Un «filo» tra Milano e Cologno Monzese: Franco Fortini e gli “intellettuali periferici”

quel filo che più
non brilla e che fu
tuo, mio
(F. Fortini, Poesie inedite)


Nel 1991 avevo progettato uno studio ampio su Fortini e la sua opera. Gli trovai anche un titolo che chiariva il senso dalla mia riflessione, Nei dintorni di Franco Fortini1. Per molti anni però, intervenendo cambiamenti che mi hanno distratto o hanno imposto continue correzioni alla ricerca, sono riuscito ad accumulare soltanto moltissimi appunti. Pur con residue esitazioni, mi decido ora a pubblicare questa riflessione sul mio rapporto (immaginario/reale) con Fortini, partendo esclusivamente da vari documenti quasi tutti inediti e riferibili agli incontri che ebbi con lui nell’ultimo quindicennio della sua vita.
Rispetto ai carteggi importanti nella sua biografia di scrittore, quello con me tratta temi e fatti rilevanti soprattutto per me e per alcuni amici, sconosciuti ai più ed esterni alla cerchia degli studiosi e dei collaboratori di Fortini, dei “periferici” appunto2.  Tuttavia, dichiarata la responsabilità tutta mia di questo resoconto biografico e storico, lo propongo, convinto che qualche storico della cultura potrà trovarne interessante proprio l’eccentricità nella vita di Fortini.
Di più: il carteggio e gli incontri tra me (e, in certi casi, i miei amici) e Fortini appartengono  a un periodo storico (1978- 1991 circa), anni che videro la definitiva sconfitta delle istanze sia “innovatrici” che “rivoluzionarie” del biennio ’68-‘69 e l’avvio del  declino inarrestabile della sinistra3  e affronta precise questioni: la solidarietà  possibile verso  un  presunto “terrorista di sinistra”; il fare rivista  o cultura  in periferia da parte di un gruppo di intellettuali massa; il valore autentico o compensatorio della poesia. I materiali che presento evitano le astrazioni dell’annoso, retorico e spesso inconcludente discorso sugli intellettuali. E spero che vengano considerati oneste testimonianze di epigoni della cultura di sinistra dell’ultimo Novecento.

 

* * *


In una parabola discendente. Cronaca di un rapporto

 

allora le nostre fragili parole
piene di un lontano sociale 
già precipitavano in minoritaria lucidità 
ma resistevano ancora, mentre precipitavano
     (E. Abate, Prof Samizdat)

Nel tumulto del 1968. Io, Fortini e gli altri

Ho visto per la prima volta Franco Fortini nel 1968 (in marzo, credo) in un capannello davanti all’Aula magna dell’Università Statale di Milano occupata da pochi giorni. Di pomeriggio c’erano stati scontri tra gli studenti e la polizia. Il gruppo commentava l’accaduto e tra loro – cosa rara in quei giorni – c’era un adulto. Delle sue parole afferrai queste: «Non bisogna strusciarsi addosso ai giovani». Mi parve una raccomandazione rivolta ad altri, ma anche a se stesso. Seppi poi che era Fortini.
Sempre alla Statale di Milano, mesi prima, nel 1967, nel bar, durante la prima veglia per il Vietnam a cui partecipavo in vita mia, attendendo il ritorno della delegazione di studenti che trattava col rettore affinché potessimo restare nell’edificio fino a mezzanotte od oltre, avevo parlottato con uno studente di filosofia, un piacentino, rimasto per me senza nome. Aveva sottobraccio, assieme ad altri libri, Verifica dei poteri; e mi consigliò di leggerlo. Ma passarono anni prima che lo facessi.
Questi due ricordi per dire che dal 1968 al 1977 all’incirca – gli «anni dei movimenti» – Fortini fu per me soltanto il nome di uno scrittore, il volto di quel signore ascoltato per pochi minuti quella sera e rivisto poi in foto – meditabondo, le spalle poggiate al muro dell’Aula magna – su un opuscolo studentesco, che avevo acquistato e ho perduto in qualche trasloco.
Era per me una delle voci del coro della sinistra (storica, nuova o “rivoluzionaria”, come allora si diceva) e durante il decennio seguente, pur leggendo suoi articoli e saggi su «Quaderni Piacentini» o su «il manifesto»4, sottolineando brani che mi colpivano e incamerando idee e stile, fui preso da altro: il movimento, la militanza, il lavoro, il completamento della tesi, la famiglia. I suoi messaggi in bottiglia restarono mescolati a quelli di tanti altri5.
Per la mia formazione meridionale6,  le interruzioni e i cambi di direzione subìti dai miei studi sia nel primo periodo giovanile che a causa del trasferimento dal Sud (Salerno) al Nord (Milano)7,  il tardivo apprendistato politico segnato prima dai contatti “carbonari” con i trotzkisti milanesi fondatori di «Avanguardia Operaia»8 e subito dopo dalla partecipazione all’occupazione della Statale, ero esterno agli ambiente milanesi frequentati da Fortini.
Di più: rivedendomi in quegli anni, penso di essere stato una sorta di Renzo Tramaglino. Capitato di botto in un tumulto popolare, mi orientai come potevo per dare senso a slogan, leader, discorsi ascoltati in assemblee e “controcorsi”, sottoponendomi a una febbrile «pratica sociale», che, nel mio caso, andava dalla stesura in tempi brevissimi della tesi di laurea, alla presenza nelle manifestazioni di piazza, alle riunioni da piccola setta del CUB SIP (ne era sorto uno proprio nell’azienda telefonica dove lavoravo ad ore); e, a Cologno Monzese, dove abitavo, alle iniziative nei quartieri, nelle scuole e davanti alle piccole fabbriche di un gruppo operai-studenti da me fondato assieme ad altri.
In quegli anni, dunque, Fortini non era per me quello che era già per quelli a lui più vicini: un maestro o un modello esemplare di «intellettuale del ‘68»9.  Non per un rifiuto preconcetto dell’autorità o di guide (in università mi ero rivolto spesso per consigli allo storico Della Peruta, col quale avevo pensato di fare la tesi sul Gramsci teorico degli intellettuali, poi abbandonata per una sui Quaderni Rossi con Franco Catalano). E nella mia lettura dei suoi scritti non mancavano impuntature antintellettualistiche, da militante di «Avanguardia Operaia», tra i cui dirigenti il gruppo del «manifesto», al quale Fortini collaborava, era oggetto di critiche sospettose. 

 

Dopo la sconfitta. «Che fare?» in periferia. Una lettera del 1978

La mia prima lettera a Fortini è del gennaio 1978. Avevo 37 anni, lui 51. Era la prima volta in vita mia che mi rivolgevo a uno scrittore noto. L’anno precedente – insegnavo allora all’ITIS di Sesto S. Giovanni – avevo letto Questioni di frontiera10, trovandovi un rafforzamento della scelta di abbandonare la militanza di partito11 per proseguirla12 con minori vincoli esterni e autocensure in campi – letteratura, poesia, scrittura, disegno- trascurati, ma mai abbandonati, nel decennio precedente. Scrivere proprio a Fortini, mandandogli quella poesia13 e ponendogli nella stessa poesia quel problema fu, dunque, per me un’azione meditata.
Negli anni successivi al 1978, dopo la sua pur pronta e incoraggiante risposta, non feci altri tentativi di avvicinarlo di persona né per chiedergli altri pareri su mie poesie o altri scritti.
Scelsi d’impegnarmi in una lettura delle opere sue che non conoscevo oppure che uscivano nel frattempo14;  nell’esplorazione del loro retroterra culturale (specie tedesco, a me poco noto) e lo seguii durante varie conferenze a Milano15 mescolato nel pubblico, mentre nel mio diario s’infittirono i richiami a lui, le citazioni, gli abbozzi di commento, l’annotazione di sogni in cui compariva il mio fantasma di lui.
A non cercarlo ancora contribuirono anche gli eventi esterni e il clima  politico drammatico  che, proprio in quel 1978, si fece tragico. La mia prima lettera a Fortini è del gennaio 1978. Due mesi dopo, a marzo, Moro fu rapito dalle «Brigate Rosse»; e l’inasprimento repressivo che seguì fu pesantissimo: rese, ad esempio, vane le intenzioni di fare rivista annunciate in quella mia lettera. Alcuni degli amici su cui contavo, infatti, entrarono nel PCI e mi ritrovai solo. Poi, dal 1980, il mio impegno
fu assorbito dal «caso» di cui ora dirò, occasione per il mio primo contatto diretto con Fortini.

 

Una sera d’ottobre del 1983 a Cologno Monzese. Il  «grido» del ’68 incarcerato.

Nell’autunno del 1983 andai, infatti, a casa di Fortini in via Legnano 28, per chiedergli di presentare con me a Cologno Monzese un libro, Le nude cose. Lettere dallo “speciale” di Piero Del Giudice16, che – mio collega di lettere all’ITIS di Sesto S. Giovanni, fondatore della CGIL Scuola, ex dirigente di Lotta Continua, animatore poi di riviste e iniziative di quell’area politica che verrà chiamata dell’«Autonomia» – era stato accusato di «partecipazione a banda armata» e dal 1980 si trovava detenuto nei «carceri speciali».  Dopo alcune domande indagatrici sul mio conto (Fortini mi spiegò poi che nei mesi o nelle settimane precedenti aveva subito una perquisizione della sua casa) rassicuratosi, accettò.
In quegli anni («di piombo», secondo un’abusata retorica), di fronte al ricomparire nei conflitti di formazioni minoritarie armate di sinistra (in Germania e in Italia in particolare), i partiti della sinistra storica e nuova negarono che il fenomeno fosse ricollegabile almeno in parte alla loro tradizione (Rivoluzione russa, Resistenza).
A Fortini mi ero rivolto, dunque, perché era tra i pochi che, pur critico del movimento del ’77, dell’Autonomia e della «falsa guerra civile»  praticata da quelle formazioni, non fletteva da rigorose posizioni di garantismo giuridico e insisteva a ricordare quanto dissennato e insidioso fosse un astratto “rifiuto della violenza” nella storia.
Il suo nome s’era affacciato anche nelle lettere che scambiavo con Del Giudice,  prima che ritrovassi un intervento proprio di Fortini in coda a Le nude cose21  o andassi in via Legnano per proporgli l’iniziativa a Cologno Monzese. Del Giudice, infatti, lo conosceva da più tempo di me, avendolo incontrato in precedenti iniziative culturali, in particolare nella Svizzera italiana. Sapevo che il loro rapporto non era stato di grande sintonia, ma in quel momento Fortini era, anche per Del Giudice, uno dei pochi intellettuali italiani a cui, sicuro di un ascolto, poteva rivolgersi.
La serata del 23 ottobre 1983 fu un fallimento: per come si svolse e per i suoi strascichi. Toccai con mano, malgrado il sostegno generoso e affettuoso venutomi dalla presenza  di Fortini all’iniziativa, l’impossibilità di occuparsi dall’esterno dei partiti e per giunta in periferia della repressione politica in atto in quegli anni.
Il clima fu catacombale. Nessuno dei dirigenti del PCI o del PSI di Cologno Monzese, che pur avevano concesso il patrocinio alla mia iniziativa, vi partecipò22. Tra la decina di presenti c’erano soprattutto parenti o amici di «extraparlamentari» in carcere arrivati da Milano. L’intenzione di far interloquire su un tema, che pungeva ciascuno in parti vitali del proprio sé politico, il “dentro” e il “fuori” dal carcere – come illudendomi scrissi nella mia introduzione –    fallì.
Malgrado la delusione, pensai di pubblicare lo stesso un quaderno-samizdat sull’incontro; ma finii per condividere le riserve  che Fortini mi ribadì, anche con ineccepibili obiezioni formali sulla qualità scadente del materiale emerso dall’incontro (Cfr. lettera del 25 aprile 1985). Il quaderno, che avrei dovuto rimaneggiare, è rimasto tra le mie carte private a ricordarmi penosamente quant’ero stato solo in quel mio tentativo. Presto lasciai cadere anche l’intenzione di prendere contatto con gli avvocati milanesi e di mettermi a studiare le carte processuali di Del Giudice, condannato in prima istanza. Il 21 gennaio 1986 egli, in base a provvedimenti giudiziari su cui non mi sono mai più informato, usciva dal carcere. Già il primo incontro con lui da “libero” mi confermò l’esaurimento del nostro difficile rapporto23.


