Ritratti di poeti russi contemporanei: Alexandra Petrova

disegno di Marie Richter
disegno di Marie Richter

 

Presentiamo il primo di una serie di ritratti dedicati ai poeti che per ragioni biografiche e geografiche sono stati testimoni di uno straordinario cambiamento, ovverosia del passaggio dal periodo sovietico a quello  post-sovietico, e che forse proprio per questo hanno dato forma ad una letteratura  estremamente ricca e variegata.

* * * *

La poesia di Alexandra Petrova

Nota introduttiva
di Elisa Baglioni


La finestra

“…In un certo senso, con le finestre aperte, e il libro tenuto quasi in modo da poggiare su uno sfondo di siepi di escalonia e sull’azzurro lontano, sembrava che, invece di un libro, quello che leggevo fosse poggiato sul paesaggio, che non fosse stampato, rilegato e cucito, ma in un certo qual modo prodotto degli alberi, dei campi e del caldo sole d’estate, come l’aria che galleggiava, nelle belle giornate, lungo i contorni delle cose”1.

L’atto del guardare oltre la pagina scritta e allargare il proprio orizzonte alle cose intorno è il miglior modo per penetrare i versi di Alexandra Petrova, con licenza di poter sostituire il foglio con uno schermo e la campagna dei primi del Novecento con uno spettacolo post-industriale. Il lettore è già spinto dall’interno, attraverso il personale sguardo dell’autore, alla continua ricerca, alla scoperta, alla messa in gioco, sullo sfondo di paesaggi, urbani e naturali, sempre nuovi.

 

Lo sguardo 

L’ultima raccolta di Alexandra Petrova, dal titolo “Только Деревья” (Solo Alberi), pubblicata in Russia nel 2008 e qui presentata per la prima volta in una selezione, ci consegna uno sguardo più potente di ogni retorica dell’odierno stare al mondo e dello starci sapendo quale e quanta provvisorietà sia la cifra esatta che ci appartiene. È uno sguardo memorabile, lucido e pungente, in cui emergono due modi di attingere a ironica saggezza, due forme cangianti del pensiero: una itinerante, l’altra irriverente.

L’itinerario poetico conduce in un orizzonte vario e imprevedibile, in luoghi concreti, seppur privi di toponomastica, in un parco, in metropolitana, nei territori di guerra o accanto al volo degli uccelli. “La sua poesia registra le impressioni di un mondo in continuo cambiamento, senza conferirgli la fissa identità dei nomi propri, infatti, ad eccezione di alcune poesie nelle quali è menzionata l’Italia o le città italiane, compaiono relativamente pochi nomi di luoghi2.

Ci sono poi movimenti tellurici che accompagnano la separazione dell’io lirico da un luogo interno, dai propri segni di riconoscimento, le metamorfosi che, attraverso il dolore, mettono in salvo il poeta, lo trasformano in erba, uccello, uomo o donna. L’autore dunque attraversa luoghi esterni, ma anche spazi interiori e corpi o ancora moltiplica una singola identità in molte contemporaneamente: “Non sei sola, non temere,/ tu sei con tutti quelli che hai mangiato,/ il cui latte ti ha nutrita,/ le loro molecole sono diventate te,/ tanto che di te sola non è rimasto niente.”

Lo sguardo introduce in un mondo di continui passaggi, nel mondo della fenice, nel mondo del poeta reduce di una biografia itinerante, S. Pietroburgo, Mosca, Gerusalemme, poi Roma, ma soprattutto di un poeta che attraversa molteplici trasformazioni e identità. Ed è proprio la migrazione dei punti di vista, l’adozione di numerose prospettive, che fa di Alexandra Petrova il “poeta degli addii”3 e della sua arte anche un’arte del distacco, dal momento che approdare ad una nuova dimensione, implica inevitabilmente abbandonarne una precedente. Il tono elegiaco si alterna ad un sentimento tormentato e nero, allo squarciarsi e al separarsi da sé per superare il dolore, causato dall’evento ormai passato, per approdare alla sublimazione in forma di ricordo. “Radunatevi, uccelli, mangiate/ la carne delle cosce, i polpacci, le natiche./ A volte è necessario separarsi da se stessi,/ per uscire vivi dalla trappola.”

Acquisita la posizione distaccata, che è sempre temporanea attesa di trasformazione, il poeta può osservare il mondo con uno sguardo irriverente. Lo sguardo che non teme d’esser ricambiato, perché si è “nudi come l’acqua”, non teme il confronto, né la possibilità di utilizzare la propria parola per indagare, chiedere, cercare e anche rimproverare, se è necessario, perfino Dio. “Signor Dio, / non so, ma ultimamente/ la vita è una continua bua;/ e poi  il tuo film gira un po’ troppo veloce.”

