Luciano Vasapollo, “Eppure il vento soffia ancora.
Capitale e movimento dei lavoratori dal dopoguerra a oggi”

Presentiamo qui la trascrizione del seminario tenuto all’Università di Siena il 24 marzo 2007 dal Prof. Luciano Vasapollo, sul volume di cui è coautore insieme a Donato Antoniello, dal titolo Eppure il vento soffia ancora. Capitale e movimenti dei lavoratori in Italia dal dopoguerra a oggi (Jaca Book, Milano 2006). Il seminario era inserito nel ciclo Rileggere Marx. Seminari e incontri. Il programma completo è ancora scaricabile alla pagina www.unisi.it/seminari_marx.pdf

 

Questo libro nasce dall’unione e dall’approfondimento di quattro articoli sulla storia del movimento operaio pubblicati sulla rivista «Proteo». Questi articoli erano fondamentalmente legati ad un’esigenza nata in seno ai corsi di formazione organizzati dall’Rdb (rappresentanze sindacali di base), quella di capire come e quando fosse nato il sindacalismo di base. Quando nasce il sindacalismo di base? Molti, anche tra i nostri compagni, pensano che l’Rdb-cub sia nato nell’ambito del pubblico impiego e invece si tratta di un fenomeno che nasce tutto interno alle dinamiche della fabbrica e del precariato di metà anni ’70, in particolare del biennio 1977-78. Inoltre nelle discussioni con i compagni che si tenevano durante questi corsi di formazione avvertivo che c’era un altro problema, un’altra esigenza: la mancanza di un percorso identitario, di una storia comune. Per esempio sulla Cgil c’erano due posizioni che io non condividevo: una che ritroviamo ancora oggi, e cioè che nonostante la scelta concertativa della Cgil, ormai trentennale, essa continua ad essere il sindacato; l’altra, all’estremità opposta, secondo la quale la Cgil non è mai stata sindacato di base, teoria sostenuta da compagni come Moscato ed altri dell’aria trotskista. Questi ultimi sostengono che già alla fine degli anni ’40 e all’inizio degli anni ’50 la Cgil era strumento dell’Unione Sovietica.
Noi oggi possiamo dirci completamente in disaccordo con le idee della Cgil soprattutto per quanto riguarda il suo modello concertativo – sia noi come sindacato di base sia le strutture auto-organizzate – se abbiamo la capacità di guardarci in faccia e di dire la verità. La Cgil ha rappresentato il sindacato di classe del nostro paese, non c’è dubbio. Non perché adesso ne siamo lontani dobbiamo negare il passato, così come il Pci è stato il partito comunista dei lavoratori finché non ha fatto delle scelte di consociativismo e di internismo alle logiche dello sviluppismo capitalistico. La Cgil rompe definitivamente il percorso del sindacato di classe a metà degli anni ’70, anche se questo terreno si preparava già dagli anni ’60. Già negli anni ’60 si registravano una serie di malesseri.
Partendo quindi da queste considerazioni generali mi era venuta l’idea di scrivere una serie di articoli su questi argomenti da pubblicare su «Proteo», di chiedere ad Alessandro Mazzone di scrivere  un articolo di carattere teorico sulla questione del sindacato (Classe lavoratrice, sindacato, storia del Movimento Operaio, in «Proteo», I, 2003, o alla pagina web http://www.proteo.rdbcub.it/article.php3?id_article=235 ) e di fare quattro puntate di inchiesta sulla storia dell’autonomia di classe. Queste alcune delle domande che ci siamo posti: quando il movimento dei lavoratori italiani ha guadagnato autonomia e indipendenza dal sistema dei partiti (non dalla politica) da un lato, e autonomia dalle compatibilità capitaliste dall’altro? Se parliamo di questo parliamo di autonomia di classe. Autonomia di classe significa capacità della classe di rendersi autonoma dallo schema del partitismo e da ogni compatibilità con il sistema capitalistico. Significa, per dirla con gli slogan, “Vogliamo un’altra società!”; significa dire “La società del capitalismo e dello sfruttamento ci opprime! Noi ci muoviamo, anche a livello rivendicativo, sull’orizzonte della trasformazione radicale e del superamento del modo capitalistico”. Quando è avvenuto tutto questo e quando tutto questo è entrato in crisi? Chi è che ha mantenuto, anche se in maniera minoritaria, questo punto di vista e chi è che l’ha abbandonato? Quindi nascono questi quattro articoli, a nome mio e di Rita Martufi. In essi abbiamo parlato del movimento dei lavoratori e dello sviluppo capitalistico, due argomenti inscindibili: come è andata avanti l’economia capitalista? Quali erano i suoi momenti di picco, quali le sue contraddizioni e come, allo stesso tempo, il movimento dei lavoratori si opponeva a questo modello? Devo dire che quelle quattro puntate hanno riscosso grande successo non solo tra i compagni, ma anche all’esterno.
