Notizie dalle officine Leopardi
Roberto Barzanti

Sfidando le difficoltà e le limitazioni della pandemia in corso, il Centro Nazionale di Studi Leopardiani, presieduto con lungimirante energia da Fabio Corvatta, ha organizzato la XV edizione dei consueti convegni internazionali di studi dedicati, di norma ogni quattro anni, al poeta di Recanati (27-30 ottobre 2021). Converrà attenderne gli Atti per analizzare e discutere risultati e indicazioni. Il tema scelto è stato quanto mai attuale, molto ecologico, quasi celebrativo del restauro operato dal FAI (Fondo Ambiente Italiano) dell’orto in cui Giacomo trascorreva ore a meditare e immaginare, poco lontano da casa: «Leopardi e il paesaggio».

La fantasmatica presenza del pensatore-poeta abita ancora quel lembo di terra, che ha ripreso le antiche forme. Le edicole delle stazioni con le sacre statuette che ritmavano l’orante solitudine delle monache del convento emanano un’aria claustrale. Attorniano quel recintato frammento di natura da cui Giacomo sconfinava, fingendosi una dilatazione dello spazio pensabile ma non percepibile. Il visitatore è introdotto da un sobrio filmato e da un testo a commento che non hanno nulla della spettacolarizzazione in voga, né delle recite teatralmente impostate. «La poesia – avverte una voce – è capace di esprimere una sensazione, un’emozione, e ancor di più, attraverso l’emozione, di rivelare l’uomo a se stesso, di svelare e rappresentare la natura umana». La rappresentazione non si concretizza in un fuori più o meno incantevole. Insorge nell’animo dell’uomo, ne agita la mente, suscitando dal finito l’illusione del non-finito, dell’in-visibile. Starà a chi è incaricato di gestire questo appartato triangolo non farlo scadere in un turistico kitsch.

Il rigore che si coglie induce a ben sperare. A dettar le regole che reggono Recanati, d’altronde, sembra spetti più che mai ai versi del suo poeta che ai calcoli dei tecnici e degli addetti ai lavori. La contessa Olimpia si mostra in questo erede di un culto amoroso e devoto, che qui si è espresso attraverso tante persone e continua nelle sorprendenti modificazioni realizzate. Viene in memoria, da ultimo, l’egemonia esercitata con persuasiva decisione da Vanni Leopardi, che ha fatto appena in tempo a veder inaugurata un’operazione di singolare filologia ambientale. Se l’abitazione di Teresa Fattorini e del padre cocchiere dei Leopardi è diventata una Casa-museo per meditativi soggiorni, non per questo ha perduto il suo agreste sentore: vi si avverte l’eco di un affaccendarsi non svanito. Il mobilio delle stanze e l’arredamento immesso non puzzano di artefatto antiquariato. Entrarci è come rovesciare il punto di vista che veniva implacabilmente prescritto dall’esegesi scolastica: ora si scruta la finestra dalla quale Giacomo ascoltava le note del dolce canto della giovinetta e il laborioso fruscio del telaio mettendosi dalla parte di lei, da un punto d’osservazione femminile. Sforzandosi di intravedere ciò che ci è era impedito di fantasticare da un angolo accessibile.

L’apertura del convegno, affidata a Antonio Prete, recava un titolo che già conteneva il senso di un nuovo approccio: Dialogo della luce e dell’ombra. Per un’introduzione a Leopardi e il paesaggio. La serrata prolusione ha offerto una quantità di motivi non riassumibili in un frettoloso resoconto. Basterà stralciarne due passaggi.

Quanto alla classica rappresentazione della natura – ha affermato Prete –, Leopardi, dopo la giovanile polemica con i romantici milanesi, in cui ribadisce che non si può imitare quel che è già lontano e intransitabile e inabitabile – “come abitare in un mondo snaturato la natura?” – sospinge il vedere verso un oltrevedere, dà allo sguardo una mobilità che accoglie le rifrazioni del visibile nel teatro dell’interiorità, dischiudendo la linea che congiunge l’apparire delle forme con il movimento della ricordanza. Il mirare è rammemorare: apparizione e rimembranza si congiungono.

L’occhio di Leopardi non segue una traiettoria diretta. La mediazione del ricordo dà spessore a cose, gesti, suoni, situazioni, viste e li consegna in possesso a chi le osserva: commuove o abbaglia, atterrisce o eccita, si fa misura del tempo e della lontananza. Come la filosofia è, secondo Leopardi, sospinta verso una sapienziale «ultrafilosofia» che ne dissolva impacci e astrazioni, così quella determinata veduta troverà la sua verità in uno stato d’animo, evocherà, avvolta in un’ombrosa luminosità, letture predilette.

Il vedere leopardiano – ha precisato Prete – privilegia la luce osservata dalla parte dell’ombra, in dialogo con l’ombra, la “luce incerta e impedita”, che illumina un luogo solo da una parte, la luce percepita attraverso gli ostacoli – un canneto, una selva, un balcone socchiuso – la luce indiretta, obliqua, la luce che si confonde con le ombre, osservata sotto un portico, o “in una loggia elevata e pensile, fra le rupi e i burroni, in una valle, sui colli veduti dalla parte dell’ombra”, e ancora i riflessi di una luce che passa attraverso un vetro colorato o attraverso oggetti che la diffondano in modo “mal distinto, imperfetto, incompleto”. Così nelle città è piacevole la luce “frastagliata dalle ombre”, che degrada via via sui tetti, la luce dalla sorgente nascosta. Il piacere del paesaggio è mosso insomma da “quel che non si vede”. Anche lo sguardo sulla campagna – su “gli alberi, i filari, i colli, i pergolati, i casolari, li pagliai, le ineguaglianze del suolo” – cerca questo dialogo della luce con l’ombra.

