Profilo di Francesco Permunian

Tradizionalmente la provincia italiana viene ritratta come la culla e il baluardo delle virtù e delle identità nazionali. Questa visione è parsa mistificante e falsamente idilliaca fin dal suo nascere, eppure, per motivi di diversa natura, è riuscita a entrare nell’immaginario collettivo. Cosa c’è di vero oggi in questa prospettiva? Di quali virtù e di quale identità si fa portatrice l’Italia profonda?

A queste domande sembra rispondere l’opera narrativa di Francesco Permunian. Lo scrittore polesano trapiantato sul Garda, classe 1951, esordisce nella narrativa nel 1999 con Cronaca di un servo felice (Meridiano zero) dopo una quasi ventennale esperienza in poesia. Fin dagli esordi coagula consensi di critici di impostazioni anche piuttosto distanti tra loro (da Maria Corti a Massimo Onofri, coinvolgendo anche Andrea Cortellessa e Salvatore Silvano Nigro). La sua produzione romanzesca fino ad ora conta otto opere, divise in due fasi abbastanza riconoscibili, perché separate da una pausa di sei anni, dal 2003 al 2009. Nella prima fase pur riconoscendosi bene i temi caratteristici di una poetica matura – cosa che non stupisce dato l’esordio tardo – si nota una certa cautela verso l’autobiografismo e un rigore maggiore nella costruzione delle trame. Nella seconda fase, invece, la vita diretta dell’autore e i ricordi passano in primo piano, c’è un uso frequente di apparati iconografici e la trama s’infittisce di aneddoti e comparse.

La vita di Francesco Permunian, fin dall’inizio, è segnata dalle difficoltà: nasce nell’anno della grande alluvione, in cui rischia di morire ancora in fasce. L’infanzia di conseguenza è di pochi agi e in un ambiente in rapido dissolvimento: basti ricordare che nel post-alluvione emigrò circa il trenta per cento della popolazione del Polesine, segnando il paesaggio con connotati di abbandono e decadenza. Si laurea nel 1976 a Padova con una tesi su Sereni sotto la guida di Vincenzo Turolla. A trentuno anni si trova vedovo e con una figlia persa alla tenera età di diciannove mesi; oppresso dai lutti decide anche lui di emigrare, come tanti suoi conterranei, insieme alla figlia rimasta. Si stabilisce a Desenzano sul Garda, dove inizia la sua carriera di bibliotecario. Fin da giovanissimo aveva scritto poesie, ma dagli anni Ottanta inizia ad avere dei buoni riscontri e confronti fruttuosi con Roversi e Zanzotto. All’attività lirica affianca nel tempo quella d’archivio e di ricerca, curando opere sulla sua terra d’origine o le carte postume di Sergio Quinzio.


I romanzi

Dopo una vicenda editoriale travagliata1 viene pubblicato nel 1999 il suo romanzo d’esordio presso la Meridiano zero, che palesa da subito uno sconvolgente punto di vista sulla realtà. Camminando nell’aria della sera e Nel paese delle ceneri editi da Rizzoli rispettivamente nel 2001 e nel 2003, confermano i tratti salienti dello sguardo autoriale: il primo, infatti, è basato su figuranti e piccoli aneddoti di provincia che creano un ritratto di comunità; mentre il secondo narra una terribile vicenda sulla crudeltà del piccolo potere e della vanagloria. Nell’esordio e Nel paese delle ceneri le trame seguono una climax ascendente e la mole dei personaggi secondari risulta essere inferiore rispetto agli sviluppi successivi; la divagazione è contenuta e la conflittualità più concentrata.

Come detto, dal 2003 Permunian fermerà la sua penna narrativa per dare spazio a due raccolte di poesie, Cinque notturni per un amico scomparso (2004) e Il teatro della neve (2006), e al prosimetro Il principio della malinconia (2005).2 La sua attività romanzesca riprende con un titolo tra il memorialistico e la finzione, pubblicato per Diabasis, con foto del Polesine e un ringraziamento ad alcuni amici per la collaborazione nel ritrovare notizie e documenti: Dalla stiva di una nave blasfema (2009), che però non s’inserisce nel genere dell’autoficton perché il protagonista non è nominalmente lo scrittore, anche se il libro parte da dati fattuali reali per poi innestarvi una finzione di cui non si conoscono mai i confini. Nel 2011 approderà alla Nutrimenti con La Casa del Sollievo Mentale, libro d’invenzione che mantiene un apparato fotografico come appoggio realistico, come documento simulato, costellato di vicende, figure secondarie e divagazioni. Nel 2013 e nel 2015 pubblica due romanzi-memoir: nel primo, Il gabinetto del dottor Kafka, l’invenzione assolve un compito di coesione narrativa dei diversi episodi e ricordi dell’autore, rasentando quindi con maggior decisione la soglia dell’autofiction; al contrario nel secondo, La polvere dell’infanzia, la fantasia viene messa da parte a favore di uno scavo alle radici del proprio stile. Da notare come in entrambi l’apparato di immagini sia fondamentale per lo svolgimento memoriale-narrativo. Quasi in contemporanea con La polvere, Permunian darà alle stampe un’opera dalla gestazione decennale, Ultima favola (Il Saggiatore, 2015), in cui mancano fotografie e l’autobiografia manifesta torna a scomparire, come se si fosse concluso un ciclo.


