
«La prima lezione della storia è che non s’impara dalle lezioni della storia». Rispose così Edgar Morin quando gli chiedemmo come vedeva il futuro dell’uomo, io e Alice Scialoja intervistandolo nel suo piccolo studio di Montpellier nel 2020, alle soglie dei suoi cento anni.
MORIN SE N’È ANDATO a quasi 105 anni, la sua vita è un concentrato biografico della nozione di complessità alla base della riflessione filosofica e politica che ne ha fatto un gigante del pensiero del ’900. Solomon David Nahoum, questo all’anagrafe il nome di Morin, nacque a Parigi nel 1921. Suo padre Vidal e sua madre Louna Benessi erano ebrei sefarditi originari di Salonicco e con più lontane ascendenze italiane, livornesi. Lui fu il primo «francese» della famiglia, i suoi genitori trasferitisi a Parigi poco prima della sua nascita erano per la legge «Israélites du Lévant». La famiglia Nahoum era totalmente laicizzata, ricorderà Morin che per lui bambino l’unico legame percepito con l’identità ebraica erano le «feste comandate» – Pesach, Kippur, Bar mitzvah –, che però gli apparivano come passaggi obbligati privi di qualunque portata simbolica e rituale.