Diventa irriverente la scelta di fare proprio il vizio astuto dell’ironia, con il quale viene scandagliato l’essere umano senza eccezioni di sorta. La schiera di esseri umani fallibili, pavidi, a volte goffi non viene condannata, ma viene accettata e presentata proprio tramite un’ironia sottile e filosofica, quella che Pirandello definisce come il prendere in giro non quel che si dice, ma quel che si fa. “Hai mangiato capperi e datteri, carne argentina, aragoste e pasticci di alici/ beh, Claudio, non puoi mica considerarti  infelice./ Ricordi come ti scatenavi con l’hip-hop al Testaccio?/ Ti hanno licenziato e allora? La libertà non è un cappotto, non si consuma,/ à propos, hai visto il mio? Ecco –  vedi –  non piango!” 

Lo sguardo di Alexandra Petrova penetra con curiosità tra la folla e con estrema libertà sceglie il punto di vista dell’uno o dell’altro, ma molto più frequentemente si veste dello sguardo degli emarginati, degli emigrati, dei vagabondi, barboni o nomadi, di chi non appartiene alla società, perché ne è ai margini, di chi non ha ruolo fisso o fissa dimora, restituendoci gli stessi sguardi in forma di versi acuti e dolorosi, pieni di un mondo del quale ci sembra di non conoscerne l’esistenza.

 

note

   1. V.Woolf, “La lettura”,  in V.Woolf, Come si legge un libro?, Milano: Baldini&Castoldi, 1999

   2. S.Sandler in A.Petrova, Tol’ko Derev’ja, Mosca: NLO, 2008 [mia traduzione]

   3. S.Sandler, “Prefazione”, in A.Petrova, Altri fuochi, Milano: Crocetti, 2005

 

 

* * * *

Alexandra Petrova

dal libro Только деревья (Solo alberi), NLO, 2008

1

Pastore delle cose,
non eri tu che sapevi  guardare
in volto gli oggetti celati?
E ora?
Piangi orizzontalmente.
Allo zio silenzio spuntano i baffi dell’oscurità,
e un ragazzo di un’invisa bellezza
fa capolino alla porta.
Tutto si è disperso ora,
non risponde al proprio nome,
non si raduna al suono del pastore.

Ascolta, Sašenka, novizio,
non è forse meglio lasciarsi pascolare
dalle cose disgiunte,
come prima
le pascolavi tu stesso?

2.

Pensi di esserti appoggiato a caso,
invece  è il limite.

La scuola della logica è scomposta fino alle fibre di paglia:
ecco, fluttuano nell’acqua,
riderai da morire.

Il paesaggio lontano inesorabile ti cresce incontro,
entra di taglio.

Perdona, se non ti rispondo,

non sono rimaste parole. Solo alberi in me risuonano.

3.

Hai mangiato capperi e datteri, carne argentina, aragoste e pasticci di alici,
be’, Claudio, non puoi mica considerarti infelice.
Ricordi come ti scatenavi con l’hip-hop al Testaccio?
Ti hanno licenziato e allora? La libertà non è un cappotto, non si consuma,
à propos, hai visto il mio? Ecco – vedi – non piango!

E poi mi hanno detto che Claudio non è più abituato a volare.
È triste, ragazzo, ma non è questo il punto.
Dunque, essendo più grande ed anche economo
propongo:
si può, abbracciandoci stretti, correre gratis a letto,
o andare, come faceva Flavio, sempre a piedi.
Anche se poi i dritti li beccano solo sul 64.
Sai? Lì rubano pure.
Ma che se ne fanno di noi?
Per fino Nello* l’orfanello nasconde in petto un coltello,
mentre noi siamo nudi come l’acqua.

Sì, la pioggia, dici, la pioggia…
Ma è meglio così, Claudio, sai che non ce la faccio più a scendere alla fontana,
a meno che dalla cannella non sgorghi il vino della nostra vicina Frascati.

4.

«Signor Dio, –
non so, ma ultimamente
la vita è una continua bua;
e poi il tuo film gira un po’ troppo veloce.
Non si riesce a star dietro al successo dei vicini,
figuriamoci andare in chiesa
a pregarti.
E ancora: l’immagine non fa che restringersi,
la pellicola brucia spesso,
in teoria, mi dico, se mi trovassi lì dentro
spalancherei  le porte e demolirei le tue pareti,
ma poi mi sento impaurita,
e voglio uscire».