Piccoli diavoli di provincia

«Raccontare e mettere in burla gli usi e i costumi della nostra provincia, ossia l’eterno e immutabile carattere provinciale degli italiani, questa è sempre stata la mia vocazione più segreta. L’unica che mi sorregge ancora la penna…»,3 così confessa Ottavio Dentamaro, il protagonista dell’Ultima favola, che sembra riverberare il pensiero intimo dello stesso Permunian. Interesse per il locale che trova il movente nella convinzione dell’autore che la provincia sia lo specchio del mondo4 ma anche la sede prediletta delle frustrazioni contemporanee.5

Il personaggio tipico delle sue pagine è un impiegato o un libero professionista locale, un tempo si sarebbe detto un piccolo borghese, del Nord-est più profondo, che si confronta con il suo ambiente e il suo passato. La realtà che si presenta di fronte al lettore è priva di qualsiasi spinta ideale, con persone ormai in balia dei propri stimoli primari di ricerca di piacere o concentrati in vani tentativi di riconoscimento sociale. Il passato dei protagonisti invece è popolato di fantasmi, di lutti che non permettono una vita quotidiana quieta: come Raskolnikov e Mattia Pascal, anche loro sono immersi in un arrovellarsi infinito su un evento che non lascia scampo. Gli anti-eroi di Permunian non sono però totalmente scissi da ciò che li circonda, ma ne sono contagiati: spesso hanno ossessioni, nevrosi e mali di origine psicosomatica, come il resto del paese d’altronde, ma ciò che li differenzia è la capacità critica che fa percepire loro la decadenza che li circonda.

In questo paesaggio, che pare una massa di tenebre, l’unica salvezza illusoria è la morte, che santifica i defunti e attira, terrorizzandoli, i personaggi. Eppure tutti, morti e vivi, comparse e figure primarie (con la frequente esclusione dei protagonisti, come dei morti camminanti), sono affamati di vita, soprattutto se impossibilitati a coglierne i piaceri, e così s’impongono sul prossimo per carpire almeno il profumo di una possibile pienezza: sembra che il timore della morte spinga tutti verso un egocentrismo e una dissolutezza estremi. Il risultato è un inferno dantesco, con rari santi, in cui i diavoli si azzannano tra loro per sopravvivere o ottenere ragione e così sperare in un’ineffabile rivincita sulla società. Le manie sessuali sono ricorrenti con un catalogo ampio delle diverse perversioni, con una sfumatura: spesso le donne sono come bulimicamente insaziabili mentre gli uomini drammaticamente impotenti; tutti però sterili. Anche l’infanzia non sfugge a questi meccanismi: la giovinezza è offesa, negata e martoriata, ma anche agente di nefandezze. I più assetati di esistere sono però i morti che spingono al suicidio, all’annullamento di chi colpevolmente ancora respira, oppure che interferiscono come un rumore di fondo sulle placide vite della provincia. I più fragili che sopravvivono e non si appiattiscono sull’imbruttimento, sono destinati alla pazzia e all’internamento oppure a uno straziato nichilismo.6


Religione, ragione e pulsione

Bisogna ricordarsi che l’ambientazione prediletta di Francesco Permunian è il Nord-est, quello bianco, cattolico e tradizionalista; perciò inserire l’inferno descritto in un tale contesto è un atto di demistificazione più che coraggioso e non stupisce la presenza forte della religione che però, in linea con la poetica e la visione dell’autore, sarà un formalismo utile solo a velare i cupidi appetiti mondani dei fedeli e dei religiosi. Spesso questo velo ipocrita si fonde con la superstizione in rituali – spesso di ambito sessuale – che pervertono dal profondo quel buon costume di cui dovrebbe essere patria la provincia. Esempi chiarificatori sono le bigotte intente a convertire, adescandoli, i tiepidi o gli atei7 oppure la cura per la depressione imperniata in coiti somministrati durante un’orazione.8 Altra tipologia del pervertimento della devozione è la falsa santificazione di un luogo o una persona con motivazioni diverse: dal mascheramento di supposte colpe9 fino a scopi di puro e semplice lucro.10