Gilberto Lonardi (La luna greca di Leopardi) ha accompagnato Leopardi nelle sue ricorrenti attrazioni per una luna filtrata fin dal primissimo incontro di Giacomo undicenne (1809) con l’VIII Libro dell’Iliade di Omero e da continui sottesi riferimenti o sottili allusioni alla classicità greca. Sia sufficiente rammentare (nella traduzione di Rosa Calzecchi Onesti dell’edizione einaudiana) la celebre similitudine omerica (vv. 555-561):

Come le stelle in cielo, intorno alla luna lucente,
brillano ardendo, se l’aria è priva di venti;
si scoprono tutte le cime e gli alti promontori
e le valli; nel cielo s’è rotto l’etere immenso,
si vedono tutte le stelle; gioisce in cuore il pastore;
tanti così, fra le navi e lo Xanto scorrente,
lucevano i fuochi accesi dai Teucri davanti a Ilio.

[ὡς δ᾽ ὅτ᾽ ἐν οὐρανῷ ἄστρα φαεινὴν ἀμφὶ σελήνην
φαίνετ᾽ ἀριπρεπέα, ὅτε τ᾽ ἔπλετο νήνεμος αἰθήρ·
ἔκ τ᾽ ἔφανεν πᾶσαι σκοπιαὶ καὶ πρώονες ἄκροι
καὶ νάπαι· οὐρανόθεν δ᾽ ἄρ᾽ ὑπερράγη ἄσπετος αἰθήρ,
πάντα δὲ εἴδεται ἄστρα, γέγηθε δέ τε φρένα ποιμήν·
τόσσα μεσηγὺ νεῶν ἠδὲ Ξάνθοιο ῥοάων
Τρώων καιόντων πυρὰ φαίνετο Ἰλιόθι πρό].

È stato detto che questo paesaggio cosmico costituisce per il poeta una sorta di imprinting rinvenibile in una molteplicità di passi delle sue opere, fino agli ultimi canti napoletani, fino alla Ginestra. E colpisce la lirica risonanza – da Lonardi annotata – con la stupenda cavatina «Casta diva» della Norma di Vincenzo Bellini, andata in scena alla Scala nel 1831:

Casta Diva che inargenti
Queste sacre antiche piante,
A noi volgi il bel sembiante
Senza nube e senza vel.
Tempra tu de’cori ardenti,
Tempra ancor lo zelo audace,
Spargi in terra quella pace
Che regnar tu fai nel ciel.

In effetti gli ottonari del librettista Felice Romani dipingono un quieto notturno in un numinoso, sacro, inargentato silenzio. E “inargentare” torna giusto nel Leopardi estremo, nell’attacco del Tramonto della luna:

Quale in notte solinga,
sovra campagne inargentate ed acque,
là ’ve zefiro aleggia,
e mille vaghi aspetti
e ingannevoli obbietti
fingon l’ombre lontane
infra l’onde tranquille
[…]
scende la luna.

Qui le ombre della finzione effondono un’atmosfera melanconica oscurando la scena e chiudendo il sipario. Non è questa la sede per seguire l’itinerario enunciato da un leopardista tra i sommi: sarà il caso di rilevare di sfuggita la continuità tra reperti del classicismo giovanile e riprese in chiave mélo di ineluttabile tragicità. Semmai val la pena segnalare come merito dell’edizione XV dei convegni – che hanno dall’origine formato una sorta di enciclopedia in progress – l’invito esteso a autori-testimoni non reclutati nella cerchia accademica.

Ha avuto particolare ascolto Antonio Moresco (Il paesaggio che vive), che al genio recanatese si è accostato compiendo un vero pellegrinaggio, un cammino verso una laica Santiago: terragna e faticosa escursione avversa a consacrare un protagonista «insurrezionale» in una santificatrice teca:

Chi ha ascoltato – ha provocatoriamente domandato Moresco – Dante, Leopardi? Si sono affrettati a metterli in una nicchia, esaltandone il valore estetico per disancorarli dal mondo. È stata un’operazione efferata fatta sulla letteratura e sull’arte, che gli scrittori e gli artisti hanno accettato e fatto propria. Dalla fine dell’Ottocento hanno cominciato a teorizzare l’art pour l’art, che da una parte aveva delle ragioni, si trattava di un’arte che non voleva essere immediatamente spendibile per un potere religioso o quello di una borghesia vincente. Il rovescio della medaglia è che si è staccata dal mondo, si è chiusa in una nicchia autoreferenziale. Oggi siamo alla fase finale di quest’arco durato un secolo, tutte le teorie sono andate in quella direzione, nel segno dello spossessamento dell’artista nei confronti del mondo.

Il filosofo Sergio Givone (Paesaggio e natura in Leopardi) si è collegato ad un luogo di ascendenza kantiana, sviluppato nel suo pregnante saggio Sull’infinito: «Non c’è arte senza natura, l’arte non essendo altro che natura divenuta cosciente di sé e del suo poiein».1 E ha messo in guardia contro la facile comparazione con un pascalismo di ben diverso fondamento. Per Pascal, come aveva spiegato chiaramente in una densa conversazione

è possibile che l’infinito altro non sia che il nulla e il non senso, ma è possibile anche che l’infinito sia Dio, vale a dire la pienezza di senso, il senso ultimo di tutte le cose: tra queste due possibilità l’uomo è chiamato a decidersi, a scegliere in assenza di prove, a scommettere per l’una o per l’altra (donde l’angoscia, lo sgomento).

Invece per Leopardi – e si tratta di una recisa alternativa,

l’infinito è il nulla e nient’altro che il nulla, perché solo il nulla può essere al di là dello spazio e al di là del tempo, solo il nulla può smascherare come illusione ciò che è nello spazio e nel tempo: ne consegue che abbandonarsi al movimento della vita verso la morte è rilassante e benefico, in una parola piacevole.

