Una stanza all’Einaudi

Sul n. 160 de «Lo Straniero» (ottobre 2013, pp. 88-91), Gianni Sofri ha recensito Una stanza all’Einaudi di Luca Baranelli e Francesco Ciafaloni, pubblicato a cura di Alberto Saibene per le edizioni Quodlibet. Riproponiamo la recensione nel nostro sito non solo per le tangenze “storiche” con un universo di cui Franco Fortini è stato parte, ma per l’interesse intrinseco del libro, che merita la più vasta attenzione da parte di chi s’interessa di storia dell’editoria e della cultura. Ringraziamo Goffredo Fofi e «Lo Straniero» per l’autorizzazione a riprodurre l’articolo.

Mettiamo subito le carte in tavola. Qualche mese fa, chi scrive (per intenderci, chi recensisce) pubblicò da Zanichelli un piccolo libro di racconti ed esperienze redazionali (Del fare libri. Mezzo secolo da Zanichelli). Luca Baranelli lo recensì su queste pagine. Pochi giorni dopo, e cioè quasi contemporaneamente, uscì da Quodlibet un libro di Baranelli, scritto insieme a Francesco Ciafaloni, intitolato Una stanza all’Einaudi. Ora io lo recensisco. Però, per favore, che nessuno pensi che sia un voto di scambio. Benché Baranelli e Ciafaloni, e io, siamo amici da più di trentacinque anni, nessuno di noi sapeva che dall’altro (o dagli altri due) era in preparazione un libro per molti versi affine. La ragione è molto semplice. Dopo esserci frequentati piuttosto regolarmente, cambiamenti di strada di vario tipo hanno fatto sì che le amicizie rimanessero, ma che gli incontri si facessero rari. Succede. Francesco Ciafaloni e io ci siamo quasi persi di vista, anche se di tanto in tanto mi arrivavano sue notizie, o leggevo qualcuno dei suoi sempre preziosi articoli. Con Luca ci siamo visti assai poco, ma scritti o parlati un po’ di più.

Luca Baranelli è stato (lo è tuttora, in un certo senso) un punto fermo per me. Per anni, quando ero, con alcuni amici, nel Comitato di direzione della «Rivista di storia contemporanea», mi capitava spesso di andare a Torino per le sue riunioni. E lì si ripeteva quasi sempre la stessa sequenza. Io arrivavo da Bologna, mentre da Roma arrivava la mia amica carissima Lisa Giua Foa. Prendevamo un taxi e andavamo in via Torricelli, a casa di Fiamma e di Luca. Non era una casa particolarmente lussuosa, però era straordinariamente piena di libri (Luca ne ha regalati molti alla Biblioteca comunale di Siena, dove è nato e dove è tornato a stare); e soprattutto aveva ben due stanze nelle quali, scavando tra i libri, venivano alla luce due ottimi letti per ospiti. Ma benché arrivassimo tardi la sera, prima di infilarci in quei letti passavamo lunghe ore con Luca e Fiamma a parlare di tante cose, sempre con il timore di dimenticarne qualcuna. Lisa e io portavamo notizie dalle nostre rispettive città, raccontavamo di comuni amici e di vicende della politica, sulle quali soprattutto Lisa era particolarmente informata: fin da quando, giovanissima “Lisetta”, già partecipava in qualche modo all’antifascismo torinese, come ha raccontato Natalia Ginzburg nel suo Lessico famigliare. Luca raccontava molto di Einaudi e degli einaudiani, che malgrado le molte diversità ci apparivano come una categoria antropologica a parte, suscitatrice di gran timori reverenziali, solo a tratti temperati dall’ironia. Un’ironia che da bravo toscano Luca distribuiva senza avarizia.

Ma Luca non raccontava solo gli einaudiani. Dotato com’era di gran curiosità, di voglia di conoscere e di capire (in politica, ma non solo), era una sorta di ufficiale di collegamento, capace di far da tramite e mettere in contatto persone e gruppi, di costruire “reti” quando ancora questa parola era assai poco usata. Conoscere Luca significava entrare in contatto con i «Quaderni rossi», o con ciò che restava della loro eredità (Panzieri era stato per lui maestro e amico amatissimo, e la sua scomparsa prematura una perdita assai grave). Significava anche, per fare solo un altro esempio, conoscere Piergiorgio Bellocchio e Grazia Cherchi, e con loro tutta la schiera degli autori dei «Quaderni piacentini», da Goffredo Fofi a Berardinelli, da Jervis a Cases, da Solmi a Edoarda Masi.

Insomma, casa Baranelli-Bianchi Bandinelli era un luogo unico, nel quale buoni vini e pane e salame per rifocillare gli ospiti si univano a chiacchiere allegre, a volte perfino affettuosamente pettegole, ma anche a discorsi molto impegnati su politica e cultura. Alla fine, si dormiva bene, ma anche assai poco.

Con Francesco Ciafaloni c’era un rapporto di altro tipo. Già lo si vedeva di meno, e soprattutto non in quella casa così ospitale (ma lo sarà stata certamente anche la sua), bensì in una stanza severa e piuttosto sobria dell’Einaudi, dove lui e Luca lavoravano insieme a rivedere traduzioni e correggere testi. Malgrado la grande amicizia e affinità, i due erano molto diversi. Luca era sorridente e ironico, molto disposto ad ascoltare più che a parlare lui stesso; Francesco più battagliero, bagarreur, come scrive Saibene nella sua introduzione a questo libro di cui verrò fra poco a parlare. Inoltre, quanto Luca era un osservatore curioso della politica, tanto Francesco tendeva ad esserne un protagonista. E protagonista fu davvero nei giorni difficili e tristi della crisi finale della casa editrice, quando recitò un ruolo importante di sindacalista.