Se quindi la salvezza “istituzionalizzata” fallisce miseramente e il consesso umano è in preda alle proprie pulsioni, al personaggio non sembra restare – per arginare in qualche modo il caos – che la ragione e lo spirito critico non appiattiti sull’esistente. È da essi che scaturisce l’umorismo deformante tipico dello scrittore: le colpe e le bassezze non sono raccontate da una voce asettica e che quindi si può estraniare in un candore fintamente innocente, ma vengono proposte dall’interno dell’abisso sbeffeggiandole con tutti i toni del grottesco. Un’irrisione che contempla in sé la compassione per il piccolo diavolo, perché ricollega la mostruosità ai fallimenti di un’esistenza, alle perdite e alle solitudini di quell’individuo. Parallelamente l’io giudicante nello stesso momento che condanna processa sé stesso, perché non dissimile dal resto delle persone. I protagonisti quindi, come dei novelli inetti sveviani, non riescono ad avere le forze resistenziali necessarie alla creazione di una nuova prospettiva, anche perché tarati dal lutto. Il lutto, infatti, non è un semplice evento della vita ma diventa una malattia, un morbo che azzera la volontà e affina lo sguardo, perché pone tutto nella prospettiva nullificante della fine inevitabile. In questa situazione l’individuo non può resistere a lungo, condannandosi alla perdita del senno.

Se la ragione sembra l’ultimo baluardo di una resistenza che possa garantire l’umanità insita nell’individuo, il peccato peggiore che si possa commettere nel codice permunianeo è l’uso dell’ingegno per la vanagloria e la falsificazione dei fatti. Quelli che se ne macchiano appartengono a quella classe che doveva guidare gramscianamente le masse: sono gli intellettuali i dannati peggiori. Non tutti, ovviamente, ma quelli che usano la cultura come incenso personale, che si ricoprono di allori fasulli e che schifano il mondo, senza notare che di quello stesso mondo fanno parte, che sono colpiti dalle stesse malattie dell’animo che hanno intaccato chiunque.


Memoria: la feticizzazione del passato

Il lutto per Permunian non è semplicemente un evento dell’esistenza, ma un morbo che ha come sintomo un’estrema nostalgia del passato e delle persone che quel tempo popolavano. Un sentimento che diventa patologico per la sua insistenza estrema: ovunque il passato e i ricordi delle lacrime versate11 obnubilano il presente. Un presente che nei romanzi non riesce più a occuparsi del futuro, in uno schiacciamento che fa perdere qualsiasi prospettiva vitale.12 I defunti in questo congegno insano ottengono una consistenza e una coerenza che nessuna entità reale può rivendicare, imponendosi come unica metafisica possibile. Una religione dei propri cari che avvelena l’anima e porta a feticizzare sostituti sintetici di un amore impossibile,13 tanto che Silvano Nigro indicherà l’autore polesano come “scrittore di bambole”.14 Questa parafilia potrebbe sembrare l’ennesimo elemento nel catalogo delle perversioni permunianee, eppure ha un valore icastico: la devozione tradizionale per le statue e i crocefissi muta verso una venerazione di giocattoli sessuali che sostituiscono gli unici amati perfetti, i morti. La necrofilia evocata non si riferisce solo ai defunti personali, ma ha una diretta discendenza con il culto dei santi e del Cristo, fino ad allargarsi a qualsiasi idea superiore: è una realtà post-ideologica e post-religiosa quella permunianea, è quella dei nostri giorni.

Se il passato ha la concretezza della gabbia metafisica, i ricordi hanno le sembianze di escrementi radicati nell’intestino: la stipsi contagia tanti all’interno delle pagine dello scrittore polesano, spesso legandosi a un riferimento alla memoria.15 Si trattiene quello che dovrebbe essere espulso, che nuoce se mantenuto troppo a lungo all’interno: un legame che va contro natura e che provoca imbarazzanti episodi diarroici. L’oblio non è contrastabile e la volontà di restaurazione è un’ansia di controllo, una nevrosi. Francesco Permunian ha la piena consapevolezza che l’ossessione per i morti e per il passato sia un insano culto: non lo canta e neppure lo difende, ma anzi ne mostra tutte le aberrazioni e, portandolo all’eccesso, lo mette alla berlina, ridicolizzando la follia di chi, inconsapevolmente, sguazza nella palude della nostalgia patologica, malattia piuttosto diffusa nel nostro Paese.

