Romano Luperini
(1940-2026)

«A uno a uno spariscono gli amici della vecchia generazione, quelli più anziani, che per noi erano insieme amici e maestri. Il nostro mondo sta scomparendo». Queste parole sono pronunciate, in L’ultima sillaba del verso (Mondadori 2017) di Romano Luperini, dal personaggio che con il narratore «ha fatto il Sessantotto» (Franco): in quella pagina gli amici scomparsi – tutt’e due nel ’94 – erano Paolo Volponi e Franco Fortini. E ora, aprile 2026, se n’è andato anche lui, Romano Luperini. Ma chi ha avuto la fortuna di seguire i suoi corsi alla Facoltà di Lettere di Siena e di studiarne i libri, sa che la dimensione del suo lascito intellettuale e il segno della sua presenza sono tali da non concedere spazio né alle nostalgie per il tempo che fu, né a esercizi di stile in memoriam: è invece l’affilata e imperterrita lucidità del suo modo d’insegnare e scrivere, la forza della sua nitida vocazione didattica a rappresentare un memento, a parlare al presente. Lì è qualcosa d’indelebile e primario, e anche se gli ultimi decenni han fatto di tutto per rimuoverlo e esorcizzarlo è qualcosa che nonostante tutto vive nella durata. Sappiamo che nel palinsesto del liberismo globale figure come la sua non sono previste; eppure di fronte a chi ha saputo affrontare i nodi cruciali della letteratura moderna e ha sempre interrogato la storia in atto non è dato consegnarsi alla rassegnazione, né assuefarsi agli elisir del disincanto. E se poi nei suoi ultimi, difficili anni Luperini si è dedicato alla narrativa, non è per ripiegamento narcisistico bensì perché anche lì ha cercato la risposta alla domanda di «come dare senso e significato alla vita», la stessa che aveva rivolto a Verga e Montale, come a Fortini o Volponi.

Luca Lenzini

Lo scorso 11 aprile a Siena è scomparso Romano Luperini, tra i fondatori del Centro Fortini e dell’«Ospite ingrato». Ripubblichiamo il testo di un suo intervento ad un’assemblea studentesca del 1997 apparso due anni dopo nella nostra rivista.

Romano Luperini
Essere comunisti oggi

Intervento ad un’assemblea studentesca, Siena 1997
(«L’ospite ingrato», II, 1999, pp. 105-109)

I. Oggi

Una serie di parole (“comunità”, “fraternità”, “uguaglianza”) stanno scomparendo dall’uso a vantaggio di altre, opposte (“competizione”, “potere”, “differenza”). Tutt’al più possono essere proferite solo con pudore e quasi con vergogna, o in falsetto. Fra queste, la parola “comunismo”.

Il Novecento si è aperto nella coscienza della relatività o della falsità dei valori universali. Dopo Marx, anche Nietzsche e Freud ne hanno mostrato il carattere parziale e strumentale. Le avanguardie primonovecentesche – politiche e artistiche – sono partite da qui. Anche nel primo Lenin o nel giovane Gramsci l’aspetto critico-negativo è nettamente prevalente su quello ricostruttivo. Ma, a partire dagli anni Venti, sia la rivoluzione che la reazione hanno avuto bisogno di nuovi valori assoluti. Del pensiero di Marx è stata ripresa non la carica critica ma l’ottimismo progettuale, mentre dallo storicismo e dal positivismo è stata recuperata l’idea di un progresso lineare. L’errore di Marx, enfatizzato dai teorici della III Internazionale, è stato di credere che l’uomo possa uscire dai propri condizionamenti biologici e temporali per tendere a un progresso senza limiti in nome del quale sacrificare il particolare. L’assolutezza astratta dell’universale, identificato nel partito e nella scienza del proletariato in esso incarnata, è stata eretta contro la concretezza del particolare, dell’uomo qui e ora. La Verità esisteva di nuovo, ed era garantita dal senso della storia, quale era compreso e indicato dal partito. Si è dimenticato che il comunismo intende solo gestire, in modo comunitario e a livello planetario, la conoscenza dei limiti della condizione umana, della sua materiale particolarità.

