Sui confini della poesia
di Franco Fortini
Appunti
Ennio Abate

Sui confini della poesia è una lezione tenuta da Fortini all’università del Sussex nel maggio 1978, pubblicata nel 1986 dalle Edizioni L’Obliquo di Giorgio Bertelli e ripresa in Nuovi saggi italiani (Garzanti 1987); successivamente Castelvecchi ha ripreso il testo insieme a Metrica e biografia nel 2015 in I confini della poesia. Il commento di Ennio Abate che segnaliamo ai nostri lettori, comparso il 6 luglio 2020 su «Poliscritture», fa riferimento all’edizione Garzanti.

Sui confini della poesia si legge in Nuovi saggi italiani 2 alle pp. 313-327 del volume della Garzanti pubblicato nel 1987. È una lezione tenuta da Fortini nel 1978 presso l’università del Sussex nel maggio 1978. Il testo non è di agevole lettura, anche perché rivolto ad un pubblico di studiosi. Usa espressioni concentrate e le tesi non vengono spiegate ricorrendo ad esempi. Questi sono gli appunti che ho steso in questi giorni dopo una ennesima lettura e avendo in mente la questione del rapporto poesia/moltinpoesia. I numeri tra parentesi rimandano alle pagine.

I.

Tu scrivi, noi scriviamo. Le parole che usiamo tra pochi anni o decenni saranno sconquassate «dal contesto feroce che la storia contemporanea gli prepara» (315). L’ avete mai pensato? Fortini ci pensava. Questa sua lezione era sulle «alterazioni subite dalla recezione delle opere letterarie nel corso della loro esistenza temporale» (316). E aveva come obiettivo polemico non tanto lo strutturalismo (316), corrente di pensiero alla quale Fortini riconosceva «eccellenti risultati» (317) ma l’abbandono della «dimensione storica negli studi letterari» sostituita dal «chiacchiericcio nevrotico dell’industria culturale».

II.

Subiamo – per Fortini «da circa dieci anni» (315), per noi ormai da circa un cinquantennio (e molti senza accorgersene, altri senza più considerarlo un problema o il Problema) – «quella che viene chiamata la “crisi del marxismo”» (315). Ne abbiamo percepito le conseguenze. (Fino a quali livelli culturali?) Ce ne siamo accorti dagli articoli di giornali che ci hanno proposto, dalla scomparsa dalle vetrine delle librerie di certi autori sostituiti da altri, dalle interviste ad X invece che a Y. Fortini accenna alla «ripresa d’interesse per la cultura dell’esistenzialismo tedesco (Heidegger quindi e Nietzsche), per quella della crisi e della negatività (ossia per l’arte e il pensiero viennese degli anni Dieci), per quella che potremmo chiamare la Scuola di Parigi, arco assai ampio che va da Lacan a Derrida, da Bataille a Foucault» (315).

Taluni hanno considerato questo mutamento una liberazione da un modo di pensare troppo rigido, ma io condivido l’opinione di Fortini: è stato un disastro. Che ha comportato «frustrazione sociale e politica» nelle forze operaie e intellettuali a cui ci eravamo legati, la cancellazione di una prospettiva (quella di «rovesciare gli equilibri di potere del ventennio precedente», «perdita di memoria del passato» (soprattutto quello prossimo) anche nelle «esistenze individuali» (315), la facile imposizione di una «sfrenata manipolazione da parte dei mezzi di comunicazione di massa», tutti indirizzati «nella medesima direzione: distruggere l’avvenire sostituendolo col “sempre eguale”»; e soprattutto una «incapacità o non-volontà di previsione e di progetto» (316). (Penso al fallimento di tutti i miei tentativi di costruire riviste, tutti).

III.

Cos’è accaduto di riflesso nel campo della letteratura, della poesia e della critica letteraria?C’è stato o no questa «brutale divaricazione di posizioni: vitalismo esasperato, che si potrebbe chiamare neosurrealista […] oppure formalismo esasperato, indifferente agli aspetti referenziali», di cui parla Fortini? O la loro convivenza o giustapposizione? (317) Si è avuta questa «progressiva scomparsa degli “oggetti” artistici e poetici» e della loro «latente funzione pedagogica» che ancora sapeva alludere ad «un fondamentale “problema della vita”» (Lukàcs)? Fortini non ne dubita: non c’è nessun spazio più per questa funzione dell’arte o della poesia, non è più possibile la «via estetica all’umanesimo», scopo che aveva ancora avuto valore per la sua generazione. C’è stata una «distruzione radicale di quella prospettiva» (318). E a distruggerla è stata «la realtà socioeconomica del presente». Rammaricarsene? No. Bisogna, invece, «domandarsi se tale distruzione non sia benefica»; e se non permetta di riproporre, cancellando «due secoli di estetica borghese», il «tema antichissimo e futuro» della – potremmo dire – pienezza della vita o delle «sue più profonde possibilità» (318).