Paolo Zellini (Visioni matematiche e paesaggi dell’anima) ha approfondito gli appunti dello Zibaldone in data 4 gennaio 1821, dove troviamo l’essenziale del pensiero sull’infinito. Innanzitutto la distinzione tra “infinito” e “indefinito”:

una separazione netta tra due modi di concepire l’assenza del limite; da una parte l’infinito proprio, attuale, presente e pieno; dall’altra l’infinito dell’immaginazione di Spinoza, quello che Hegel avrebbe chiamato, per distinguerlo dal primo, il falso o “cattivo infinito”. Questo è un infinito coattivo, che costringe alla ripetizione illimitata di un gesto o di una disposizione dell’animo, come accade nel mito di Sisifo, nel quale (spiega Hegel) «la brama del dover essere, oppure l’insaziabilità dei desideri naturali soggettivi […] nel loro costante ripetersi non raggiungono mai l’ultima quiete del soddisfacimento”. Si capisce quindi come il confronto con l’infinito possa implicare, anche per Leopardi, un coinvolgimento con il male più estremo e radicale, con quella hybris insopportabile agli dèi che i greci avevano risolutamente relegato nel Tartaro.

Siamo così entrati nelle tematiche affrontate nel convegno davvero interdisciplinare (23-24 ottobre 2019) i cui Atti2 sono uno dei contributi più rilevanti tra quelli prodotti dalle molte occasioni approntate nell’anno anniversario dei quindici endecasillabi più noti della creatività leopardiana. Una ventina di studiosi, non solo letterati, filologi, filosofi, ma pure musicologi, matematici, storici hanno offerto letture dell’idillio da diverse angolazioni, mostrando come sia frutto di una formazione che assommava questioni tipiche di un “filosofo naturale” dissolvendole in un’avventura poetica. Il rischio di sovraccaricare quel frammento che precipita in un muto naufragio di strabordanti, se non pretestuosi, eccessi ermeneutici dovrebbe indurre a elaborare notazioni pertinenti. Occorre scongiurare il pericolo che il fluttuante e mobile diagramma interrogativo sia appesantito o soffocato da sfoggi di dottrina e forzature unidirezionali, siano esse di ordine sensistico o di immedesimazione mistica. Il vento non è il soffio dello Spirito. La siepe non il biblico roveto del monte Oreb. E il mare non «lo gran mar de l’Essere», ma una sublime immensità acquorea che ammutolisce e assorbe l’umano “guazzabuglio” di un arrovellato ragionare.

Zellini ha messo in risalto il puntuale rispecchiamento di quanto sostenuto nelle Dissertazioni filosofiche: «Il giovane Leopardi non si discostava troppo dal pensiero dei matematici dicendo che l’idea che una grandezza sia infinitamente divisibile dal punto di vista geometrico è frutto “de’ voli astratti dell’immaginazione”» (p. 209). Giacomo Lettieri propriamente ha avvicinato Leopardi a Pascal: «lo sprofondare in terra che compie il pascaliano itinerarium mentis in infinitum / nihilum è (seppure del tutto privo di dolcezza) assai corrispondente al naufragare nel mare dell’infinito che chiude il canto» (p. 127). Luigi Reitani ha collocato il desiderio di infinito in una «costante antropologica» (p. 176), enfatizzata dalla cultura romantica tedesca (Schlegel in primis). L’abbraccio gentile del finale ha giocato, secondo Lonardi, con i nessi Madre-Mère-mer cari a Roland Barthes (p. 283). Quante altre spigolature si potrebbero trascrivere, convenendo o rifiutando o assumendo perplesse impressioni estratte da una sensibilità fremente, mai appagata! Luigi Blasucci era intervenuto all’inizio inquadrando l’idillio in anni dominati in Leopardi da testi che in quel periodo l’avevano parecchio coinvolto: due romanzi moderni quali I dolori del giovane Werther di Goethe e la Corinne ou l’Italie di Madame de Staël. Non riesco a non ricordare l’indimenticato maestro, che andava al sodo con garbo affabile e accattivante persuasività. La notizia della sua morte (29 ottobre 2021), a commento dei Canti finito e consegnato in extremis all’editore, piombò fulminea nelle terminali ore recanatesi come una commovente sigla del destino. Sfoglio, ubbidendogli, I dolori e leggo:

la solitudine in questo paesaggio paradisiaco è un balsamo prezioso per il mio cuore, e la giovanile stagione riempie di calore il mio cuore che troppo spesso rabbrividisce. Ogni albero, ogni siepe è un mazzo di fiori e vorrei diventare un maggiolino per volare in mezzo a questo mare di profumi e cogliervi il mio nutrimento. (4 maggio 1771)

Apro Corinne e leggo dal testamentario congedo:

Quanta fiducia mi ispiravano un tempo la natura e la vita! Credevo che tutte le disgrazie provenissero dal non pensare abbastanza, dal non sentire a sufficienza, e che già sulla terra si potesse gustare la felicità celeste, che altro non è che entusiasmo durevole e amore costante.

Diaristiche note epistolari di trasalimenti e delusioni, che hanno avuto nel Novecento riscontri imitativi e una sequela di variazioni. In due occasioni soprattutto (1972 e 2017) i convegni recanatesi del Centro hanno messo a fuoco il leopardismo nel Novecento e ora che sono disponibili gli Atti della XIV tappa è interessante riandare a tematiche che costituiranno ancora il filo conduttore dell’incessante confronto con Leopardi, con la crisi della modernità da lui stoicamente sofferta.

Concludendo, nell’ottobre 1972, la relazione d’apertura del III Convegno internazionale su Leopardi e il Novecento, Mario Luzi scandì un quesito che stava circolando nell’aula magna del comunale Palazzo dei Priori:

È venuto il momento di domandarci se nel trapasso evidente da una civiltà all’altra, di cui si provano gli effetti liberatori e quelli angosciosi, l’episteme leopardiana stia per decadere. Ma non è ancora venuto il tempo di rispondere a ragion veduta.

