Critici «senza mestiere»? Meglio se «contrabbandieri»

Alfonso Berardinelli il critico come intruso
a cura di Emanuele Zinato, Le Lettere, Firenze 2007

Questo libro, curato da Emanuele Zinato, insegnante di Teoria della Letteratura all’Università di Padova, affronta il tema della crisi della critica letteraria alla luce degli scritti di Alfonso Berardinelli. Suddiviso in tre parti – un ritratto intellettuale di Berardinelli (Il critico come intruso); una lunga intervista da lui rilasciata a Zinato, che è anche un serrato confronto sui problemi della loro disciplina tra i due (uno del ’43, l’altro del ’58); e un’«antologia personale» (Carte d’identità), corredata da foto e nota biobibliografica – fornisce abbondanti dati sulla vita, le opinioni etiche, estetiche e politiche, le preferenze e le idiosincrasie del critico in questione.
    Il saggio introduttivo inquadra bene personaggio e problemi. Zinato vi delinea il processo che nell’ultimo trentennio ha cancellato la figura del «critico intellettuale» lasciando il critico letterario «letteralmente senza mestiere» (p.12)1. E apprezza l’«autodifesa della letteratura nell’epoca della sua devitalizzazione postmoderna» (p. 43) svolta da Berardinelli, il quale, miscelando le lezioni di Elsa Morante, Pasolini ed Enzensberger, ha condotto un’assidua polemica contro il «Ceto Medio globale» (p. 17), «insieme nichilista e accomodante, privo di identità e onnivoro» (p. 24), responsabile a suo dire dell’attuale svilimento della letteratura.
     L’intervista aggiunge interessanti particolari biografici al ritratto intellettuale di Berardinelli, tratteggiando un percorso a parabola: quello di uno studioso di letteratura formatosi sul Pasolini anni Cinquanta2, che resta diffidente di fronte al ’683, non aderisce a nessun «gruppo o micropartito» (p. 71), s’accosta al marxista Fortini (nel 1973 scrive una monografia su di lui); ma presto se ne ritrae4, ritorna alle “radici” pasoliniane e, nel clima di “ritorno all’ordine” degli anni Ottanta, inizia un percorso radicalmente impolitico, giungendo ad una sommaria liquidazione di Fortini stesso5 e al ripudio feroce del marxismo, definito nell’intervista «una deformazione caratteriale, una malattia delle ossa» (p. 59).
     L’antologia, infine, esemplifica soprattutto la produzione del Berardinelli “impolitico”. Vi s’incontrano annotazioni sui suoi autori preferiti6, considerazioni sull’arte moderna, T. Mann e G. Benn, il surrealismo, Kerouac e il pubblico della poesia. Contiene anche acri saggi polemici contro la politica e il comunismo, assieme a riflessioni di carattere più autobiografico ed esistenziale. Lo stile degli scritti è ironico, aggressivo e paradossale e la critica sociale, per la quale Berardinelli si rifà volentieri alla tradizione dei liberi pensatori del Sei Settecento, fortemente pessimistica o dichiaratamente misantropa7.
      Essendo quasi coetaneo di Berardinelli, avendo frequentato un po’ Fortini negli anni della sua vecchiaia, a partire dal 1982, e riconoscendomi in parte nell’atteggiamento inquieto, antielitario e da «intruso» di Berardinelli, ho letto questo libro oscillando tra adesioni parziali e rifiuto generale. Tre sono i punti in cui serro ora la mia riflessione.

 

 

     Prima riflessione: sui «critici senza mestiere» e la «difesa della letteratura»

       