«Sì,  è vero – continuò lui –
tu corri troppo.
Il corpo di mia moglie era elastico, come un pallone,
e ora ci si sente
soltanto inutile a letto.
Tu che sei un uomo, queste cose le capisci».

«Lui non c’è, – dissero i bambini –
tutto è solo un gioco,
una corsa sudata sulla distanza
tra il c’è e il potrebbe esserci,
zia Mimma è morta colpita da un’accetta
che il marito le piantò in fronte,
mentre avrebbe potuto ogni sabato, come prima,
ballare la rumba in palestra
e spassarsela fino al mattino.

La va. Ma poi  la spacca.
Tutto secondo i piani della nostra comune penuria.
Nell’attesa del miracolo, certo, del margine di errore
e nella speranza che il vicino
cada nella latrina da lui stesso scavata, per primo.
Ma i nostri fratelli minori non scelgono il loro destino.
Le femmine dell’acaro escono già incinte dal ventre,
dove si  uniscono al  fratellino,
divorando le viscere  materne per venire prima alla luce.
Però è meglio crepare di accetta
che farsi la sorella.

Essere fatti di materia è chiaramente più stupido
che guardarla  correre,
inciampare e diventare
per qualcuno uno spettacolo divertente.

Signor Dio,
dai  il via alla festa delle oziosità!
Hai fifa della morte della mortalità?»

Lui, che forse li ascoltava, nell’oscurità  taceva sdraiato,
diffondendo ombre e luci sul soffitto,
e le lacrime, pioggia fredda,
scendevano a picco sul viso,
confermando le previsioni meteo
di una crescente umidità.

5.

Non sei sola, non temere,
tu sei con tutti quelli che hai mangiato,
il cui latte ti ha nutrita,
le loro molecole sono diventate te,
tanto che di te sola non è rimasto niente.

L’utero è spazioso e ordinato,
lì i bimbetti, seduti sette per panca,
afferrano i semi per la coda e li infilzano con gli spilli.

Tu sei tutti quelli passati per seminarti,
tutte le parole che ti hanno detto,
tutte le foglie cadute in autunno,
tutti i boccioli esplosi, e le bottiglie
che sparavano uragani di «vale!».

Lassù, gli splendenti chiodi delle galassie sono tanti
quante in te le avviate pratiche condominiali
e come alto burocrate *
sentirai un giorno in te la forza
dell’erba paziente, della belva intrepida
e del pavido uomo, che a volte chiamano immortale.

*In originale “il presidente dello Žek”. Lo Žek (ЖЭК жилищно-эксплуатационная контора) in URSS era il comitato per la gestione degli immobili  statali.

6.

In una piccola chiesa sedevano bambini-barboni,
visini- ciclamini, pieni di pidocchi.
Si grattavano e aguzzavano la vista per rubacchiare.
Vadano al diavolo, via, sciò.
I cavoli non si mangiano a merenda.

Qui da noi c’è l’argento, i candelabri, i calici,
c’è chi viene per piangere, chi per pregare,
mentre il bastardo senza terra dall’orlo del suo precipizio infuocato
chiede di saziarsi, di dissetarsi
di essere

7.

Chi amava lo zingaro camminava dietro a lui e al suo orso fino a Torino.

Poi di nuovo tornavano verso il Danubio.
Ballavano e cantavano per le grandi piazze,
dormivano sotto gli alberi.
Parti di lui si sono mescolate con la terra di Voivodina, Bosnia, Montenegro,
sono ricresciute nell’insalata serba.
Di notte le bombe (ti ci abitui gradualmente,
come al rumore delle bisbocce dei vicini. Non c’è niente da fare, avversari)
facevano esplodere i ponti, e lui ricordava che un tempo
il giorno non si misurava in sguardi e baci, ma in
ore.
E adesso dall’Orsa Maggiore alla Stella Polare
sono due passi, come prima da casa alla fermata dell’autobus
di una piccola città, dal nome che non si leggeva neanche con lo zoom.

Per sette anni interi la cicala rimane sotto le radici dell’albero,
poi si arrampica e da inizio al canto.
Ma noi non sappiamo quanto tempo ci vorrà
per ritrovarsi all’improvviso nel punto
in cui si intersecheranno le parallele.

Chi convergeva con lo zingaro, confondeva il proprio battito con lo sgocciolio.
Un albanese fuggitivo suonava per loro la fisarmonica.
E così andavano. Ora dove spinge il vento,
ora seguendo lo spostamento della crosta terrestre.