Dopo la crisi dell’Einaudi negli anni Ottanta, Ciafaloni ha continuato a studiare e a scrivere di sociologia, occupandosi soprattutto di lavoro, di immigrati, di razzismo, come ben sanno i lettori dello «Straniero». Baranelli ha lavorato per qualche anno da Loescher. Poi, soprattutto dopo il ritorno a Siena, si è dedicato allo studio di alcuni autori a lui cari, alternando lavori di traduttore e di saggista con quelli di curatore: un’attività, quest’ultima, nella quale ha rivelato il meglio di sé, non senza rapporti con il lungo e silenzioso tirocinio effettuato da Einaudi in veste di redattore. Ha curato, fra gli altri, scritti di Cases, Colorni, Contini, Renato Solmi, Timpanaro. Ma soprattutto, si è occupato per anni di Calvino, del quale ha curato l’Album Calvino (insieme a E. Ferrero), la raccolta delle Lettere 1940-1985 e quella delle Interviste 1951-1985, con il titolo Sono nato in America…; infine, la Bibliografia di Italo Calvino per i tipi della Scuola Normale di Pisa.

Diciamo brevemente qualcosa del libro da cui abbiamo preso le mosse. Raccoglie scritti che vanno dal 1984 al 2012. Sono interviste-conversazioni piuttosto recenti di Baranelli e Ciafaloni con Alberto Saibene e di Baranelli con Luca Zanette; ricordi di Sergio Caprioglio (Baranelli) e di Calvino (Ciafaloni); il racconto dell’ormai celebre caso editoriale che coinvolse negli anni Sessanta Goffredo Fofi sull’immigrazione a Torino (Baranelli); due scritti di Ciafaloni sulla crisi dell’Einaudi, tra amministrazione straordinaria e ristrutturazione. Chiudono il libro una serie di fotografie di protagonisti della vicenda einaudiana, opera in buona parte di Giovanna Borgese e per lo più poco viste (e alcune almeno molto belle).

Se Ciafaloni si può considerare un attento cronista di alcuni aspetti finanziari e sindacali dell’Einaudi, tuttavia non si può dire che i due autori abbiano inteso iscriversi alla già lunga lista degli storici dell’Einaudi (indubbiamente la più studiata fra le case editrici italiane). Hanno voluto piuttosto ricordare e raccontare. Ricordare personaggi che sono stati anche tra i protagonisti della vita culturale italiana, nella loro grandezza ma anche nelle loro ambiguità. A cominciare dallo stesso Giulio Einaudi: un personaggio nei confronti del quale ostilità, diffidenza, ironia si univano e si uniscono ancora oggi, nei nostri due autori, a un grande rispetto e perfino ad ammirazione. Luca e Francesco amano ricordare le proprie esperienze personali, soprattutto la progettazione e la cura della coraggiosa e discussa «Serie politica» viola, che fece sì che la loro stanza venisse ironicamente soprannominata «l’ufficio politico» della casa editrice (Luca ne è ancora un po’ infastidito). In effetti, la loro stanza, per chi vi entrasse la prima volta, aveva l’aria di un fortino. Si capiva subito che era lì che si preparavano le birbonate, nel senso dei libri politicamente più ardimentosi, non a caso oggetto assai spesso di polemiche. (In realtà non era proprio così: alcuni dei libri più “ardimentosi”, se vogliamo riprendere questo aggettivo, nacquero proprio da iniziative personali di Giulio Einaudi).

Non c’è solo questo nel prezioso libretto di cui stiamo parlando. Baranelli e Ciafaloni si autodefiniscono «l’ultima ruota del carro»: ma queste pagine sono sufficienti a far capire come anche loro abbiano lasciato un’impronta non da poco nella storia della casa editrice. Ma sono tanti gli aspetti che andrebbero sottolineati. Da due redattori di alta classe ci si poteva attendere un racconto di come si svolgeva il loro lavoro. C’è, infatti, in più punti, con particolare chiarezza didascalica alle pp. 14-16, che consiglio vivamente ai lettori.

Nel mio piccolo, di redattore scolastico (ma in quella che è anch’essa una grande casa editrice, la Zanichelli), mi è capitato di fare, almeno in parte, le stesse cose: ricordare come si facevano i libri nell’era del pre-digitale, metterci anche un pizzico di nostalgia, rivendicare il ruolo del redattore come un ruolo artigianale, ma non per questo meno rispettabile. Lo è stato in molte gloriose case editrici, continuerà probabilmente ad esserlo, in forme diverse, anche nell’era del digitale. I libri non si fanno da soli, non li fanno solo gli autori, temo proprio non li facciano da soli neppure i personal computer.

Insomma, ribadisco: niente voto di scambio, ma solo una comunanza di esperienze e di convinzioni tra coetanei e amici. Luca e io siamo nati nello stesso anno, Francesco l’anno dopo. Forse, dopo i 75, cadono gli ultimi pudori e si è tentati di cedere, sia pure di scorcio, alla tentazione dell’autobiografia.