    La difesa della letteratura è il punto di sostanza che accomuna, al di là di divergenze significative (su Fortini, su Orlando, sull’idea di «bene comune» e – penso – su Marx8), intervistatore e intervistato. Pur essendo sensibile al tema, non mi ha mai convinto l’unilateralità di tale difesa da parte dei critici letterari9. E i modi con cui ne discutono qui Zinato e Berardinelli rafforzano la mia perplessità.
     C’è oggi davvero bisogno di difendere la letteratura? In toto? Senza distinzioni indispensabili? E che difesa è, in particolare, quella, che ne ha fatto in questi anni Berardinelli? Se i critici sono rimasti “senza mestiere”, è difendendo la letteratura in questi modi, che recupereranno il  perduto ruolo di «critici intellettuali» o ne troveranno uno nuovo?
     Il confronto tra Zinato e Berardinelli dà per scontato cose che per me non lo sono affatto; e cioè che «i pilastri del pensiero critico novecentesco sono ormai tutti franati»; «comunismo e marxismo non costituiscono più una prospettiva realistica»; (p.47) e «la vicenda dei rapporti di mediazione tra politica e cultura sembra chiusa» (p. 49).
     Non è così, anche se a prima vista sembra così. La discussione nel merito sarebbe troppo lunga, richiederebbe laboriose precisazioni terminologiche; e soprattutto mancano oggi i luoghi necessari per non farla diventare oziosa. Perciò qui l’accantono.
     Chiedo però: è servito questo tipo di difesa della letteratura  che Berardinelli ha esercitato?
Entrambi gli interlocutori sottovalutano, secondo me, il disastro derivato dall’”evaporazione” dell’egemonia marxista e non solo nel campo della critica letteraria, ma nella vita sociale italiana, europea e mondiale.
     Sì, la voce di Berardinelli «è tra le poche ad essersi dissociata dalle mode imperanti» (p. 44), ma in nome di che cosa?
    Egli ha diagnosticato precocemente10 la «sopravvenuta inservibilità della critica» (p. 13), ma discutere sulla «bella addormentata» (la letteratura), senza capire che, più che avvelenata dalla mela della strega-neoavanguardia, è stata piegata da processi materiali che oggi vagamente indichiamo col termine «mondializzazione»,  è cincischiare tra simili, un po’ come i dottori al capezzale di Pinocchio.
     E si dovrà pur riconoscere che la battaglia minoritaria in favore di «una razionalità non riduttivamente “scientifica” nel campo della critica» (p.14), svolta da Berardinelli assieme a Di Girolamo e Brioschi contro «la pretesa unificante della semiotica e l’ontologia della  “letterarietà”» (p. 13), non ha avuto  buoni risultati, se i critici sono tuttora «senza mestiere».
     A me pare che il limite della critica di Berardinelli stia all’origine. Stia innanzitutto e soprattutto nell’essersi presto disfatto di quel poco di marxismo, che nell’incontro con Fortini aveva forse intravisto. (E anticipo – ne parlerò più avanti – che considero illuminante quel passo dell’intervista in cui Zinato affronta e Berardinelli elude il “nodo” del rapporto Fortini-Berardinelli).
A differenza di entrambi, resto convinto che, anche oggi, nella postmodernità realizzata o sognata, l’atteggiamento verso Marx e il marxismo (o il comunismo ideale e reale; e, dunque, anche verso Fortini; o, diciamo pure, verso queste «rovine» del passato) sia discriminante.
      Il marxismo è indubbiamente franato nella coscienza democratica, ma il vuoto che ha lasciato anche nella critica letteraria non si riempie con un po’ di «protoilluminismo» da libero pensatore di Berardinelli. Le «rovine» di Marx e del marxismo restano tuttora necessarie, anche se insufficienti per intendere appieno la mondializzazione  o ricomporre un nuovo disegno11.
     Una difesa della letteratura, perciò, non può essere separata da una difesa delle «rovine» del marxismo. E da parte dei critici letterari mi attenderei quantomeno l’atteggiamento che tenne il Leopardi de La ginestra nei confronti dell’illuminismo rivoluzionario, anch’esso franato ai suoi tempi.
     Malgrado la  «strage d’illusioni», egli non si sbarazzò di quel pensiero:

 

Secol superbo e sciocco,

Che il calle insino allora

Dal risorto pensier segnato innanti

Abbandonasti, e volti addietro i passi,

Del ritornar ti vanti,

E procedere il chiami.

 

