Sulla musica
di un pianto civile
Una conversazione con Patrizia Valduga attorno a Lacrimae rerum
Michèle Robbiani

Ecco: re, do diesis, re, mi bemolle,
re, re, la… Il sangue brucia… mi ribolle…
Do, si, do, re, la, si bemolle… Ah!
non sono pronta per l’eternità.

A Franco Fortini non sarebbe certo sfuggita la poesia sulla copertina di Lacrimae rerum (2025), l’ultima raccolta pubblicata da Patrizia Valduga.

Padroni della guerra e della morte,
che gestite patrimoni di morte
e fate investimenti sulla morte,
cosa posso augurarvi se non morte?

L’invettiva contro la distruzione apocalittica prodotta dal capitalismo avrebbe probabilmente catturato l’attenzione di chi, recensendo Donna di dolori (1991), l’aveva definito un opuscoletto «più nero di un merlo, mal stampato e un po’ sgangherato», ma allo stesso tempo portatore di un’inattesa forza vitale.1

Da questa medesima intensità sembra aver origine Lacrimae rerum: un feroce pianto contro i soprusi delle guerre contemporanee, circondate dalla più diffusa e vile indifferenza, che si legge tutto d’un fiato, grazie al suo impianto fortemente discorsivo e narrativo.2 Perché quello che si crea – sin dal sapiente furto del titolo dal primo libro dell’Eneide di Virgilio – è un frammentato monologo tragico, composto da cinquantanove testi, nel quale il livellamento storico azzera ogni cronologia, rendendo gli atti bellici una funesta condizione perenne: dalla guerra di Troia fino al conflitto israelo-palestinese.

Se la poesia dell’autrice aveva finora posto al centro le tensioni intime e mentali, qui la riflessione nasce soprattutto dalla situazione bellica odierna. Un tema che permette di far emergere con chiarezza la vena civile di Valduga, rimasta a lungo sotto traccia, travolta dalla forza seduttiva del suo erotismo verbale.3

In quest’ultima raccolta si compie infatti la crescita dell’io poetico: la «donna bambina» dei Medicamenta, diventata un’adulta senza «più nessuno su cui poter contare» (Belluno), si trova ora nel terzo tempo della vita, quando tutto le «par vecchio» (Lacrimae rerum). È un io maturo, segnato dal tempo e dai lutti, che guarda al mondo con disincanto e ne denuncia le miserie.4

Su, fa’ fagotto, affretta la tua fuga!
Va’ a Venezia, va’ a morire, Valduga!

Il lettore ha fatto l’abitudine alla teatralità inquieta dell’autrice, espressione postmoderna, secondo Maria Borio, di un’irrequietudine al contempo storica e personale.5 Ma quando in quest’ultimo libro si imbatte nel cognome dell’autrice non riesce più a leggerlo come egocentrica autocitazione di un «io senza storia, senza ricordi, e chiuso nella sua maledetta emarginazione».6 Apparirà piuttosto come il segno tangibile di un soggetto che ha imparato a «stare in una dimensione “pubblica”»,7 impegnato in un canto civile che progressivamente, da un libro all’altro, acquista forza e spazio verbale.

Michèle Robbiani: In Lacrimae rerum, sulla scia già aperta da Belluno, componi un canto che «estrae pensiero dal sentire», perché «non basta soltanto capire».

Forse è anche per questo che la musica riveste un ruolo centrale nella raccolta, pur senza offrire una vera soluzione. Ti chiederei allora di tornare all’origine di questo pianto musicale: come è nato il progetto? Qual è la sua trama?

Patrizia Valduga: Tu pensi che ci sia un progetto… Non è così, non è mai stato così per me. Scrivere versi è una cosa che mi viene d’istinto, come mi viene da bere, da mangiare, da vomitare… Anni fa ho parlato del «punto di sella»; l’ho ripreso in questa plaquette, nelle note. Qui con te mi accontento di parlare di istinto. Il fatto che non abbia mai scritto poesie, ma poemetti, è una prova, credo, che quello che ho vissuto – o pensato o sognato – mi viene fuori tutto quanto in un colpo, e di colpo, e quando vuole. E anche quei Medicamenta, i miei primi versi, voglio pensarli come sezioni di un poemetto…

MR.: Infatti in Per sguardi e per parole (2018) torni al «punto di sella», alle strutture bi-logiche dello psicanalista Matte Blanco, affermando che quell’armonia perfetta è simile all’innamoramento: «vediamo la persona amata con tutto ciò che esiste di più amabile, ma ne vediamo anche, contemporaneamente, i limiti e i difetti».8

Seguendo questo ragionamento, possiamo dire che Lacrimae rerum nasce dai sobbalzi del cuore (in)capace di reggere i fatti del mondo? E in che misura dialoga con le lacrime dei «soldati del dolore» di Corsia degli incurabili?