Sì col dolce dir  m’adeschi… Due visite a Fortini nel 1985 e nel 1986

Su mia richiesta, incontrai due volte da solo Fortini nella sua casa di Via Legnano nel 1985 e 1986.
La prima volta, il 28 maggio 1985, mi accolse facendomi segno di non far rumore e di andare nell’ultima stanza in fondo al corridoio. Dapprima pensai che ci fosse qualcuno ammalato; poi capii che era a telefono. Nella stanza notai uno scaffale con l’Enciclopedia Einaudi, l’Europea della Garzanti e i quattro volumi appena usciti della Letteratura italiana di Asor Rosa.
Quando tornò da me, indossava una tuta blu. Gli feci leggere la lettera in cui Del Giudice dichiarava la sua innocenza. Borbottò qualcosa e s’informò sull’uscita della sentenza. Secondo lui in quell’occasione Del Giudice o i suoi avvocati avrebbero dovuto pubblicare un memoriale. Sarebbe servito da base per una iniziativa pubblica. Mi fece poi un lucido quadro dei rapporti di forza esistenti in quel momento tra i vari partiti, valutando le convenienze che ciascuno di essi poteva avere o meno a sollevare il problema dei detenuti politici.
Secondo lui, nei mesi precedenti l’avvio di una soluzione politica era stato interrotto da qualcosa di inspiegabile. Affacciò l’ipotesi di ordini dagli USA, collegò la posizione degli Americani al mancato o totale allineamento dell’Europa nei loro confronti e mi ricordò l’esplicita volontà di Reagan di rispondere con la rappresaglia, qualora le forze americane avessero subito degli attacchi; cosa già capitata e forse anche più spesso di quanto si sapesse, aggiunse.
A suo avviso, stavano maturando nuove scelte politiche. Considerò sia l’ipotesi di un ulteriore rafforzamento dell’ala craxiana ai danni del PCI sia quella di una nuova forma di “compromesso storico”, nel caso di un rafforzamento del PCI. E concluse che, prima della fine della legislatura con le elezioni del 1986, non c’era alcuna possibilità di intervenire sul problema dei detenuti politici, anche perché non si vedeva in giro una grande inventiva politica.
Andò poi a prendere e mi lesse, commentandolo, un documento-lettera di Toni Negri, il quale invocava iniziative da parte di «tutti gli uomini di buona volontà» per «il ritorno alla vita civile» dei rifugiati in Francia. Mi confidò che la Rossanda non voleva impegnarsi. E pure lui condivideva quel rifiuto.
A parte Negri, della cui levatura intellettuale aveva stima, si disse ostile, per motivi culturali di fondo più che immediatamente politici, agli intellettuali francesi aggregatisi attorno ai fuorusciti italiani. Li considerava dei nouveaux philosophes, degli anticomunisti, dei neosurrealisti, che si muovevano fra sociologismi e psicanalisi senza avere una visione realistica della situazione, specialmente di quella italiana.
Mi portò l’esempio del convegno tenutosi nel 1984 su Pasolini. Egli vi aveva partecipato (mi promise di darmi il suo intervento) e aveva contestato la tesi, sostenuta dai francesi, di un Pasolini unico oppositore di un regime ormai fascista. All’opposto, per lui, Pasolini negli ultimi anni della sua vita era stato pienamente accolto nel sistema, anche se aveva nemici fra i fascisti.
Rileggendomi poi la lettera di Negri, sottolineò il suo dissenso su singoli punti: l’uccisione di Greco a Trieste24  interpretata come avvertimento a quella parte della magistratura più aperta ad un ripensamento delle pesanti condizioni carcerarie degli accusati di terrorismo; l’accusa a Pertini, impuntatosi sull’incontro De Michelis-Scalzone25,  di essersi voluto far pubblicità in vista del rinnovo del mandato presidenziale; la genericità degli interlocutori  a cui Negri rivolgeva il suo appello.
Era però d’accordo sull’obiettivo indicato da Negri: creare gruppi d’opinione che agitassero il tema dell’uscita dalla legislazione speciale. E m’invitò a muovermi, raccogliendo informazioni su cosa era già stato fatto sulla questione. Io gli nominai la rivista «Antigone» che, pur da incompetente in materia giuridica, cercavo di leggere; e gli accennai l’intenzione di prendere contatto con gli avvocati milanesi di Del Giudice e di mettermi a studiare le carte processuali che lo riguardavano.
In quell’incontro mi parve che Fortini seguisse con grande realismo l’andamento della politica italiana. Mi parve pure convinto che un dibattito approfondito sul terrorismo avrebbe spaccato il PCI, che i processi contro i promotori della lotta armata erano stati condotti da giudici di parte e che, quindi, la «verità processuale» era dubbia e solo funzionale alla politica dei partiti più forti.
Più scettico rimasi di fronte al tipo di critica tutta culturale che muoveva all’«Autonomia». Non capivo perché una tradizione culturale (la futurista, la surrealista) dovessero essere  in modo lineare «brodo di cultura» di spinte inevitabilmente estremizzanti. Si poteva criticare l’Autonomia soprattutto in base alla analogia che egli vi vedeva con le avanguardie surrealiste? Davvero era una semplice riedizione di quelle?

Nella seconda visita, l’8 giugno 1986, Fortini mi raccontò di un suo viaggio a Barcellona.
Nella città aveva notato la cancellazione totale della cultura anarchica. Qua e là in varie chiese cattoliche aveva visto le lapidi con lunghi elenchi di nomi: preti e suore uccisi durante la guerra civile. Era rimasto impressionato dalla modernità della città, dalla pulizia delle strade, dai semafori sincronizzati, ma colpito soprattutto dalla vitalità degli spagnoli.
Mi disse di una serata in discoteca. In un salone di 40×60 mq. ballavano insieme coppie di giovani e coppie di vecchi (tango, charleston). L’edificio era del primo Novecento, un ex casinò, la volta putrefatta dall’umidità («ridotta a pittura di Pollock»).
A Barcellona era stato per una mostra di libri. Mi riferì del fervore con cui la Spagna, fornitrice di tutto il mercato sudamericano, si dedicava alle traduzioni. Era anche impressionato dal fatto che negli USA esistessero interi quartieri in cui si parlava spagnolo ed era facile trovare nei negozi la scritta «English spoken».
Tanto era ammirato per la dinamica produzione editoriale della Spagna e la diffusione dello spagnolo nel mondo, tanto invece era preoccupato per la sorte dell’italiano. Mi disse (io lo ignoravo e mi pare che si riferisse ai primi del Novecento) che in Argentina si era discusso seriamente se la lingua nazionale dovesse essere l’italiano. Aggiunse poi che, mentre polacchi ed ebrei avevano mantenuto delle comunità compatte, preservando le loro radici linguistiche e culturali, lo Stato italiano non aveva quasi  difeso la lingua e la cultura dei nostri migranti, perché tra loro prevalevano gli appartenenti alle classi subordinate: «è stata più espulsione che immigrazione», disse. E mi citò un verso di Barbarani26: «Maledetta Italia».
Mi riferì subito dopo che aveva partecipato a una serata sulle carceri organizzata a Milano dalla Corsia dei Servi. Apprezzava le posizioni di Maisto27 e di quanti si attenevano al principio della «certezza laica del diritto». È tipico del pensiero cattolico – commentò – convertire il reo cercando di penetrare nel suo intimo; mentre erano ammirevoli i Romani che, pur essendo stati dei «tagliagole», avevano esteso la cittadinanza a tutti i popoli sottomessi. No, «il giudice non deve trasformarsi in confessore», aggiunse. Mi parlò pure delle reazioni ostili dei «dissociati» (e delle «dissociate» in particolare) al suo tentativo, durante alcuni incontri che aveva avuto con loro nelle carceri, di riaffermare la visione marxista della violenza nella storia. Sottolineò il loro risentimento. L’avevano rimproverato: «È come se tu ci dicessi che stiamo seguendo una via sbagliata»28.
Mi parlò poi di come la Chiesa, disponendo di un’antropologia più solida di quella del marxismo volgare, si stava muovendo sulla questione dei detenuti politici in maniera abile ed intelligente, occupando gli spazi abbandonati dal pensiero laico. Gli chiesi se riteneva possibile ricostruire un’etica laica. Mi rispose che spunti per farlo potevano venire solo da una rilettura innovativa di Hobbes, di Machiavelli e anche del «De monarchia» di Dante.
Si lamentò poi del ritardo con cui era entrato nell’università e di come ne stava uscendo col minimo di pensione. A differenza della relativa omogeneità di reddito che esisteva tra gli insegnanti delle superiori, notava che nelle università gli squilibri di reddito erano forti. Aveva quasi dimenticato quanto guadagnasse un insegnante delle superiori. E glielo aveva ricordato il filosofo Costanzo Preve durante un viaggio che avevano fatto insieme. Mi parlò pure dell’adattamento all’esistente e alla macchina burocratica di quanti erano entrati nelle università attorno al 1970-’71 esprimendo una forte carica antistituzionale, smarritasi poi nell’impegno in un ambito specialistico ben delimitato.
Era molto preoccupato per il «gonfiamento del terziario» e l’ingigantirsi della «macchina della menzogna». Quanto ci sarebbe stato bisogno di anticorpi (di «commandos suicidi») specie in certi settori come la televisione e la pubblicità! E insistette sull’importanza di avere descrizioni serie dell’ambiente in cui si lavorava e di analisi anche elementari di ogni rapporto di lavoro.
Poi affrontò il tema degli intellettuali. Mi citò Ernst Bloch. Pur trovandolo confuso e dispersivo, apprezzava alcune sue potenti intuizioni sulla cultura contadina preborghese. Mi nominò vari scrittori dell’Ottocento a me poco noti. Gli chiesi poi cosa pensasse dell’ultimo Lukács, quello dell’Ontologia sociale, pubblicato in Italia proprio in quell’anno e che stavo leggendo. Non l’aveva letto, ma riteneva che fosse una lettura da fare, non liquidabile. Quanto agli intellettuali di sinistra negli Usa – mi fece l’esempio di Noam Chomsky – per lui erano degli isolati. Avevano attrezzature invidiabili per studiare, ma la separatezza dalla vita sociale era completa. E ricordò le botte dei camionisti e degli operai agli studenti che manifestavano ai tempi della guerra in Vietnam negli anni Sessanta. «Il Vietnam è sotto i nostri piedi» mi disse. Bisognava stare attenti alla situazione internazionale, ma era importante cogliere le contraddizioni esistenti qui da noi. Altrimenti si finiva per andare in villeggiatura in certi posti del Libano, anche se a pochi chilometri il macello continuava.
Mi riferì anche sulla sua partecipazione a un convegno sul romanzo a Palermo, presenti narratori sovietici e americani. Aveva conosciuto il sindaco democristiano (credo fosse Orlando). Era però rimasto scandalizzato dal costosissimo apparato organizzativo. Giudicava di una vanità insopportabile queste operazioni «tutte d’immagine»: «alle immagini bisogna sostituire gli interessi», concluse.
Gli chiesi se si aspettasse ancora terremoti sociali. No, vedeva crescere una «corporativizzazione», una «rifeudalizzazione», un «Medioevo già spinto oltremisura».  Riteneva che vi contribuisse anche la psicanalisi, ormai istituzionalizzata. E mi citò il caso di Rotelli, che a Trieste era accerchiato da una «controffensiva antibasagliana» all’insegna del «niente di sociale deve rimanere in vista». Si era rafforzato, disse, «il potere degli psichici». Altrettanto indignato era per le sovvenzioni incontrollate all’editoria dello Stato: «sono miliardi che vanno a pubblicazioni comeL’Araldo di sant’Antonio».
Poi mi disse che aveva esaminato e apprezzato i miei disegni del «Narratorio grafico» che gli avevo fatto avere in fotocopia. Mi suggerì di affiancargli «brevi frasi», che però non fossero dei titoli e di impaginare i disegni, inserendo tra l’uno e l’altro dei fogli che riproducessero pagine seriali di orari ferroviari, elenchi del telefono, regolamenti (ad es. quello dell’ATM).  Avrebbe parlato anche con degli amici per una possibile pubblicazione. Pensò dapprima ad «alfabeta». Poi si corresse: siccome i miei disegni gli sembravano «datati», riferibili agli anni Settanta, riteneva che potessero circolare meglio tra i compagni dell’area di DP della zona tra Grosseto e Piombino. E mi nominò Velio Abati, «un tuo quasi omonimo», un filosofo che si occupava di grafismi.
Per «Laboratorio Samizdat» mi disse che avrebbe letto la rivista e avrebbe deciso se collaborarvi. Vedeva positivamente queste iniziative, «se si moltiplicassero», aggiunge. E mi citò l’inserto Il piccione viaggiatore in Linea d’ombra che si muoveva in una direzione simile. Accompagnandomi alla porta, si congedò con una battuta che mi chiese di far circolare: dopo Chernobyl gli intellettuali italiani hanno discusso parecchio per l’eventuale fondazione di una «Lega dei…Timori».

 

1986: Fortini  e la rivista dei “periferici”