La debolezza dell’ impolitico di Berardinelli, invece, a me pare riassunta in una sua affermazione del 1983, che trovo ne Il critico senza mestiere, quando troppo presto si rallegrò della fine dell’«epoca totalizzante e mitologica nella quale i sistemi e le classi sociali si facevano una guerra sorda, fredda o aperta impugnando non solo le armi ma anche filosofie della storia e teorie sociali» (p.116); e troppo presto, come Vattimo e tanti altri,  annunciò anche lui pomposamente: «Siamo entrati per l’ennesima volta nell’età della ragione. I miti sono caduti» (p. 116).
     Oggi «le evidenze tragicamente tangibili della guerra permanente» (p. 46) non incrinano – come sostiene Zinato – solo i presupposti ideologici del postmoderno, ma mostrano, ancora una volta, l’insufficienza di una difesa della letteratura, che fatica a riconoscere o nega del tutto, come fa Berardinelli, il «tasso di politicità nello specifico del proprio mestiere» (p. 46), che proprio Fortini ha sempre sottolineato.
     Questa «autodifesa» della letteratura è troppo immemore o liquida le giuste critiche all’istituzione letteraria mosse nel ‘68-‘69 “dal basso”; e, nell’ambito dei critici della letteratura d’allora, anche “dall’alto”: da Fortini stesso12 ma – in parte e pur con ambiguità tuttora inaccettabili – anche dalla neoavanguardia, sulla quale non condivido il giudizio sprezzante oggi di moda.
     Se difesa di qualcosa ci dev’essere, dev’essere – ripeto – difesa del marxismo e dell’apporto marxista in letteratura13; e quindi di Fortini, perché, come riconosce Berardinelli stesso, fu lui a costruire «la migliore e la più interessante sintesi della cultura letteraria italiana influenzata dal marxismo» (p. 73).
     Né può esserci difesa della letteratura in blocco contro un altro blocco, che sarebbe rappresentato dalla tecnocrazia o dalla mitica e fasulla nuova classe sociale, che sarebbe  il «Ceto Medio globale».
     Quella fra Letteratura (con la maiuscola berardinelliana o d’altri) e Tecnocrazia o Comunicazione (sempre con le maiuscole) è una contrapposizione in parte finta: molti rappresentanti delle potenti – una volta – tradizioni umanistiche convivono assai bene con logotecnocrati e tecnocrati iper-moderni; come con preti, cardinali e sponsor privati iper-reazionari d’ogni genere.
     Andrebbe difesa soltanto la letteratura dimostratasi critica verso l’esistente. E solo quella che, in vari modi, s’è richiamata a Marx e al marxismo finora lo è stata. Se perciò una parte  del lavoro (non tutto) dei superstiti critici letterari sta in un «buon uso delle rovine», quelle lasciateci da Fortini e dal marxismo non ortodosso mi sembrano mille volte preferibili all’impolitico di Berardinelli.
     La sua versione particolarmente individualista e misantropa  inibisce la necessaria esplorazione critica della postmodernità, la quale non è tutta “barbarie”, come la letteratura non è tutta “civiltà”. E perciò mi pare equivoca e carente proprio se si auspica, come fa Zinato, una nuova «assunzione di responsabilità da parte degli intellettuali» (p. 46).
     Berardinelli, libero pensatore, è una pallina di gomma che può rimbalzare da ogni parte. Ma oggi avremmo bisogno ditante palline e che sappiano a quale bersagli indirizzarsi. Prendersela con i simboli più mercificati, ma per questo più indifferenti ad una critica minoritaria costruttiva (Eco se ne sbatté della «iperstroncatura» fattagli a suo tempo su «Diario» da Berardinelli, perché tappa la bocca ai suoi critici con i ricavati dei suoi diritti d’autore) è perdere tempo. E non è un astratto «Ceto Medio mondiale» il vero nemico. Lo sono le Multinazionali, che lo aggregano e lo propongono come modello vincente all’intellettualità di massa, lasciata nel suo brodo di ambiguità o persa di vista dai critici, sia che il mestiere l’abbiano  conservato o perso.
     Essi dovrebbero riconoscere, innanzitutto, che un processo di generale precarietà del lavoro non ha colpito solo loro. E non dovrebbero lamentarsi da soli e per quel che li riguarda. Ma attrezzarsi con un pensiero che li apra ai problemi posti dalla precarietà generale del lavoro (e della vita), non con uno che li rafforzi nel loro individualismo impolitico e un po’ snob.

 

      