È a questo punto che penso di trasformare questi lavori precedenti in un libro che comprendesse tutte le questioni affrontate prima. Perciò comincio ad elaborare in maniera più approfondita la questione dell’autonomia, la questione dello sviluppo, e chiedo a un compagno della Cgil e di Rifondazione Comunista, Donato Antoniello (si tratta di un compagno meridionale ormai trasferito a Torino da circa 25 anni, lavora in banca, fa attività politica con Rifondazione e con la Cgil, e mantiene un grande spirito di autonomia) di arricchire il libro di pezzi di storie dei cosiddetti “senza storia”. Antoniello non è uno storico nel senso tradizionale del termine. Il suo lavoro ha riportato alla luce molte piccole storie sugli “invisibili”, cioè su quelle persone che non figurano nella “grande storia”, ma che nel movimento di classe hanno rappresentato momenti forti di conflitto, in particolare all’interno della Fiat. Quindi il libro è costituito da una parte relativa all’inchiesta operaia, una parte relativa all’inchiesta sul capitalismo italiano ed infine una parte dedicata alle storie di compagni sconosciuti che però hanno avuto un ruolo importante nella storia del movimento operaio.
Aggiungo un ulteriore elemento di riflessione. Posso dire che il libro è nato anche perché –  davanti alle pretese di eurocentrismo della sinistra europea che pensa di essere il centro del mondo – bisogna spostare l’attenzione anche ad altri paesi. I movimenti di lotta, i movimenti sindacali e di base dell’America latina sono completamente diversi dai sindacati di base e di lotta in Europa, quindi parlare non solo di Cuba e del Venezuela soltanto, ma dell’autonomia di classe che si esprime ormai da anni con i movimenti indios della Bolivia può essere utile, ed avremo modo di farlo in altre occasioni. Ciò che è più importante è vedere che quello che avveniva qui negli anni ’50 e ’60 sta avvenendo invece lì, mutatis mutandis, e qui invece non avviene più!

Il libro prende le mosse dal 1943, ma richiama ovviamente quello che è successo durante il periodo fascista, in particolare il ruolo che hanno rivestito i compagni del Pci e i compagni della Cgil in questo momento storico. La Cgil, per esempio, diversamente dalle altre strutture che decidono in qualche modo di convivere con un sindacato corporativo che è il sindacato fascista, entra in clandestinità. La Cgil porta avanti in maniera clandestina le lotte operaie nelle fabbriche organizzandole insieme al Pci. Si fa brevemente riferimento ai tantissimi arresti di compagni costretti al confino. Il capitalismo italiano dal 1943 ai primi anni ‘60 si configura come una grande manovra di ricostruzione economica con l’importante appoggio dello Stato. La Dc ha la grande capacità di mantenere il paese sotto il dominio degli Stati Uniti. D’altra parte però per rispondere ad una forza come quella del Pci e della Cgil (che volendo avrebbe potuto anche tentare una strada rivoluzionaria dato che c’era una grossa forza del movimento operaio), cerca in qualche modo di avviare un nuovo tipo di capitalismo aprendo la via all’economia mista che è una via tutta italiana. Economia mista, cioè un privato forte incentrato sulle grandi famiglie assistite dallo Stato: pensate alla chimica, pensate alla Fiat dove c’è una forte assistenza dello Stato che poi significa anche clientela. Dall’altra parte un grande settore pubblico, pensate all’Eni, pensate alle banche pubbliche. Tutto questo significa un forte controllo dello Stato sull’economia. È un capitalismo con caratteristiche familistiche, cioè incentrato sulle grandi famiglie del capitalismo italiano legate tra di loro in maniera, direi, parassitaria e clientelare rispetto allo Stato. Lo Stato è regolatore dei meccanismi economici. Lo Stato personifica poi il modello keinesiano tout court, cioè uno Stato regolatore monetario, finanziario e commerciale, ma è uno Stato anche imprenditore, pensate alla sua grande presenza nel settore siderurgico, nella meccanica pesante, nel settore elettrico. Guardate che gli anni ’60, poi ne parleremo più avanti, sono gli anni delle nazionalizzazioni e di un partito socialista che magari ci fosse oggi! Il partito socialista nel ’61-’62 non mette all’ordine del giorno le privatizzazioni come fa oggi tutta la sinistra italiana, tutta quanta. Per farvi un esempio: l’altro giorno ho sentito un’intervista a Franco Giordano che mi ha disgustato, scusatemi, se qualcuno è di Rifondazione Comunista