Lui era anche con quelli che in fretta e furia facevano trasfusioni
all’anemica Europa,
con il popolo di forestieri, facendo traboccare le vene dei suoi canali.
La gola dell’Italia trangugiava convulsamente navi,
e anche gonfiandosi sembrava non averne abbastanza.
Da sotto terra emergevano paludi.
Biblioteche, ospedali e scuole
volavano via da catapulte di uragani.
Nelle discariche lievitate di rifiuti ed escrementi
brulicavano bimbetti e crescevano
piante mai viste, di desiderio e, –
come diceva un po’alticcio lo zingaro, –  d’amore.

* * * *

1.

Пастух вещей,
не ты ль умел глядеть
в лицо предметов затаённых?
А что теперь?
Горизонтально плачешь.
У тётки тишины растут усищи тьмы,
а в дверь заглядывает мальчик
едва ль желательной красы.

Всё разбрелось теперь,
не откликается на имена,
и не собрать рожком пастушьим.

Послушай, Сашенька, послушник,
не лучше ли разрозненным вещам
отдать пасти себя, как прежде
пас их сам?

2.

Думаешь, прислонился наугад,
а оказалось — урочище.

Школа логики распущена до лыковых жгутов:
вот они плывут в воде, обхохочешься.

Пейзаж вдали неумолимо растёт навстречу,
входит в тебя плашмя.

Прости, если больше тебе не отвечу,

cлов не осталось. Только деревья во мне шумят.

3.

Финики-пряники ел, аргентинское мясо, лангустов и чёрные сливы,
вот уж, Клавдий, не назовёшь тебя несчастливым.
Помнишь, как хип-хоп отплясывал на Тестаччо?
Ну и что, что уволили? Воля-то не пальто, ведь не сносится,
à
propos, ты видел моё? Ну вот, и не плачу!

А ещё мне сказали, что Клавдий оставил привычку летать.
Это грустно, мальчик, но я не о том.
Вот, как старший и как эконом,
предлагаю:
можно, обнявшись покрепче, бесплатно бежать в кровати,
а уж если ходить, то как Флавий — только пешком.
Впрочем, зайцев стреляют лишь в шестьдесят четвёртом и в шестьдесят втором.
Там и воруют, кстати.
Но с нас-то с тобой что возьмёшь?
Вот у Федотки-сиротки и то за пазухой нож,
а мы с тобой голые, как вода.

Да, дождь, говоришь, дождь…
Ну и к лучшему это, ведь к фонтану мне, Клавдий, спускаться уже невтерпёж,
если из крана, конечно, не хлещетвино из соседнего нам Фраскати. 

4.

«Господин Бог,
что-то последнее время
жизнь — сплошное бо-бо,
да к тому ж как-то быстро ты крутишь своё кино.
Не успеешь поспеть за успехом соседей,
не то что в церковь сходить —
тебе помолиться.
И ещё: изображенье всё время мельчает,
плёнка часто горит,
в принципе, думаешь, вот бы и мне оказаться внутри,
я бы выбила двери и стены твои снесла,
но потом мне страшно,
и хочу назад».

«Да, — подхватил он, —
ты слишком, пожалуй, спешишь.
Тело жены моей было упругим, как мяч,
ну, а теперь себя чувствуешь лишь
лишним в постели.
Ты же мужик, уж такое-то можешь понять».

«Нет его, — дети сказали. —
Всё только игра,
потный бег на дистанцию
между есть и могло б,
тётя Римма погибла от топора,
потому что ей муж засадил его в лоб,
а могла б по субботам, как раньше,
в спортзале румбу плясать
и гулять до утра.

Был пан. А потом пропал,
Всё — по плану всеобщей нашей сермяжности.
В ожидании чуда, конечно, погрешности
и надежды на то, что сосед
первым свалится в вырытый им клозет.
А у братьев наших меньших и выбора нет.
Самки выходят беременными из клещихиного нутра,
в нём познавая братца
и разъедая чрево мамаши, чтобы выйти скорей на свет.
Лучше уж, право же, сдохнуть от топора,
чем вот так вот с сестрой сношаться.

Быть материей — это явно глупей,
чем смотреть, как она бежит,
спотыкается и представляет
для кого-то потешный вид.

Синьор Бог,
даёшь праздник праздности!
Слабо смерть смертности?»