       Seconda riflessione: sul “nodo” Fortini-Berardinelli 

       Il “nodo” edipico, politico e intergenerazionale, che Zinato ha il merito di riproporre in questo libro14, non ha riguardato solo Berardinelli. Ricordo, ad esempio, lo scontro Fortini-Fachinelli, rievocato con accorato rammarico dallo stesso Fortini qualche anno prima di morire. E tanti, che hanno collaborato o conosciuto più o meno da vicino lo scrittore – «maestro», poi «cattivo maestro» del ’68 –  hanno i loro “nodi”, variamente sciolti o irrisolti e rimossi.
     Quello che queste pagine ripropongono non è dunque una vecchia “bega”, può far riflettere molti e, fosse solo per questo, mi sentirei di consigliare il libro a tanti ex sessantottini.
     Tra quelli che conosco, si sono cristallizzati due “partiti”: una maggioranza, la quale simpatizza sotterraneamente con Berardinelli, perché vede nel suo ripudio di Fortini e del marxismo un gesto di maturità, che pur essa, venuta dal ’68, ha fatto in altri modi; e una minoranza, che non solo non gli ha perdonato il modo – e ‘l modo ancor m’offende! – tardivo, sgradevole e ingeneroso con cui Berardinelli ha compiuto il suo (davvero indispensabile?) parricidio simbolico nei confronti di Fortini o insiste nel suo accanimento antimarxista.
     Io appartengo a questa seconda schiera. Vorrei evitare il tifo o la difesa d’ufficio di Fortini, ragionare a mente fredda sulla rottura fortemente simbolica tra i due. Ma non penso ci possa essere equidistanza o salomonica individuazione dei torti e delle ragioni con senno di poi storicista. Proprio perché il problema è, secondo me, politicamente attuale ed implica un pronunciamento inevitabile sull’inservibilità o utilità delle «rovine» di Marx e del marxismo.
     Non
si può scappare: o si sta con Fortini e il marxismo o con Berardinelli e la sua scelta impolitica antimarxista. Del resto, a distanza di tanto tempo, la posizione in merito di Berardinelli si è attestata su una orgogliosa rivendicazione della giustezza di quella rottura con Fortini, il ’68 e il marxismo degli anni Sessanta e non lascia spazio a mediazioni. Ciascuno dei due “partiti”, insomma, deve separatamente fare i conti in casa propria e con gli strumenti di cui dispone.
     Per quel che mi riguarda, non posso dimenticare che, dopo gli anni Settanta, una qualche sorta di autodafé rispetto ai valori “rivoluzionari” professati in quegli anni è stata per molti intellettuali il lasciapassare per far carriera specialmente nelle università, nei giornali, nella TV.
     Di autodafè, allora, ce ne furono di tutti i tipi: plateali e sobri, da pentiti e da falsi ingenui, da marrani e da sincericonversos, sollecitati e spontanei.
     Quello di Berardinelli, secondo me, ha contraddittoriamente e ambiguamente in sé un po’ di tutti questi aspetti.
     È un fatto poi che solo cambiando idea o ritornando alle sue precedenti idee, sciogliendosi dal rapporto con il marxista Fortini, egli sia diventato oggi «uno dei critici-scrittori più brillanti, autorevoli e polemici presenti sulla scena culturale italiana».
     Se non avesse fatto quella scelta, forse sarebbe rimasto come noi, brillanti (meno di lui), polemici (quanto e più di lui), ma certamente non autorevoli sulla scena culturale italiana, perché “attardarsi” ancora oggi nei dintorni di Fortini e del marxismo, interrogarsi sui problemi posti dalla “fine del comunismo” e non essersi decisi, in qualche maniera, ad abbracciare il “postcomunismo” o l’”anticomunismo” liberale o qualche forma di impoliticità almeno individualista ci rende irrimediabilmente e fastidiosamente veteri.
     Chiarito questo, per me uno che “cambia idea” e sceglie un’altra compagnia rispetto a prima o semplicemente si isola da quelle precedenti  fa problema: prima lo sentivo “vicino”, ora non più (e lo stesso capita a lui); ma sono portato a chiedermi perché lui “è cambiato” in modi diversi da quelli in cui sono “cambiato” io.
     Questo libro qualche elemento per riflettere su quanto accaduto ad alcune generazioni me lo dà: dal ritratto di Zinato, dall’intervista e dall’antologia, secondo me, emerge la figura dell’intellettuale individualista, infelice e innamorato della letteratura, che ero anche io prima del ’68-’69; una figura abbastanza comune, specie nel Sud d’Italia da cui provengo.
     Per lo scoppio inatteso delle lotte del ’68-’69, egli, come me e come tanti, è stato posto d’improvviso di fronte al problema di un “superamento” (o ripensamento profondo) della sua condizione ricevuta come “naturale”, un po’ come la generazione imbevuta di cultura ermetica durante il fascismo fu posta dalla Resistenza di fronte a un problema analogo.
     In quel biennio in tanti, credo, ci siamo sentiti dei Kafka costretti d’improvviso a fare i conti con dei Lenin più o meno improvvisati (e magari un po’ caricaturali) che nei casi migliori riproponevano il rapporto letteratura-politica e, nei peggiori, cancellavano la letteratura con la politica. Si incontravano e scontravano, nel vivo di una fase convulsa della storia italiana e mondiale, culture e immaginari diversi e spesso distanti. Fummo gettati dentro (e un po’ ci gettammo) una sorta di melting pot entusiasmante, ma anche traumatico (come del resto quello che oggi altri – i nuovi immigrati – stanno sperimentando). Con quanta inconsapevolezza nell’immediato e forse anche molto tempo dopo di cosa e quali profondità venivano messe in fibrillazione, se Fortini stesso, che pur mai  inciampò nei facili slogan del «rifiuto della letteratura” o del “suicidio degli intellettuali”, riflettendo sulla rottura con Berardinelli, non riesce a precisare: «qualcosa che ignoro e che forse, ma quasi di sbieco ha a che fare con me e lo ha leso» (p. 73).
     In quegli anni, anche Berardinelli sembra accettare la sfida dell’incontro con il diverso da sè, che Fortini gli rappresentava, e rompe almeno una parte delle sue esitazioni. Ma, quasi subito, molla o come lui stesso dichiara: «Appena pubblicato il libro su di lui, mi ero già pentito di averlo scritto» (p. 77). Come se in quell’incontro tra il vecchio critico marxista e il giovane letterato estraneo al marxismo ci fossero stati equivoci oscuri e una sorda competizione15.
     Quello che, però, ancora oggi non si capisce è perché, avendo quasi subito rotto quel rapporto16, recuperato in pieno (si suppone) il suo stato di “libero pensatore” o, come lui dice, di «eroe che pensa» (p. 85), svanita la prospettiva di cambiamento sociale, che dopotutto avrebbe dovuto confermarlo nella giustezza della propria scelta, abbia continuato a sentire tanto forte il bisogno di manifestare a posteriori astio nei confronti del suo temporaneo “padre spirituale” e dei suoi ex-compagni17.
     Non si capisce, cioè, perché, egli, che paragona l’adesione al marxismo ad una «identificazione con l’aggressore» (p. 74), dopo che si è disfatto di Marx e del marxismo, non abbia fatto che aggredire Marx e i suoi ex compagni. (Viene da chiedersi con chi mai si sia poi identificato…).
     Non voglio trascurare neppure gli elementi di sincera sofferenza presenti nella sua esperienza18. Anzi, riconosco le somiglianze tra i suoi “vissuti” e quelli miei o di amici o di militanti degli anni Settanta. Ci furono molti disagi e punti di attrito nel rapporto con la sinistra (vecchia e nuova) e con i suoi leader (compreso Fortini). Tuttavia la differenza resta.
     Fortini la indica lucidamente sul piano delle idee: «Nel caso di H***, la differenza da me consisteva proprio in una diversa idea di quale dovesse essere il ruolo e la distribuzione di quei due momenti (pubblico e privato; individuale e generale)» (p.73).
     Io ci aggiungerei un dato materiale ed esperienziale, che ritengo non trascurabile: non tutti, malgrado disagi e attriti19, rinunciammo alla fatica di trasformarci senza rinnegare l’elemento comune che ci lega agli altri e alle altre in condizioni simili alle nostre, perché in quegli anni Settanta ci avvicinammo o mescolammo effettivamente con il proletariato e con l’intellettualità di massa, condividendone non più solo l’ideologia ma le condizioni di vita e di lavoro, con tutti i risvolti spiacevoli e pesanti che derivarono poi dalla sconfitta di quelle lotte.