non se la prenda, non c’è l’ho con la base dei compagni, ma con i vertici. Mi assumo la responsabilità di quello che dico, quello che dico e quello che scrivo è quello che penso, non ho mediazioni da questo punto di vista. Sentire Franco Giordano difendere in nome di un partito che si chiama ancora partito della rifondazione comunista le liberalizzazioni e le privatizzazioni e davanti all’accusa strumentale rispondere: “la destra è contro i lavoratori, mentre noi con le liberalizzazioni e le privatizzazioni facciamo il bene dei cittadini” e portare come esempio l’unico caso che forse sarà stato un po’ positivo: l’eliminazione della tassa per la ricarica dei telefonini. Ma dico io di fronte alle privatizzazione e alla conseguente disoccupazione e quant’altro tu ti preoccupi dei pochi euro delle ricariche! Le privatizzazioni hanno portato storicamente ad un abbassamento del costo del lavoro, alla precarizzazione, alla peggiore qualità dei servizi e a prezzi più alti. L’economia è un’altra cosa, non è i cinque euro del telefonino. Guardare al consumatore e non al conflitto di classe… Tornasse Nenni allora! Non Berlinguer, Nenni. Ce ne fossero oggi di uomini così. Questa è una vergogna.
Tornando al nostro libro, l’Italia è il paese che anche attraverso il ruolo delle banche e delle industrie assume una dimensione che gli permette di uscire dall’epoca fascista e addirittura, dice Valerio Castronovo, che è un bravo storico: “il passaggio in proprietà o sotto le insegne dello Stato di banche e industrie assunse dimensioni totalmente estese che l’Italia fascista giunse a figurare, subito dopo la Russia comunista, negli indici di statalizzazione dell’economia”.
Da un punto di vista dei privati questo però porta ad un tipo di capitalismo oligopolistico. Un capitalismo che si fonda sugli oligopoli delle grandi famiglie. Non si parlava della Fiat, ma di Agnelli, si parlava di Olivetti etc.
Subito dopo la guerra l’Italia partecipa agli accordi con gli Stati Uniti, nel ’47 entra nel fondo monetario internazionale, entra nella banca mondiale. Il ’47 è un anno decisivo che segna un passaggio perché De Gasperi, d’accordo con gli Stati Uniti, estromette dal governo i comunisti e i socialisti. Quindi dal punto di vista della caratterizzazione sociale il dopoguerra appare a forte spinta inflazionistica, con violenta stretta creditizia, con un aumento della disoccupazione. I rapporti di forza erano tutti a favore del padronato che mette fine ad una grande esperienza che era quella dei consigli di gestione. Essi vengono messi in crisi perché erano avversati dagli americani. In essi gli americani vedevano una predominanza del sindacato comunista e quindi sostenevano che la rifondazione del sindacato dovesse partire dall’abolizione dei consigli di gestione. Dopo i consigli di gestione e dopo la vittoriosa lotta partigiana e il ritrovato protagonismo operaio (perché il protagonismo operaio assume caratteristiche politiche), si tenta una via unitaria del sindacato per gestire il passaggio dall’economia di guerra all’economia di pace che dura solo quattro o cinque anni, fino al ’47-’48. Diciamo che il sindacato viene utilizzato come cogestore  per mettere fine al periodo inflazionistico, della disoccupazione, della scarsa convertibilità degli impianti. Tutti gli impianti che facevano prodotti bellici dovevano essere trasformati, con investimenti capaci di rilanciare l’economia del paese. La linea politica che prevale è quella di risolvere i problemi dell’economia italiana abbandonando, diciamo così, la chiusura degli scambi, abbandonando il protezionismo, per cui si assiste a una grande apertura dell’Italia. Nelle fabbriche, dopo la parentesi dei consigli di gestione avversati dagli Stati Uniti, gli imprenditori che fanno? La Confindustria vede la debolezza dei sindacati confederali, i quali accettano le compatibilità col capitale, e rivendica la ripresa del controllo sul posto di lavoro. Cioè la classe capitalista nel suo insieme non accetta più alcun condizionamento né da parte della pianificazione statale né da parte dell’area dei partiti di sinistra, ma rivendica un diritto fondamentale: il diritto del padrone e della confindustria di licenziare. Quindi i licenziamenti come modalità di controllo della forza-lavoro e della produttività in fabbrica.