Soltanto nell’aprile 1986 ricominciai a fare rivista, raccogliendo attorno a me un  nuovo gruppo di giovani amici, sempre di Cologno Monzese. Mandai i primi numeri di «Laboratorio Samizdat»29 a Fortini. Per telefono ebbi i suoi complimenti per un pezzo su Chernobyl30,  la raccomandazione a mandare delle copie della rivista a Edoarda Masi e a Giulio Latini della rivista «La contraddizione», che usciva a Roma, e la promessa del suo intervento al convegno di Psichiatria democratica a Trieste31,  se lo autorizzavano; o qualcos’altro.
Durante un’altra telefonata del 20 ottobre 1986 lo incalzai: che rivista, a suo parere, si poteva tentare in quella fase?  Ci vorrebbe – mi rispose all’incirca – una rivista sul modello di «Ragionamenti», che miri ad un ripensamento di esperienze personali e a una severa «ripulitura» di quelle pubbliche, costruita con «contributi ben pensati» e con una scrittura accurata, particolarmente calibrata sui destinatari (insegnanti di scuola soprattutto). Una rivista «come tante altre», che non ribadisse la sua separatezza e non avesse mire egemoniche: uno dei tanti luoghi del ripensamento necessario. A suo parere, si era entrati in una fase di «apertura di movimento», perciò una rivista «puramente culturale» sarebbe stata indietro rispetto alla situazione.
E se dovessi farla tu? – gli chiesi ancora – che temi tratteresti? Mi rispose che avrebbe affrontato quelli «fondamentali» (di antropologia: ad es. il tema della violenza nella storia, una «teoria dell’agire storico-etico»);
e che avrebbe lavorato a una reinterpretazione degli ultimi 20-30 di storia. Si disse meno interessato ai fatti di cronaca.
Con queste premesse che mi parevano favorevoli, alcuni giorni dopo, il 24 ottobre, organizzammo un incontro della nostra redazione con lui e Edoarda Masi nella sua casa di Via Legnano.
Per l’occasione avevo preparato e lessi degli appunti-tesi, basati sull’idea della perifericità degli intellettuali. Oggi li riassumo così: 1) La rivista nasce in periferia, fatta da «intellettuali periferici», collocati in ruoli esecutivi e con compiti di trasmissione “semplificata” di informazioni e saperi; e ad essi rivolge i suoi «materiali» (come da sottotitolo); 2) ci consideriamo periferici e non emarginati o alternativi rispetto alle istituzioni culturali, che sono o ci appaiono “centrali”; riconoscendo cioè un problema: la nostra distanza sia dalle “masse” (analfabeti, lavoratori espropriati dei più elementari strumenti di conoscenza, immigrati di colore, disoccupati, carcerati, malati di mente) sia dalle istituzioni che orientano e organizzano la cultura dal “centro”; e non pretendiamo neppure di essere già “alternativi” in partenza, consapevoli che chi è dentro un sistema culturale capitalistico ne è condizionato pesantemente; 3) ci proponiamo di studiare e trasformare la nostra condizione attraverso la critica di tale sistema culturale; 4) e, per sviluppare tale critica, chiediamo la collaborazione di altri intellettuali (“centrali” o meno “periferici” di noi): per orientarci nella produzione dei mass media, confrontare le esperienze di generazioni che hanno operato in periodi storici diversi (ad es. il ’56 per te e la Masi; il ’68-’69 per noi), confrontare i  nostri saperi di partenza con i saperi più strutturati e scientifici, ai quali abbiamo insufficiente accesso. A parte ponevo la questione se avesse senso o meno fare rivista in un panorama culturale sempre più dominato da altre forme di comunicazione (audiovisive).
Fortini si dichiarò subito e inaspettatamente contrario a questa impostazione, trovandola «sociologica». Concentrarci sulla condizione periferica rischiava, secondo lui, di condannarci all’impotenza o di ingigantire una nevrotica ansia di aggiornamento. E ci propose la sua: «contare sulle proprie forze», fondarsi sui saperi storici sedimentati nella società e distinti da quello degli specialisti. Indipendentemente dall’essere in campagna, in città, in una periferia o in una metropoli, tali saperi, fondati su esperienze, persuasioni profonde e scelte morali (e non su nozioni imparate sui libri), sarebbero stati un’ottima base di partenza per la rivista, proprio perché già incamerati da molti, Non c’era, in conclusione, bisogno di distinguere tra centro  e periferia; né di saperi “esterni” da raggiungere.
Ad Edoarda Masi, invece, non parve sbagliato sostenere che noi e la maggior parte della gente fossimo in una condizione periferica. Il sapere umanistico, quello che Fortini riteneva sufficiente per conoscere ed agire nella realtà, era in effetti “periferico” rispetto a quello scientifico.
Entrambi poi insistettero sulla necessità di non trascurare Cologno (quello che “avevamo sotto i piedi”). Fortini, in particolare, c’invitò a «porre in rapporto Cologno col mondo», poiché non esisteva più un  solo problema che potesse essere affrontato senza mettersi in una prospettiva mondiale; e ritornò ancora sul problema dell’autosufficienza dei propri saperi32.
Bisogna scaldarsi – disse all’incirca – con quello che si ha. Io su molte cose preferisco essere un arretrato, un tonto, perché non posso, non ho tempo, non ho testa. È giusto che sia così, Non servono le ultime novità. Un buon manuale liceale spesso è sufficiente. In filosofia o punti sullo specialismo o punti sull’ignoranza. I due – il filosofo e il tonto – s’incontrano e vanno a passeggio conversando.
La discussione si concentrò poi sul tema di come fare rivista; e da Fortini vennero utilissimi suggerimenti: una rivista non doveva essere la vetrina dei bisogni di isolati redattori, ma raccogliere i bisogni dell’area sociale nella quale i redattori operavano; far circolare esperienze di molti e non di pochi; non competere con un tipo di rivista (solo filosofica, solo politica) già da tempo presente nel mondo culturale italiano.
Prima di pubblicare una rivista – aggiunse – dobbiamo chiederci a chi la rivolgiamo, quali siano oggi le condizioni di lettura, per quali scopi precisi la facciamo. Solo dopo si passa a stabilire cosa metterci dentro.  Inoltre una pubblicazione doveva darsi strumenti di verifica e di controllo della propria ricezione. I suoi promotori dovevano chiedersi periodicamente come rispondeva la gente ai suoi articoli.  E perciò approntare un sistema di controllo. Anche se i lettori fossero stati solo trenta, bisognava accertarsi che lo fossero realmente, che leggessero la rivista e non l’annusassero soltanto. A troppe riviste – disse – succede quello che succede ormai ai quotidiani: si cerca la via più breve, quella che porta dal titolo dell’articolo alla firma. E, dunque, non interessa nulla di cosa c’è dentro.
Misurare, dunque, il tipo di passioni che una rivista suscitava gli pareva indispensabile: Chi deve pagare una tassa – esemplificò – si sforza di capire cosa dice quel linguaggio burocratico. Allo stesso modo i lettori di una rivista devono essere gente sufficientemente motivata, che leggano «non solo per rinfocolarsi».
E poi ci  somministrò subito dopo una gragnuola di interrogativi scomodi, misti a dati di fatto amari ma incontestabili: La vostra pubblicazione ha interesse a ripercorrere la strada del «manifesto»? I possibili utilizzatori non potrebbero trovare i dati di «Laboratorio Samizdat» su altre fonti? Ci sono persone che leggono soltanto «L’Araldo di S. Antonio»; e «Rinascita» non è mai arrivata ai 9 milioni di copie raggiunti da «Famiglia cristiana». Insomma, le persone a cui ci rivolgiamo che tipo d’informazione hanno? Solo dalla Rai TV? Quale? Il contenuto della rivista rielabora una visione generale delle cose?  O dà indicazioni più specifiche? Vi dò un articolo mai pubblicato, «Interpretazione dell’intellighentia ungherese», ma a chi interessa? A quattro persone. Bisogna pensare bene qual è la domanda silenziosa dei possibili lettori.
Edoarda Masi, da parte sua, ci ricordò due modelli tipici di riviste: – quello “all’italiana”, incentrato di solito sulla trattazione di problemi teorici; – quello anglosassone, attento alle esperienze e all’analisi di situazioni e lotte specifiche.
Bastava leggere – disse – un articolo della «Montly Review» per cogliere la differenza.  E noi  dovevamo definire in quale direzione andare: o l’una o l’altra; o, magari, a seconda dei casi,  in tutte e due.
Tornai a casa un po’ frastornato e deluso. Le speranze in una collaborazione attiva da parte di Fortini e di Edoarda Masi o di trovare in loro addirittura una «guida», come qualcuno di noi ingenuamente si aspettava, non avevano avuto accoglienza. La collaborazione di entrambi si limitò poi a due contributi per il decennale della morte di Mao, che uscirono sul numero del gennaio 1987: la Masi si fece intervistare sul tema; e Fortini autocommentò la sua poesia  Editto contro i cantastorie.  Subito dopo ci fu sconcerto nella redazione e di fronte alla critica fortiniana della perifericità, con zelo eccessivo, eliminammo dal numero in preparazione il sottotitolo: «materiali di lavoro per intellettuali periferici», sostituendolo con un più generico e tradizionale «rivista politico-culturale».

 

1987- 1991: Fortini e le poesie di uno che andava «in più direzioni»

Dopo quell’incontro lo sentii ancora a telefono il 9 ottobre 1987. Avevo letto con una certa partecipazione Lenta ginestra 34 di Antonio Negri appena pubblicato, ne avevo scritto su «Laboratorio Samizdat» e inviato a Fortini il testo per un parere. Mi disse che il mio articolo sollevava «problemi enormi» e sovrapponeva però due questioni: quella dell’interpretazione scientifico-filologica delle opere di Leopardi e quella dei loro effetti politico-culturali nell’oggi. La seconda questione gli interessava meno. Aveva intenzione di rispondermi in dettaglio, ma era «in partenza per le Americhe») e per il momento mi riassunse le sue riserve.
Sulla questione del Leopardi filosofo stava più con Timpanaro che con Luporini; e non approvava la lettura di Negri, che tirava i testi di Leopardi verso un «indeterminato discorso filosofico» per lui antimarxista. Mi ribadì poi l’importanza della «distinzione dei generi»: quando si scrive un saggio filosofico – disse – ci dev’essere un uso del linguaggio diverso da quando si scrive una poesia.
Più in generale, le sue riserve riguardavano, come già sapevo, tutte le interpretazioni filosofiche di Leopardi, che non tenevano  conto a sufficienza della  sua poesia: leggono  – mi disse – L’infinito  o Il canto di un pastore come se fossero scritti filosofici e basta. Invece, in Leopardi c’era «una mimesi di natura e storia» e il testo poetico aveva una ricchezza, una polisemia, una complessità che sfuggono continuamente e non sono
riducibili al concetto.
Perciò mi consigliò una sola cosa: leggere i testi di Leopardi. Nello Zibaldone si trovava un pensiero filosofico che poteva interessare tutti. Quando quegli stessi pensieri – sulla morte o sulla natura – venivano però trasposti in poesia, c’era qualcosa in più, di più sfuggente e contraddittorio.
Era perciò errato rimproverare Leopardi – mi fece l’esempio di una poesia di Gianfranco Ciabatti – di non essere coerente fino in fondo o di non misurarsi con tutta la miseria del corpo o di non essere un «materialista totale». Perché in Leopardi poeta c’era anche la contraddizione, c’era anche «la gioia». E questa contraddizione non sminuiva affatto la sua grandezza.  Lui (Fortini) l’aveva scritto da tempo.
Vincendo le mie titubanze, il 28 dicembre 1987, sempre a telefono, gli chiesi di scrivermi una presentazione della nuova raccolta di poesie che stavo preparando. Acconsentì subito e gli spedii la bozza di «Salernitudine/Immigratorio/ Samizdat»35.
L’8 gennaio 1988, ancora per telefono, mi disse che non era riuscito a leggere tutto, ma che gli pareva che  andasse  «molto bene» e mi consigliò di sfoltire, dicendosi d’accordo nel farmi la presentazione, se trovavo l’editore.
Passò quasi un anno e la sua lettera dell’8 gennaio 1989 mi diede un alt cocente. Solo dopo un mese di frustrazione, il 29 gennaio, abbozzai una replica, che però non gli spedii. Ero imbarazzato e incerto sulle ragioni di fondo di quel brusco passaggio dai precedenti e sia pur generici apprezzamenti alle «parole eccessivamente severe» che mi aveva poi scritto. In particolare mi colpiva la sua «non persuasione» per una sezione: quella di «Samizdat sesta finestra e poesie successive». Qui entravano in campo la figura paterna e la Legge (anche poetica) che Fortini mi rappresentava; e pensai che le sue riserve avessero a che fare con tale contenuto.  Gliene chiesi conto, ancora una volta a telefono.  Fortini escluse subito questa ipotesi e si lanciò invece in un lungo ragionamento sull’«a capo» e sul rapporto  tra prosa e poesia. Lo riassumo così:
L’a capo, il verso libero, produce un effetto di concitazione. Il pericolo è l’«enfasi tragicista». L’a capo comporta un «cambio di velocità», controllabile se la poesia è breve; e si ha allora «una forma che chiude» (mi portò l’esempio di Ungaretti). Non controllabile,  invece, se la poesia è lunga, finendo per produrre il cosiddetto «serpente» (mi fece l’esempio di Lucini e dei futuristi). L’a capo era un «aiuto ingannevole come l’alcool». Quando si dovevano dire certe cose, dava una carica maggiore, ma pericolosa e da controllare. E mi fece l’esempio dell’oratore che, preso dalla foga, smarrisce il pensiero e si ritrova a sentire la propria voce risuonare a vuoto.
La prosasticità – disse – deve essere riscattata con la regolarità del verso. E, per farmi capire, mi lesse prima un brano ritmandolo con pause irregolari e poi ritmandolo su tre battute fisse.
Nelle mie poesie – mi disse – per la scelta del contenuto, nessuno poteva certo accusarmi di pentitismo, ma di ripiegamento sì; e questo capitava ancora di più ad altri.
C’era bisogno di un maggiore distanziamento dal passato. Non ci si doveva lasciar prendere dal «pathos verso il passato», tentazione non solo della filosofia, come diceva Hegel, ma anche della poesia. A lui appariva pericoloso che prevalesse la nostalgia e che il passato apparisse “migliore”, più “pieno di speranze”.  E mi portò l’esempio del suo Paesaggio con serpente.  Quel pathos l’aveva sentito affiorare nei componimenti dedicati a Panzieri o a Rieser; e aveva cercato di contenerlo limitando le composizioni a pochi accenni. Per il contenuto, insomma, dovevo fare attenzione a come guardavo al passato; ed era un problema «più ideologico che psicologico».
Due gli sembravano i problemi non risolti nelle mie poesie: – l’abbondanza della scrittura; – la forma, la «messa in pubblico». In esse la «parte ragionativa» andava separata da quella in cui i concetti si univano al linguaggio e alle immagini. La parte ragionativa «bisogna denudarla» – mi disse – evitando di immergerla in quel di più che l’a capo di solito dà in poesia. Bisogna che tu accetti l’apparente «banalità della prosa», utilissima invece a chiarire la debolezza del ragionamento, che a volte l’a capo poetico occulta. Bisogna «liberare la parte lirica dal materiale grezzo» e «fissare in una prosa non lirica e non emotiva i ragionamenti».  Che io valutassi, perciò, la «cogenza della forma lirica», se essa fosse necessaria o meno («molti dei tuoi testi possono essere prosa», aggiunse).
Un po’ rappacificato, partecipai nel 1991 (ed è stata la prima volta in vita mia) ad un Premio, quello intitolato a Laura Nobile, la cui giuria era presieduta proprio da Fortini. Lo feci anche per una sottile sfida nei suoi confronti o per strappare un parere anche dagli altri membri della giuria36.  Non ho mai saputo in quella sede come si sia espresso sulle mie poesie. Fu lui però, il 12 novembre 1991, ad annunciarmi per telefono che ero tra i finalisti e a congratularsi.


