
Sul piano dei valori letterari, la differenza tra le due opere è abbastanza netta. Il romanzo di Orwell, solido, compatto, retto da una qualità di scrittura che a Huxley manca, ha l’essenzialità e il rigore d’una tragedia greca. La forza di Brave New World sta invece tutta nell’ideazione di base, a fronte di una trama più sfilacciata e meno coinvolgente. Un’implicita norma della tradizione distopica esige che il ruolo del protagonista spetti a un portatore di dissenso. Tale è Winston Smith in 1984, dall’inizio alla fine, cioè dall’acquisto del quaderno dove progetta di tenere un diario (implicita infrazione al principio della sottomissione assoluta al Partito) fino all’agghiacciante explicit («He loved Big Brother»); e tale sembra essere, all’inizio, Bernard Marx, esponente della casta superiore (gli Alpha Plus) singolarmente solitario e insicuro, oltre che fisicamente un po’ gracile, donde il sospetto d’un piccolo errore nella sua generazione in provetta. Ma lo sviluppo dell’azione finisce per confinarlo al ruolo di precursore d’un dissenziente molto più radicale, John il selvaggio, che è cresciuto in una riserva di nativi isolata dal resto del «nuovo» mondo, e grazie a una circostanza fortuita – il ritrovamento d’un raro libro del mondo di prima – conosce Shakespeare a memoria. L’antitesi è plateale: anche se il confronto conclusivo con il governatore Mustapha Mond culmina in un passaggio davvero memorabile (la rivendicazione da parte di John di ogni tipo di sofferenza come pegno di libertà), il finale della storia è narrativamente debole.
Ma a parte questi giudizi, chi dei due è stato miglior profeta, Orwell o Huxley? Per parecchi decenni, e in particolare dal tracollo del sistema sovietico in poi, è apparsa molto più attuale la distopia soft, cioè la disumanizzazione realizzata per via di lusinghe e blandizie, che libera dalla vecchiaia e dalle malattie, che coltiva e assolutizza il benessere materiale: il confort in cambio dell’anima (della coscienza, del libero arbitrio). L’era digitale, dove tutto sembra alla portata di un clic, sullo sfondo d’una profusione apparentemente illimitata di merci e di un lussureggiare di colori, immagini e reels, sembra corrispondere molto più al trionfale industrialismo biotecnologico di Huxley che non allo squallido mondo di Orwell, oppresso da croniche ristrettezze, arreso alla penuria di un tempo di guerra senza fine.
Negli ultimi mesi, però, le cose sono cambiate. Il quadro geopolitico dominato da tre potenze dai regimi interni sempre meno differenziati tra loro – la Cina di Xi Jinping, la Russia di Vladimir Putin, gli USA di Donald Trump – assomiglia in maniera inquietante al mondo che Orwell immaginava, diviso fra Eurasia, Estasia e Oceania, in perenne conflitto tra loro, ma intimamente solidali nell’opprimere le rispettive popolazioni. La guerra ha riconquistato il centro della scena: risolvere le controversie con l’uso indiscriminato della forza è diventata la nuova normalità, e l’anatema contro il nemico (se necessario, contro vari nemici, a rotazione) è ora il pane quotidiano della propaganda politica. Il rituale imposto dei «due minuti di odio» sembra essersi spontaneamente inverato nella prassi, dilagante in rete, dello hate speech; comportamenti che sembravano appartenere a un passato storico ormai archiviato, ovvero confinato nelle aree del pianeta più arretrate, o più lontane dai riflettori dell’informazione, sembrano tornati in auge. Il culmine dell’oscenità è rappresentato dal brindisi con cui il ministro della sicurezza israeliano Itamar Ben-Gvir ha festeggiato l’approvazione alla Knesset di una legge sulla pena di morte applicabile solo ai palestinesi (una legge sulla quale, mentre scrivo queste righe, la Corte suprema non si è ancora pronunciata).
E, a proposito di informazione, la menzogna imperversa: non nello stesso modo di 1984, dove tutto dipende dal Partito ed è perfino istituzionalizzato il bipensiero (doublethink), ma con virulenza analoga: specie grazie alla fortuna dei cosiddetti social, che hanno dimostrato di poter funzionare anche come un «Miniver» decentrato e diffuso. Miniver è l’abbreviazione di Ministero della Verità, l’istituzione dove lavora il protagonista, deputata a correggere e riscrivere incessantemente il passato in funzione delle esigenze politiche del momento: in originale, Minitrue. Sarà un caso se la piattaforma ideata da Trump si chiama proprio “Truth”? Del resto, nella storia della post-truth politics, una pietra miliare è costituita dalla dichiarazione dell’ex consigliera presidenziale Kellyanne Conway, che il 22 gennaio 2017, all’indomani della prima elezione di Trump, rispondendo alla domanda di una giornalista della NBC sulle cifre fantasiose diffuse dalla Casa Bianca circa il numero di partecipanti alla cerimonia di insediamento, le definì alternative facts, «fatti alternativi».