Un momento importante è l’attentato a Togliatti, siamo nel 1948, e lo sciopero che segue in cui i comunisti prendono posizione (in quell’occasione penso che se il Pci non avesse frenato lo spontaneismo di piazza ci potevano essere le condizioni, non dico rivoluzionarie, ma per un’insurrezione sicuramente. Ma la storia non si fa con i “se”, poteva andare in un modo o in un altro, non lo so. Probabilmente ha fatto bene il Pci perché forse non c’era la forza per sostenere l’impatto duro che avrebbe seguito l’intervento degli Stati Uniti. Forse invece si doveva provare perché c’erano tutte le condizioni per una insurrezione. In ogni caso la storia non si fa né coi “se” né coi “forse”); di fatto questo ritrovato protagonismo operaio porta alla scissione del sindacato. Cioè la parte della Cisl, il sindacato che si rifaceva alla Dc, ai Repubblicani, ai Liberali etc., tenta l’isolamento della Cgil. Nella Cgil ci sono i comunisti, ci sono quelli che non sono compatibili col capitalismo, quindi bisogna ovviamente differenziare le singole posizioni.
Così iniziano gli anni ’50, in questo clima. Secondo me gli anni ’50 sono quelli meno analizzati anche dagli storici ufficiali della Cgil e del Pci. Proprio con questo libro abbiamo tentato di approfondire questi anni perché sono stati uno snodo significativo di ribellismo, di iniziative operaie etc., ma dall’altra parte anche di sconfitta del movimento operaio. Perché tutto il periodo che precede, diciamo così, il boom economico, mette in evidenza, da una parte la Cgil di Di Vittorio che tenta un’autonomia e un’indipendenza dal Pci, però dall’altra parte, con il “Piano del lavoro”, un’accettazione delle compatibilità capitaliste. Cioè a dire Di Vittorio che ragionamento fa? Da una parte c’è l’autonomia di classe, dall’altra parte c’è l’aiuto al paese per uscire dalla crisi. Di Vittorio con il “Piano del lavoro” sceglie la fuoriuscita dalla crisi (la storia si ripeterà poi con Lama anche se in maniera diversa e poi con Berlinguer): la classe operaia si deve fare Stato davanti alla crisi del paese, davanti ad una crisi economica; la classe operaia deve fare dei sacrifici per poter rilanciare l’economia. Accettare questo tipo di discorso significa rendersi compatibili con il capitalismo, perché il capitalismo che è in crisi lo risollevi con i sacrifici della classe operaia. Ha avuto ragione Di Vittorio? Il rafforzamento dell’economia italiana ha significato rafforzare l’insediamento della classe operaia all’interno delle fabbriche? Alcuni dicono di sì perché questi sacrifici hanno poi portato a quella grande esplosione del movimento operaio degli anni ’60. Potrebbe essere una tesi. Altri dicono che forse quella accettazione delle compatibilità del capitale ha creato le premesse perché in venti anni circa si assorbisse l’autonomia di classe e quella operaia nell’ambito di quello che oggi chiamiamo consociativismo e concertazione, e li c’erano i prodromi. Di fatto questa è stata la scelta. Inizia una profonda ristrutturazione dell’industria italiana, come vi dicevo, l’industria italiana si riconverte, diciamo così, ad “un’economia di pace”. Come avviene la riconversione negli anni ’50? Come al solito avviene sulle spalle dei lavoratori: licenziamenti di massa,  licenziamenti in fabbrica. E chi viene licenziato? I primi ad essere licenziati furono i militanti della Cgil i quali subirono un attacco continuo. È un processo che coglie completamente impreparato il movimento operaio e lo mette sulla difensiva. La Cgil si sente debole, non ha la forza di una unità sindacale e quindi le trasformazioni portano ad un crollo. L’elemento fondamentale, oltre i licenziamenti, era il salario basso e proprio con esso si promuove la crescita. La crescita economica del Paese nasce sull’alta produttività, quindi sull’intensissimo sfruttamento e sui bassi salari. I tanti uomini come mio padre se ne vanno dalla Calabria, se ne vanno dalla Sicilia, e vanno a cercare lavoro al nord; questo era il periodo delle grandi emigrazioni. È in questo contesto, non dico di sconfitta, ma di difensiva, che praticamente si ripercorrono, nel libro, tutti gli anni ’50.