Nel XIV Convegno le risposte piovvero concordi su una convinzione: la non separabilità di poesia e pensiero, di creatività letteraria e ricerca speculativa. Negli Atti dell’incontro del settembre 2017 – Leopardi e la cultura del Novecento. Modi e forme di una presenza3 – viene sbarazzato il campo dalla dicotomia propugnata dall’idealismo crociano, tutt’altro che passeggera nella letteratura colta e nella didattica corrente. Lungo i decenni trascorsi da quel lontano autunno a oggi i confini si sono attenuati o scomparsi, e un Leopardi en philosophe si è fatto avanti fin quasi a occupare il primo piano. Nelle relazioni sui filosofi e i critici – è incongrua la ripartizione seguita tra costoro e i prosatori, i poeti, e l’inconsistente selezione di registi e traduttori – si è tornati a esaminare la celebratissima “svolta del 1947”, che, per la simultanea uscita dei saggi di Cesare Luporini su Leopardi progressivo e di Walter Binni sull’eroica ribellione alimentata da un aspro biografico hic et nunc, fu accolta come un periodizzante discrimine. In effetti quello snodo, finalizzato a smontare la riduttiva limitazione di Leopardi ad una linea lirico-idillica e ad allargare lo sguardo ben oltre la purezza linguistica amatissima da rondisti e ermetici, era stato preceduto da interpretazioni molto attente all’officina dello Zibaldone e al tumulto di idee dell’itinerario intellettuale di Giacomo. Giovanni Gentile aveva conferito all’eredità leopardiana il crisma di un afflato religioso patriottico-nazionale assai gradito al regime e si era poi addirittura sbilanciato nell’applicare una posticcia dialettica hegeliana alle Operette strutturandole triadicamente in un trattato organico. Operazione che non gli aveva proibito di sostenere «che l’essenza della poesia non è nel pensiero del poeta, ma nel sentimento che il poeta ha del suo pensiero». Notazione di perspicace finezza, richiamata da Gaspare Polizzi in uno stimolante e originale intervento. Insieme ad un appunto, pressoché ignorato, di Antonio Gramsci nei Quaderni del 1933, che prende di mira una tematica cruciale della Ginestra: la sarcastica critica del fiducioso progressismo dei «nuovi credenti». Gli entusiasmi ottocenteschi per un trionfale progresso scientista e economico erano divenuti – osserva Gramsci – incapaci di padroneggiare le «forze irresistibili», i «fenomeni naturali […] senza rimedio», e ne deduceva che «la crisi dell’idea di progresso non è quindi crisi dell’idea stessa, ma crisi dei portatori di essa idea, che sono diventati “natura” da dominare essi stessi». Passo che porta alla luce un’intrigante aporia: gli uomini in «social catena» erano chiamati a combattere il male loro inflitto dalla natura, resa ostile, «snaturata», da loro stessi, e irrimediabilmente lontana dalla nuda vitalità originaria. È strano che in questo scrutinio di definite tesi e severi aforismi sia stato rimosso un episodio che propose alcuni capisaldi della polivalente ricezione toccata al «giovane favoloso». Rifacendosi all’inno Come in un giorno di festa di Hölderlin, Elio Vittorini su «Il Politecnico» del settembre-dicembre 1946 si chiedeva, chiamando in causa Heidegger (!), se non si dovesse tentare anche in Italia per Leopardi – del quale si trascriveva il Canto notturno – un ribaltamento etico, assumendo l’accorato sgomento come una «cicuta a rovescio». Franco Fortini nel contestuale saggio La leggenda di Recanati si scagliava contro quanti, vestendo il ribelle e ateo materialista da «eroe della poesia immacolata», lo avevano ridotto ad un egotista snob, e implorava di strapparlo «di mano ad una critica che, quanto più lo esalta moderno, tanto più lo chiude, tanto più lo sfibra e lo riduce alla propria retorica misura, tanto più ne avvilisce la poesia facendone un vano sogno, una “vana speranza onde consola / se coi fanciulli il mondo”».

In chiusa della sua inesausta fedeltà a Leopardi, Cesare Luporini si arrese e riconobbe, a quarant’anni di distanza dalla famosa svolta (in un’intervista del 1987), che era corretto attribuire a quella sfida, dissonante con le fanfare ottocentesche e con una facile annessione ad un desanctisiano (e sartriano) engagement, i tratti di un «nichilismo attivo»: «Essere nichilisti e insieme attivi: ecco l’attualissimo messaggio di Leopardi» riassunse in una sintetica formulazione dal sapore ossimorico, più assiologico che ontologico. Luigi Capitano ha convalidato la posizione da esiliato nichilista di un Leopardi destinato a coprire con l’ombra del suo mantello il Novecento, accanto a Nietzsche e a Pirandello, e in sintonia con la tragica consapevolezza della perenne deficienza dell’esistere di Michelstaedter, con l’insensato universo di Kafka. E Raoul Bruni ha avuto buon gioco nell’accordare rinnovata attenzione ad un poker italiano (Giuseppe Rensi, Lorenzo Giusso, Giovanni Amelotti, Adriano Tilgher) non certo allineato al canone idealistico. La rottura luporiniana, debitrice di un’iniziale esegesi misticheggiante e forse del contatto con Heidegger, non nasceva dunque dal silenzio. Suscitò clamore perché elaborata in opposizione all’egemonico storicismo marxista. In molto aspetti cambiava di segno a attualizzanti interpretazioni sfoderando un respiro ben più acuto e ben più comprensivo. L’anticonformista Rensi era stato netto nel deplorare la non totale dedizione alla filosofia di un’operosità titanica:

Se Leopardi fosse stato unicamente filosofo e avesse dedicato la sua intelligenza all’elaborazione di un sistema, il pensiero italiano avrebbe avuto, prima e meglio di quello germanico, Schopenhauer e Nietzsche armonizzati in una costruzione unica. (1906)

In questa specie di cronoprogramma a tappe non vanno omesse due date recenti. Sebastiano Timpanaro con il suo Classicismo e illuminismo nell’Ottocento italiano (1965) impresse una sterzata in direzione di un marxismo-leopardismo quale base di una militanza a sinistra alternativa alla linea prevalente nell’area comunista. Antonio Prete rilanciò con Il pensiero poetante (1980) un accostamento che, nominato con il sintagma proposto da Heidegger per Hölderlin, demolisse quel che sopravviveva di una barriera solo sbrecciata. Una specifica progressività è documentata in questi ponderosi Atti da Felice Cimatti, che situa Leopardi nel complesso Italian Thought e lo descrive impegnato a meditare sul «dualismo fondamentale che oppone l’umano, cioè il campo della storia, al campo del non umano, il non storico, il naturale, il campo sterminato della vita». Arrovellarsi per chiudere in un sistema coerente e bloccato contraddizioni e errori significa negare la «possibilità»: categoria che compare in un appunto zibaldonico del 1826, intonata a quell’«ultrafilosofia» che già infrangeva nell’antiveggente visione di Giacomo il fragile recinto di un’albeggiante nuova modernità. È ammessa – vien da chiedere – l’ipotesi di un Leopardi embrionalmente post-moderno? Per onestà di resoconto, si dovrebbe rinviare a qualche prelievo che si soffermi su momenti dell’opera leopardiana del novecentesco leopardismo, vivo non solo in Italia.

Il terreno è accidentato. È consigliabile avventurarvisi facendo tesoro di una premessa di Gilberto Lonardi: a fronte di un codificabile petrarchismo non esiste un leopardismo «come fatto continuo, istituto di disciplina insieme della forma e del vivere». Esistono «epifanie», posture similari, trasparenti citazioni, detti memorandi. E le esemplificazioni lo comprovano in abbondanza. In testa alla sequenza stanno Guido Gozzano e Giovanni Pascoli e, a seguire, ognuno con una sua specificità, Camillo Sbarbaro, Umberto Saba, Giorgio Caproni, Giuseppe Ungaretti, il palinodico Eugenio Montale di Satura, l’umile Andrea Zanzotto. E tra i prosatori figurano la satirica cosmogonia di Italo Calvino e l’errabondo «operettismo» (G. Pedullà) del lunatico Tommaso Landolfi. Mario Luzi avrebbe sciolto, chissà, il dilemma posto nel convegno del ’72 a favore di un episteme che, col passare degli anni, ha conquistato un consenso sempre più solido e avrebbe ribadito la sentenza già emessa in una lezione tenuta a Caen nell’ ’89: «la poesia moderna nasce antagonista», malgrado l’«orfanità della fede». In dialogo, magari, con Andrea Cortellessa, che, al termine di una rigogliosa scorribanda letteraria, non è ricorso a mezze parole: «La prospettiva ‘apocalittica’ del Novecento porta alle estreme conseguenze il materialismo annichilente delle Operette, incentrandosi sui suoi lembi estremi e visionari».

Da poco – torniamo all’intenso 2021 leopardiano – è uscito un volume destinato a inserirsi nella imponente bibliografia sul “giovane favoloso” con perentorietà irrinunciabile: Giacomo Leopardi, Disegni letterari.4 È una delle più eccellenti ricerche sfornate dal romano “Laboratorio Leopardi”, fulcro attivissimo e di suprema qualità nella geografia delle officine (Napoli, Firenze, Macerata, Recanati) programmaticamente dedite alle ricerche su un autore che non finisce mai di affascinare. Non è stato semplice scegliere i testi legittimamente raggruppabili sotto il titolo di «disegni letterari». Nell’enorme mole di autografi che Leopardi ha lasciato sono grosso modo distinguibili tre filoni. Uno comprende “tracce” per memoria – files alla rinfusa tramandati da un computer personalissimo –, elenchi di libri da leggere, lunghe serie lessicali, abbreviati pezzi ritenuti degni di essere sviluppati. Un secondo è etichettabile, spiega D’Intino nella sua minuziosa e esaustiva introduzione, come “abbozzi” o ragionamenti. Infine saltano fuori testi che manifestano «l’intenzionalità esplicita di un progetto» (p. 10): è tra questi che si collocano, appunto, i «disegni» ora raccolti in ordine cronologico e commentati con un apparato ineguagliabile di rinvii e chiarimenti. Non è la prima volta che questo materiale viene edito. A partire da Giuseppe Cugnoni (1878) molte edizioni dell’opera omnia hanno incluso questo fluido materiale o integralmente o parzialmente. Finora, però, nessuna aveva coperto con rigorosi criteri e approfondendo i temi con mirabile puntiglio, una produzione tutt’altro che incidentale. Essa prova l’ininterrotta voglia di sperimentare generi e formati che anima la mente di Leopardi e lo incita a avviare o a percorrere strade e campi di nuovo andamento. Quasi a render verificabile ciò che Leopardi intendeva – per falsa e schiva umiltà o esplicitando coltivate intenzioni? – nell’enigmatica lettera inviata poco prima di morire, nel giugno 1836, al belga Charles Lebreton: «j’ai fait seulement des essais en comptant toujours préluder».