Fatti alternativi, ostentazione di fandonie, negazione o perversione sistematica della verità effettuale; ricorso spregiudicato alla guerra; concentrazione dei poteri; divisione del mondo in blocchi. Tutt’altro scenario rispetto al mondo nuovo di Huxley, politicamente omogeneo, dove la società si articola in caste biologicamente programmate, e dove benessere, pace e concordia sono garantiti dalla produzione pianificata e dal pesante condizionamento pre- e post-natale di ogni singolo soggetto umano. Dunque, stiamo assistendo alla rivincita di Orwell? Sì e no. A quanto pare, le due più classiche distopie del Novecento si sono spartite i compiti nell’anticipare quello che sarebbe avvenuto nel secolo successivo. Nell’esistenza quotidiana degli abitanti dei Paesi ricchi, il modello di Huxley appare in buona misura realizzato: tutte le nuove tecnologie, dall’invenzione di Internet alle piattaforme interattive all’intelligenza artificiale, sembrano infatti convergere verso l’obiettivo di azzerare le distanze, le attese, la fatica. Abolire ogni intervallo tra il desiderio e l’appagamento: ecco il nocciolo del sistema di Brave New World, e il segreto della sua stabilità – ovvero l’espediente per prevenire la maturazione del dissenso, risparmiandosi la fatica di reprimerne sintomi e germi. Un’intuizione geniale è che il principio dev’essere applicato in primo luogo alla dimensione sessuale: di qui l’incoraggiamento della promiscuità, la diffidenza verso i rapporti duraturi, la scomparsa della gelosia. Solo l’inascoltato John il selvaggio può proclamare che Othello è meglio degli insulsi film multisensoriali ammanniti dal sistema, i feelies e gli smellies (è appena il caso di ricordare che il romanzo di Huxley segue di pochi anni l’avvento dei talkies, cioè dei film sonori). Per tutti gli altri, la vita va benissimo così. E non solo: il soddisfacimento immediato dei bisogni, la programmata conformità tra doveri assegnati e innate inclinazioni, l’esenzione dalle responsabilità provocano di fatto l’estinzione della stessa capacità di immaginare un mondo diverso.
Opposti in apparenza, Brave New World e Nineteen Eighty-four si sono rivelati compatibili. Come è potuta avvenire questa combinazione? La storia degli ultimi decenni si è premurata di correggere le due invenzioni distopiche per altrettanti aspetti essenziali, uno ciascuna; o, per dir meglio, ha ravvisato un punto di tangenza, in cui si possono concentrare le pulsioni più aggressive e le fantasticherie più centrifughe. Nel caso di Huxley, l’aspetto critico era il soma, la droga della quale gli abitanti del mondo nuovo hanno comunque bisogno, e di cui sono costretti a fare regolarmente uso, a dispetto dell’efficienza di un sistema programmato per garantire un’esistenza quanto più possibile comoda e priva di problemi. Non che nel mondo di oggi le droghe siano scomparse, e nemmeno si può dire che circolino di meno: anzi, è vero il contrario. Ma la diffusione di sostanze atte a smemorarsi, a ottundere la coscienza, a perdere contatto con il reale, è stata affiancata dalla diffusione di mezzi che, al contrario, le possibilità di esplorare fatti e fenomeni le moltiplicano a dismisura. All’induzione diretta dell’oblio s’è aggiunta una vanificazione per eccesso specularmente psicotropa: le immagini del mondo divenute immediatamente disponibili sono così varie e vivide, così potenti, rutilanti, inesauribili, che, agli sguardi calamitati dai diversi dispositivi, il mondo sembra disgregarsi in un nugolo di coriandoli digitali. D’altro canto, gli stessi social media possono produrre anche un effetto tra ipnotico ed euforizzante simile a quello del soma. Lo hanno di recente riconosciuto le corti di Los Angeles (California) e Santa Fe (New Mexico) che nel marzo di quest’anno hanno condannato Meta (Instagram, Facebook) e Google (YouTube) per funzioni come infinite scrolling, autoplay e notifications, in grado, secondo il parere degli esperti, di generare dipendenza più di molte droghe (l’iter giudiziario, peraltro, non sarà breve).
