La coscienza della donna
Anna Maria Ortese a Milena Milani
a cura di Serena Cerasa

In occasione del 2 giugno 2026, ottantesimo anniversario del primo voto delle donne italiane, pubblichiamo una lettera di Anna Maria Ortese a Milena Milani, apparsa su «Noi donne» l’11 febbraio 1951, in cui Ortese ragiona sulla necessità di una coscienza collettiva delle donne capace di farsi responsabilità civile. Il testo è stato trascritto a partire dalla copia del numero conservata nell’archivio storico online della rivista.

Cara Milena, ho letto sull’ultimo numero di Epoca la tua risposta alla signora Ferraro, che ti domanda qual è “l’uomo ideale”, e mi sono fermata sulle ultime cinque righe, in cui riporti, a modo di conclusione, una frase della enciclica di Pio XI sul matrimonio: “Le donne siano soggette ai loro mariti, come al Signore, perché l’uomo è capo della donna, come Cristo è capo della Chiesa”.

È la prima parte di questa frase, candidamente selvaggia, e residuo di tempi ciechi che io desidero discutere. La donna, come appare da queste parole, dovrebbe limitarsi nella famiglia come nella nazione a cui appartiene, a un atteggiamento passivo; subordinare continuamente, nelle piccole come nelle grandi cose, la sua volontà a quella dell’uomo, e, cosa peggiore di tutte, ridurre la propria coscienza a un riflesso della coscienza di lui. Ma questa posizione, se ci pensi un poco, non è affatto spirituale, è barbara e avvilente, ed è stranissimo che sia consigliata proprio dal Capo della Chiesa Cristiana. Come mettere d’accordo, dimmi, la salvezza della propria anima con la supina accettazione del pensiero di un altro (che può essere anche non pensiero, e solo egoismo e brutalità), solo perché è legato a noi da rapporti familiari?

Non a forse a Dio, al suo universo, e a tutti gli altri uomini, che si voltano le spalle, con una decisione simile?

Fra l’altro, io penso che non avremmo visto l’ultima guerra, né ne vedremmo una terza, se la donna occupasse nella società un posto autorevole; se avesse educato la sua intelligenza e l’avesse messa a servizio della famiglia umana. È la donna, a un certo momento, che può fare di suo figlio un uomo civile o un guerriero, una persona onesta o un ladro. Dipende da ciò che essa avrà amato: piacere o pensare. La gran parte delle donne, non considerano che la prima cosa, e spesso, quando si svegliano, la loro casa è caduta, e i figli sono morti.

Pensa per un momento, cara Milena, un paese, dove ciascuna donna non vive soltanto in funzione del piacere, della comodità o dell’allegria del proprio compagno, né limita la visione del mondo a quella della propria famiglia o dei locali di divertimento; sforzati di pensare a una società dove ciascuna donna sia dotata di una coscienza non più solo graziosamente femminile, ma umana; per cui le riesca impossibile chiudersi nella propria felicità, se appena sospetta la infelicità di altre donne, la paura e la fame di altri figli che non siano i suoi, il pericolo che minaccia altre case, altri uomini. In una società simile, dove tutte le donne fossero così gentilmente forti, spiritualmente vive e attive, e tutte unite nel volere una umanità meno barbara, io non vedo più miseria, né corruzione, né sangue, né tristezza di gioventù sbandata, né d’infanzia deserta, né schiavitù di donne, cui spesso non rimane altra scelta che il servire o il prostituirsi, e quasi sempre finiscono a carico della società.

Vedi, Milena cara, troppo grandi sono il dolore e la tristezza del mondo, di milioni di esseri che non sanno ancora pensare, che non possono ancora esprimersi, ma che hanno lo stesso nostro diritto a una condizione superiore, perché possa essere consentito a una donna umana ignorarlo, rifugiandosi in un’obbedienza così passiva, nella torre o la tana di una sentimentale felicità. Gran parte della popolazione umana, aspetta ancora di essere riscattata, resa cosciente e gentile, detersa dalla polvere e il sangue, proprio secondo un’alta esigenza cristiana, ora purtroppo, dimenticata.

La piccola donna che ti racconta: “ho sposato mio marito, e sono contenta”, potrebbe interessarci solo in un mondo dove tutte le donne potessero pronunciare una frase simile. Ma in un mondo ancora pieno di rinuncie e dolore, questa donna, “salva” fra milioni di perduti, non c’interessa. Ci interessano quelle che combattono per una felicità che non è solamente la loro, per un avvenire che non sarà solo quello dei loro figli. E quelle che non si sono “salvate”, d’accordo, ma hanno rischiarato la loro coscienza, e per esse la vita non si arresta più alla soglia di casa, né si chiude nell’abbraccio di un uomo: ma si congiunge alla vita di tutti gli altri, come un mare con un altro mare.

[Anna Maria Ortese a Milena Milani, «Noi donne», VI, 6, 11 febbraio 1951, p. 7]