Prima della nascita del governo di centro sinistra, quindi prima dei primi anni ’60 con la vittoria dell’ipotesi riformatrice del partito socialista c’è un processo che coinvolge sia i partiti della sinistra che il sindacato. È in questo periodo che cominciano a nascere forme di protesta non controllate. Considerate che i tanti mio padre vanno al nord, entrano in fabbrica e si trovano davanti gli operai della Cgil e del Pci che hanno vissuto gli anni ’50 in maniera compartecipativa, cioè hanno di fronte una sorta di aristocrazia operaia che appartiene proprio all’area del Pci e della Cgil. Essi sentono la fabbrica una cosa propria, difendono gli interessi di fabbrica, difendono gli interessi della Fiat, perché giustamente, dal loro punto di vista, hanno visto crescere la Fiat grazie ai loro sacrifici,
al loro lavoro, quindi stanno attenti alla produttività, stanno attenti che non ci siano, diciamo così, scioperi selvaggi o non programmati. Invece i tanti mio padre si incazzano, perché arrivano su dal meridione: erano gli albanesi di oggi, non trovano case, devono vivere dentro le baracche, sopportano un razzismo incredibile. Sui ristoranti è affisso “vietato l’ingresso ai comunisti, ai meridionali e ai cani”. Si stava in baraccopoli di latta, dove si insediavano tutti i meridionali. Ai loro occhi l’operaio del nord sindacalizzato e della Cgil era quasi quello che difendeva il padrone. Essi infatti facevano gli scioperi programmati con i padroni mentre i meridionali si incazzavano e buttavano tutto all’aria. Solo così si può interpretare il grande sciopero del 1960 contro il governo Tambroni che aveva sdoganato il Movimento Sociale. L’Msi convoca il congresso nazionale a Genova, provocazione incredibile in una città operaia di conflitto: nella Genova dei portuali, il Pci si appella alle regole della democrazia ed escono invece le magliette a strisce, cioè gli operai che venivano identificati proprio perché avevano queste magliette, arrivati a migliaia davanti al congresso dell’Msi. La prima accusa che gli viene mossa è che sono fascisti, invece sono solo operai arrabbiati.
Quindi comincia questo scontro sia in fabbrica che fuori, con questo nuovo proletariato industriale prevalentemente meridionale. Agricoltori o contadini che diventano operai-massa, messi davanti alla catena di montaggio con ritmi violentissimi di lavoro per guadagnare qualcosa, costretti agli straordinari. Le lotte operaie riprendono fortemente sotto la spinta della classe operaia meridionale nel ’60, poi c’è il rinnovo dei contratti dei metalmeccanici nel ’62 seguito da grandissime lotte. Le lotte cominciano ad assumere un significato politico. Ecco perché nel libro noi diciamo che non è vero che il ’68 e il ’69 sono gli anni dei movimenti studenteschi: il movimento studentesco nasce sull’onda di sette anni di lotte spontanee e autonome che in fabbrica incominciano nel ’62. Nessuno dice che dal ’62 al ’69 ci sono le lotte contro il macchinismo, contro il produttivismo, contro la razionalizzazione delle fabbriche, contro le misere condizioni di vita degli operai. Sono le lotte disperate, che producono scioperi spontanei perché la Cgil non li controlla. Si misurano anche le prime tecniche di difesa operaia contro lo sfruttamento per la rivendicazione dei diritti minimi. Non c’era una logica organizzata, spesso era proprio il singolo operaio che diceva: “stop non si può più andare avanti”. In questa situazione possiamo registrare uno dei primi errori gravi della Cgil e del Pci: essi non capiscono cosa accade (parlo dei vertici). Sappiate che questo spontaneismo si trasforma in organizzazione, che per esempio questo spontaneismo porta a Piazza Statuto, alla ribellione contro la Uil, in particolare contro il sindacato ufficiale che vuole mettere il cappello sulle lotte spontanee. Quindi nasce un nuovo metodo di fare gli scioperi, di portare avanti rivendicazioni, che si distingue dalle lotte tradizionali.