  

      Terza riflessione: «intrusi» e «contrabbandieri».

     Berardinelli insiste spesso sul suo sentirsi «intruso», clandestino, ostaggio. Come ho cercato di dire con la metafora dei Kafka e dei Lenin, questo fu un sentimento presente in molti e, dopo la «strage delle illusioni» degli anni Settanta, si accentuò. Fortini stesso si dichiarò, se non ricordo male, un «emigrato in patria».
     A partire dagli anni Ottanta, io pure scelsi l’isolamento e mi ridussi a scrivere dei samizdat (in certi periodi addirittura da solo) o invitai i pochi amici, con cui ancora era possibile un confronto, a impegnarsi con me in una «scrittura clandestina» o «esodante».
     Spezzandosi i precedenti e forti legami sociali e diventando i rapporti di forza davvero sfavorevoli per le forze (operaie e intellettuali), a cui ci eravamo legati, molti di noi diventarono ancora più periferici  di quanto lo fossero prima  da militanti.
     La fiammata del ’68-’69 si era spenta. Gli striscioni di lotta erano stati arrotolati. Si perdevano non solo i contatti con gli operai, ma anche quelli con alcune élites di intellettuali di massa d’allora, di nostri simili, riciclatisi in tempo nelle università, mentre noi – immigrati, ex studenti lavoratori – ci disperdevamo nelle filiere dell’insegnamento medio o superiore o nel basso lavoro editoriale o impiegatizio.
     Ricordo questi fenomeni di inquieto riadattamento per sottolineare che, nel caso di Berardinelli, il suo sentirsi inclandestinità – meccanismo tipico di autodifesa – non gli ha evitato una certa claustrofilia20  e l’ha bloccato in  bracci di ferro quasi esclusivi con suoi simili (scrittori, critici, giornalisti, studiosi universitari), fino a parlare  con disprezzo dall’intellettualità di massa , fino ad appiattirla  tutta in un fantasmatico «Ceto Medio nuova classe dominante». Ha praticato anche lui quello sport da snob, che è servito a divaricare le distanze non solo tra Poesia e pubblico della poesia, ma tra ricerca specialistica universitaria e scuola, oltre che a prendere le distanze da scomodi e “in esubero” ex amici o compagni, impresentabili nei consigli di facoltà o di amministrazione di case editrici, giornali e TV.
     Venuto meno quel frenetico ma fecondo lavoro di contrabbando intellelttuale tra università, centri studi, esperti, sezioni politiche, cenacoli amicali, gruppi-riviste,  circoli culturali, stanze di studio private e viceversa, che solo il ’68 aveva saputo  imporre (si pensi solo all’esperienza ormai dimenticata delle 150 ore), ristabilitasi la gerarchia rigida non solo tra “dirigenti” e “diretti”, anche l’inquietudine degli «intrusi» nelle istituzioni universitarie, giornalistiche, televisive, come quella testimoniate dalla interruzione volontaria della carriera universitaria di Berardinelli non ha più modo d’incontrarsi e misurarsi con quella dei tanti impegnati oggi convulsamente in riviste, siti Web, blog.
     Questo è solo un cenno per dire, in conclusione, che ci vorrebbe una ripresa di quel contrabbando di una volta. Ma essanon verrà dal solipsismo impolitico di Berardinelli. Solo creando «momenti socialmente condivisi di attività per il bene comune, presente o futuro», ripartendo cioè da Fortini, per andare, se possibile e com’è necessario, oltre Fortini, si potranno ricostruire degli io-noi capaci di uscire dai ceppi del passato e, magari, di stanare e riprendere il dialogo anche con l’io-io dei tanti Berardinelli che incontro in giro. Solo non rinnegando il comune (ambivalente, “sporco”, contraddittorio) e non incasellando l’esperienza dei singoli io in una concezione impolitica legittima e rispettabile, ma in Berardinelli con tratti inaccettabili di misantropia e di rancore, non si  vanificano  le verità che il singolo coglie nella sua esperienza esistenziale, specie quando si sente separato o viene separato dagli altri/e per malattia, depressione, discriminazioni politiche, economiche, religiose, razziali, sessuali.