1989: Fortini, la cultura di massa e l’Associazione culturale «Ipsilon»37

Un’altra occasione per “tirare” Fortini ancora a Cologno Monzese si presentò con l’esaurimento dell’esperienza di «Laboratorio Samizdat». Continuammo a pubblicare la rivista fino al 1990, ma senza riuscire ad ampliare il numero dei collaboratori o ad estendere al di fuori di Cologno Monzese la sua distribuzione. Il nucleo redazionale si sfilacciò e qualcuno decise di tornare alla militanza in Rifondazione Comunista. Con i restanti, a cui si aggiunsero alcuni militanti del PCI delusi dalla svolta di Occhetto, fondammo l’Associazione culturale «Ipsilon» (il nome  venne scelto aprendo a caso il dizionario).
Quando glielo chiesi, Fortini accettò volentieri di tenere a battesimo la nuova associazione. E il 30 maggio 1989 tenne una relazione su un tema tipicamente suo, Per un’ecologia della cultura di massa38 e partecipò poi, assieme a Bruna Miorelli di Radio popolare, al momento conclusivo  del gruppo di lavoro di Ipsilon sull’ecologia della lettura  (non ricordo più se nello stesso anno o in quello successivo).
Nell’introduzione che feci il 30 maggio 1989 indicai ancora i due poli fissi del mio ragionamento su centro-periferia e indicai le radici di «Ipsilon» nelle esperienze sociali dell’immigrazione e dell’acculturazione di massa, che erano state fondamentali per la trasformazione negli anni ’50-’60 di Cologno Monzese da paese a “quasi città”.
L’attenzione verso Fortini e i suoi scritti fra i partecipanti all’Associazione, provenienti per lo più dalle esperienze della «nuova sinistra» anche se entrati nel PCI, era tanto forte da far parlare di una «Ipsilon» “fortiniana”. Fortini in quegli anni rappresentò davvero anche per noi ad un livello altissimo il travaglio critico di quella parte della Sinistra che ancora si voleva comunista e la volontà di minoranze fuori d’ogni partito di proseguire nella lettura delle trasformazioni in corso nel solco della lezione marxiana. Ma ancora una volta la speranza di una più stretta collaborazione con noi saltò. E al mio invito esplicito (Cfr. lettera del 12 giugno 1989) rispose negativamente per telefono appellandosi alla propria stanchezza.
La sua presa sui “periferici “ di Cologno durò per un certo tempo anche dopo la sua morte.  In collaborazione con la Biblioteca civica, «Ipsilon» organizzò nel 1995 prima un ciclo di  «Esplorazioni e studi sulle opere di Franco Fortini»39;  e poi, nel dicembre  1996, pubblicò, sempre in collaborazione con il Comune di Cologno Monzese, il libretto «“Se tu vorrai sapere…” Testimonianze per Franco Fortini»40.
Si pensò pure di promuovere delle iniziative annuali di studio e di  diffusione delle sue opere (ad es. facendo girare nelle scuole primarie e secondarie della città una scelta di sue poesie), ma l’impegno non fu poi mantenuto. E lo stesso tentativo di stabilire una collaborazione tra «Ipsilon» e il «Centro Studi F. Fortini» dell’Università di Siena, nato nel frattempo, non ebbe seguito.
Dopo la scomparsa di Fortini, il gruppo di «Ipsilon», come già quello di «Laboratorio Samizdat», tornò a dibattersi nervosamente tra le passioni inquiete che surrogano tuttora l’assenza della politica e prendono ora il nome della Rifondazione ora quello dell’Unità delle Sinistre ora quello dell’Esodo (dalla Sinistra o dalle Sinistre) o della società civile (contrapposta alla forma Partito) o si disperdono nei rivoli delle esperienze No profit o del pacifismo di matrice cattolica.
La crisi sempre latente dell’Associazione per l’assenza di quel filo che più /non brilla venne paradossalmente alla luce quando si stava per “festeggiare” il decennale della sua fondazione, portando ad un suo tacito e imbarazzato scioglimento, a nuove diaspore, a nuovi tentativi di riorganizzazione41.

1991- 1994: Ultimi saluti

L’ultima mia visita a Fortini  avvenne
il 9 dicembre 1991. Quanto diverso il suo umore rispetto al 1986! Allora era infervorato dall’ipotesi di una nuova fase di «apertura di movimento». Ora, dopo la caduta del muro di Berlino del 1989 e l’implosione dell’Urss pochi mesi prima (agosto 1991), prendeva atto di un mutamento inaspettato («è caduto proprio il fondale della storia»). Il crollo era immenso e riguardava per lui anche la poesia. Andava bene, con Brecht, la poesia anche nei tempi bui, ma a patto che fosse agganciata a un movimento sociale reale. C’era più veramente?
Sui giovani mobilitatisi contro la guerra del Golfo aveva molti dubbi: «stentano a staccarsi dall’istituzione, a fare da soli con gli strumenti di bordo, come tu fai a Cologno» mi disse. Mi mise al corrente che Sergio Bologna fra poco avrebbe fatto una rivista42  e che, con altri, stava affittando un locale. Lui, pur non avendo più energie, avrebbe seguito il tentativo. C’era anche Ranchetti. E aggiunse «così siamo due i preti». Scherzando con una certa amarezza, ai giovani aveva detto pure: «Io vi posso  fare l’ora di religione!».
Mi confidò anche che stavano preparando una nuova bibliografia dei suoi scritti («Vedrai che bel sepolcro!»). E alla mia solita domanda: che fare adesso che la situazione non era più in movimento,  rispose: «Quello che già stai facendo… Rinunciare alla poesia? No…Farla nel vivo delle situazioni reali, senza rifugiarsi nelle istituzioni. Visto che non ci sei arrivato, non hai neppure il problema di mollarle!».
Nel luglio 1993 l’avevo ancora chiamato da scuola per chiedergli di farsi intervistare da me sugli stessi temi di Leggere/scrivere di Jachia e m’aveva dato la sua disponibilità per settembre. Poi il suo stato di salute precipitò.
Ricordo l’ultima accorata sua telefonata. Aveva letto un mio testo poetico su Utopia concreta e mi aveva chiamato per questo. Ne rimasi quasi meravigliato. Ma com’era diventata fievole adesso la sua voce!  Al funerale, che m’immaginai affollato da personaggi, preferii non andarci. Partecipai invece alla serata del 14 dicembre 1996 in sua memoria al Teatro Franco Parenti di Milano. Ero in platea e dopo gli interventi di Perlini ed altri, trovai il coraggio di alzarmi e leggere dal posto in cui ero, con voce un po’ strozzata, una poesia che avevo scritto in quei giorni43.
Altre ne ho scritto successivamente che lo riguardano, continuando a lavorare ai miei appunti e a seguire quasi tutto quello che altri vanno scrivendo su di lui.

 

Sempre dalla periferia. Riflessioni nel tempo

Rileggo oggi, da vecchio, i documenti che qui pubblico. Che contrasto tra i miei desideri di amicizia, di confronto intellettuale sul mondo (la “mia” periferia, la  poesia, la politica, la memoria del Sud, la storia), di collaborazione a un possibile progetto comune, che  alimentarono dalla mia prima lettera del 1978 all’ultima del 12 giugno 1989, una sorta distrategia di avvicinamento a Fortini e la realtà storica sempre più ostile che ci calava addosso!
Parabola discendente della vita economica, culturale e politica italiana, sconfitta irreparabile delle speranze sorte nel ’68-’69, crollo dello scenario del Novecento, vecchiaia e morte sue,  mio rintanamento  definitivo in quella periferia di Cologno, la cui pesantezza tentai di contrastare, come avevo fatto ai tempi della militanza in «Avanguardia Operaia», ristabilendo un collegamento con  Fortini e Milano.
La “realtà” oggi è per me ancora e soprattutto questa periferia, più degradata, sofferente e silenziosa. L’esitazione con cui sono tornato su questi  scritti  è dovuta anche alla consapevolezza dell’innegabile fallimento di quella mia strategia e della pesantezza di questa realtà da fronteggiare. Non voglio sfuggire però al rendiconto e  ripercorro quegli anni.

Nella mia prima breve lettera a Fortini del 1978 ci sono chiare ed elementari le esigenze  contingenti  di allora e  quelle legate più in profondità alla mia storia precedente.
Nel 1978, come ho detto, ero alle prese con il mio stacco dalle guide “fraterne” (i dirigenti della ex- «Avanguardia Operaia», separatisi per confluire chi nel Pdup chi in DP) e vidi in Fortini una possibile guida “paterna”44:  uno della generazione dei padri “buoni” di questo Paese; e pure un padre istruito, comunista ma senza borie di partito, da aggiungere al padre mio reale: poco istruito, contadino meridionale, carabiniere.
In Questioni di frontiera, e ancora più nel suo Dieci inverni, ritrovai una critica al partito leninista-operaista quasi “gemella” di quella che avevo intravisto in Militanti politici di base45,  regalatomi da un “fratello maggiore”, Danilo Montaldi, che conobbi nel 1974 poco prima che morisse. E nella lettura dei libri di Fortini sentii quel respiro della grande cultura e della grande storia, che avevo  assaggiato a sprazzi  solo in alcune letture giovanili e disordinatamente nei “controcorsi” alla Statale occupata del ’68 o nei seminari per “quadri” di «Avanguardia Operaia».
La lettera del 1978 non fu, dunque, quella di un aspirante scrittore o poeta, che a un poeta e scrittore affermato chiedeva pareri e incoraggiamenti per farsi strada. Non stavo rientrando nel “privato” o rifugiandomi nella “tana dell’Essere” della poesia, dopo gli “estremismi” della politica. A Fortini mi rivolgevo da “compagno“ a “compagno” (termini obsoleti, va bene): la spinta politica (azzoppata) era viva quanto quella alla poesia, per me puntello ma anche correttivo e possibile oltrepassamento della politica.  Cercai, infatti, un giudizio su quella mia poesia e allo stesso tempo «qualche buona indicazione» per fare rivista, cioè tentare ancora assieme ad altri, evitando ogni sdegnoso isolamento, di co-operare, di proseguire una militanza non più partitica. E la domanda di sapore leninista, «che fare a cologno monzese?»46,  conteneva una ripulsa della tentazione crepuscolare e apolitica che la periferia poteva rappresentare per me.
La periferia! La mia ossessione…
Ancor più dopo la sconfitta politica e la rottura del filo rosso che avevo in precedenza costruito tra Milano e Cologno Monzese nel periodo della militanza in «Avanguardia Operaia»,  la periferia mi appariva, infatti, orizzonte esistenziale obbligato e ineludibile tema da far entrare nei discorsi che intessevo (non da lasciar fuori come fanghiglia strofinandosi le scarpe sullo zerbino delle istituzioni culturali).
Venivano meno d’un tratto tutti quei rapporti diretti e vivi, che avevo avuto da militante per un decennio soprattutto nei vari paesotti dell’hinterland (Cologno, Sesto, Cinisello, Cormano, ecc.) con persone di strati sociali diversi (operai soprattutto); e mi ritrovavo quasi esclusivamente ad agire in rapporti con miei simili: insegnanti, intellettualità di massa (o intellettualità diffusa), i piccoli o piccolissimi «cetomedisti» (Majorino). Con essi fino ad allora  e soprattutto a scuola avevo polemizzato appellandomi agli “altri” (gli operai appunto; o, più retoricamente come dicevamo, alla “classe operaia”). Ora non più.
Da qui nei confronti di Fortini quell’alternare di richieste personali e richieste di gruppo: una  ricerca insistente di aiuto e di alleanza, che espressi fin nella mia ultima lettera che gli inviai47. In quel nuovo lavoro di spola tra Cologno e Milano, andavo ora da lui come per attingere buona acqua da un pozzo più ricco e riportarla in periferia, ma anche con una segreta speranza di tirarlo in periferia, con l’ambizione di vedere cosa si potesse fare assieme, unendo le nostre intelligenze,  per smuoverla.
Queste mie attese incontrarono una serie di alt e vennero interrotte dalla sua morte.
Un primo alt lo vedo oggi nel fallimento dell’iniziativa a favore di Del Giudice del 23 ottobre 1983 a Cologno. Fu una dura lezione per me non solo avere la conferma di quanto fosse ancora forte l’attrito tra la parola, “fraterna” ma ora stravolta in «grido» di Del Giudice,  e la voce, sempre “paterna” ma ora quasi disperata, di Fortini. O avere la prova che le considerazioni “generali” di Fortini non s’incontravano affatto con quelle pragmatiche di Del Giudice e degli altri:  l’avvocato Pelazza, uno dei pochi coraggiosi difensori nei processi milanesi ai «lottarmatisti»; Lucia, moglie di Oreste Scalzone, allora rifugiato a Parigi;  il rappresentante di un «Comitato contro la repressione».
Quella sera mi parve di assistere a una sorta di ripetizione abbreviata delle accuse che Fortini aveva mosso alle ambivalenze della generazione del ’68 ne Il dissenso e l’autorità48.  E, da parte di Del Giudice, ad una denuncia troppo baldanzosa dello «scandalo del carcere speciale» e che faceva tutt’uno col rifiuto di ogni ripensamento sul suo operato politico e sull’ideologia del «lottarmatismo».
Del Giudice mi riportava echi di un ’6849 sconfitto e incarcerato; e non volevo sottrarmi o tapparmi le orecchie. Sì, avevo io pure negli «anni dei movimenti» condiviso assieme a tanti un principio di violenza rivoluzionaria, ma non avevo seguito quelli che, settari e del tutto incontrollabili, l’avevano
poi disastrosamente praticato a movimenti languenti. Ma vedevo pure che quel ’68 era deperito, non aveva più la forza che s’era conquistato nella società reale e non poteva sopravvivere gridando.
Quella sera toccai con mano che sia la visione tragica fortiniana sia i frammenti di verità che mi arrivavano dal carcere nella prosa spesso ermetica di Del Giudice, nel suo grido,  raggiungevano soltanto pochissimi: gli stretti parenti e amici dei detenuti. E non incontravano nessun terreno dove attecchire neppure in quella “mia”periferia, che illusoriamente  forse ancora vivevo come  luogo di resistenza contrapposta ai “centri” del potere, capace chissà di un ascolto maggiore delle voci provenienti dal carcere.
Col tempo ho dovuto ammettere più decisamente di quanto ammettessi allora che il mio rapporto “fraterno” con Del Giudice in carcere era stato un confronto-duello irrisolto. Con lui la cooperazione era e si dimostrerà, anche dopo la sua scarcerazione, una mia chimera. Il rapporto si era conservato per un mio astratto doverismo verso un compagno carcerato, che mi aveva fatto tollerare e giustificare. la sua impazienza aggressiva e sarcastica verso le “anime belle” in cui mi collocava. E non fu un caso che, tolto il nostro rapporto da quel contesto, uscito Del Giudice cioè dal carcere, dopo alcuni tentativi falliti, ogni ipotesi di collaborazione  tra noi due venne meno e ciascuno andò per la sua strada.
Col tempo ho dovuto riconoscere, però, la mia solitudine di quella sera anche rispetto a Fortini. Il mio tentativo di far dialogare tradizione comunista e tradizione anarchica era ingenuo; e finii per passare ai suoi occhi persino come un fautore delle piccole comunità. E mi sono accorto poi che era del tutto irrilevante il problema che in quell’occasione mi posi: se aveva più ragione Fortini o Del Giudice. La verità era che, essendo tutti degli sconfitti, io potevo dare ragione o a uno sconfitto più anziano o a uno mio coetaneo. Niente di più. Sì, le tesi di Del Giudice mi parvero più elusive, più deboli, più esterne alla mia storia, ma sulla visione tragica di Fortini si poteva costruire ancora cooperazione? La storia non l’acchiappavamo per la coda…
E perciò quella sera mi ritrovai sì dilaniato, ma più cocente fu la presa d’atto della mia solitudine e del fatto che la periferia era restata altrettanto opaca e indifferente a Fortini a Del Giudice a me.
Che Autonomia e Brigate Rosse venissero liquidate, come la Chiesa aveva liquidato a suo tempo gli eretici, esclusivamente attraverso strumenti repressivi e senza più interrogarsi sulle ragioni per cui erano sorte tali formazioni, era un’analogia storica che veniva in mente e allarmava solo me e pochi intellettuali ormai al margine. La maggioranza “democratica” approvava. Credo che tutti i partecipanti ebbero la sensazione che il discorso moriva lì. E infatti gli «anni di piombo»  passarono, ma dopo essere stati sprofondati a colpi di sentenze di tribunali e di una smisurata e cinica chiacchiera.

