “ascesa sociale” dei colleghi tunisini, attribuendogli già oggi un presunto ruolo «di comando» a bordo dei pescherecci.
Mantenere un “confine etnico”8 significa anche difendere i propri privilegi di status, che danno accesso a professioni meglio remunerate e meno alienanti del lavoro del mare.
La crescita delle attuali seconde generazioni tunisine a Mazara del Vallo probabilmente porterà significativi cambiamenti in futuro, ma lo scenario che attualmente è possibile intuire è il profilarsi di nuove emigrazioni, da Mazara del Vallo verso “il nord”, almeno a livello di progetto da parte degli attuali giovani migranti di seconda generazione.
L’arrivo, la permanenza e l’aumento del numero di “extracomunitari” a Mazara del Vallo, infatti, sembrano trovare la loro unica giustificazione in un vuoto-da-colmare, nella carenza crescente di «manodopera» locale, nella progressiva indisponibilità, da parte soprattutto dei figli dei marittimi italiani, a proseguire l’attività paterna, a causa di aspettative di vita e di lavoro “migliori”, sorte a seguito della scolarizzazione.
L’ anzianità della migrazione delle prime generazioni di “lavoratori extracomunitari” a Mazara del Vallo si lega così alla sua “utilità”: una presenza straniera aumentata col tempo, che sarebbe sostanzialmente non conflittuale rispetto all’insieme dei lavoratori autoctoni; una presenza non conflittuale perché funzionale a svolgere un’attività sacrificata e usurante, progressivamente abbandonata dalle nuove generazioni autoctone.
Gli stranieri, e in particolare i tunisini, a Mazara del Vallo sarebbero perciò (in virtù dell’utilità delle loro braccia) «ben integrati».
Tutto ciò fa sorgere, tuttavia, il seguente problema: ma se la condizione che ha reso possibile l’ “integrazione” delle prime generazioni di lavoratori extracomunitari (in particolare tunisini), a Mazara del Vallo, è stata la loro disponibilità a lavorare a mare quando i figli dei mazaresi, scolarizzati, «a mare non volevano andarci più», che possibilità hanno le attuali, giovani seconde generazioni di “immigrati” a Mazara del Vallo in corso di scolarizzazione (in prevalenza ragazzini e ragazzine che frequentano la scuola media inferiore) di realizzare a propria volta un’ “integrazione” che non sia la prosecuzione dell’attività sacrificata ed usurante che i loro padri svolgono attualmente, e che
i loro coetanei d’origine italiana non sembrano più disposti a svolgere?
Le seconde generazioni migranti a Mazara del Vallo non hanno infatti un vuoto-da-riempire a disposizione che non sia quello attualmente occupato dai loro padri, i quali a loro volta si dicono per lo più uniti nel non volere che i propri figli debbano seguirne a mare le orme.
Alla luce di tutto ciò, appaiono maggiormente comprensibili le ragioni che portano molti giovani di seconda generazione a progettare d’emigrare ancora, da Mazara del Vallo verso “il nord”, oppure all’estero (vedi paragrafo 3).
Ci riserviamo di approfondire queste tematiche in soggiorni sul posto e studi ulteriori, a partire da una descrizione del processo lavorativo, delle modalità di ricambio generazionale e della collocazione del settore produttivo marittimo mazarese rispetto al mercato.

 

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1. Confrontare ad esempio: Hannachi K., Gli immigrati tunisini a Mazara del Vallo. Inserimento o integrazione, Centro Ricerche Economiche e Sociali per il Meridione (CRESM Editore), Gibellina (Tp), 1998; Sbraccia A., Saitta P., Lavoro, identità e segregazione dei tunisini a Mazara del Vallo, occasional paper, Roma, 2003; Maniscalco R. S., L’immigrazione araba a Mazara del Vallo in una prospettiva europea, Capponi, Firenze, 2004.

2. R. e U., vedi pag. 5 e successive.

3. Cioè M. e Ab., vedi pag. 9, pag. 23 e successive.

4. Intervista al direttore della Cassa Marittima di Mazara del Vallo, in data 10/12/2007.

5. Intervista a R. e U. del 24/11/2007.

6. Intervista a J. del 26/11/2007.

7. Per una discussione approfondita dei diversi “modelli” d’integrazione (assimilativo, utilitaristico, multiculturalistico) in relazione alla tematica diritti, si veda Castles S., Davidson A., Citizenship and Migration. Globalization and the Politics of Belonging, Macmillan Press, Basingstoke, 2000.

8. Uso l’espressione in senso “tecnico”: il riferimento è al saggio dell’antropologo norvegese Fredrik Barth, “I gruppi etnici e i loro confini” (ed. originale 1969), in Maher V. (a cura di) Questioni di etnicità, Rosenberg & Sellier, Torino, 1994.

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