Nel caso di Orwell, a essere chiamata in causa è stata invece l’invenzione del «teleschermo» (telescreen), il dispositivo di sorveglianza e propaganda con cui il Big Brother o chi per lui esercita un potere incondizionato. In realtà, al potenziamento di unilaterali centrali di controllo è stato abbinato un controllo periferico, spontaneo e volontario: i milioni di piccoli schermi con i quali tutti sono stati resi raggiungibili da tutti – e perciò criticabili, condannabili, insultabili ad libitum. Viva ancora in Paesi più tradizionalmente dittatoriali (come la Russia o la Cina), in Occidente la tradizionale censura governativa ha lasciato il posto a una censurabilità generalizzata, che sul piano emotivo risulta ancora più subdola e devastante. Anziché sentirsi perseguitati dall’autorità (cui non è difficile imputare connotati disumani), il soggetto malcapitato si scopre assediato dalla riprovazione e dal disprezzo di un’esagitata folla di propri simili. E va da sé che il linciaggio mediatico può essere anabolizzato, o addirittura generato ex novo, da software che simulano il comportamento umano.
Un’avvertenza. Non è mia intenzione demonizzare gli smartphones, o attribuire alla tecnologia digitale un’intrinseca vocazione totalitaria. Da sempre, i mezzi sono mezzi: il telefonino con cui un geloso violento può perseguitare l’ex fidanzata, trovando il momento e il modo di ucciderla, è lo stesso che consente di salvare la vita allo sconosciuto colpito da un malore per strada: così come la corda con cui si cala un canestro dal balcone perché l’ortolano ambulante ci metta un cespo di scarola può servire a strangolare il creditore assillante o la moglie infedele. Il discorso è un altro. Quello che insegna l’inopinato connubio di Orwell e Huxley, ossia la confluenza di due modelli alternativi di futuri indesiderabili, è che in una società della comunicazione s’aprono enormi spazi ai poteri dispotici, qualora la comunicazione venga gravemente mutilata, o sistematicamente distorta. Ciò che appunto è avvenuto da qualche decennio in qua.
Tutti ricordano la teoria formulata dal linguista Roman Jakobson sui fattori della comunicazione. Perché un atto comunicativo si realizzi, sono necessari sei elementi: un emittente, un destinatario, un messaggio, un codice, un contesto, un canale di contatto. Ora, considerando il caso (genericissimo) di un’esternazione affidata a una rete sociale – o se preferite, il caso di un post su un social (locuzione che a me sa tanto di newspeak, la «neolingua» di 1984, ovvero, in traduzioni più recenti, «nuovaparla») – possiamo fare le seguenti osservazioni. L’aspetto dominante è il canale di contatto, dotato di estensione e potenza inconcepibili fino a pochi anni or sono. Continua a essere importante il codice, giacché per leggere un testo occorre conoscere la lingua in cui è scritto, benché le immagini possano vantare una viralità infinitamente superiore alle parole. Su tutti gli altri fattori tende invece ad addensarsi la nebbia. Il mittente può essere noto o identificabile, ovvero anonimo e nascosto; può esibire un’identità contraffatta, può essere un robot; soprattutto, è in grado di eludere ogni responsabilità circa quello che dice. Il destinatario può essere individuato, e individuale, ovvero indeterminato: donde infinite possibilità di fraintendimenti. Ma la cosa più grave è l’oscuramento del contesto.
Sottovalutare l’importanza del riferimento a un contesto condiviso è l’errore più comune quando si parla di comunicazione. Quando parliamo dal vivo a qualcuno, in un momento e in un luogo determinato, teniamo nella giusta considerazione le credenze, vere o presunte, del nostro interlocutore; di conseguenza, a meno che non siamo incoscienti o ubriachi, scegliamo gli argomenti e i termini più adatti a far valere le nostre intenzioni. Se la comunicazione avviene a distanza, per scongiurare (o ridurre) il rischio di malintesi occorre prendere alcune precauzioni, che s’imparano gradualmente, nella prassi. È avvenuto così per i contatti epistolari; è avvenuto anche con il telefono, che pure presentava le insidie (oltre che i vantaggi) dell’immediatezza sensibile. Ma il web ha cambiato radicalmente tempi, modi e portata di ogni atto comunicativo. E l’effetto è stato una formidabile (ancorché – sia chiaro – non assoluta, né inevitabile) decontestualizzazione della comunicazione.