Anche nella cronaca delle due visite a Fortini del 1985 e del 1986 trovo oggi, oltre ad alcuni aspetti che mi suscitano simpatia, i segni della difficoltà di entrare in un vero rapporto di scambio tra noi due. Fortini mi apparve come un “mattatore”, di un’eloquenza inarrestabile, propenso più ad esporre e ad esporsi che ad ascoltarmi e in quelle due visite mi ritrovai quasi bloccato da un flusso impetuoso di notizie per me interessanti o insolite. E, infatti, tornato a casa, da bravo cronista, presi appunti di quello che mi tornava a mente dell’incontro, per cui ancora oggi posso riferirne con accuratezza. Ma pensavo anche all’importanza che avrebbero potuto avere  anche delle cose dette  a ruota libera: per conoscerlo di più, per conoscerci di più.
Avrei preferito trattare con lui i temi di cui mi occupavo. E questo accadde la prima volta: il tema della repressione politica in quel momento era anche mio. E nella seconda, in maniera inattesa e spontanea (e allora non sapevo che anche lui disegnasse e dipingesse), a proposito dei disegni del mio Narratorio grafico. Ma l’impressione più netta che ricavai da quelle due visite fu che Fortini non ce la facesse, se non per attimi, anche in quegli incontri faccia a faccia, a chinarsi sulle cose che occupavano la mia mente e la mia esistenza quotidiana di insegnante50.  Avrei dovuto reagire? Forse, mi sono detto poi, sarebbe stato meglio scrivergli. Ma allora accettavo il suo stile.
Della delusione per il suo giudizio sulla mia raccolta di poesie e del successivo riassorbimento della stroncatura ho già detto51. Ma l’alt politicamente più cocente venne in quell’incontro del 1986 con la redazione di «Laboratorio Samizdat» dalla bocciatura di quelle mie tesi sull’importanza del contrasto centro-periferia e sugli “intellettuali periferici” in latente contrapposizione agli intellettuali “centrali” o vissuti come tali52.  Allora cercavo qualche pezza d’appoggio alla mia “fissazione”. Una mi pareva di averla trovata persino in un intellettuale «universale» come Lukàcs53 e perciò non mi aspettavo da Fortini quella chiusura.
Oggi, a distanza di tanto tempo, l’attenzione alla periferia, sociologica quanto si vuole, pare riemergere54  e le intuizioni di allora mi paiono ancora non campate in aria. Mi pareva (e mi pare) che la crisi operasse sia nel centro (nelle istituzioni centrali; e ce n’erano e ce ne sono) che in periferia. E che, in generale, l’esperienza andava da tempo e sia andata sempre più deperendo (non l’aveva notato Benjamin? Non l’hanno confermato le teorie della società dello spettacolo?) e che non ci si potesse (si possa) appellare all’esperienza, come se essa rimanesse inalterata o non intaccata nella sua struttura “umanistica”. Non mi pareva (né mi pare) facile organizzare quel poco di esperienza “vera” che ancora riusciamo a fare, senza avere una “quasi teoria” per inquadrarla e  che questa non viene solo dal “vissuto”.
Posso ammettere che pensare alla periferia come “base rossa” per intellettuali resistenti alla mercificazione fosse ingenuo. Ma l’ho mai pensato? Ho avuto sempre nella mente e davanti agli occhi la periferia-realtà, quel ventre debole, in cui ancora oggi le suppurazioni della crisi sociale e politica si presentano più oscure e subdole, e dal quale la sinistra si è sempre distratta (come aveva sperimentato anche Montaldi ai suoi tempi con la sua ricerca sugli immigrati), preferendo un vago progressismo.  E per «unire Cologno al mondo» a me parevano (paiono) indispensabili collegamenti reali tra chi stava a Cologno e chi stava fuori di Cologno, a Milano o altrove nel mondo.  Tra l’altro, proprio l’esperienza fatta nei decenni precedenti mi diceva che le stesse iniziative politiche costruite a Cologno fra 1968 e 1976 nei quartieri, nelle scuole e nelle piccole fabbriche sarebbero state impensabili senza il filo che avevo tessuto allora tra Milano e Cologno con «Avanguardia Operaia» di Milano.
Quel mancato appoggio di Fortini me lo sono perciò spiegato con una sua difficoltà ad incuriosirsi, ad appassionarsi  a una realtà  che gli sfuggiva, Uno scarto doveva esserci tra quelli che era abituato a frequentare all’università di Siena e che magari dalle periferie venivano  e noi, che in periferia ci vivevamo. Ho pensato anche che noi di Cologno c’eravamo trascinati al Nord un sostrato di meridionalità (cattolica? ribellistica? terrestre? sottoproletaria?) –   ho sempre pensato a Cologno come un guanto rovesciato del Sud – per lui particolarmente opaco. Mi aveva, infatti, colpito in quell’incontro che Fortini sottolineasse – con un misto di stupore e delusione – che ci trovava  tanto diversi da «quelli di Piacenza» (dai fondatori di Quaderni Piacentini, intesi io).  Sono solo mie supposizioni. Ma quanti miei colleghi di scuola milanesi reagivano con un imbarazzo simile, sentendo che io abitavo in periferia, come se vivessi in un altro mondo?

Mi sono chiesto spesso in questi anni se davvero cercassi in Fortini un maestro, come accennavo interrogativamente nella «Poesia della crisi lunga». In realtà cercavo un “compagno”, ma ho avuto, alla prova dei fatti, soltanto un maestro a distanza55.
Questa distanza fra me e lui s’è sempre mantenuta e si mantiene in tutti i rapporti che ho con altri intellettuali.  A volte mi dico che in me non s’è tutta freddata la febbre cooperativa del ’68. Ma perché solo in me? Continuamente constato che le forme di cooperazione tra intellettuali, nelle quali mi sono costruito, sono residuali e che l’individualismo è tornato paradigma di tutto il lavoro intellettuale ed io sono forse solo uno che si  attarda in uno stile che è per lui solo un’abitudine. Non si tratta solo di egocentrismi, gelosie, ecc., come pigramente si dice. È crollato un modo di porre i problemi nella cultura, nella politica e persino nella vita, al quale Fortini, io e molti altri, pur di diverse generazioni, facevamo riferimento. E quando mi avvicinai a lui, era già finita e da tempo anche l’effimera epoca di quello che mi parve un fertile contrabbando tra università e mondo esterno56. Sprofondava sotto i nostri piedi l’intero tessuto organizzativo e sociale della sinistra, in
cui  egli soprattutto si era costruito in un rapporto di odio-amore messo in luce da Rossanda57  e che un po’ ci ha passato. Si accrescevano le differenze sociali e quelle interne al ceto intellettuale che il ’68-‘69 voleva smantellare o ridurre.
Molte mie difficoltà, dunque, nel rapporto con Fortini ed altri intellettuali si spiegano all’interno di questo cambiamento, mi dico. Né potrò mai rimproverargli alcunché. Ci diede volentieri e generosamente una mano. E poi – ripeto – c’erano molte ragioni che in quei suoi ultimi anni di vita legittimarono il suo ritirarsi dai tanti che, credo, gli si rivolgevano, me compreso. Aveva da economizzare le proprie forze per i compiti che riteneva essenziali. Aveva lavori avviati da portare a termine (nell’ultimo quindicennio la sua produzione è stata intensa58), vincoli accademici ed editoriali assorbenti. E poi è giusto chiedersi realisticamente: chi ero io, chi eravamo noi…
Tuttavia perché negare che la mia riflessione successiva sul mio rapporto con Fortini è stata segnata da questa mia umanissima delusione, che punteggia ancora oggi di dubbi il riesame di quelle vicende? Quel desiderio di cooperazione di un periferico e dei suoi amici con un intellettuale «universale» (e universitario) era velleitario? provinciale? fuori tempo? carico di equivoci sessantottini? O, in sé legittimo, s’indirizzò a uno scrittore, che per vari motivi (invecchiamento, impegni, altri interessi, vincoli vari) non poteva accoglierlo che parzialmente, come fece?
Resta il fatto che, anche dopo la sua morte, la sua figura ha influenzato le mie riflessioni, le mie scritture, la mia ricerca poetica successiva, il ripensamento stesso del mio passato, i miei tentativi di organizzarmi con altri intellettuali in luoghi di ricerca indipendente dai partiti.
Da una parte la mia memoria dei suoi scritti ha funzionato da bussola e anche da termometro dell’etica (soprattutto) degli intellettuali che incontravo. Dall’altra, però, anche quando mi sono aperto al confronto con posizioni diverse dalle sue su certi temi fondamentali, non riesco a non valutarle prescindendo dalle cose dette o scritte da Fortini. Per cavarne una preferenza e possibilmente una scelta.
Ora che quel filo del comunismo non brilla più, s’è inabissato o è ridiventato “spettro” innominabile, a me, comunque, non basta rileggere Fortini o tenermi il Fortini poeta, anche perché non  penso che il suo esser poeta metta d’accordo tutti59.  So che non riesco ad accontentarmi di un comunismo  ridotto a valore o fede nell’eguaglianza e fratellanza degli uomini; e dunque  non più riferibile a un progetto, a un processo  che abolisca in modo  verificabile, quindi con un  certo grado di “oggettività”, «lo stato presente delle cose». Non posso confondere le nuove ristrutturazioni capitalistiche in atto – obamiane, cinesi, putiniane (rivoluzioni dall’alto) – con le rivoluzioni dal basso, che al momento non si vedono e non sono prevedibili. E mi pare che il comunismo di Fortini, così vicino al cristianesimo, sia stato eroso assieme al cristianesimo stesso60.  Ma che anche il comunismo “scientifico” regga poco, come sostiene Gianfranco La Grassa61.  E sono pure incerto se si debba usare la parola ‘comunismo’, come sostiene Badiou62.  (Spero comunque non nelle forme quasi grottesche della “rifondazione” o della riproposizione fuori tempo massimo di “comunismi italiani”).
Oggi che l’intellettualità tutta è diventata più periferica di quanto io sospettassi negli anni Ottanta – tutta e non solo quella che viveva o vive negli hinterland o in provincia – ed è sostituita sulla scena politica dalla «nuova mediocrazia», ho molti più dubbi se si possa fondare sugli intellettuali, come tentai negli anni Ottanta, un possibile progetto o che qualcosa di buono possa venire dalla coscienza chiara della perifericità63.  Non so neppure se nell’«epoca del gremito» (Majorino) e in assenza di critica (o in una sorta di secessione della critica negli Aventini  accademici) la poesia, che pare ridotta a spia del disagio esistenziale e politico “di nicchia”,  possa ancora essere «promessa di felicità»  e se in Fortini  ci siano spunti per ripensarne un possibile ruolo positivo in questo nuovo contesto.
In conclusione penso inquietamente che il «proteggete le nostre verità» vada perseguito in una sorta di «esodo», come ho detto negli ultimi anni, al di fuor della sinistra e un po’ a distanza anche da un certo  Fortini più doveristicamente legato a quell’ottimismo della volontà, che come ha ricordato  Edoarda Masi «gli vietava di riconoscere la catastrofe»64.

>Carteggio Abate-Fortini

note

1. Omonimo a quello di una rubrica del sito www.poliscritture.it, dove dal 2006 raccolgo anche testimonianze e contributi di altri su Fortini.

2. Non so neppure se quegli incontri abbiano lasciato qualche traccia nelle scritture private inedite di Fortini.

3. Condivido l’opinione di Edoarda Masi  espressa nella tavola rotonda del 2004 tenutasi a Siena nel decennale della scomparsa di Fortini: «In realtà svolta e trasformazione del contesto si sono verificate non nei “dieci inverni” che ci separano dalla sua [di Fortini] ma nei quindici-vent’anni precedenti. Accenno solo ai momenti centrali della svolta: – la repressione violenta e lo strangolamento in embrione dei movimenti popolari iniziati negli anni settanta e proseguita negli orribili anni ottanta; – la fine della rivoluzione cinese sancita formalmente nel 1978; – il monopolio del dominio politico-militare planetario, concomitante con la maturazione della crisi strutturale del sistema del capitale; – l’accentuarsi della violenza in ogni luogo e aspetto e l’accreditamento dello stato di guerra generalizzata e permanente» (E. Masi, in Dieci inverni senza Fortini, Quodlibet, Macerata 2006, pag. 263).

4. Credo di aver letto per la prima volta  alcune sue poesie nell’antologia scolastica di Salvatore Gugliemino, Guida al Novecento, Principato, Milano 1971. E all’inizio del mio insegnamento nelle scuole superiori fui molto influenzato dalla lettura dell’antologia firmata da Fortini stesso e Augusto Vegezzi, Gli argomenti umani, Morano, Napoli 1969.

5. Oltre alla lettura di vari quotidiani, fui, come tanti, vorace acquirente e lettore affannato di  opuscoli politici, di riviste  (Giovane critica, Classe e stato, Classe, Lavoro politico, Nuovo impegno, Montly Review, ecc.) e  di libri di storia.