Fra anni Venti e anni Sessanta il comunismo è diventato valore assoluto, tanto più astratto e irreale quanto più distante dalla realtà della sua presunta attualizzazione nei diversi modelli “socialisti” di capitalismo di stato. Il comunismo è stato in questo periodo l’utopia di milioni di militanti e la “falsa coscienza” di Stati nazionali, che in suo nome erano autoritari all’interno e imperialisti all’esterno. Quando la distanza fra ideologia e realtà è esplosa drammaticamente, il cosiddetto comunismo realizzato è crollato di colpo, travolgendo non solo la realtà, ma il valore concettuale del termine. Il comunismo è stato sentito come una retorica. E la parola “comunismo” è diventata impronunciabile, come la parola “amore” dopo le Telenovelas. Ma la crisi del comunismo ha coinciso di fatto con quella di ogni valore possibile. La fine del comunismo ha comportato l’annientamento di ogni futuro e l’idea di un eterno presente da cui sarebbe impossibile e assurdo, perché controproducente, cercare di uscire. Non solo è venuto meno l’assoluto o l’universale; è tramontata anche qualsiasi prospettiva capace di unire le particolarità, di superare la mera volontà di potenza e l’egoismo disfrenato dei singoli e di dare senso alla vita. La caduta di ogni alternativa ha posto l’uomo di fronte alla nuda realtà del capitale, alla sua sostanziale amoralità e indifferenza etica. Il neoliberalismo, che mira a distruggere, in nome del mercato, tutte le solidarietà sociali e, con esse, qualsiasi entità collettiva e comunitaria (dallo Stato alla famiglia, dalla scuola pubblica alla vita di paese o di quartiere), è l’ideologia del postcomunismo. Ma essa non può neppure spiegare ai giovani perché non si debbono gettare i sassi dal cavalcavia.

Alla fine del Novecento siamo tornati dunque alla stessa situazione dell’inizio del secolo, con in più la coscienza dei terribili errori commessi. Di nuovo il problema è: come fondare, dopo la caduta dell’assoluto e dell’universale, valori laici e relativi e tuttavia capaci di unificare il genere umano? Come dare senso e significato alla vita? La religione cattolica – che ha così larga presa sui giovani in Italia e in Francia –, ma anche le varie sette religiose e l’enorme diffusione del pensiero magico in tutto l’Occidente (dai predicatori televisivi americani ai maghi e agli indovini di paese in Italia) costituiscono una risposta all’essenza di significati dilagata nell’epoca del postcomunismo. Ma ripristinando assolutezze dogmatiche e irrazionalismi alimentati dallo stesso carattere magico e allucinatorio della società dello spettacolo e della televisione. Non si può dare senso alla vita se non ricostituendone una prospettiva di futuro e di trasformazione; se non ritornando a riflettere sulle ragioni prime dei valori, sul loro carattere pragmatico, parziale e caduco ma necessario, sul riferimento che essi comunque postulano all’unità del genere umano – e sulla distanza attuale (moderna e postmoderna) fra termini e cose, fra linguaggio e realtà, che esige di tornare alle origini stesse delle parole, da “amore” a “comunismo”. La rivoluzione, qui in Occidente, o sarà culturale, o non ci sarà. Comunismo ha la stessa etimologia di “comunità” o di “comune”. Forse è da qui che bisogna ripartire. Non dai libri, neppure da quelli della tradizione del marxismo, ma dalle radici: quelle delle parole e quelle dell’essere in quanto essere sociale. Forse solo così è possibile rispondere alla domanda “Che cos’è il comunismo?”.

II. Essere comunisti

Essere comunisti significa che esiste un’unica ontologia: quella dell’essere sociale. Non ci si salva da soli; l’essere umano o è sociale o non è.

Il comunismo è la risposta a un bisogno di significato che sia capace di unire e non di dividere gli uomini. Il comunismo è dunque un valore, prima (assai prima) di essere un programma politico o economico. Oggi si tratta anzitutto di conoscere o di riconoscere tale valore.

Il comunismo è un valore; come tale, non è dimostrabile. Scegliere il comunismo non è scegliere una certezza, ma una possibilità. Si tratta di una scelta a rischio, non garantita da nulla. Basata solo su un’ipotesi razionale (l’ontologia dell’essere sociale) e su una necessità etica (è meglio ciò che unisce di ciò che divide).

Il comunismo è consapevole dei limiti della specie umana nell’universo, dei limiti di ogni valore e dunque anche di se stesso. Ma, se non sappiamo in assoluto cosa è il Bene, sappiamo tuttavia cosa è il meglio. In ogni circostanza è dato sapere ciò che libera e ciò che opprime.