PV.: Sì, si cita Corsia degli incurabili… Ma in tutti i miei poemetti – chiamiamoli così, ma senza pretese – non mi sono mai limitata a parlare dei fatti miei. In Medicamenta ricordo qualcosa contro il Natale, il Natale commerciale, intendo; nella Tentazione c’è tutto un canto contro la distruzione della natura; in Donna di dolori «lassù ovunque si adora il capitale / e si misura vita con dolore» e «dichiaro a questo punto al mondo intero / che senza Marx e Freud, davvero / io non avrei capito proprio niente», nella Seconda Centuria «l’industria del profitto furfantesco / ha inquinato pure l’essere umano», ecc. ecc. Nelle Poesie erotiche c’è solo sesso? Non ne sono così sicura… Sai che ogni tanto mi è capitato di leggere in pubblico Donna di dolori: ebbene, negli anni ho aggiornato i versi sul governo. Nel ’91 ho scritto «Ahi serva Italia in mano ai socialisti, / con quel gobbo mafioso e menagramo»; poi l’ho aggiornato in «Ahi serva Italia ancora coi leghisti, / con quel gangster mafioso e menagramo», e ultimamente in «Ahi serva Italia ancora coi fascisti, / con ancora un PD gracile e gramo»…

MR.: Citandoti, mostri con chiarezza come la tua poesia sia tutt’altro che ombelicale, ma sorretta da un forte desiderio di giustizia «per i vivi e per i morti», perché «è l’Ideale che fa l’uomo umano…» (Belluno). In Lacrimae rerum questa attenzione all’altro si incarna nelle tue parole: «Per i giorni che ho ancora sulla terra / tutto il sangue innocente sottoterra / si unisca al caro sangue e sia per sempre, / per sempre pulsi dentro il mio per sempre». Questo ti spinge ad indagare il conflitto in tutte le sue manifestazioni, tematiche e formali: la tensione si fa sentire nella natura dialogica della tua poesia e si insinua persino nelle note, dove, per esempio, ti confronti polemicamente con le definizioni del dizionario. A un certo punto però congedi questa tua «sdoppiatura» mentale, poni fine al dialogo: è questo il tuo modo di attraversare, o forse di risolvere il conflitto?

PV.: Se indago il conflitto, lo faccio senza accorgermene… e non so neanche se l’ho risolto, se si può risolvere…

MR.: Forse allora, proprio per questo, già in Belluno il tuo pianto si mostrava inconsolabile o – per riprendere una delle tue ultime rime – inasciugabile («asciuga : Valduga»). Se oggi il lettore di Lacrimae rerum continua la sua indagine, seguendo le rime che coinvolgono il tuo nome, si imbatte in «Patrizia : mestizia», «Patrizia : ingiustizia» e nel distico di chiusura legge «fuga! : Valduga!».

PV.: Ahimé, come mi ripeto! Patrizia-mestizia c’era già in Donna di dolori… E due libri che finiscono allo stesso modo, due finali che ho rubato. Senti gli ultimi versi della missiva di Lorenzo Da Ponte al conte Waldstein: «il nome e la pietà del mio buon Conte; / il Decimo d’ottobre. Aja. Da Ponte». Gli ultimi versi di Belluno sono questi: «che è senza lacrime, che non si asciuga. / Il 10 agosto. Belluno. Valduga». Ma posso perdonarmi di non aver messo in nota questo furto: in fondo quel libro è anche un grande omaggio al suo Don Giovanni, e al suo genio.

