Per Sergio Finardi

Il 2 dicembre scorso è morto Sergio Finardi a Chicago, dove viveva da molti anni. Giornalista d’inchiesta e ricercatore, fondatore di TransArms, collaboratore di OPAL e autore di numerosi articoli e saggi dedicati in particolare al tema del trasporto di armamenti (tema di cui era diventato uno dei maggiori esperti mondiali e che fu oggetto della collaborazione al Centro Studi Franco Fortini: L’Armada e i suoi oppositori, «L’ospite ingrato», 2003, 2), era nato a Cremona nel 1950.

Formatosi nel pieno delle lotte studentesche e laureatosi a Milano con una tesi sulla socialdemocrazia nordeuropea, grazie a una borsa di studio presso la Stockholm Universitet, studiò l’esperienza storico-politica del socialismo svedese, poi riassunta nel libro La trasformazione in Svezia (Editori Riuniti, 1982). Vicino alle posizioni operaiste, aderì al PCI e collaborò con il CESPI, il Centro per la Riforma dello Stato di Roma, e con le riviste «Rinascita» e «Laboratorio politico». Negli anni ’80 iniziò ad interessarsi ai sistemi di trasporto delle merci, prima come consulente aziendale e giornalista, poi come ricercatore in Vietnam e negli Stati Uniti, dove si trasferì nel 1994. Autore di diversi saggi (Il sistema mondiale dei trasporti, il Mulino, 1995; Stati di eccezione, F. Angeli, 2001; Le strade delle armi, Jaca Book, 2002; L’Impero dei miei stivali, Jaca Book, 2005), grazie a finanziamenti americani e dell’Unione europea è stato fondatore e instancabile animatore di TransArms, centro di ricerca indipendente sul trasporto degli armamenti e la logistica per la difesa, e quindi consulente ONU ed esperto di Amnesty International in numerosi rapporti, dal 2005 ad oggi. A lui si devono in particolare le indagini che hanno rivelato il ruolo degli operatori logistici e il flusso degli armamenti nei conflitti del dopo-11 Settembre: verso il Congo orientale e il Rwanda (2005), il Darfur (2007), Israele e Gaza (2009), lo Yemen e la Somalia (2010), l’Irak, la Libia e la Siria, nonché la rete delle coperture che assecondò i “voli segreti” nelle “extraordinary renditions” (2006); indagini che spesso sono confluite in suoi importanti articoli su «il manifesto».


Prima che la retorica celebrativa – peraltro così utile nell’elaborazione del personale dolore – sommerga tutto, dovete sapere alcune cose di Sergio Finardi.

Era fatto come noi. Per cui è chiaro che noi moriamo un po’ con lui, oggi. Quel noi  ha una sua storia, remota nel tempo quanto può esserlo una viva esperienza di vita (cioè l’opposto di un ricordo), fatta di ricerca di case in affitto, di stipendi precari e precarissime collaborazioni editoriali, di portatili Olivetti ticchettanti anche di notte (per Sergio, soprattutto di notte), di vino a tutte l’ore e di risotti a metà pomeriggio o a notte fatta, di telefono, tanto telefono, con cui lui tesseva quotidianamente centinaia di relazioni urbane e interurbane, e in cui si finiva poi per essere coinvolti, io, noi tutti. Ma oltre tutta questa sua esuberanza vitale, oltre tutti i milioni di episodi e minime storie personali, la natura di quel noi stava felicemente nelle “parole” in cui ci ritrovavamo a memoria e che circolavano nell’aria, segni di quel sessantotto che ci ha marcato per sempre: “lotte” “sindacato” “classe” “partito” “compagni” “socialdemocrazia” (svedese) “pianodelcapitale” “quadernirossi” “marx” (sempre) “statiuniti” (ben più raramente “urss”) “mariotronti” “maggiofrancese” “partitoarmato” “piccì” e mille altre, tutte inestricabilmente mescolate ad altre migliaia: “spiaggiadelsuddellacorsica” “ilmulinodiamleto” “borisvian” “casermadicividale” (del Friuli) “gitanesmaïs” “schioppettinodelcollio” “léoferré” “cotognatacremonesedifieschi” “vinzenzel’amicadegliuominiimportanti”… per ricominciare poi, all’infinito, con “rosaluxemburg” “feltrinelli” “piazzafontana” “potop” ecc.

Da quel noi vissuto e mai pronunciato partirono infinite avventure, di cui non ha senso qui scrivere la storia. Se non di una particolare avventura, che ci ha unito – ormai uomini fatti – per una quindicina di anni: lui, cervello-in-fuga negli States insieme alla sua compagna, io cervello-recluso rimasto nel pantano italico, insieme abbiamo visto e discusso e studiato e scritto intorno a una via di metodo per s/piegare il nostro senso di stare nella storia attraverso la conoscenza. Si trattò (si tratta) di privilegiare un aspetto del “dominiodelcapitale”, che smentisse totalmente la menzogna ideologica allora così diffusa e accettata di un capitale smaterializzato, finanziarizzato, virtuale, impersonale, inafferrabile, e dunque fatalmente incrollabile e vincente; e di vederne e descriverne le concretissime tecniche di dominio e organizzazione del mondo a propria immagine attraverso il sistema dei trasporti delle merci e della logistica, “sistema di sistemi” che ha riorganizzato la produzione e la geografia globalizzate – e dunque la vita del pianeta – secondo l’efficienza degli ingegneri e dei manager, a scopo di lucro. Scoprimmo (scopriamo) che quella via di metodo dà lampanti risultati se applicata alla guerra, cioè che disegnare la mappa dei trasporti delle armi, svelare la logistica degli eserciti e delle milizie, dimostrare come le armi si producano nei paesi dell’opulenza economica e della democrazia liberale per essere vendute in Africa, nel Medio Oriente, in America latina e per essere usate in tutte le guerre mai dichiarate del mondo povero, rivela senza errori la vera e semplice strategia di quei pochi che il mondo lo dominano: fare la guerra ai poveri, prima che questi si insedino pacificamente nelle felici (?) fortezze dell’opulenza. Che le nostre modeste ma innegabili scoperte siano cadute nel silenzio e rese inefficaci da un concorde operare di distrazione mediatica, supponenza accademica, professionismo dei diritti umani, declino della ricerca indipendente, ci avrebbe potuto confermare di aver imboccato la strada giusta. Se a Sergio è mancato il tempo per convincersene, a noi che gli sopravviviamo resta però l’eredità e la forza del suo esempio per continuer le combat.