Il comunismo non si identifica oggi nel progetto di una organizzazione sociale ed economica. Qualsiasi definizione in tal senso appare allo stato attuale soltanto scolastica, dunque inutile. Il comunismo è un percorso, una tendenza, un movimento di liberazione. È tutto ciò che si muove per abolire lo stato presente delle cose (Marx), la lotta per il comunismo è il comunismo. “Essere comunisti significa essere in cammino” (Fortini).

Essere comunisti significa credere che l’eguaglianza e la fratellanza degli uomini siano preferibili al dominio di una piccola parte sulla grande massa dell’umanità. Ciò comporta l’esigenza di rimuovere le cause materiali e politiche che sprofondano nella miseria, nella fame, nella non-libertà milioni di uomini. Essere comunisti significa assumere una prospettiva planetaria riguardante la specie umana nel suo complesso. Il pensatore o l’uomo politico che resti nella prospettiva di una nazione o dell’Occidente è solo un provinciale che collabora a un sopruso. Finché ci sarà un albanese (o un extracomunitario) da respingere alle frontiere, ci sarà un comunista perché ci sarà bisogno di comunismo.

Essere comunisti in Occidente significa sapere che anche in Occidente, anche in Italia, vi sono gruppi di individui dotati di diseguali facoltà di gestire la propria vita, e cioè di gradi diversi di libertà economica, politica e culturale, e che tale diseguaglianza è un disvalore da combattere. Ma significa anche sapere di far parte di una società che condanna al genocidio intere popolazioni e quindi di essere responsabili della fame e della morte di milioni di persone. Essere comunisti significa perciò respingere la parte di noi stessi che, attivamente o passivamente, collabora all’affondamento degli albanesi.

III. Il comunismo oggi

Il capitalismo celebra vittorioso la fine del secolo e del millennio. Non ha più ostacoli né frontiere. E tuttavia fra i funzionari del capitale non c’è entusiasmo (come c’era per esempio, alla fine dell’Ottocento), ma malinconia, tristezza, assenza di prospettive ideali. Quando esisteva il nemico al di là della cortina di ferro, il capitalismo si autogiustificava con una serie di valori di cui oggi non ha più bisogno, se non occasionalmente e in modo smaccatamente pretestuoso. Oggi, ridotto a una trama di nudi interessi, ha un unico valore che però non solo rende lecito ogni disvalore, ma lo fonda: il mercato, l’interesse dei singoli o dei piccoli gruppi in concorrenza reciproca. Di qui il trionfo incontrastato dell’ideologia liberista, ma senza più le illusioni e le prospettive ottimistiche di Adam Smith: è sotto gli occhi di tutti, ormai, che l’egoismo privato (o di piccoli gruppi o anche di alcune nazioni) non produce affatto il benessere generalizzato di tutti.

In tale situazione il vero punto debole del capitalismo è la sua assoluta mancanza di legittimazione. Il capitalismo mondiale non è in grado di dare senso alla parola “comunità” o “società”; può solo disgregare qualsiasi solidarietà, qualsiasi vincolo collettivo o pubblico. Non può dare risposta all’essere in quanto sociale.

Qualsiasi identità si sta scolorando e perdendo: quella delle nazioni, delle classi, delle culture. Ogni comunità si spappola. Al posto della società di massa, la solitudine multipla ed eguale degli individui; al posto dei luoghi, i non-luoghi dove tutti s’incontrano e nessuno si conosce; al posto dell’esperienza vissuta, quella virtuale; al posto della democrazia, l’obbedienza “spontanea” e immateriale al comando televisivo e massmediologico. Manca un centro ideale, un riconoscimento collettivo, un valore unificante. In questa situazione rinascono i fondamentalismi, le sette, la valorizzazione delle etnie, delle tribù e dei localismi spesso ricreati artificialmente: la ricerca di un’identità nel passato dato che non è più possibile sperarla nel futuro.

Riproporre la prospettiva del comunismo significa attaccare il capitale là dove rivela il massimo di debolezza: la sua incapacità di autolegittimazione, il suo sostanziale nichilismo; significa riproporre la ricerca del senso della vita contro l’insignificanza. Contro quanti dicono che il comunismo è finito, si può tranquillamente rispondere che il suo cammino coincide con quello stesso dell’umanità. Certo, ogni specie – anche quella umana – può estinguersi. Il comunismo non è dunque inevitabile. Ma, se il bisogno di senso qualifica la vita dell’uomo, il bisogno di comunismo continuerà ad accompagnarla.