(Rientra in questo discorso il fenomeno che ho chiamato dei moltinpoesia? O vi sfugge e rimane marginale o secondario? Credo di sì.)

IV.

Trattandosi di una lezione, Fortini si diffonde, seguendo Jakobson. in «precisazioni terminologiche». Ne fa sui concetti di testo (letterario o poetico) (318) e di contesto (a cui non dà un «significato esclusivamente linguistico» intendendo invece «l’ambiente e l’insieme delle determinazioni socioculturali» (319). Non approfondisco questa parte del saggio e vado subito al punto che mi e ci riguarda oggi, come poeti o scrittori o moltinpoesia. Lo riassumerei così: scrivere (poesia, prosa) o fare arte significa dare forma a qualcosa che è informe. Ciò «comporta caratteri severi di sforzo e di progetto» (321). Banalmente: fatica, studio. Fortini, per la precisione e più rigorosamente, dice: «organizzazione, volontà, ascesi, selezione», insistendo su un fatto:«il valore di ogni forma è anche etico-politico» (321) e non, dunque, soltanto estetico. La forma «si oppone in generale alla proliferazione “produttiva” dell’inutile» e, specificamente oggi, alla «dissolutio vitae della produzione capitalistica e della sua fabbrica di spettri» (321).

V.

Oggi non abbiamo più il pubblico borghese, che aveva «una familiarità esistenziale con le lettere e le arti», un pubblico cioè che si era «allontanato dalle liturgie religiose» e si era educato ai valori dell’arte e della poesia (321). Abbiamo, invece, un pubblico fatto da acquirenti e consumatori dei «prodotti dell’industria culturale di massa» (322). In esso possiamo trovare sia persone attente agli «aspetti tecnico-retorici delle lettere e delle arti» sia persone che hanno perso ogni capacità di distinguere tra «letteratura, contro letteratura, Vulgåliteratur, insomma fra “opere d’arte” e “opere di consumo”» (322).

E qui de te fabula narratur, o moltinpoesia, nella cui nebulosa ho imparato a riconoscere quelle spinte che Fortini con precisione definisce:« formalismo di origini strutturaliste e semiologico» o «vitalismo preterrazionale» (322)!

VI.

Guardiamo questa “foto di gruppo culturale” scattata da Fortini nel 1978, data di questo saggio:

«Le classi oppresse e sfruttate (o alienate o reificate) sono, per eccellenza, esposte alla storia come labilità e come carenza di legittimazione; e per questo tendono a porre al primo posto le funzioni referenziali del linguaggio, i contenuti emotivi e ortativi. Dagli oggetti del discorso poetico o artistico esse guardano ai contesti, al caos storico in cui sono immerse. Oppure, dal fondo della sala schermiscono gli austeri ascoltatori delle prime file. O magari si abbandonano ad una forma qualsiasi di oppio culturale, di alta e bassa poesia, Hölderlin o la canzone di juke-box; forma, certo, ma ormai forma vuota (anche quella del classico se letto senza prospettiva) cui l’ascoltatore offre il proprio sangue senza riceverne» (322-323).

Ai poeti non piacerà, ai moltinpoesia neppure. Figuriamoci chi oggi accetta di essere classificato tra le «classi oppresse e sfruttate»! E credo che, su 10 poeti o moltinpoesia che ho incontrato, ancora 7 o 8 sono disposti a condividere l’opinione di Adorno, così riassunta da Fortini: «l’oggetto estetico con la sola sua presenza nega e avversa e tende a sconvolgere tutto quel che è accettato, quotidiano e ripetuto» (323). E, dunque, la poesia ha in sé valore. Se non tutti sono oggi pronti a giurare che «la funzione sociale della poesia sarebbe sempre rivoluzionaria» (324), concorderanno facilmente che essa è sicuramente liberatoria o salvifica o terapeutica o consolatoria o civile. Insomma un valore di per sé e, già così com’è, insostituibile. Come lo fu in passato? Se non proprio, quasi. Sciocco sarebbe ironizzare su queste credenze. Fortini non lo fa. Anzi ammette che lui pure, «ancora pochi anni fa», era convinto che «la forma poetica avesse una sua autonoma forza liberatrice relativamente indipendente dai suoi contenuti, ossia dal suo “oggetto”» (324). Eppure non era così cieco o coi paraocchi da non vedere che «la poesia, proprio in quanto forma che si oppone al mutamento, ha anche una sua dimensione conservatrice o conciliatrice» (324). Né erano ciechi e coi paraocchi pensatori come Horkheimer e Adorno, che, come Fortini ricorda, erano pur essi consapevoli che «il canto della poesia e dell’arte è al servizio del dominio non solo perché è frutto dell’agio e del consumo come spreco e piacere ma perché la promessa di felicità e l’immagine di pienezza, che arte e poesia portano con sé, non possono essere che promesse e immagini, fiori sulle catene» (324). Ovvio che a queste parole sorriderà chi vede nel «mutamento» solo una minaccia o troppi rischi. Meno ovvio che sorridano quanti si sono riconosciuti, almeno in passato, nel mutamento, progressivo o rivoluzionario.

