Se sperimentare non è peccato.
La nuova rivista Atti impuri

Nel panorama delle riviste letterarie italiane, in rete o cartacee, si fa notare senz’altro «Atti impuri. Luogo di scritture», un esperimento nato a Torino dal sarcasmo e dall’ostinazione del collettivo Sparajurij e sostenuto dall’editore milaneseNo Replay.
La versione cartacea, giunta già  al suo terzo numero, appare come l’esito più naturale della decennale attività  critica e creativa del gruppo torinese, ma anche come l’inizio di un nuovo e più maturo programma di lavoro. 
Fin dalle sue prime pagine la rivista si presenta come un luogo della sperimentazione letteraria, linguistica e formale, che scommette sulla possibilità  contrastiva e distruttiva della parola narrata o poetata, ovvero di quella parola che pretende per sè attenzione, tempo, riflessione.
Dedicata alla misura breve, in prosa e versi, «Atti impuri» ha senza dubbio il merito di pubblicare testi narrativi e poetici inediti di autori più o meno conosciuti al pubblico italiano. Definire coraggiosa questa scelta appare innanzitutto doveroso, se si pensa che in Italia questa pratica non è quasi più esercitata dalle riviste di genere. La scommessa, in questo caso, risulta ancora più interessante perchè non riguarda semplicemente gli autori, ma punta invece sulla lingua. Il gruppo di Sparajurij infatti con la sua rosa di testi azzarda una riflessione innanzitutto sulla capacità  della lingua letteraria di costruire alternative al reale e dunque sulla possibilità  per la nostra lingua di rinnovarsi, di formare o per-formare, di creare modelli per o da contagio e di avvicinare esperienze geografiche e culturali anche molto distanti. Proponendo i suoi testi, dunque, la rivista ha l’ambizione di presentare l’italiano come una lingua passibile di produrre letteratura, sguardi sul mondo, futuro e non semplicemente come un mezzo della comunicazione quotidiana: una lingua dunque viva che non accetta di trasmettere unicamente messaggi, di degradarsi continuamente nelle sue funzioni d’uso.
La sperimentazione linguistica non è però nè un assunto aprioristico nè un esito forzato, ma piuttosto un oggetto della ricerca della rivista, che realizza così lo scopo, dichiarato fin dal primo editoriale, di essere una «coordinata geografica», un punto di riferimento per chi ha da proporre più che testi, veri e propri «progetti di scrittura».

Il carattere progettuale di questo esperimento salta subito all’occhio come una delle principali caratteristiche della rivista. Non si tratta ovviamente della volontà  di inquadrare forzatamente i testi entro una logica estrinseca, quanto invece di metterli in prospettiva, ovvero in relazione ad un discorso sulle possibilità  della lingua. Questa pare essere la proposta teorica di una rivista che programmaticamente non dedica nemmeno una pagina alla riflessione critica e che vuole presentarsi piuttosto come una raccolta di testi autonomi, da null’altro accomunati se non «dall’identica urgenza di parolificare». Anzi, gli editoriali che aprono i primi tre numeri parlano di «Atti impuri» come di una selva di parole, di un luogo arabescato di voci e immagini. Questo aspetto sembrerebbe a prima vista contrastare con il carattere progettuale che è sembrato la marca distintiva della rivista. Ma l’avvicendarsi tra le pagine di voci e immagini, di autori noti e meno noti, di versi e prosa, non appare mai una successione disordinata o casuale. Aiutano in questo senso le rubriche per quanto la loro presenza vorrebbe essere discreta. I titoli infatti, false testimonianzeil prossimo tuosotto tetta e all’infuori di menon sono indicati nell’indice e compaiono invece quasi in trasparenza sopra la riga di intestazione di pagina. Tuttavia le singole sezioni distinguono i testi in gruppi ben definiti: narrativa italiana, narrativa straniera, autori recuperati da altre epoche e poesia. Ma, una prospettiva di discorso, una direzione non viene soltanto dalle rubriche, ma soprattutto dall’impostazione grafica del volume, che si impone come un vero e proprio conduttore di senso.

La grafica di «Atti impuri» non si limita a impaginare il testo, ma direziona l’attenzione. Facendosi di volta in volta caleidoscopio o lente di ingrandimento orienta la lettura su una parola o su una parte del discorso. Può funzionare da eco, può proporre interpretazioni del testo e proprio come nelle pratiche di scrittura di alcune avanguardie europee di inizio secolo, a cui esplicitamente si richiama, non è un orpello ma un elemento stilistico di composizione del senso.
Se dunque non è ovvio imbattersi in una rivista con un progetto editoriale e culturale, è più che mai raro trovarne una che abbia addirittura un progetto grafico.
L’attenzione grafica era già  un punto di merito di “Maledizioni”, la collana di poesia che Sparajurij dirige, ancora per laNo Reply di Leonardo Pelo. Gli otto volumi pubblicati già  presentano nel formato, nell’impaginazione e nelle illustrazioni tutte le coordinate grafiche che saranno della rivista. Ma con «Atti impuri» la grafica diventa discorso ed entra in relazione diretta con tutto il lavoro redazionale di selezione e organizzazione dei testi.

La rivista non manca di porsi, attraverso i suoi editoriali, anche delle finalità  estetiche. La letteratura è per i redattori di «Atti impuri» un luogo di costruzione dell’immaginario, ovvero di un mondo alternativo al reale, organizzato su logiche distinte da quelle usuali. Segno di questa funzione è, in quest’ottica, la lingua, la sua capacità «di costruire mondi probabili, linguaggi possibili».
«Gli autori proposti», è scritto nell’editoriale del secondo numero, «abitano l’universo letterario in forma di monadi, di nuclei autonomi capaci di innescare resistenza all’usura dell’immaginario, occupando i luoghi della dismisura e dell’eccesso».
Non volendo trattare le enormi implicazioni teoriche ed estetiche di questo modo di concepire la realtà  e la letteratura, oltre che la funziona della lingua in esse, dobbiamo almeno accennare ad un dubbio che non possiamo eludere: cosa ce ne faremo dell’immaginario che, attraverso i testi che pubblica, la rivista vuole contribuire a creare?
Stabilire se, al di là  degli intenti di poetica, i mondi della scrittura che si oppongono al reale siano semplicemente rifugi, sogni o riescano invece a proporsi come prospettive, opzioni di realtà  è la sfida letteraria di un secolo che da un lato, fino allo sfinimento, ripete quanto sia inutile la letteratura e dall’altro la usa, facendo leva proprio sul suo carattere onirico, come uno tra i tanti sedativi di massa disponibili.
Intanto, sembra ragionevole azzardare che, oltre a suggerire immaginari, così come dichiarato negli editoriali, «Atti impuri» punti soprattutto a proporsi come un modello, di scrittura e di lettura della realtà .
Se lasciamo, dunque, le questioni estetiche, che pure ci sembrano importanti, in posizione periferica è allora perchè ci piace sottolineare di questa rivista la sua natura pratica, il carattere laboratoriale, che ci sembra sia il suo principale segno distintivo.