Ora, le circostanze nelle quali viene profferito un enunciato non rappresentano un elemento accessorio, marginale, qualcosa che viene idealmente “dopo”. Al contrario: il contesto è una condizione di partenza che entra direttamente nella costruzione del significato. Le medesime parole, pronunciate in situazioni diverse e con riferimento a differenti contesti, possono cambiare completamente significato; e in verità, una volta estrapolate dal contesto, possono significare quasi qualunque cosa (a tale riguardo, sarebbe utile rileggere un vecchio libro di Stanley Fish, C’è un testo in questa classe?, Einaudi, 1980). Dunque, il venir meno del contesto – ossia dell’intesa preliminare fra emittenti e destinatari circa il contesto nel quale ci si colloca, che direttamente si ripercuote sul rapporto con il contesto cui ci si riferisce – impoverisce in maniera drammatica la comunicazione; di più, la rende indefinitamente manipolabile.
Gli esiti sono molteplici, e largamente negativi. Tre mi paiono i più evidenti: semplificazione, estremizzazione, tribalizzazione. Semplificazione: nel vuoto virtuale del cyberspazio, “passano” soprattutto i contenuti più elementari, e contestarli in nome della complessità del reale è un’impresa disperata. Estremizzazione: nel profluvio di messaggi consegnati alla rete, una tesi ha tante più possibilità di imporsi quanto più è radicale o provocatoria, a detrimento del pacato e problematico argomentare. Tribalizzazione: la possibilità di entrare facilmente in contatto con chi la pensa come noi esime dall’impegno di cercare punti d’intesa con chi nutre opinioni diverse. Le ricerche condotte nel campo della psicologia sociale hanno messo in luce da tempo che in una discussione all’interno di un gruppo di persone diversamente orientate tende a prevalere la disponibilità al negoziato, alla mediazione, mentre l’omogeneità ideologica favorisce l’affermarsi delle posizioni più intransigenti. In questo, nulla di sorprendente: l’inclinazione umana alla socialità – la capacità di intendersi, di convivere, di cooperare, di ¬trovare soluzioni di compromesso, di coltivare la coesione di gruppo – si è sviluppata all’interno di ambienti circoscritti e diversificati. Il panorama attuale, contraddistinto dall’esplosione o dal dissolvimento del contesto, esaspera invece la spinta alla competizione, fomenta l’ostilità contro il nemico (vero o inventato), e insieme moltiplica il numero di vicinanze apparenti (per lo più labili e fasulle). Entrambi i fenomeni hanno creato nuove, inattese possibilità di arricchimento; e, insieme, inedite forme di prevaricazione e di predominio.
La società della comunicazione viene così ad essere caratterizzata da un paradosso: all’incremento delle possibilità di comunicare fa riscontro una caduta verticale della capacità di farlo. E su questa condizione possono far leva sia le istanze della distopia vellutata di Huxley, tesa al rapido e superficiale soddisfacimento degli impulsi dei singoli, sia i principî della distopia plumbea di Orwell, con la sua sistematica distorsione dei fatti e la repressione spietata di ogni minima traccia di dissidenza (tant’è vero che sarebbe azzardato sostenere che oggi l’opinione pubblica sia mediamente più consapevole e meglio informata di quanto non fosse quaranta o cinquant’anni fa). Tutto ciò si traduce, nella realtà presente, in un’accresciuta concentrazione del potere nelle mani di pochi, a detrimento dei diritti e degli interessi della maggioranza della popolazione. Ma vorrei precisare, a scanso di equivoci, che io non ho mai creduto nell’esistenza di un Grande Vecchio, cioè di un burattinaio capace di muovere a proprio piacimento i fili della storia. Credo invece che il potere, o meglio i poteri, sappiano muoversi quasi sempre con tempestivo opportunismo, e riescano ad approfittare senza scrupoli delle circostanze, quali esse siano, e da qualunque complesso di cause siano state prodotte. Del resto, gli eventi in corso sembrano confermare che, quando a detenere potere sono individui male intenzionati, la capacità e l’incapacità di padroneggiare le conseguenze delle proprie azioni possono essere per l’umanità nel suo insieme egualmente rovinose: a conferma della perenne attualità delle considerazioni proposte mezzo secolo fa dallo storico Carlo M. Cipolla nel saggio Le leggi fondamentali della stupidità umana (raccolto in Allegro ma non troppo, il Mulino).