 22 luglio ‘07

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 1 Zinato riassume le principali tappe del dibattito richiamando: – le polemiche negli anni Settanta di Fortini contro le pretese di «scientificità della critica letteraria»  e di Pasolini; – la perdita di egemonia negli anni Ottanta del marxismo e della semiotica; – le varie mode del citazionismo, dell’intertestualità e dell’estetica del midcult e della valorizzazione del Lettore (pp. 11 – 12); – l’imporsi del «pensiero debole» e della neoermeneutica; – la perdita di centralità nel corso degli anni Novanta delle discipline umanistiche (p. 10); – e, infine, lo spodestamento della letteratura da parte della «retorica ludica, precoscienziale, asequenziale, delle “nuove tecnologie” fino ai più «volgari slogan delle “tre i”: Inglese, Informatica, Impresa» (p. 12).

2  Quello delle Belle bandiere e della denuncia della «metamorfosi dei ceti popolari in ceto medio onnivoro» (p. 15).

3 «Per me ogni tipo di politica è sempre stata fonte d’angoscia […] Io non sono mai riuscito ad urlare uno slogan» (p. 63).

4 «Appena pubblicato il libro su di lui, mi ero già pentito di averlo scritto» (p. 77).

5 Cfr. Stili dell’estremismo in «Diario», N. 10, 1993, dove Fortini è collocato in una davvero eterogenea compagnia (p. 16) con  Calasso, Tronti e Zolla.

6 Nabokov (p. 121), Hanna Arendt (p. 125), gli «irresistibili autolesionisti»: Céline, Orwell, Simone Weil, César Vallejo (p. 138), Kirkegaard (p. 199), Baudelaire (p. 200), Tolstoj, Pirandello, Kafka, Orwell (p. 201), Auden (p. 205).

7 Ecco alcuni esempi: : «Da tempo in occidente operai e capitale, a parte qualche lite [il ‘69 una lite! Nota mia…], hanno in sostanza gli stessi interessi e gli stessi gusti» (p.159); «gli abitanti pulitissimi delle metropoli dei paesi sviluppati [che] hanno più paura di una cacca di mucca che di una centrale atomica» (p. 161); dopo un po’ «i rivoluzionari si trasformano sempre in terroristi e in burocrati» (p. 175); «La politica è definibile come quella particolare attività nella quale un individuo intelligente e onesto avrà sempre la peggio davanti a un furbo senza scrupoli»  (p. 175); «Prendere un pittore o un musicista come leader teorico di un nuovo movimento politico sarebbe una vera novità» (p. 176).

