Massimo Raffaeli,
Katà leptón.
Trascrizioni da Catullo

Sabrina Pirri

Massimo Raffaeli, Katà leptón. Trascrizioni da Catullo, Liber I – XXIII, Montecassiano, Vydia ed., 2025.

«Muor giovane colui ch’al cielo è caro»: così Leopardi traduce Menandro. Indubbiamente Catullo è poeta della gioventù, sia perché morto giovane, sia perché amato dai giovani, come giovane era Massimo Raffaeli quando tradusse questi carmi iniziali del Liber catulliano. La recente e preziosa plaquette del mio coetaneo, infatti, con la premessa di Enrico Testa, mi ha riportato agli anni Settanta e in particolare al 1977, evocando il clima di allora, tra la scelta inattuale degli studi classici e l’urgenza dell’impegno politico.1 Contiene venti traduzioni giovanili – Juvenilia – dei carmi iniziali del Liber, risalenti al 1983, approntate dall’autore durante la preparazione del concorso a cattedre, con «dilettazione morosa» (formula della teologia morale, che rimanda a una connotazione peccaminosa, se non ad una vera condanna), secondo il tagliente giudizio dell’io di oggi a proposito dell’io di allora.

Nella mia trentennale esperienza di docente di latino nei licei sicuramente tra queste venti rientrano nel canone scolastico i carmi 1, 2, 3, 5, 7, 8, 11, 12, 13, presenti nelle antologie, di cui almeno sei dedicati a Lesbia, quasi certamente alias di Clodia, sorella di Clodio e moglie di Metello Celere, viva di luce propria grazie al Cicerone della Pro Coelio, luce che si è riverberata fino alla Clodia di Marcel Schwob (Vies imaginaires, 1896) e al pascoliano Catullocalvos (1897), per giungere al romanzo di Panzini Il bacio di Lesbia (1937). Ma Lesbia, anche a volerla far parlare, rimane un mistero: il mistero delle donne cantate dagli uomini, come Beatrice, Laura, etc. Ma veniamo ora alle traduzioni, la cui ratio l’autore stesso spiega nella Postfazione. Scriveva Guido Ceronetti che «Catullo è rimasto a lungo offuscato da barbari pudori e da una retorica traduttoria inguaribile, e pur essendo ultranoto, è uno sconosciuto per la lingua italiana» (così in appendice alla traduzione integrale del Liber (Einaudi 1969).2 Secondo Raffaelli «Ceronetti esagerava in senso goliardico, ma era vero che la lingua dei professori in genere mistificava il poeta di Lesbia e ne perdeva tutto il sale». Mi par di capire che Raffaeli, letto Ceronetti, abbia proceduto per la sua strada, una via mediana, piana.

Molto ci sarebbe da commentare, a leggere tutte le traduzioni: mi limiterò a due annotazioni. La prima è relativa al Carme VII, dedicato a Lesbia, in cui Catullo unisce mirabilmente l’erudizione alla passione, mescolando sabbia, stelle e baci. Infatti il tema dei baci (non “oscula” ma il più volgare e corrente “basia”, da cui derivan “basiare” e “basiationes”) viene collegato con dotti riferimenti a Cirene, patria del poeta greco alessandrino Callimaco, maestro involontario dei poetae novi (o neoteroi), la cui Chioma di Berenice Catullo tradusse in distici. Ebbene Raffaeli traduce con una lingua colloquiale o “parlata bassa”: «Mi chiedi, Lesbia, a che numero devi arrivare / con i baci perché mi bastino e avanzino […] pari è l’immenso numero di baci che devi dare a Catullo/ pazzo d’amore, perché bastino e avanzino».

Nel carme 14, dedicato all’amico poeta Licinio Calvo (destinatario anche del carme 50) Catullo minaccia scherzosamente di vendicarsi per un dono poetico sgradito, restituendo all’amico pan per focaccia con poeti ancora peggiori. Se ne ricava la grande affinità di gusti tra i due poeti, secondo la definizione sallustiana di amicizia: «Idem velle atque idem nolle»…

Che orrendo infame libretto, dèi del cielo!
E tu, è chiaro lo hai subito spedito al tuo
Catullo che, seduta stante, tirasse le cuoia
proprio nel più bel giorno, sacro ai Saturnali.

Molto interessanti risultano infine le riflessioni metriche sul legame tra Rosa Calzecchi Onesti, infaticabile traduttrice di Iliade (1950), Odissea (1963) nonché Eneide (1967), e il suo mentore Cesare Pavese, dal cui Lavorare stanca (1936) ella mutuò l’uso del verso lungo. Si licet parva componere magnis, come Agostino nelle sue Retractationes rivede la sua produzione precedente, così Raffaeli rilegge sé stesso di allora, la cui «impronta digitale» ancora condivide; e chissà se anche per lui vale la prece fortiniana: «Di qui toglimi giovane, contro la sera lenta»…

Note

1 Per cui rimando alla Filologia della gioventù di Roberto Andreotti, in Id., Classici elettrici, Milano, BUR, 2006.

2 Il 1969 è l’anno del Satyricon di Fellini, della Medea di Pasolini, mentre nel 1970 Sanguineti pubblicò il Gioco del Satyricon, una riscrittura cara a Raffaeli che la cita a p. 71 del suo libretto.