MR.: Sì, nel finale di Belluno moduli il tuo pianto sui versi di Da Ponte: un amore condiviso con Giovanni Raboni per il quale chiedi, indirizzando una quartina finale del libro proprio al sindaco di Milano Giuseppe Sala e al Presidente Sergio Mattarella, che venga accolta la tua supplica: «Raboni è fra i più grandi in ogni aspetto: / è un patrimonio dell’umanità. / Intitolategli il suo Lazzaretto / in nome di giustizia e verità!». Una richiesta inutile su cui torni in quest’ultimo libro: «Qui dico, e valga per l’eternità: / lui che ha dato tutto alla sua città / dalla sua città non ha avuto niente: / dimenticato ignominiosamente». Per questo, forse, alla fine del libro annunci la tua partenza: «Su, fa’ fagotto, affretta la tua fuga! / Va’ a Venezia, va’ a morire, Valduga!». Come va letta questa tua fuga sonora composta sulle note del valzer della Classe morta di Tadeusz Kantor?

PV.: Mi hanno domandato, e mi domandano, se davvero voglio lasciare Milano e andare a vivere a Venezia. Ma santo cielo! Possibile che ancora non si sappia che i poeti vanno presi alla lettera? che non dicono mai tanto per dire? Lasciamo stare. Come un personaggio della Classe morta, voglio tornare, un po’ morta e un po’ viva, alla giovinezza, al passato, nel luogo del passato che mi ha visto più felice, o meno infelice, e lì partire per la mia nuova avventura, il tempo che resta, il tempo della vecchiaia, e esigere dalla vecchiaia l’eredità della giovinezza… Sto parafrasando dei versi di Browning, da Rabbi Ben Ezra. Comincia così: «Grow old along with me! / The best is yet to be, / The last of life, for which the first was made: / Our times are in His hand / Who saith “A whole I planned, / Youth shows but half; trust God: see all, nor be afraid!”». Non sono stupendi? Non avevo mai letto niente di così confortante sulla vecchiaia… Li ho tradotti così: «Invecchiate insieme a me! / il meglio ancora non c’è; / l’ultima vita, e la prima fu per questa: / i nostri tempi Chi ha in mano / dice “Fu un tutto il mio piano, / gioventù è metà; a Dio credi: non temere, vedi il resto!”». Non è perfetta come l’originale, ma ci assomiglia molto, mi pare, e voglio sperare.

MR.: «Di Milano che finge d’esser viva / meglio Venezia morta per davvero», dove tutto è «pieno d’oro…/ azzurro e oro… e tutto trascolora…»: così ricordi questa tua città in Corsia degli incurabili.

Oggi, però, è un altro tempo, più lento dell’andantino di Belluno, un tempo per «chi ha fame e sete / di giustizia» (Matteo 5,6), come indichi nella dedica di Lacrimae rerum. Come se la poesia potesse rispondere, almeno in parte, a una necessità urgente e vitale.

Allora ti chiedo cosa può la poesia, oggi? Eri solita citare Petrarca: «Nulla al mondo è che non possano i versi». È davvero così?

PV.: Magari fosse così! Quando sento qualcuno dire che la poesia, che la bellezza salva il mondo, mi verrebbe da dirgli: «Come no! Porta ai sopravvissuti di Gaza un quadro di Vermeer, e vedrai se a guardarlo gli passa il freddo e la fame!». Posso risponderti soltanto con una tautologia: la poesia fa bene soltanto a quelli a cui fa bene la poesia. E gli amanti della poesia sono stati sempre, sono sempre e saranno sempre pochi, pochissimi. E per poesia intendo grande poesia; perché i molti, i moltissimi sono amanti della simil-poesia, della pseudo-poesia, della poesia degradata, facilitata, addomesticata, e così poetica, come il tramonto o il fiore a primavera, così poeticamente poetica, e che non ci rende migliori, che ci lascia esattamente come siamo. E però: se tutti, o almeno molti di più, amassero la grande poesia, ci sarebbero molte più persone migliori, più intelligenti, più sensibili, più consapevoli che – cito Raboni – il nostro dovere è il diritto degli altri. E allora il mondo diventerebbe migliore. E se la scuola – dalle elementari all’università – non sfornasse soltanto ignoranti e pelandroni… E se… e se… se mia nonna avesse le ruote, sarebbe una carriola, si diceva dalle mie parti. Chissà se si dice ancora.