6. Da un’intervista rilasciata ad Antonio Benci (10 marzo 2006): «Salerno nel dopoguerra era in mano ai preti e ai democristiani, affiancati da MSI e monarchici. I professori del mio liceo erano quasi tutti di destra, tranne quello di filosofia che era stato collegato a Napoli al circolo di Benedetto Croce ed era l’unico che a vote s’intratteneva su questioni politiche, ma internazionali. Giudicava uno sciocco Eisenhower e paventava un futuro predominio della Cina. Soltanto al ginnasio avevo avuto l’unico professore di lettere che dicevano socialista; ma lo ricordo per l’atteggiamento più affabile verso noi studenti, non per dichiarazioni che suonassero diverse da quelle cattoliche. Appartenevo a una famiglia di basse origini contadine da parte di mio padre, arruolatosi giovanissimo nei carabinieri e ferito durante la Prima guerra mondiale, poi diventato maresciallo, e nel dopoguerra, per integrare una magra pensione, costretto a lavorare come supervisore di fiducia in un negozio di sanitari per l’edilizia. Mia madre veniva da una famiglia di falegnami ebanisti. Ricamatrice da giovane,  trascorse la sua vita da casalinga. Entrambi i miei genitori avevano fatto solo gli studi elementari. In famiglia libri, che non fossero di preghiera, entrarono quando io e mio fratello cominciammo la scuola. Altri ne compravo io o me li facevo prestare da amici che ne avevano. Frequentai assiduamente da ragazzo la parrocchia del quartiere. Di politica non si parlava, ma ricordo che, durante le prime elezioni del dopoguerra, in casa mia e in quelle dei parenti circolarono le cartoline anticomuniste raffiguranti la faccia di Garibaldi che, capovolta, mostrava quella di “Baffone”. Suppongo (non l’ho mai accertato)
che i miei genitori e i parenti votassero per la Democrazia Cristiana. Mio padre, però, acquistava il giornale. Il primo che gli vidi in mano, nell’immediato dopoguerra, si chiamava «Il Risorgimento».  Poi passò  a «Il Tempo» e, stabilmente, a «Il Mattino».  Prese poi a comprare anche «Epoca», «Selezione del Reader’s Digest» e, molto più tardi, «L’illustrazione italiana». Al mio primo voto da maggiorenne (ventun anni allora), nel ’62, scelsi il Partito Socialista e mi parve di fare un gesto trasgressivo. Fino ai ventun anni, il tempo in cui vissi a Salerno prima di andarmene a Milano, lessi i giornali che mio padre portava a casa. Ricordo i nomi  di Augusto Guerriero, collaboratore di «Epoca», e di Giovanni Ansaldo, direttore de «Il Mattino» dal 1950. Leggevo i loro articoli. Trattavano sicuramente di politica. Ma non ricordo nulla di quanto scrivevano. E li distinguevo poco dagli scrittori che, come Domenico Rea, apparivano in terza pagina su «Il Mattino». Ero in una ovatta culturale omogenea, che solo più tardi ho definito “di destra”. Sia a scuola che nell’Azione Cattolica, dove rimasi fino ai sedici anni, macinai quella cultura, che conteneva qua e là anche venature più popolane ed evangeliche. Il primo evento storico che davvero mi colpì moltissimo fu la rivolta in Ungheria del 1956. Ricordo tuttora alcune impressionanti foto apparse su «Epoca» e il mio ascolto ansioso delle notizie trasmesse dalla radio. Ma non avevo nessuno con cui ragionarci sopra. Con i pochi amici del liceo, anch’essi legati all’Azione Cattolica, si discuteva di questioni religiose, di ragazze, raramente delle nostre letture e mai di politica. Sempre da solo m’impratichii della lingua francese, imparandola dai dischi di un corso popolare della Linguaphone; e nel 1961, l’anno in cui frequentai Lingue e letterature straniere all’università di Napoli, presi trenta e lode al primo esame di francese. Negli ultimi anni di liceo (il professore di lettere non ci faceva oltrepassare la triade Carducci-Pascoli-D’Annunzio) e in quell’anno dell’università, poi interrotta per andarmene a Milano nel 1962, sempre per conto mio lessi parecchio. Insistendo con mio padre, m’ero fatto compare a rate i Cinque libri del sapere della Garzanti. E dal volume dedicato alle letterature trassi spunti per nuove letture. Molti degli autori che leggevo erano francesi: Mauriac, Bernanos, Baudelaire, Rimbaud, Proust, Sartre (Il muro). Un amico, commesso in una libreria, mi prestava poi di straforo dei libri, che gli riportavo dopo la lettura, curando che non si sciupassero. Così lessi molti dei primi Oscar Mondadori, Pavese, Dostoewskij, i volumi della Recherche di Proust e  assaggiai l’Ulisse di Joyce, appena pubblicato nella Medusa. Su «Epoca» uscivano nel frattempo i primi inserti a colori sulla pittura moderna – dagli impressionisti e Cezanne fino a Braque e Picasso – che mi attrassero molto e, da autodidatta, cominciai a disegnare e a dipingere.

7.  Dall’intervista rilasciata ad Antonio Benci (10 marzo 2006): «Sono arrivato a Milano nel ’62. Me ne ero andato da Salerno, interrompendo gli studi (avevo dato gli esami del primo anno di Lingue e letterature straniere all’università di Napoli). Assunto come impiegato generico alla Mottura e Fontana, un’azienda di trasporti, e poi, per concorso, alla Ripartizione Tributi del Comune di Milano, vi resistetti circa sei mesi. Poi mi licenziai e stavo per andarmene a Parigi dove speravo di fare il pittore. Ci rinunciai perché nel frattempo mi ero legato a una ragazza immigrata da Taranto coi suoi. Abitava a Cologno Monzese e faceva l’impiegata. Ancora con l’idea di diventare pittore, mi presentai da privatista agli esami di maturità artistica e, dopo il diploma, m’iscrissi all’Accademia di Brera. Nel frattempo la ragazza era diventata mia moglie e avemmo subito un primo figlio. Avendo come entrate solo il suo modesto stipendio e non essendo entrato nella graduatoria degli insegnanti di educazione artistica, mi cercai un qualsiasi lavoro. Fui assunto come operaio «notturnista» alla Sip (ora Telecom). Lì, in un reparto dove numerosi erano gli studenti-lavoratori, ripresi l’università nel ‘64, laureandomi poi nel ‘70 in lettere moderne ad indirizzo storico.

8. L’Organizzazione comunista «Avanguardia Operaia» (AO) fu, assieme a Lotta Continua (LC) e al Partito di unità proletaria (Pdup), uno dei maggiori gruppi extraparlamentari degli anni Settanta. Nacque a Milano nel 1968. Per il nuovo partito, da costruire in alternativa a quelli definiti “storici” (PCI, PSI) e giudicati “revisionisti”, s’ispirò alle teorie di Lenin, correggendone l’idea principale (quella dei “rivoluzionari di professione”) con un’ampia apertura all’”operaismo” (o “fabbrichismo”) tipico di quegli anni. Accolse soprattutto le spinte innovative provenienti dai comitati unitari di base (CUB), sorti in dura competizione con i sindacati nelle grandi e medie fabbriche di Milano e del suo hinterland, subordinandovi non senza rigidità quelle altrettanto innovative provenienti dal movimento degli studenti. «Avanguardia Operaia» fu ostile alle tesi del «Potere studentesco» come a quelle  dell’«Università critica», molto diffuse in Germania e, in Italia, soprattutto nell’università di Trento.
Il mio ingresso in «Avanguardia Operaia» l’ho così ricostruito sempre nell’intervista rilasciata ad Antonio Benci (10 marzo 2006): «Ero studente-lavoratore alla Statale di Milano negli anni che precedono la nascita del movimento studentesco del ’68. Mentre davo i miei esami, sul posto di lavoro alla SIP  conobbi un trotzkista dissidente del PCI e cominciai a frequentare le prime riunioni sindacali e politiche. Per le prime ci si riunivamo alla SIP o a casa di qualcuno. Per le altre in Via Ausonio, dalle parti di Sant’Ambrogio, nella sede dove mi pare si stampasse allora una rivista intitolata «Falce e Martello». Una volta vi si affacciò anche Giangiacomo Feltrinelli assieme a una donna elegantissima, che portava a guinzaglio un levriero. Erano le prime esperienze di dissidenza dal PCI e di “entrismo” nel sindacato. Il clima a me parve da carbonari. Ricordo la diffidenza degli operai sindacalizzati e dei militanti di lungo corso nei miei confronti. Per loro la condizione dello studente-lavoratore non era né pesce né carne. I discorsi di quelle riunioni, fatti in un linguaggio tecnicistico, non mi appassionavano. Ero interessato alle questioni generali, storiche o teoriche. E fui sicuramente più attratto dal movimento degli studenti che scoppiò da lì a poco. La mia simpatia però ora andava ai fautori del potere operaio ora a quelli del potere studentesco. Poi, aderii più decisamente al discorso dei CUB di fabbrica e mi legai alla nascente «Avanguardia Operaia». Qui, a Cologno, fondai un «gruppo operai-studenti» e cominciammo a stabilire rapporti con alcuni operai di piccole fabbriche. Il gruppo nacque in pieno ’68 sotto la spinta del movimento degli studenti. Nacque così: alcuni operai di una piccola fabbrica (la SIAE microelettronica), che conoscevano mio suocero, allora operaio in una fabbrica di plastica, vollero incontrare degli studenti che stavano partecipando alle occupazioni delle università. Così nacquero i primi incontri con operai simpatizzanti. Dato che non capivo quasi nulla di lettura della busta paga, di salario, di cottimo, feci venire da Milano Luigi Vinci, uno dei dirigenti del primo nucleo milanese di «Avanguardia Operai». Con le informazioni che gli operai ci passavano dall’interno delle fabbrichette scrivemmo i primi volantini che noi studenti andavamo a distribuire ai cancelli delle loro fabbriche. Un altro compagno milanese, Roberto Cerasoli – un tipo molto allegro e rilassato, l’opposto della seriosità militante dell’epoca – ci tenne invece, nel sottoscala di un bar, le prime “lezioni” sul Manifesto di Marx o sul Che fare? di Lenin. Questi sono stati gli inizi della mia militanza politica. Quella nei grandi partiti mi è rimasta sempre estranea. Ho aderito senza fatica al movimento degli studenti (con una parte di me c’ero dentro davvero). Con  più fatica ad AO. Ho sentito particolarmente l’attrito a volte drammatico  di quei contatti reali tra studenti e operai, mascherato o solo sublimato dagli slogan ottimistici del ’69 (“operai e studenti uniti nella lotta”). Del movimento studentesco alla Statale di Milano conservo le immagini del fervore politico e delle entusiasmanti manifestazioni di piazza. Delle riunioni con gli operai, dei picchettaggi e volantinaggi davanti alle fabbriche mi restano immagini di fatica, di diffidenza, di rudi semplificazioni della comunicazione».

9. Cfr. R. Luperini, La lotta mentale, Editori Riuniti, Roma 1986.

10.  Ne accennai a una collega di scienze vicina a «il manifesto ». Fu lei a  parlarmi della «riservatezza» di Fortini, cui accenno nella lettera del 3 marzo 1978.

11. Dopo la scissione di «Avanguardia Operaia» rifiutai di entrare nel Pdup o in «Democrazia Proletaria», che ne ereditò in parte l’esperienza.

12. Ero uscito da AO ma non dalla politica.  Fu una scelta quasi obbligata per molti. Era stata a suo tempo anche di Fortini (Cfr.Dieci inverni). Oggi la vedo definita da Alain Badiou come la «politica senza partito» (pag 106, Allegoria n. 59, 2009).

13. La «POESIA DELLA CRISI LUNGA», lunga davvero (circa 350 versi), partiva con una domanda angosciosa (che fare a cologno monzese compagni/ nel duro congelarsi delle speranze?). Accennavo a scenari cittadini di squallore e di ristrutturazione (dagli scantinati [si odono] rumori di scalpelli/ pause allarmate, schianti stanchi/ pavimenti immagino disordinati/ per calcinacci/ assenze di mobilio) ed esprimevo lutto per una storia collettiva finita (lontani dal crepitante chiacchiericcio di via vetere / bandiera rossa sventolante stinta/ o penzoloni per quelle piogge mai lugubri/ degli inverni conclusi), astio per una Milano, prima guardata con sospetto e ira/  in centinaia di cortei e  ora immobile e più cinica. Elencavo poi con insistenza vani tentativi per far sopravvivere i legami di militanza (ritelefonare stupidamente/ all’amico  all’amica perduti di vista/ per ricontrollare/ distacchi consumati inaridimenti/ sussulti di desideri). Di fronte alla crisi, che faceva ripiombare le classi in precipitato distacco/(sublimazione dei pensieri di marx)/ nel fenomenico naturale nell’evoluzionistico broglio), definivo uno sputo catarroso il sessantotto e accennavo all’inaridirsi del pensiero critico (e pensar grigio non per caso/ in quest’ultimo anno il più ricco/ non per caso  d’attentati), alla nostalgia per il mondo contadino del Sud (un passato orecchiato sommerso/ sprofondato assieme alla gente magramente contadina/ con cui vivemmo/ agri e amari giorni senza ribellioni). Di fronte al presente (“sì, ma  ora?”) della dispersione delle forze sociali proletarie o del “riflusso” (hai saputo? ascoltano guccini/ s’occupano spendendo quel  poco/ di fotografia/ continuano logoranti riunioni s’imbarcano su navi tremende! oh iolanda!/ s’iscrivonoamputati al pci!) visti nello schifo/  di quotidiani e imposti amplessi/ con la periferia fra torme di giovani disoccupati/ accanto a scolorite intelligenze/ nelle latterie della rimasticatura/sulle sodomizzanti catene di montaggio/ che vomitano vomitano/ e s’arrestano buie ronfando, prospettavo la soluzione dello studio (un vero ecco lavoro di talpe) e l’ipotesi della scelta di Fortini come riferimento intellettuale (“tu dici fortini: per maestro?”).

14. Ad esempio lessi la sua raccolta di poesie Una volta per sempre. Poesie 1938-1973, Einaudi, Torino 1978. Alcune di quelle poesie mi suggerirono dei disegni  che ho pubblicato sul sito www.poliscritture.it.

15. Lo ricordo una sera commosso e piangente al Circolo Correnti subito dopo la morte di Vittorio Sereni, poi al Piccolo Teatro a parlare su Goethe, alla Sala del Grechetto della Sormani sul libro della Zancan dedicato a «Il Politecnico» , al Circolo Scaldasole, al Teatro Parenti per l’Istruttoria di Peter Weiss e persino in un liceo di Desio, dove tenne una conferenza su una poesia di Zanzotto.