VII.

Gli acritici appassionati della Poesia non sopportano che la loro amata Dea o Musa possa rivelare nel tempo e per la precisione nell’epoca post-borghese ( o postmoderna) un volto ambiguo o non sicuramente benefico. E reclamano più Poesia, più attenzione (e soldi) per la Poesia da parte dei Governi o l’apertura di altre Case della Poesia, dove i suoi riti possano essere officiati dai più riconosciuti sacerdoti. Mentre i moltinpoesia saranno sconcertati dal veder demolire un Idolo, a cui finalmente pure loro si erano potuti avvicinare. Sentirsi rispolverare da Fortini le idee del vecchio Lukàcs irrita o fa incazzare. Ma come faceva il filosofo ungherese a guardare preoccupato «l’importanza crescente attribuita alla letteratura e all’arte dall’età romantica ad oggi»? Come faceva a sospettare che l’«estetizzazione del mondo» (325) o, in altri termini, con Debord, la «società dello spettacolo» riduca tutto a «apparenza e fantasma» o all’ «autonomia dei significanti» (326)? E vedere addirittura un legame pericoloso tra questo processo di Inno alla Bellezza e «la crescita del processo di reificazione in ogni altra parte dell’attività umana»? Cavilli, intellettualismi da veterocomunisti, signora mia! Lasciateci lavorare o almeno provare! E così molti moltinpoesia si aggrappano all’affermazione che la poesia è ancora una nicchia, «l’ultimo luogo che la sclerosi della reificazione non ha ancora totalmente invaso» (325). E quindi teniamocela stretta, no, la nostra “vocazione poetica”. Perché metterla in discussione?

VIII.

Fortini ai poeti, ai moltinpoesia, agli artisti in questo scritto pone un problema. E io lo riassumo e lo metto proprio in forma di predicozzo o lezioncina così: mentre voi state a discutere su come «formare» le vostre opere d’arte, altri stanno dando forma a loro modo alla «vita medesima». (Dice niente – aggiungo oggi – la parola «biopolitica»?). Lo capite o no che, occupandovi soltanto di dar forme alle vostre opere, date per fallita ogni «ipotesi di una trasformazione degli uomini» o una «proposta di integrità umana» (325)? Non v’importa più nulla di questo? Come dite? Il «grido» dell’arte e della poesia non deve restare inascoltato? D’accordo. Ma volete capirlo che esso «è un segno di miseria oltre che di grandezza; ma soprattutto è la prova di una ripetuta sconfitta umana»? E che: «Come la religione per Marx, l’arte e la letteratura sono “il cuore di un mondo senza cuore”»? (325). E cioè contengono l’illusione « di essere usciti dal mondo della prestazione», cioè del lavoro obbligato. Non vedete che «l’antico sogno schilleriano di una “educazione estetica dell’umanità” si è trasformato in una crescente demolizione dell’universo dei significati a favore di un universo dei significanti» (326)?

IX.

Chi però orecchiasse questo “vecchio” discorso potrebbe chiedere: non c’è alcun rimedio a questa crisi? Bisogna abbandonare poesia e arte e sostituirle con qualche altro valore? Chiarisco subito che non sono queste le conclusioni di Fortini. Alla fine del suo saggio egli delinea una via possibile, che spiega anche il titolo del saggio stesso. E’ una via suggerita dalla sua visione dialettica. Dice che non bisogna contrapporre «forma» e «vita». O «forma e non forma». O «passato formato» e «futuro da formare» (327). Perché si tornerebbe all’«antitesi cara al naturalismo e al decadentismo di ottant’anni fa» (327). Bisogna, invece, pensare la forma come «tensione ad inglobare, affrontare ed elaborare quel che sta oltre le frontiere della forma poetica» (327). Insomma, qualcosa di dinamico e non di statico. Che si spinge verso il fuori e non il dentro. Si deve, cioè, forzare «la tendenza centripeta di ogni opera, il suo tendenziale rifiuto ad altro da sé». Allora «l’opera proprio perché chiusa potrebbe essere arma a comprendere la realtà aperta e informale» (327). In conclusione, Fortini, lasciando perdere «la sovversiva promessa di felicità» tanto spesso associata alla poesia, sostiene che essa, «se si porta ai propri confini, riafferma l’esigenza che gli uomini raggiungano controllo, comprensione e direzione della propria esistenza» (327). Io continuo ancora a provarci.