MR.: Pelandroni mi richiama alla mente una rima di Corsia degli incurabili, un libro in cui indicavi nell’egocentrismo adolescenziale una deriva della nostra società: quelli che «adorano Leopardi, lune e duoli, // adorano se stessi, pelandroni…», sono anche quelli che amano «Benni, la Tamaro, Eco… / chi palpita per la similpoesia…». La critica alla società, che in Belluno ti ha fatto ipotizzare un’apocalittica estinzione di massa, acquista oggi, con Lacrimae rerum, un tono drammaticamente profetico: «No, non con uno schianto, con un raglio / finirà il mondo… Oppure con un ronfo».

Nonostante l’onnipresenza della morte, in Lacrimae rerum torna anche il tuo vitalismo, quello di cui parlava già Fortini ai tempi di Donna di dolori. È come se, raggiungendo il terzo tempo della vita, indicassi una via da seguire: mettere al centro l’altro da sé. È questa la verità che affermi in chiusura di libro: «il primo dei diritti è alla vita, / da difendere a costo della vita».

Concludiamo in musica e torniamo a Da Ponte, non a Don Giovanni questa volta, ma a Don Ottavio, un personaggio che Raboni descrive come un innamorato altruista, intelligente e devoto. Cosa ne dici, in Lacrimae rerum stai cantando l’aria di Don Ottavio: «Dalla sua pace / la mia dipende»?

PV.: Ma neanche per sogno! Non sono né amata né amante: per chi diavolo dovrei cantarla? E a me piace Don Giovanni, non Don Ottavio, checché ne dica Raboni. E la pace che mi sta a cuore non è quella di una persona cara, ma quella che dovrebbe mettere fine alle guerre. Non la dirò, questa pace, né «giusta e duratura», né «disarmata e disarmante», che a forza di sentirli ripetere cominciano a suonare vuoti, e a vuoto. «Ci vuole un codice morale per diventare adulti», diceva Laborit; e a me viene da dire, adesso, che senza un codice morale è impossibile che la pace venga anteposta al profitto. Ecco, la pace deve essere un atto di responsabilità morale.

***

da Donna di dolori (1991)

Se impazzisco non fatemi del male.
Se sono stata una sentimentale,
sempre cascata nello stesso errore,
non fatemi del male, per favore.
Visto che… dato… dato… non so cosa,
ecco, ci siamo, divento nervosa;
è che li sento e che mi manca il fiato.
Dato che alla fine, tutto sommato,
io ho tentato. Ho voluto tentare.
E se ho sbagliato cosa posso fare?
sbagliare ancora e ancora e così via.
E così sia. In qualche modo sia,
per idiozia, per malattia e disgusti.
Non ci siamo capiti, siamo giusti,
siamo rimasti sempre degli estranei.
Compatrioti, miei contemporanei,
compagni senza occhi e senza orecchi,
secchi e secchi di sangue e sangue a secchi
dai vostri piccoli luridi cuori!
Venite sì o no a scavarmi fuori?
Muovetevi e portatemi con voi.
E dove poi? Li sento gli avvoltoi
che vanno e vengono lassù. Li sento
in certi momenti, in questo momento,
tutti i giorni lassù, da giorni e giorni.
Ne vengono persino dai dintorni,
a darsi il cambio, vengono, poi vanno.
Mangiano, scopano… Quanti saranno?
topi di giorno, tutto di nascosto…
Ma quanti saranno? Avanti, c’è posto!
Avanti! Forza, avanti, delinquenti,
e senza storie, foto, incartamenti…
Morti prima dell’alba? senti senti…

***

Ma signore, signori, conoscenti,
io vi denuncio per i miei tormenti…
per gli orrori del millenovecento!
Quand’ero in campo di concentramento
e sentivo… oh mio Dio!… sì torturare
e non sapevo più che Dio implorare
e con i miei morti, i morti, i miei vicini,
dove eravate, signori assassini?
dove eravate, tangheri egoisti?
Ahi serva Italia in mano ai socialisti,
a quel gobbo ********* e menagramo,
lo vedi ora che cosa diventiamo?
Amici cari, conoscenti, amori
io donna di dolori, di dolori
che stanno divorandomi la mente,
io senza niente ormai, donna da niente,
io vi scongiuro, non dimenticate!
Stornate le speranze sterminate
e chiudetemi il conto degli orrori.
Amici cari, carissimi amori,
voi sapete, sapete bene che…
che sarebbe diverso il mondo se…
e che solo la poesia è… è…

da Corsia degli incurabili (1996)

Che programmi per oggi? Su, vediamo:
un migliaio di cose a cui pensare.
Beh, un migliaio… non esageriamo!