Una sentenza di morte – è il commento in Franco D’Intino e Luca Maccioni in Leopardi: guida allo Zibaldone – per l’idea classica di opera, e un atto di nascita per quella tendenza che sarà dominante nella modernità, se pensiamo al numero impressionante di grandi pensatori che scriveranno opere frammentarie, informi, in-finite, molte fra le quali pubblicate postume: Nietzsche, Warburg, Valéry, Wittgenstein, Gramsci, Benjamin, Weil ecc.5

Leopardi è reclutato assimilandolo a una schiera eletta quale antesignano di uno scrivere che rinuncia a canonizzate strutture, anche in coerenza con una raison delusa e scettica, ma persistente e nemica della superbia d’un secolo sciocco e retrivo. Indirettamente è consigliata una lettura dello Zibaldone non come libro dotato di pretese sistematizzanti, ma quale laboratorio aperto finalizzato a fissare nel tempo questioni e spunti, senza assumersi la responsabilità di sfociare in affermazioni definitive e approdare ad un’immodificabile trattatistica. I dialoghi delle Operette ne recepiranno non definiti lacerti. Oscillazioni speculative e drastiche revisioni punteggiano un sinuoso fiume, da esaminare della sua mobile diacronicità ed evitando, quindi, qualsiasi deformante ingabbiamento ideologico.

Lo Zibaldone è un caotico diario intellettuale, che in chiave moderna resuscita una tradizione umanistica costruita «a penna corrente» in uno stile incalzante e rapido. Una puntuale diagnosi è presentata da D’Intino nel saggio sulla scrittura leopardiana edito in un volume6 articolato in capitoli tesi a fare il punto su incontrovertibili e ormai depositate acquisizioni metodologiche e di merito. Son diciassette i disegni sottoposti a ravvicinata analisi. Val la pena trarne ad exempla alcuni momenti, che ne segnalano potenzialità e scopi. In Dell’amore della solitudine (I, 1810) Giacomo, dopo aver stenograficamente appuntato i pro e i contra chiude seccamente: «L’uomo è nato per la società. Inutilità delle ricchezze senza la società e il commercio»: distaccandosi da Luciano e (quanto?) simpatizzando per una socialità mercantile e aggregante. L’Elegia di un innamorato in mezzo alla tempesta (III, 1819) è una “quiete prima della tempesta” che mette in scena una natura prima sconvolta e quindi rasserenata, in contrasto con i battiti di un cuore innamorato in anticipatrice sintonia con l’Ultimo canto di Saffo (1822). La Storia di una povera monaca (IV, 1819) schizza un intreccio narrativo che attesta la pietas di Giacomo verso il destino di giovani fanciulle implicati in un crudele intreccio noir. Della natura primitiva (VI, 1820) si inscrive in un’ispirazione classicista russoviana e non nasconde influssi ossianeschi: «Immaginaz. de’ fanciulli e degli antichi intorno alle nuvole…». L’Argomento di un libro politico (VII, 1820) fa intendere come la condanna della politica de’suoi tempi sia motivata dal rifiuto di basarla su una scientifica antropologia negativa della condizione umana: «Applicazione della cogniz. dell’uomo e della nat. in grande alla politica, ancora da farsi». Titoli di operette morali (XI, 1823), diciassette dei quali solo sette concretizzati, documenta come l’architettura del libro nasca senza alcun intento di calcolata organicità filosofica: si pensi a Tiresia, a Il rosignuolo e la rosa (spunto da Byron), mentre Seconda gioventù sembra alludere a una “seconda infanzia”, a un “risorgimento” di sensi e sensibilità quale si manifesterà nella stagione pisana. Con L’arte di vivere nel mondo e altri disegni (XIII, forse 1826) Leopardi si ripromette di fare un poema didascalico sulla morale in versi fiabeschi alla francese assumendo a protagonisti animali e piante. In Ventinove disegni (XIV, 1828) Giacomo cita espressamente i foscoliani Sepolcri e immagina sulla falsariga di Manzoni una Poesia sopra Napoleone. Compaiono l’amato Werther, il popolare Lo cunto de li cunte, William Collins, autore britannico preromantico già citato di seconda mano in lavori giovanili e famoso per le Odes del 1746. Tutti elementi che chiariscono quanto fitte siano le risonanze del clima romantico, pur da un’ottica che ne rifiutava le coordinate ideologiche restauratrici. Nei successivi Ventuno disegni (XV, 1828) si s’imbatte in Saggi, alla Montagne (sic): il che ripropone l’interrogativo sulla diretta conoscenza o meno, e quanto estesa, degli Essais di Montaigne, così intonati alla prosa leopardiana e ad una categoria (essai) rilanciata nella lettera a Lebreton del ’36: segno di una folgorante autocoscienza critica. Nove disegni morali e metafisici (XVI, 1829) confermano l’insistenza su una trattatistica morale e la posizione eminente di un filosofo apprezzato in sommo grado, da reinterpretare però in chiave personale: «un Epitteto a modo mio». Quindi negli Ultimi quattro disegni (XVII, forse 1835) ecco le Lezioni sopra la letteratura del secolo presente quasi a terminare rifacendosi alle prime polemiche giovanili con una posizione sulle poetiche teso a rimarcare probabilmente l’irata contrarietà per i «nuovi credenti».