16.  Negli anni Settanta avevo incontrato Piero Del Giudice davanti alle fabbriche di Sesto S. Giovanni e Cinisello, dove – militante di «Avanguardia Operaia» io, di «Lotta Continua» lui – andavamo a distribuire volantini o a discutere con gli operai. Lo ritrovai poi all’ITIS di  Sesto. S. Giovanni, come collega di lettere. Dal 1980, anno in cui fu incarcerato, fino al 1985 scambiai con lui numerose lettere e andai più volte a trovarlo in vari carceri. Avevamo prima e abbiamo mantenuto poi, dopo la sua scarcerazione, traiettorie di vita,  passioni culturali e politiche, approcci alla realtà diversi e spesso in urto.  Ma aver partecipato, ciascuno a suo modo, alla storia sociale e politica milanese, che dal ’68-’69 aveva per quasi un quindicennio dinamizzato settori operai, studenteschi e intellettuali “a sinistra del PCI”, spiega a sufficienza, secondo me, il persistere (mai facile e spesso teso) di un confronto-duello  tra noi anche dopo la sua incarcerazione. Condividevo, infatti, sia il garantismo costituzionale, che in quegli anni fu di pochissimi intellettuali (tra cui Fortini stesso, Rossanda,  Ferrajoli) sia una visione anticapitalista  di  ascendenza marxiana, nella quale non è contemplato il rifiuto morale ed assoluto della violenza. Le coraggiose prese di posizione di Rossanda e Fortini, in particolare, furono allora per me un saldo ancoraggio etico e politico contro ogni forma di pentitismo. E, scegliendo da quel maggio 1980 di scrivere lettere a Del Giudice detenuto in un carcere “speciale” –  per me una forma elementare di solidarietà, che molti colleghi “democratici” della mia scuola giudicarono inopportuna o sospetta – sapevo che avrei dovuto, come ad una perquisizione, castigare la mia libertà di pensiero e controllare il confronto con lui, che era stato più libero in luoghi specifici e negli anni delle lotte. Il ricatto sottinteso da parte del giudice di sorveglianza era evidente: soltanto a “pie donne” e “san giovanni” era concesso scrivere o visitare un detenuto di un carcere “speciale”. Sapevamo entrambi che la nostra corrispondenza non aveva franchigia, al di là della distrazione o di una ipotetica lungimiranza degli addetti alla censura. Le nostre comunicazioni, perciò, furono in ogni istante ancora più di prima pressate da fantasmi. Eppure, malgrado condizionamenti e diversità di carattere, continuammo per cinque anni il duello che conducevamo da “liberi”. E affrontammo, sotto l’urto di stimoli esterni, i temi di quegli anni: la scuola, il “terrorismo”, il carcere, le trasformazioni della Sinistra, la memoria, le ipotesi di soluzione politica per i detenuti del 7 aprile e per i “lottarmatisti”, le spinte internazionali verso la guerra, il mercato dell’eroina, i giovani e – non ultimo – il “fare poesia”.  Sapevo pure che per gli altri ero comunque uno che aveva rapporti con un “terrorista”. Poiché, conclusa l’esperienza di «Avanguardia operaia», non avevo scelto “prudentemente” di entrare in Democrazia Proletaria o di passare al PCI, attorno mi crebbe il vuoto sociale, simile per alcuni aspetti a quello di Del Giudice nel carcere “speciale”.  In quei mesi, se evocavo ad amici o conoscenti la sua condizione e tentavo di farli riflettere almeno sugli “eccessi” della «politica di emergenza», mi accorgevo subito che non mi seguivano. Avevano incapsulato l’immagine di Del Giudice in un “allora” astorico e psicologico- Richiamavano sue scortesie o crudezze di espressioni o modi aggressivi, che, secondo loro, facevano già prima presagire un “destino” o convalidavano in parte le accuse  formulate dai giudici contro di lui. A nulla valeva far notare che ora era un “altro”, un carcerato, uno sconfitto politico. In quegli anni erano già svaniti i criteri di giudizio comuni ai molti che avevano masticato politica fino al 1977-‘78. E senza più l’argine di ragionamenti politici, le antipatie personali e i sospetti predominavano. Avanzava quel processo di corruzione della cultura democratica che oggi s’è  pericolosamente aggravato.

17. In Italia i carceri “speciali”, sul modello di quelli nella Germania Federale, nacquero nel ’77. Lo Stato scelse di isolare i prigionieri politici e di limitare i loro contatti con i detenuti comuni. Dapprima furono realizzate «sezioni speciali» all’interno dei carceri normali. Poi essi vennero concepiti  ex novo per garantire il massimo controllo dei detenuti. Uno di tali carceri, quello dell’Asinara, venne semidistrutto nel 1979 durante una rivolta dei prigionieri e poi chiuso. Nei carceri “speciali” veniva applicato l’art.90, che prevedeva colloqui con i vetri, isolamento, riduzione delle ore d’aria, ecc.

18. Cfr. F. Fortini, Note per una falsa guerra civile (4 sett. 1977), in Disobbedienze I, manifestolibri, Roma 1996.

19. Lo testimoniano oggi i suoi interventi in Insistenze (Garzanti, Milano 1985) e su «il manifesto», raccolti poi in Disobbedienze I, II. Sulla lucidità politica e l’acutezza antropologica di Fortini nell’esaminare i fenomeni
distruttivi e autodistruttivi di quegli anni è ritornato senza sbandamenti E. Zinato: «Qualche anno dopo, la visita ai detenuti nelle carceri speciali convincerà Fortini che, proprio come per gli assai incerti “suicidi” di Stammhein: «Fra i giovani della lotta armata c’è stato davvero il peggio e il meglio di quella generazione». (F. Fortini, Extrema ratio,  Garzanti, Milano 1990, p.74).
Il “meglio” e il “peggio”, opposti e speculari: c’è di che far saltare i nervi a quanti in quegli stessi anni predicavano, anche per via giudiziaria, la necessità di stare da una sola parte, con conseguente accusa di “fiancheggiamento”. Per Fortini, tuttavia, la questione è solo in parte legata all’attualità e all’immediatezza politica: coinvolge invece più generali questioni antropologiche e contrapposte visioni del mondo. L’intero ceto politico e intellettuale italiano era colpevole a suo avviso di aver rimosso la dimensione tragica dei conflitti, dimensione ben presente alla tradizione cattolica grazie al dogma della natura umana vulnerata dal peccato, ma non ai laici e progressisti». (E. Zinato, L’«Angue Nemico» in Dieci inverni senza Fortini, cit., pp.123-124).
Non trovo, comunque, altri scrittori  italiani che abbiano detto con eguale lucidità politica cose come queste:«una eguale infamia e idiozia [Fortini si riferisce ad alcuni falsi maestri intellettuali degli anni Trenta ha colpito nella seconda metà degli anni Settanta la quasi totalità del ceto politico della sinistra italiana rendendolo incapace di valutare che fra le duecento o trecentomila persone che in Italia hanno simpatizzato con i terroristi c’erano coloro che avrebbero potuto salvare il nostro paese dai servizi segreti, dalla mafia e dalla droga o dalla subordinazione al “regime delle multinazionali”; e di proposito riprendo questa locuzione, per quindici anni derisa da tutta la opinione come specimine del “delirante” gergo dei terroristi; proprio perché fra quelle che conosco è la meno distante dal vero» (F. Fortini, Extrema ratio , cit.,  p.74).

20. In una lettera del 13.10.1981 Del Giudice mi diceva di aver scritto contemporaneamente a me e a Fortini sullo stimolo di un brano di Fortini in occasione del 1° anniversario della strage di Bologna ( apparso su «il manifesto» del 29 luglio 1981 e ora  a pag. 223 di F. Fortini, Disobbedienze I, cit.), che io gli avevo ricopiato in una mia del 30 luglio 1981.

21. Confrontandola con una recensione del libro dell’anarchico Pietro Valpreda scritta da Fortini nel 1974, ho notato quanto la sua passione politica di allora fosse diventata nella lettera a Del Giudice mestizia raggelata. È la misura del mutamento tremendo che ci ha travolto e che nel 1974 era appena agli inizi. Allora Fortini si faceva difensore della «tradizione libertaria e antiautoritaria» e persino dell’«immediatezza», pur ricordando di aver ammonito i giovani che «l’immediatezza è un sogno e che bisogna piegarsi alla mediazione se non si vuole il compromesso». (Cfr. Questioni di frontiera, p.41, Einaudi, Torino 1977).

22. Il sindaco, Valentino Ballabio del PCI, apparve all’inizio per un rapido e imbarazzato saluto. E nessuno dei militanti o iscritti a quei partiti si affacciò nella sala dove si tenne la presentazione.

23. Ho intenzione di riferire  nei dettagli di questo “ripiegamento” nell’edizione nel mio  carteggio con Piero Del Giudice in preparazione.

24. Pietro Maria Walter Greco, conosciuto da tutti come Pedro,  di origini calabresi e attivo nelle lotte sociali, latitante e ricercato  venne ucciso  dalla polizia a Trieste il 9 marzo 1985 in circostanze sospette.

25. Nel gennaio 1985 il socialista Gianni De Michelis, allora ministro del Lavoro, s’era intrattenuto  in conversazione con Oreste Scalzone, allora latitante a Parigi. Sandro Pertini, presidente della repubblica, aveva scritto una lettera a Craxi sul caso  chiedendo  che De Michelis rassegnasse le dimissioni.

26. Berto Barbani, pseudonimo di Roberto Tiberio Barbarani (Verona, 3 dicembre 1872 – Verona, 27 gennaio 1945), è stato un poeta italiano e un importante poeta dialettale veronese.

27. Francesco Maisto è stato giudice di sorveglianza a San Vittore proprio negli anni Ottanta, definiti dalla stampa di fuocoperché le BR avevano aperto il «fronte delle carceri» e cominciava il fenomeno della dissociazione. Sostenne la legge Gozzini.

28. L’episodio, con le riflessioni di Fortini, si legge ora in Extrema ratio, cit., pagg. 71-82.

29. Della rivista uscirono 8 numeri tra l’aprile 1986 e il giugno 1990. La redazione era composta da E. Abate, R. Fabbri, R. Grossi, M. Guerra e R. Mapelli, tutti allora operanti a Cologno Monzese.  Il termine ‘samizdat’ era quello degli opuscoli della dissidenza in Urss ed era direttamente ispirato a un brano di  Fortini:
«Gente conosco che ha vissuto ad occhi aperti gli ultimi quattro decenni e si è decisa a scrivere e, ove possibile, a comunicare non già un’autobiografia ma un riassunto, un sommario di quel che crede o ha sperimentato, per difendere, con se stessi, quelli che non possono farlo. Non so se coloro che verranno (o sono già venuti) avranno il tempo di occuparsene; ma è probabile che saranno questi samizdat disarmati e estremi a dire una verità altra o maggiore su quei decenni di quanto sia nei saggi, negli articoli o poesie o romanzi. Col coltello alla gola, le parole possono in qualche caso farsi meno elusive o illudersi di esserlo» (F. Fortini, Insistenze, 
cit.,pag. 234). L’idea di una “rete comunicativa critica di intellettuali periferici” da organizzare attorno a una rivista me la rimuginavo dal 1984 ed era collegata alla mia esperienza d’insegnante. La rivista era letteralmente fatta in casa, impaginata con la lavagna luminosa e distribuita in modi del tutto artigianali fra amici e conoscenti ai quali riuscivamo ad arrivare. I primi tre numeri, che avevo fatto avere a Fortini, avevano come sottotitolo «materiali di lavoro per intellettuali periferici».

30. In «Laboratorio Samizdat», maggio 1986.

31. «L’intervento di Fortini […] ha concluso la prima giornata con un esplicito richiamo al pessimismo cristiano e marxista di Simone Weil e Ernst Bloch, considerato necessario antidoto all’attuale ripresa di ottimismo positivista e scientista» («il manifesto», 25 settembre 1986)

32. Nella testimonianza di uno dei redattori d’allora il discorso di Fortini fu così riassunto: «Dovete unire Cologno al mondo” ci disse Fortini una sera del 1986. Con la disposizione d’animo di un emozionato ammiratore avevo accolto l’invito di Ennio [Abate] e di altri ad andare a trovarlo a casa sua. Un gruppo di periferia che cercava risposte e una guida. […] A noi che portavamo il nostro progetto “periferico”, contro i “centri” politici e culturali, Fortini ricordava la forza di uno sguardo unitario e totale, che partisse
dal cortile di casa per unirlo a tutto il villaggio» (Roberto Fabbri in “Se tu vorrai sapere…” Testimonainze per Franco Fortini, Comune di Cologno Monzese, dicembre 1996).

33. Erano forse questi «certi aspetti volutamente premoderni» di Fortini che Tito Perlini ha ricordato? (Cfr. Dieci inverni senza Fortini,cit.p. 271)

34. Antonio Negri, Lenta ginestra. Saggio sull’ontologia di Giacomo Leopardi, Sugarco, Milano 1987.

35. Cfr. 28 dicembre 1987: Abate a Fortini

36. Devo precisare  che, comunque, la raccolta inviata a Siena aveva sì lo stesso titolo della bozza che gli avevo mandato nel 1987, ma era molto stringata e accoglieva in sostanza i suggerimenti di Fortini.

37. L’Associazione operò a Cologno Monzese dal 1989 al 1999. Tra i temi in programma: crisi del marxismo, trasformazioni del lavoro, nuova immigrazione, memoria storica, ecologia  della lettura. Tra i relatori ai «seminari di studio»: Giancarlo Majorino, Sergio Bologna, Costanzo Preve, Marco D’Eramo, Pietro Andujar, Pier Paolo Poggio ed altri. L’associazione, oltre ai seminari, promosse nel 1991 un coordinamento multietnico a Cologno Monzese, che indusse il Comune ad istituire il primo Corso d’italiano per stranieri; e, nel 1995, avviò un gruppo di ricerca Per una storia metropolitana di Cologno Monzese.

38. Relazione poi trascritta, riveduta dall’autore e pubblicata col titolo Contro lo snobismo di massa prima in «Laboratorio Samizdat», n.7, novembre 1989, e poi in Un dialogo ininterrotto. Interviste 1952-1994, Bollati Boringhieri, Torino 2003.)