8 Non credo che Zinato sottoscriva l’idea di Berardinelli, secondo il quale «finora i filosofi si sono preoccupati di trasformare il mondo, ma ora si tratta di capirlo», p. 48) o la caricatura di un Marx infatuato della modernizzazione capitalistica e ridotto a macchietta pubblicitaria: «Marx ora alza il braccio autorevole e profetico per la Omnitel, impugna un telefonino e dice trionfante: ”La parola a chi lavora”» (p. 31).

9 A suo tempo già precisai le mie riserve: cfr. Per una scrittura in clandestinità, Dossier 3, in Il gabellino, n. 2, novembre 2000.

10 Nella sua prima raccolta di saggi, Il critico senza mestiere, uscita nel 1983.

11 Tentativi di abbozzarlo, che mi trovano più attento, anche se non mi convincono del tutto, sono quelli di Negri e dei cosiddetti “postoperaisti”.

12 Cfr. Fortini, Letteratura, Enciclopedia Einaudi, Torino 1979.

13 Ricordo sempre con stima il libro di Nicolò Pasero, Marx per letterati, ristampato ora da Meltemi ed.

14 Vale la pena, per agevolare la riflessione autonoma di chi legge, di trascrivere ampiamente il brano (pp. 72 – 75):

 ZINATO Affrontiamo ora pacatamente, Alfonso, ciò che proba­bilmente ci divide: il “nodo” Fortini. Fortini è stato negli anni Cin­quanta il più coerente e precoce critico del sistema dei partiti nati dalla Terza Internazionale, e per questo si è attirato l’astio dei comunisti. Fortini è convinto della tragicità della storia: dell’anti­tesi secca tra «far torto / o patirIo» come il suo Manzoni. Non a caso è lui che divulga la Weil. Crede però insensata una vita non finalistica: e ritiene dannatamente colpevoli i fautori del disincan­tato pensiero debole che predicano una vita afinalistica – non fi­nalizzata cioè a creare momenti socialmente condivisi di attività per il bene comune, presente o futuro. In ciò per lui c’è redenzio­ne dalla morte (che il cristianesimo esprime in forme figurali). Dunque: crede inestricabile – sul piano individuale – il grumo delle ragioni e dei torti in atto e predica la loro inevitabilità. Il nodo si scioglie solo con altri e contro altri, scrivendo i nomi degli amici e quelli dei nemici. Per lui non ci si salva da soli, né è possibile una vita senza peccato. Da ciò deriva il suo atteggiamento pietoso (nel senso della pietas) verso
i terroristi nelle prigioni, la critica al pentitismo, l’avversione ad una via di fuga solo morale, che crede si possa star fuori. Tutto questo urta credo il tuo solipsimo politi­co e il tuo anarchismo alla Orwell – e credo stia a monte della tua rottura con Fortini.

Leggiamo cosa scrive di te in Extrema ratio (alle pp. 32-33): «qualcosa che ignoro e che forse, ma quasi di sbieco ha a che fare con me e lo ha leso [ … ]. Immagino la fatica e il dolore che deve affrontare per poter continuare a credere nella eudemonia possi­bile, nell’accordo di ragione e di sentimento, nel “bene” [ … ]. Di H*** non vorrei dire nulla, tanto mi paiono sciocche le ragioni che pretenderebbero spiegarmi perché da tanti anni abbia voluto interrompere ogni rapporto con me. Futile parlare di nevrosi edi­piche. Meglio chiamarle nevrosi politiche […]. Nel caso di H***, la differenza da me consisteva proprio in una diversa idea di quale dovesse essere il ruolo e la distribuzione di quei due momenti (pubblico e privato; individuale e generale)».

Fortini dunque non ti dileggia: ti vede come uno spettro e lui altrettanto per te. Sopravvivevi in lui come una metà al negativo. Anche per Pasolini Fortini provava qualcosa di simile. Se le mode culturali della sinistra spesso sono detestabili, non lo sono di meno quelle della destra: non credi? E data l’attuale situazione dei po­teri, più colpevoli di falsa coscienza e di cruda egemonia.