Ho pescato dall’addottrinatissimo apparato di D’Intino e dei suoi collaboratori soltanto alcune indicazione, talvolta minime. Nel suo insieme il volume merita un posto privilegiato nello scaffale leopardiano per capire quanto vasti siano stati gli interessi che agitavano una mente in continua inappagata tensione. A margine, ma non perché si tratti di questione marginale, e per arricchire la rassegna di uno straordinario 1821, è corretto soffermarsi sui dubbi di Stoppelli a proposito di abbozzi falsi degli idilli L’Infinito, Alla Natura e di altre carte raggruppate sotto l’etichetta di Appunti leopardianidiffuse su «La palestra del Clero» nel 1898. Sebastiano Timpanaro in un magistrale saggio7 sostenne, contro il parere del vice-bibliotecario di Santa Romana Chiesa Giuseppe Cozza-Luzzi, che si trattava di evidenti falsi. Autorevolissimo filologo, Pasquale Stoppelli ha avanzato dubbi sulla falsificazione,8 ma convalidati da fior di esperti grafologi. Non ne è convinta neppure Fabiana Cacciapuoti, che con i manoscritti leopardiani ha una familiarità irraggiungibile. Una redazione in approssimativi versi dell’Infinito è questa, che per curiosità trascrivo:

Caro luogo a me sempre fosti benchè ermo
e solitario, e questo verde lauro che gran parte
cuopre dell’orizzonte allo sguardo mio. Lunge
spingendosi l’occhio gli si apre dinanzi interminato spazio
vasto orizzonte per cui si perde l’animo mio e
nel silenzio infinito delle cose e nella amica quiete
par che si riposi se pur spaura. E al rumor d’im-
petuoso vento e allo stormir delle foglie delle piante
a questo tumultuoso fragore l’infinito silenzio paragono

Il fatto che il retro di un foglio delle chiacchierate carte rechi una dichiarazione di Paolina Leopardi che autentica i caratteri come di suo fratello aggrava i sospetti di abile falsificazione. Ovviamente il discorso rimane aperto. La filologia non è una scienza esatta. Senza entrare nel merito della questione, ci sono snodi non solo di variantistica lessicale, che potrebbero spingere a leggere l’abbozzo e altri foglietti, enfatizzandone inflessioni non spiacevoli per quanti puntavano a rilevarne l’atmosfera religiosa che tanto premeva per sottrarre il recanatese al clima laico-massonico di stampo carducciano delle celebrazioni approntate nel centenario della nascita. Stoppelli termina la sua minuta analisi con lo stile sobrio che gli è proprio:

Alcuni amici leopardisti a cui ho mostrato le riproduzioni della carta hanno gentilmente eccepito che il documento nella sua materialità (il tipo di carta utilizzata, la messa in pagina e altri particolari) non sarebbe rispon¬dente alle pratiche della scrittura di Leopardi. Riconosco le loro ragioni, ma continuo a restare convinto che gli aspetti profondi di uno stile come quello leopardiano non siano falsificabili. Questo è quanto è filologicamente accertabile. Circa il resto tutto può essere accaduto, anche ciò che non si può neppure immaginare. Mi auguro comunque che questa nota sia occasione per avviare una discussione non solo sul caso in esame, ma su questioni più generali di metodologia attributiva. Alla “verità” ci si avvicina per approssimazioni successive e col contributo di tutti.

In conclusione il bilancio del decennio culminato col 2021 delle ricerche attorno a Leopardi ha conseguito durevoli e decisivi risultati. Ha indicato quanto sia importante estendere la conoscenza del prodigioso genio ad ambiti disciplinari – naturalistici tra i primi – connessi non incidentalmente al lessico e alle figure dell’universo filosofico/poetico. Basti segnalare l’edizione di un manoscritto finora inedito: quel Compendio di Storia Naturale di Giacomo quattordicenne,9 composto di dodici trattati. «Nelle parole del Compendio – chiosa Polizzi –, e in alcuni suoi termini, sono compresi echi di un sapere antico che echeggiano inattesi in ogni parte dell’opera poetica e filosofica di Leopardi» (p. 62). Secondo: la “svolta del 1947” appare più che mai non uno stacco o un rovesciamento addirittura da assolutizzare ma il prodotto di una temperie culturale molto legata a schermaglie politiche e ideologiche da storicizzare e ridimensionare. L’edizione dei Disegni non realizzati offre il destro per una rilettura dello Zibaldone, e non solo, che ne faccia emergere i fili nascosti e le sottese potenzialità, sollecitando a rilevare la struttura di una sistematicità non raggiunta, preludente e aperta.

Non mancano altre buone notizie di un 2021 davvero fecondo per gli studi leopardiani. Laura Melosi, docente dell’Università di Macerata, sarà la direttrice di una nuova rivista, «Leopardiana». La «Rivista internazionale di studi leopardiani» (RISL) diretta da Emiliano Speciale, che la lanciò nel 1999 ed è venuta meno con la dolorosa scomparsa (maggio 2017) dell’ideatore, dopo un intervallo nel quale la prosecuzione è stata assicurata da Franco Cesati editore, ora esce on-line per iniziativa di Mimesis: così essa seguiterà dunque ad accogliere e proporre «con la massima apertura ideologica, interventi critici scelti esclusivamente in base alla loro scientificità, cercando di porsi come sede di discussione problematica, informativa e vivace su uno dei maggiori poeti e pensatori italiani, non solo dell’Ottocento».

Al fine di concretizzare questi propositi e per esaltare la dimensione sempre più internazionale raggiunta dall’opera e dalla critica leopardiane, si è ritenuto necessario istituire un nuovo Comitato scientifico composto da studiosi e studiose italiani e stranieri, esperti/e in campo umanistico, non solo in letteratura italiana, e da specialisti/e di discipline care a Leopardi: dalla teoria della traduzione all’estetica, dalla critica d’arte alla linguistica, e alla storia della scienza.