39. Con relazioni di  partecipanti all’associazione. In ordine di svolgimento: D. Salzarulo, Composita solvantur; E. Abate, Il ladro di ciliegie; L. Ferrieri, Fortini leggere e scrivere; A. Meani, Questo muro; M. Guerra, Extrema ratio; C. Carlotta e R. Fabbri,  Fortini autore di testi per canzoni; E. Partesana, Verifica dei poteri ). Gli incontri furono conclusi il 31 maggio 1995 con una  relazione di R. Luperini sulla figura di Fortini.

40. Con testimonianze su di lui di: E. Abate, L. Amodio, R. Birolli, S. Bologna, G. Bouchard, L. Calvi, P. Cataldi, I. Della Mea, L. Della Mea, A. De Lotto, A. Grazia D’Oria, R. Fabbri, F. Gianoli Grandinetti, E. Grandinetti, M. Guerra, U. Lacatena, L. Lenzini, F. Leonetti, R. Luperini,  C. Preve, F. Romanò, D. Salzarulo, F. Sarcinelli, G. Stocchi, P. Zamboni, D. Zazzi.

41. È il caso di «Poliscritture» (rivista cartacea + sito:www.poliscritture.it) avviata nel 2005 e ancora sensibile ad echi fortiniani.

42. Sarà Altre ragioni.

43. Eccola nella versione poi rielaborata: Fuori dal presepe (A Franco Fortini): Lui conclude/su estreme ragioni.//E noi in questa desolata/Betlemme del pensiero/non più ansimanti/per decorarla/smorziamo/il suo dire tonante/i rantoli sublimi/dei grandi morti/che ci affida/ricontrolliamo/i contrassegni/ai monumenti/da salvare.//Per mondare/le nostre riconoscibili/anime di briganti/chiazzate/di umile marcio/allenate a riverenze/solitarie/ma in sogno/prossime ai potenti?// Tremanti nelle conclusioni/provvediamo alla sua sostituzione/eretici della sua stessa eresia. //Per non riflettere/il fulgore falso del nemico/stiliamo capitoletti abbreviati/di un futuro vangelo.

44. Ritrovo il problema del rapporto coi “padri” e/o coi “fratelli maggiori” anche in Tito Perlini: «non ho mirato a trovarmi in mezzo a dei venerabili padri ma ho puntato molto sui fratelli maggiori, quelli più grandi di me che sentivo più bravi» (Cfr. Dieci inverni senza Fortini, cit., pag 292).

45. Il rapporto Montaldi-Fortini m’interessa particolarmente: per aver conosciuto entrambi e per  qualche parziale analogia che mi pare di poter stabilire con il rapporto tra me e Fortini. L’avvicinamento tra i due avvenne attorno al ’55 per iniziativa di Montaldi, che vedeva nell’esperienza de «Il Politecnico» un modello per sé e i giovani di Cremona raccoltisi attorno a lui. Ma dopo un breve carteggio, si concluse bruscamente nel ’63, con uno sfogo risentito di Montaldi nei confronti di Fortini, rimproverato per la sua disattenzione  verso i bollettini del Gruppo di Unità proletaria cremonese: «Non ci hai mai rivolto una critica, non ci hai mai detto che avevi qualcosa da dare, da scrivere, nemmeno un’indicazione sugli argomenti da trattare, da sviluppare, non un indirizzo cui mandarlo…» (Lettera di Montaldi del 9 marzo 1963 in Archivio del Centro Studi F. Fortini). L’atteggiamento di partenza di Fortini verso Montaldi e il suo gruppo è improntato a una cauta diffidenza e si desume da una lettera del 1955: «I suoi “entusiasmi” mi attraggono e sconcertano a un tempo; c’è una dose di confusione. Mi par di capire chi siate: le definizioni sono ingannevoli, ma l0odore di zolfo del vostro gauchisme non inganna. Le carte sono rimescolate. Io non sono una guida; appena forse uno stimolo. Al di là dei suoi eventuali errori personali, non sarà inutile vedersi. Mi scriva e venga a Milano». (in Franco Fortini, Un giorno o l’altro, pag. 161, Quodilibet, Macerata 2006).

46. Problema che tornerà ossessivamente anche nel 1986 nell’incontro della
redazione di «Laboratorio Samizdat» con Fortini e Edoarda Masi e in altri miei tentativi di autorganizzazione.

47. « Penso che ci voglia una convergenza, una reciprocità di scambi, affinché i più prossimi al “centro” avanzino nel loro processo  di – diciamo – de-cooptazione e quelli, come noi, buttati nelle periferie non deperiscano in micro lotte crepuscolari.» (Lettera del 12 giugno 1989).

48. L’articolo apparve sul n. 34 di «Quaderni piacentini» proprio nel maggio 1968.

49. Non quello credo dell’«individualismo piccolo borghese» colto da Pasolini e che anche  Edoarda Masi vede oggi come «seme piccolo borghese, anticomunista in toto, che covava sotto la protesta» (Cfr. Dieci iverni senza Fortini, cit., p. 269)ma della rivolta aperta al futuro.

50. Solo dopo la morte di Fortini ho riflettuto di più su questa sorta di “impermeabilità” dell’io di Fortini.  E devo il riconoscimento dell’importanza di quest’aspetto all’incontro con Michele Ranchetti, che giudico un vero “fratello antagonista” di Fortini.  Del suo sguardo  da studioso di Freud oltre che di cattolico sui generis, mi ero accorto nella prima commemorazione senese della morte di Fortini nel dicembre 1995, quando fui colpito da quella sua affermazione che in Fortini ci fosse «una fragilità di fondo nell’ambito degli affetti». Tesi che Ranchetti ha riconfermato nel 2004, quando scrisse di «una certa resistenza [di Fortini] che si rivela nei suoi diari dove non  vi è quasi traccia di una riflessione che non abbia note di conferma storica o bibliografica, che sia senza testo a fronte, che attesti un’emozione non mediata da un’eccezionale cultura […] Vi è nei diari, ma anche nelle lettere, un accanimento critico che non si apre mai o quasi mai ad un’esclamazione libera dell’io che appare ritroso a scoprirsi, ad esporsi ed è in gran parte così anche della persona, che escludeva ogni confidenza non destinata ad un fine» (Cfr. Dieci inverni senza Fortini, cit., pag. 274).  Ho iniziato a riflettere sul rapporto Fortini-Ranchetti in alcune lettere che scrissi nel 2002 allo stesso Ranchetti. Spero di proseguire.

51. Mi limito a dire che ho rimaneggiato quella raccolta, smembrando la struttura tripartita “progressiva” e lavorato ad un approfondimento delle sue «diverse direzioni». Finora ho pubblicato Salernitudine (Ripostes, Salerno 2003) e Prof Samidat (Cepollaro edizione 2006).

52. È una sottolineatura che ritrovo costantemente in tutti i miei rapporti con gli intellettuali che ho conosciuto più da vicino. Può parere antipatica e non mi va di accentuarla indebitamente certi scarti di grado esistenti tra noi, ma hanno il loro peso. E del resto fu lo stesso Fortini a parlare spesso di intellettuali «alti» e «bassi». Io mi batto per tenerli presenti come problema nel contesto di problemi sicuramente più importanti, non per isolarli e ingigantirli.  Nessuno ha voglia di ridurre la lotta  tra le classi allo scontro tra intellettuali bassi o alti.

53. «La vita quotidiana degli uomini ha un’estrema importanza nella riproduzione della totalità proprio perché, da un lato, si hanno CONTINUE CORRENTI CHE ARRIVANO FINO ALLE PERIFERIE,le coinvolgono nei tentativi di risolvere i grandi problemi della società, vi suscitano reazioni; dall’altro lato, tali reazioni non soltanto RIFLUISCONO VERSO IL CENTRO, verso l’intera società, ma al medesimo tempo rendono operanti, per questa via, “VERSO L’ALTO“ quei particolari problemi che occupano le comunità locali minori, esigendo delle prese di posizione nei loro confronti… TALE CORRENTE RECIPROCA di prese di posizione a noi sembra il complesso problematico più importante della vita quotidiana. Intorno all’INCIDENZA DEL CENTRO SULLE PERIFERIE si hanno qua e là talune ricerche(vi sono molte ricerche sul modo in cui taluni beni di consumo “scendono“, cioè sul modo in cui operano dall’”alto” verso il “basso“). Del tutto inesplorato, per contro, è rimasto il movimento opposto, perché l’aristocraticismo dottorale della gente coltivata inclina a considerare irrilevanti tali effetti, a ritenere che tutto quanto viene pensato, sentito, vissuto, ecc. in “basso“ può essere solamente un prodotto di impulsi provenienti dall’alto» (G. Lukács,Ontologia dell’essere sociale,  Editori Riuniti , Roma 1981)

54. Ad es. nel libro di M. Ilardi, E. Scandurra (a cura di) Ricominciamo dalle periferie. Perché la sinistra ha perso Roma, manifestolibri, Roma 2009.

55. So ambivalente questa definizione. Psicologicamente segnala rispetto e sospetto, reazioni abbastanza consuete (e a volte stereotipate) nei confronti di Fortini.  Certo, ho provato grande rispetto per lui. L’ho sentito un’autorità vera, non di cartapesta, un consapevole magister. Mai ho dubitato dell’ampiezza e del vigore della sua cultura o della forza morale (cristiana e comunista) della sua partecipazione alla vita pubblica. E il sospetto, che intendo nella forma intellettualmente nobile, nel mio caso nasceva (orgogliosamente?)  dal riconoscermi pienamente «intellettuale massa», nano, se si vuole, di fronte a un gigante. Quando confronto esperienza e cultura mie con le sue, la cosa mi pare assodata. E tuttavia non me la sono mai sentita di sorvolare sbrigativamente su tale differenza salendo – come suol dirsi  sulle sue spalle e guardando il mondo solo da quella sua altezza. Mi è stato sempre chiaro che io dovevo agire ed operare rasoterra e definitivamente in periferia. E da questa collocazione per me stabile (persino negli “anni formidabili” del ’68-’69, quando il rifiuto della Tradizione ebbe un segno ribellistico e sovversivo fortissimo) ho sentito con più acutezza l’esaurirsi della Tradizione in cui Fortini era cresciuto.

56. Vi ho accennato in Critici senza mestiere? Meglio se contrabbandieri su www.poliscritture.it e www.ospiteingrato.unisi.it

57.
Cfr. R. Rossanda, Uno sperato tutto di ragione in F. Fortini, Saggi ed epigrammi, cit.

58. Basti scorrere le notizie sul periodo  che va da 1981-1983  al 1990-1994 nella Cronologia di Luca Lenzini in F. Fortini Saggi ed epigrammi, cit.

59. La posizione espressa da Perlini mi sembra oltremodo pluralista e iper-relativistica: «una sorta di prodigiosa unità che presiedeva a tutte le sue variegate e svariate attività ma che tuttavia non impedisce che poi si possa considerare di più il Fortini che volle essere militante politico o il Fortini intellettuale che diede vita a una produzione saggistica tra le più straordinarie che ci siano in Italia, paese poco incline in genere all’arte saggistica, infine se si voglia concentrare l’attenzione sulla figura del poeta che è quella determinante e fondamentale che lega insieme tutte le altre» (Cfr. Dieci inverni senza Fortini, p. 270). La figura di poeta  è determinante e fondamentale nella personalità di Fortini, ma non può tenere insieme tutte le altre. Una poesia fatta da un cristiano-comunista  non sarà mai solo poesia (in astratto).  Trascenderà la propria posizione ideologica; ed ammetto che  questa sia “secondaria” al momento della valutazione estetica. Ma la poesia non è esclusivo campo degli studiosi di estetica. Riportata in mezzo a noi, ai nostri conflitti, la poesia di Fortini o di Dante o di un altro poeta, mostrerà sempre anche le sue radici, la sua età, la sua diversità.

60. Rimando a Ranchetti, Non c’è più religione, Garzanti , Milano 2003.

61. È la tesi di G. La Grassa: «Sul comunismo stendiamo momentaneamente (una fase storica) il silenzio; perché parlarne senza analisi – e senza nuove categorie d’analisi – è da sciocchi o da mascalzoni; significa produrre idee fantasmagoriche della “novella società”, che non hanno una qualsiasi possibilità di convincere se non pochi dissennati» (dal sito www.ripensaremarx.it).

62. Sovvertire la chiusura del presente. Alain Badiou. (Intervista a cura di Livio Boni e Andrea Cavazzini), in «Allegoria», anni XXI, terza serie, n. 59, gennaio/giugno 2009,  Palumbo editore, Palermo 2009).

63. Specie se il termine ‘intellettuali’ rimanda ancora ad una categoria astratta, idealistica e in fondo riguardante un’élite,  «un ceto separato, sostanzialmente una somma di grandi individualità» (Bologna), come risulta dal discorso recente di Asor Rosa ne Il grande silenzio Intervista sugli intellettuali, Laterza, Roma-Bari 2010.

64. Masi: «l’ottimismo della volontà gli vietava di riconoscere la catastrofe (…) il suo discorso si fa sempre più “a futura memoria” e il tono dei suoi versi, doloroso, diventa più cupo negli ultimi anni» (Cfr. Dieci inverni senza Fortini, cit., p.263). A tratti tuttavia, se in quella serata del 1983 a Cologno rileggiamo affermazioni come questa: «Quello che è certo è che non bisogna lasciare pietra su pietra di quello che è stato lo svolgimento ideologico (Badate, dico ideologico, non politico. Non strettamente politico, ma ideologico) della lotta della sinistra in Italia fino almeno agli anni ’60; alla metà degli anni ‘60 e anche oltre». Oppure come la seguente: « Non vediamo, non vogliamo vedere fino in fondo l’ampiezza del disastro. Ebbene, è solo se noi tocchiamo veramente e realmente il fondo del disastro; è solo se noi riusciamo davvero con un atto, direi, più di volontà che d’intelletto (a raggiungere) una visione dei rapporti internazionali e di come questi rapporti internazionali si riflettono nella nostra vita quotidiana, qui nel nostro Paese; solo in questo caso, solo starei per dire paradossalmente con la disperazione analoga a quella che ha massacrato una generazione a colpi di prigione, di terrorismo e di droga; solo in queste condizioni possiamo legittimamente sperare di cominciare un nuovo discorso».

 Carteggio Abate-Fortini