Quello spicchio di luce è il nostro giorno:
l’azzurro lo dobbiamo immaginare;
alba e tramonto, aurora e mezzogiorno

stanno più su, da quelli col denaro.
E con tanto di stelle, luna e sole.
Ma mica se li godono, sia chiaro.

La chiamano così: democrazia.
Non c’è più rispetto per le parole!
si usano a vanvera!… Santa Maria…

madre di Dio! e ti credo che il mondo
è così stronzo! E questo vile oltraggio
alle parole il motivo profondo!

È il continuo oltraggiare le parole
che vede i furbi sempre col vantaggio
e lascia noi qui sotto senza sole!

Ma tu ora sole salpa, dài, coraggio,
fa’ vela verso loro, e fa’ buon viaggio.

***

Non sentite il lamento della terra?
come un gigante gemito che sale…
Sono tre secoli che le fa guerra,

con fumi, tossici, pegola, pece,
con mercato di merce funerale,
la nostra bella e riverita specie.

Ci vorrebbe ora una rivoluzione,
ma non ci sono fedi né ideali:
tutti hanno torto e tutti hanno ragione.

Sacra natura, nella tua dolcezza,
ancora mandi agli occhi dei mortali
uno squillo di eterna giovinezza?

una luce misura di umiltà?
Forse anche a noi, soldati del dolore,
si darà ascolto nella tua pietà?

Ogni giorno che passa dà dolore…
Ogni giorno che passa uno che muore…

da Belluno (2019)

Stiamo nella realtà con il giornale,
il pane quotidiano della mente…
con quello che succede in bene e in male…
Stiamo nel mondo consapevolmente…

***

Di tutto quello che succede al mondo
cosa pensano quelli del PD?
Me lo domando, sì, e mi rispondo
che non può andare peggio di così.

***

E invece può: è un pozzo senza fondo…
Di tutto quello che succede al mondo
pare che a loro non importi un fico.
Capetti del PD, vi maledico!

da Lacrimae rerum (2025)

È uno sterminio che non trova fine,
tra terra e cielo senza più confine,
tra terra e corpi e corpi tra rovine,
tra cielo e corpi fusi senza fine,
e il sole ha ancora ori e il mare flutti
per il tripudio qui dei farabutti…
Sì, il fracido Occidente è la fucina
di questa infamia di furia assassina.
Avessi per le mani qualche drone,
saprei su chi spedirlo, e di ragione.

***

Senza niente da perdere o da avere,
io mi sdoppio e mi striplo a mio piacere,
predispongo e dispenso le mie parti.
E tu non agitarti, non voltarti…
Va alla finestra e dimmi: cosa vedi?
«Gente che mangia, che beve… anche in piedi…»
Perché mica gli frega un accidente…
mentre si stermina hanno solo in mente
il loro piccolo mondo di merda.
Che venga un acquazzone e li disperda!

***

Sunt lacrimae rerum… Piangi, Patrizia,
piangila l’ingiustizia, ogni ingiustizia!

***

Io dirò tutto per filo e per segno.
Ma dentro la mia scatola di legno
che ne sarà di me, del mio cervello?
Dal momento che sono il mio cervello,
è chiaro che la cosa mi sta a cuore…
Quando si ha tanto amato non si muore!
Va beh… Insomma, si muore un po’ di meno…
Forse si dà, tritati dal terreno,
fiori col pianto delle nostre pene,
fiori col sangue delle nostre vene.

***

… in questa età cruenta e tenebrosa…
Mi manca sempre qualcosa, qualcosa
che non fa in tempo a tornarmi alla mente.
Ma sono quella del «morentemente»…

***

I cieli ciechi, i cieli senza sole
li sto cercando in mezzo alle parole,
e li trovo nel punto in cui li perdo,
nel punto della mente in cui mi perdo.
Cieli del dopo tutti quanti i soli
mi solcano la mente e sono soli.