Sempre nel solco del piano originario – hanno avvertito Tatiana Crivelli e Patrizia Landi nel n. 12/2019 –, che includeva la volontà di aprire costantemente la rivista a nuove modalità di ricerca e di analisi, abbiamo deciso di introdurre anche numeri tematici, a cominciare proprio da questo primo della nostra nuova direzione, dedicato a Giacomo Leopardi e l’esperienza del sensibile. Le pagine vogliono quindi far convergere differenti approcci disciplinari per studiare, nelle sue varie declinazioni, l’influenza che la percezione sensoriale ha avuto nell’ambito della riflessione poetica, filosofica, artistica, linguistica e scientifica di Leopardi. Nell’opera di Leopardi, infatti, la cosiddetta “esperienza del sensibile” non solo orienta in modo decisivo la riflessione epistemologica e l’elaborazione filosofica della teoria del piacere, ma è anche sottesa a molte immagini della scrittura creativa in prosa e in versi. La percezione sensoriale delle cose del mondo e dell’essere umano rappresenta, in realtà, uno dei principali strumenti di apprendimento e di conoscenza, e costituisce uno degli aspetti nodali – particolarmente originale rispetto alla tradizione letteraria e filosofica dell’Italia ottocentesca – della poetica leopardiana, capace di dare “corpo” e “sostanza” persino a quanto è connesso alla pura immaginazione e, così, di descrivere l’invisibile tramite il visibile, l’intangibile tramite il tangibile. In Leopardi, invero – come ben sottolineava Italo Calvino nelle sue Proposte per il nuovo millennio citando le pagine 1744-1746 dello Zibaldone –, anche la teoria del vago e dell’indefinito si esprime attraverso il sapiente utilizzo di elementi sensibili.

D’altro canto non è da dimenticare «Appunti leopardiani», rivista anch’essa on-line ispirata dall’iniziativa “Leopardi nel mondo” lanciata dal Centro Nazionale di Studi Leopardiani (CNSL), si propone di seguire l’immaginazione di Leopardi “oltre il limite della siepe”. Essa infatti mira a superare i confini geografici dell’Italia e della critica specialistica per promuovere la circolazione del nome e dell’opera di Leopardi da Recanati in più continenti. Oltre a essere la prima rivista on-line su Leopardi è anche la prima ospitata nel continente americano, presso la Universidade Federal de Santa Catarina/Florianopolis in Brasile. Ed è il primo periodico sull’argomento aperto alle lingue europee. Ambisce a offrire opportunità di lettura e riflessione su Giacomo anche a un pubblico non specialistico, di appassionati e “nuovi” scopritori. La rivista è articolata in sei sezioni: saggi e articoli, interviste, poesie ispirate a Leopardi e traduzioni di testi leopardiani, recensioni. Oltre a un blog di discussione, accoglie anche una bibliografia commentata su pubblicazioni e tesi di dottorato realizzate su Leopardi nel mondo. La direzione di Andréia Guerini (Universidade Federal de Santa Catarina (Brasile) e Cosetta Veronese è affiancata da validi condirettori e da un autorevole comitato scientifico.

Infine va estendendosi il rilievo della collana “Leopardiana” diretta da Gaspare Polizzi. La collana intende pubblicare testi che si distinguano sul piano metodologico e su quello della fruizione. Per gli aspetti di metodo si privilegerà l’apertura a strumenti d’indagine multidisciplinari, connessi all’italianistica, alla filosofia e alla sua storia, alla scienza e alla sua storia, alla storia delle idee, alla storia e alla critica delle arti. Sul versante della fruizione saranno proposti libri di divulgazione ricchi di sollecitazioni nei più diversi contesti disciplinari, «benché scritti con leggerezza apparente». È sufficiente scorrere i titoli usciti o programmati per rendersi conto della feconda novità d’impostazione:

1) Giacomo Leopardi, Compendio di Storia Naturale. Con l’aggiunta del Saggio di chimica e storia naturale del 1812, a cura di Gaspare Polizzi e Valentina Sordoni;

2) Antonio Prete, Il pensiero poetante;

3) Rilegare l’Infinito, “Dietro a una farfalla bella e dipinta senza poterla cogliere”, a cura di Gaspare Polizzi;

4) Il mito ripensato nell’opera di Giacomo Leopardi. Atti del convegno internazionale di Aix-en-Provence, 5-8 febbraio 2014, a cura di Perle Abbrugiati;

5) Mario Martone, Ippolita di Majo, Le Operette morali in scena. La teatralità di Giacomo Leopardi;

6) Remo Bodei, Leopardi e la filosofia, a cura di Gabriella Giglioni e Gaspare Polizzi.

Luigi Blasucci è riuscito a portare a termine il suo magistrale commento ai Canti: i due volumi editi dalla Fondazione Pietro Bembo e Ugo Guanda sono un tesoro che onoreranno per sempre il ricordo del grande Gino e la sua fondamentale guida alla comprensione di un libro col quale ha dialogato per decenni nella sua lunga vita e lo renderà fraterno compagno a tutti coloro che continueranno ad accostarsi con passione a Giacomo Leopardi, al pensiero poetante della sua «ribelle amarezza» (Walter Benjamin,1928).

[Una versione più breve del presente saggio è apparsa su «Il Ponte», LXXVIII, n. 2, marzo-aprile 2022, pp. 89-100]

Note

1 S. Givone, Sull’infinito, Bologna, il Mulino, 2018, p. 71.

2 Interminati spazi. Leopardi e l’infinito, a cura di A. Folin, Roma, Donzelli, 2021.

3 Leopardi e la cultura del Novecento. Modi e forme di una presenza, a cura di M.V. Dominioni e L. Chiurchù, Firenze, Olschki, 2019.

4 G. Leopardi, Disegni letterari, a cura di F. D’Intino, D. Pettinicchio, L. Abate, Macerata, Quodlibet, 2021.

5 Leopardi: guida allo Zibaldone, a cura di F. d’Intino e L. Maccioni, Roma, Carocci, 2016.

6 Leopardi, a cura di F. D’Intino e M. Natale, Roma, Carocci, 2018.

7 Cfr. «Giornale Storico della Letteratura Italiana», CXLIII, 1966 pp. 88-199.

8 Cfr. «Prassi ectodiche della Modernità Letteraria», 8, 2021.

9 G. Leopardi, Compendio di Storia Naturale a cura di G. Polizzi e V. Sordoni, Milano-Udine, Mimesis, 2021.