Тот же, который, возможно, их слушал, лежал в темноте и молчал,
тени и свет распуская по потолку,
и слёзы холодным отвесным дождём
текли по лицу,
подтверждая прогнозы синоптиков
о возрастающей влажности.

5.

Ты не одна, не бойся,
ты — со всеми теми, кого ты съела,
чьим молоком питалась,
их молекулы стали тобою,
так что тебя, самой по себе, не осталось.

В матке прибрано и просторно,
там дитяти, семь штук, — по лавкам,
семена за хвосты хватают и накалывают на булавки.

Ты — все те, кто в тебя заходил посеять,
все слова, что тебе сказали,
вся листва, что по осени опадала,
и бутоны, что лопались, и бутылки,
что выстреливали ураганом «
vale

Наверху — блестящих гвоздей галактик
столько же, сколько в тебе заведённых жилищных практик.
И как председатель этого ЖЭКа
ты почувствуешь волю в себе однажды
терпеливой травы, бесстрашного зверя
и пугливого, но порою, говорят, бессмертного человека.

6.

В маленькой церкви сидели дети бомжей,
личики-лютики, полные вшей.
Чесались, присматривались, что бы подтибрить.
А ну их, ату их, взашей.
Не пришей хвост кобыле.

Тут у нас — серебро, канделябры, потиры,
кому поплакать, кому помолиться,
а чужеродный ублюдок на краю своей огненной пропасти
просит наесться, напиться,
быть

7.

Кто любил цыгана, до Турина шёл за ним и за его медведем.
А потом опять возвращались к Дунаю.
На больших площадях плясали и пели,
под деревьями ночевали.
Части его перемешались с землёй Воеводины, Боснии, Черногорья,
прорастали сербским салатом.
Ночью бомбы (постепенно к ним привыкаешь,
как к шуму гулянок соседей. Что с них взять, супостаты)
взрывали мосты, и он вспоминал, как когда-то
день делился не на взгляды и поцелуи, а на часы.
Ну, а нынче от Медведицы до Полярной звезды —
два шага, это как прежде от дома — до автобусной остановки
в маленьком городе, имя которого не читалось даже с помощью зума.

Целых семь лет цикада сидит под корнями дерева,
чтобы потом запеть, на него взобравшись.
Мы же не знаем, сколько времени нужно,
чтобы вдруг оказаться в точке,
на которой пересекутся все параллели.

Кто совпадал с цыганом, собственный пульс путал с капелью.
Беглый албанец играл для них на гармони.
Так и шли. То куда ветер гонит,
то — по смещенью земной коры.

Он был также и с теми, кто впопыхах анемичной Европе
делал переливание крови,
с пришлым народом, переполняя жилы её каналов.
Горло Италии судорожно заглатывало корабли
и, казалось, хоть распухало, всё ему было мало.
Из-под земли прорастали болота.
Библиотеки, больницы и школы
вылетали из катапульт ураганов.
В пребывающих залежах свалок и кала
копошились детишки и вырастали
ещё невиданные растенья желания и,
как говорил в подпитье цыган, — любви.

Traduzioni di Elisa Baglioni in collaborazione con l’autrice

* * * *

Nota biografica:

Alexandra Petrova, nata a Leningrado, ha vissuto a lungo in Israele e dal 1999 risiede in Italia. Oltre a numerose collaborazioni con varie e qualificate riviste italiane e straniere, ha pubblicato nel 1994 la raccolta poetica ‘Linija otryva’ (Punto di distacco) e nel 2000 il libro di prose e poesie ‘Vid na žitelstvo’ (Permesso di vivere o Permesso di soggiorno, o anche Vedute sull’esistenza), “short list” del “Premio Andrej Belyj” delle edizioni NLO.

È del 2003 l’operetta filosofica in dieci scene ‘Pastuchi Dolly’ (I pastori di Dolly) e la raccolta di poesie ‘Altri fuochi’, pubblicata da Crocetti nel 2005. Oltre che in italiano (una trentina di poesie sono uscite sulla rivista Poesia nel numero di dicembre 2002 che le ha anche dedicato la copertina; nel 2003 numerose sue poesie sono state tradotte nell’antologia ‘La nuova poesia russa’), i suoi testi sono stati tradotti in ebraico, inglese, slovacco, portoghese e cinese.
Nel 2008 pubblica in russo la sua ultima raccolta di poesie dal titolo ‘Tol’ko derev’ja’ (Solo alberi), dal quale pubblichiamo una selezione di poesie ancora inedite in Italia.

Link utili: www.vavilon.ru, http://giardini.sm/alexandra/