***

Maledetti, fermate quest’orrore,
questa marea di sangue e di dolore!
Non lasciate che torni quel che è stato,
gli esodi e i campi del loro passato!
Per i giorni che ho ancora sulla terra
tutto il sangue innocente sottoterra
si unisca al caro sangue e sia per sempre,
per sempre pulsi dentro il mio per sempre.

Note

1 «E così vien fuori che Valduga, con tutto il suo carbone d’ossa, i gesuiti fra barocco e rococò, le deliquescenze da museo delle cere e da malattie celtiche, non è né ce la fa, per sua e nostra fortuna, a essere così cadaverica e negromantica come pensa di riuscire» (F. Fortini, Disobbedienze II: Gli anni della sconfitta. Scritti sul manifesto 1985-1994, Roma, manifestolibri, 1996, pp. 170-172).

2 La linea narrativa che si evince in Lacrimae rerum è un tratto distintivo dell’ultima produzione di Valduga, colta sia da Lorenzo Tomasin («Lo so non sono quartine, io mi edifico sulle mie rovine», in «Il sole 24 Ore», 18 agosto 2019) che da Massimo Natale (Da Raboni a Dreyer a Da Ponte: «Più nessuno su cui poter contare…» di Patrizia Valduga, in Id., Corpo a corpo. Sulla poesia contemporanea: sette letture, Macerata, Quodlibet, 2023, p. 73).

3 Fortini lo definiva uno «spettacolo esaltante e, per dir tutto, seduttore» (Disobbedienze II cit., p. 222).

4 Massimo Natale individua nella crescita dell’io poetico un topos dell’opera di Valduga: un percorso segnato dai lutti (il padre e Raboni), che impongono una maturazione forzata, evidente in Requiem e nel Libro delle laudi (Da Raboni a Dreyer cit., pp. 67-69). Mentre in Belluno (2019) si compie una svolta verso una piena coscienza civile disillusa e solitaria: «Più nessuno su cui poter contare: / allora è questo diventare adulti?», imparare a stare da soli, solo con il giornale, «il pane quotidiano della mente… / con quello che succede in bene e in male… / Stiamo nel mondo consapevolmente». Un’attenzione ai fatti del mondo confermata dall’autrice stessa che, in chiusura di Lacrimae rerum, cita proprio i suoi scritti giornalistici apparsi sulle pagine milanesi di «Repubblica» (Quasi un’appendice, in Lacrimae rerum, Torino, Einaudi, 2025, pp. 65-67).

5 M. Borio, Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000, Venezia, Marsilio, 2018, p. 194.

6 Secondo Andrea Afribo, si tratta di «una poesia concepita per essere recitata in presa diretta su una scena astratta e senza tempo, figura evidente di un io senza storia, senza ricordi, e chiuso nella sua maledetta emarginazione» (Poesia contemporanea dal 1980 a oggi. Storia linguistica italiana, Roma, Carocci, 2007, p. 67).

7 Natale nota come «il cognome compare» in Belluno «per la prima volta nella storia poetica valdughiana, segno dello stare in scena in una dimensione ‘pubblica’, anche da ‘personaggio’; e del fatto che scomparsi Raboni e il padre (in Requiem l’io lirico era semplicemente “Patrizia”) non è forse più possibile condividere una vera intimità con gli altri. La firma, in ogni caso, viene a essere un vero e proprio, chiarissimo ‘segnale di fine’» (Da Raboni a Dreyer cit., p. 75).

8 La lezione di Matte Blanco, esposta in L’inconscio come insieme di infiniti. Saggio sulla bi-logica, è molto presente in Valduga: cfr. Per una definizione di “poesia”, in Quartine. Seconda centuria, Torino, Einaudi, 2001 pp. 105-106, e Confessione di una ladra di versi, in Poesie erotiche, Torino, Einaudi, 2018, p. 265; mentre le pagini centrali di Per sguardi e per parole, in cui l’autrice opera una rielaborazione delle teorie psicoanalitiche matteblanchiane attorno al concetto fisico di «punto di sella», sono riprodotte in chiusura di Lacrime rerum, in Quasi un’appendice, come commento all’ottava Se sono sobria ogni gioia è proibita (pp. 68-69).