 BERARDINELLI Avevo considerato Fortini la migliore e la più in­teressante sintesi della cultura letteraria italiana influenzata dal marxismo. Scrivendo su di lui un libro avevo avuto perfino la pretesa di renderlo “più chiaro” e di fare così un servizio ai gruppi e ai movimenti del dopo-’68. Ma il problema non era lui, era tutto quel periodo. Era anche il fatto che in termini psicanalitici (e sociologici) l’adesione al marxismo, l’uso del marxismo come arma intellettuale e anti-culturale, somigliava proprio a un’«identifi­cazione con l’aggressore». In un’epoca che era stata e che veniva pensata come rivoluzionaria, diventare marxisti o dichiararsi co­munisti era non solo mettersi dalla parte giusta, dalla parte della ragione, ma anche proteggersi dal futuro, mettersi storicamente al sicuro, esorcizzare la minaccia che ogni politica è sempre per la cultura. I letterati temono i politici. Spesso li mitizzano in bene o in male. Vorrebbero essere protetti da loro, non farseli nemici. Fortini era indignato per le accuse di Asor Rosa che lo liquidava come un letterato piccolo borghese che vorrebbe esser comunista e non ci riesce perché non capisce la classe operaia e le sue moda­lità di lotta. Era indignato, ma anche spaventato. Lo giudicava male, vedeva la semplificazione e la furbesca prepotenza dei suoi argo­menti. Ma in fondo aspirava a riconciliarselo. È una vecchia sto­ria: un marxista più giovane e risoluto mette sempre in ansia un intellettuale più anziano e problematico. Di ricatto in ricatto, con il gioco del sempre più a sinistra, sempre più coerenti, niente scru­poli e niente dubbi, si finiva nel terrorismo o nello stalinismo, che è la versione istituzionale e statale del terrorismo. Quando tutta la sinistra italiana entrò in una grave crisi, da cui non si è più ripresa, con le Brigate Rosse e il fiancheggiamento esterno, sem­pre ambiguo, di Autonomia Operaia, bisognava rifare la storia del perché gli anni Sessanta non avevano funzionato: del perché la New Left mondiale si era così presto ammalata di leninismo, perché il rinnovamento annunciato era durato così poco, perché era stato ignorato o disprezzato tutto un patrimonio di critica del marxismo, dello stalinismo, della prassi bolscevica, del rivoluzionarismo.

Bisognava ripercorrere l’intera storia della cultura di sinistra a partire dall’Ottocento, cercare qualcosa di buono e di diverso in tutta una varietà di idee, tendenze, esperienze (liberali, anarchi­che, democratiche, socialiste) che Marx aveva creduto di supera­re una volta per tutte e che più tardi i partiti comunisti avevano combattuto con tutti i mezzi, fino alla diffamazione e alla persecu­zione. Bisognava ancora leggere e rileggere Herzen di Passato e pensieri, il saggio della Weil su Oppressione e libertà e uno dei più bei libri politici del Novecento, Omaggio alla Catalogna di Orwell. Certi ex marxisti di allora sembra che abbiano ancora paura di questi libri e di tanti altri: hanno la fobia del cambiare idea, come se dovessero perdere il patrimonio di famiglia […]

15 Berardinelli spiega così a posteriori  la sua diversità da Fortini: «È per ragione di stile, oltre che politiche, che a un certo punto ci siamo allontanati. Avevamo due modi di pensare, di sentire l’essere contro, l’opposizione, la critica sociale e culturale» (p.59). Berardinelli sentiva il bisogno di rileggere gli autori di Fortini per «vedere che non dicevano quello che Fortini si era augurato che dicessero»; e di evadere dalla «”mentalità” marxista» ; e attribuisce a Fortini « una reazione di difesa dell’ortodossia» (p. 59).

16 Si allontana – dichiara – da Fortini trovandolo «maestro e compagno d’angoscia» (p. 63). Pur ovviamente dichiarando di dovere a lui moltissimo, abbandona la sua «fortezza», «di cui lui era il custode e dove si respirava male» (p. 59). E oggi ripudia persino i propri versi (Lezione all’aperto) perché «risentono dell’influenza di Fortini» e di «tutto il clima degli anni Sessanta» (p. 60).

17 All’inizio degli anni Ottanta afferma di «non sopportare più i marxisti»: «quei miei compagni “rivoluzionari” li odiavo tutti» (p. 63).

18 Zinato accenna alla precoce percezione che del gruppo come fonte di violenza e di sopraffazione ebbe Berardinelli ragazzo (p. 15); e Berardinelli ricorda la propria angoscia verso la politica (p. 63), le proprie tendenze ascetiche (p. 66) e il suo imbarazzo-odio nei confronti dei «comunisti borghesi» (p. 71).

19  A volte per chi ha militato nelle formazioni politiche di nuova sinistra più pesanti di quelli provati da Berardinelli che – fortunatamente o sfortunatamente – se ne è tenuto alla larga.

20 Lo mette in luce Zinato, quando a proposito dell’esperienza di «Diario», la rivista che Berardinelli compose a quattro mani con Piergiorgio Bellocchio tra 1985 e 1993, scrive: «Lo stile dei due redattori risente di tale naufragio. Dietro il sarcasmo, l’invettiva, il paradosso, l’iperstroncatura, si avverte infatti l’affanno dell’assediato, la certezza anche liberatoria di chi sa di non avere più ascolto, neanche come secondario disturbatore o scomodo testimone» (p. 27).