Unica riserva in cui coltivare una memoria più sana è l’elegia che si coglie nei memoir, una nostalgia malinconica – non deturpata dalla sordidezza presente nei romanzi – custodita per portare un senso alle perdite che l’autore ha subito in gioventù, perché il nulla potrebbe cancellare anche quel dolore donandolo all’insignificanza assoluta, mentre la memoria non lo rende inutile.16 Il culto dei morti nei romanzi autobiografici, pur presente, è come inserito in un flusso vitale non bloccato, o comunque non parossisticamente ossessivo: l’oblio ha già portato vittorie decisive e il canto serve solo a non concedersi a una colpevole apatia.

La prosa di Francesco Permunian, scrittore raffinato e letteratissimo, è insomma percorsa da forze contrastanti: morte salvifica e vita disperata, ragione come mezzo di consapevolezza e di pazzia, passato come condanna e come dolce nostalgia. Scrittore non di trame o di storie, ma di ossessioni, esprime una visione del mondo tetra e personale. Permunian ritrae la nostra realtà nei suoi punti dolenti e nelle sue piaghe oscure con una forza perturbante e non moralistica, superando i “realismi” alla moda con un punto di vista efficacemente distorto.


Note

1 Sono trentadue i rifiuti editoriali che ricevette, tra cui anche quelli schifati e contrariati di alcuni editori (tra le risposte ci fu anche chi si spinse a dire: «c’è roba talmente patologica che non la toccherei nemmeno con una pertica»). Meridiano zero decise di pubblicarlo perché alla ricerca di un libro “pulp-noir”, e il malinteso permise all’opera di vedere la luce.

2 Cinque notturni per un amico scomparso e Il principio della malinconia sono entrambi dedicati a due lutti importanti per l’autore: il suo caro amico e ispiratore, Mario Giacomelli e sua moglie. La pausa, che segna la fase di ripiegamento sui ricordi, cade dopo circa vent’anni dell’emigrazione dal Polesine.

3 F. Permunian, Ultima favola, Milano, Il Saggiatore, 2015, p. 90.

4 «Che immenso e immondo pettegolio è la provincia! Eppure non esiste letame migliore per la penna di uno scrittore, agli occhi del quale il mondo intero dovrebbe apparire poco più di una provincia». Id., Dalla stiva di una nave blasfema, Reggio Emilia, Diabasis, 2009, p. 23.

5 «la provincia ammazza, questo è fuori discussione. La gente che abita in provincia è gente avvilita da ambizioni troppo al di sopra dei loro mezzi. Gli individui malati e distrutti dalle nevrosi stanno sempre e immancabilmente in qualche orribile buco di provincia […] che si potrebbe chiamare in effetti il buco del culo del diavolo». Id., Ultima favola, cit., pp. 38-39.

6 «Quant’è difficile credere in Dio quando si ha troppa confidenza con la morte! […] Ed è a partire da allora che mi succede di entrare a volte in chiesa e di avvertire nell’aria dei gemiti impercettibili. Subliminali. E di scoprire, al posto del tabernacolo, una grossa bocca informe da cui esce un vento gelido». Id., Ultima favola, cit., p. 55.

7 Cfr. Id., La Casa del Sollievo Mentale, Roma, Nutrimenti, 2011.

8 Cfr. Id., La polvere dell’infanzia e altri affanni di gioventù, Roma, Nutrimenti, 2015.

9 Come accade alla piccola lolita, Marianna in Id., Cronaca di un servo felice, Padova, Meridiano zero, 1999.

10 Come il business legato alla Madonna del salice, fintamente apparsa al cugino di Ottavio Dentamaro in Id., Ultima favola, cit.

11 Permunian racconta di come Zanzotto gli abbia consigliato di «non scrivere con il dolore e le lacrime agli occhi, perché cadono sul foglio e confondono tutto. Scrivi con il ricordo delle lacrime».

12 «Una galera assordante che fa da anticamera al silenzio dell’oblio, così mi appare oggi il mio tempo», F. Permunian, La Casa del Sollievo Mentale, cit.

13 Come accade per esempio a Ermete Carafa di Cronaca di un servo felice o a don Alfonso Maria Monotazo e Armando de La Casa del Sollievo Mentale.

14 S. Silvano Nigro, Kokoschka e la bambola, in «Domenica de Il Sole 24ore», 12 febbraio 2012, p. 28.

15 Ottavio Dentamaro, il protagonista di Ultima favola, è forse il caso più chiaro di questo legame feci-ricordi.

16 «Il nulla dissolve anche la sofferenza e la morte di chi ha sofferto e di chi è morto» (cors. nel testo), F. Permunian, Il gabinetto del dottor Kafka, Roma, Nutrimenti, 2013, p. 168.