L’esplosione del movimento studentesco, che comincia nel ’67, trova la sua ragion d’essere nel ’68; essa diventa un fenomeno caratteristico di quegli anni, e cavalca la questione operaia. Pensate che settori della sinistra e della Cgil cominciano a documentarsi, iniziano a diventare seriamente critici, lo dicevamo ieri sera. Nei primi anni sessanta c’erano state esperienze come quelle dei «Quaderni Rossi», nascono ora gruppi come Potere Operaio (intellettuali che purtroppo hanno fatto una brutta fine, non se n’è salvato nemmeno uno, da Cacciari a Tronti, da Asor Rosa a Negri. Hanno avuto grandi intuizioni negli anni sessanta, sono stati bravi a cavalcare quel movimento di protesta, poi quando questo è finito, invece di cercare di capire, come qualcuno di noi ha fatto anche in chiave minoritaria, come rilanciarlo, si sono chiusi, sono tornati nella Cgil e nel Pci, molti hanno smesso di fare qualsiasi cosa, qualcuno fa l’intellettuale accademico, qualcuno come Negri fa l’intellettuale radical-chic capace di inventare grandi slogan mentre poi di fatto è incapace di portare avanti un discorso sul conflitto capitale-lavoro. Un po’ di radicalismo che non porta a questo tipo di conflitto in una società come la nostra piace anche alle istituzioni…).
Vi dicevo che le lotte operaie continuano e cominciano a porre non soltanto questioni salariali, ma anche questioni sulle condizioni di vita dell’operaio e del lavoro in generale. Per la prima volta negli anni ’60 gli operai chiedono altre rivendicazioni al sindacato e non solo quelle salariali, per esempio la riduzione dell’orario di lavoro. Da una parte il sindacato cerca di controllare la protesta, dall’altra parte nascono gli strumenti del potere operaio: il potere in fabbrica. Nasce cioè l’autorganizzazione della fabbrica con una spinta dal basso con il proposito di contrastare quello che si chiamava “collaborazionismo”. È in questo quadro che nascono i cub, non la Cub (quelli siamo noi): comitati unitari di base. Nascono i comitati di lotta. Le due esperienze di autorganizzazione sono i comitati di lotta e i cub.
Per fare un esempio, la nuova organizzazione operaia sviluppata all’interno della Fiat prosegue con la grande lotta di corso Traiano: i sindacati propongono uno sciopero generale sul problema della casa, viene promossa sulle questioni degli affitti l’assemblea operai-studenti fuori dal sindacato ufficiale e si indice uno sciopero generale. In quell’occasione vado davanti a Mirafiori con l’intento di dare visibilità alle lotte autonome interne alla fabbrica di cui nessuno parlava, e nello stesso tempo di far conoscere alla città gli obbiettivi di carattere, diciamo così, più sociale: il razzismo, l’emarginazione, gli affitti, gli aumenti salariali uguali per tutti. Con un atteggiamento durissimo la polizia impedisce il corteo che si andava formando davanti a Mirafiori, la reazione dei compagni, dei manifestanti, degli attivisti, delle assemblee autonome etc., è altrettanto dura, seguono scontri violentissimi, scontri che si protraggono dalla mattina fino alla sera e che coinvolgono tutta l’area di Torino intorno a Mirafiori. È un grande esempio di battaglia per l’autonomia di classe. I sindacati e i partiti di sinistra appaiono allo sbando, non capiscono niente, in quel momento si mettono sulla difensiva, sono spiazzati dallo spontaneismo dei lavoratori. È in questo quadro che le lotte contrattuali diventano solo una cornice entro la quale si manifesta in fabbrica il ribaltamento dei rapporti di forza. Con la scusa dei contratti i compagni della base operaia prendono il potere all’interno delle imprese, ciò significa che il movimento autonomo di classe comanda in fabbrica, e ciò porta al rinnovo di contratti con clausole vantaggiose per l’operaio. Il sindacato è spiazzato. Da questi movimenti vengono posti problemi serissimi, non era solo una questione di salari. Nelle grandi fabbriche per esempio viene fissato il principio che la quantità di produzione non poteva essere fissata in astratto, ma doveva essere calcolata di giorno in giorno in base al numero dei lavoratori presenti: se in fabbrica siamo presenti settanta operai non è possibile che ci venga richiesta la stessa produttività di quando siamo presenti in cento. È la lotta contro i ritmi frenetici e contro lo sfruttamento. Il sindacato e i partiti invece non sono in grado di ottenere le stesse rivendicazioni. Il lavoro viene pianificato in fabbrica in base al numero dei lavoratori non in base alle esigenze di produzione. Qual è la nuova figura che personifica questo movimento? È il delegato di fabbrica, non il rappresentante sindacale, ma il delegato di fabbrica che si fa portavoce delle istanze operaie.
La stagione dei delegati è quella del ’69, nascono anche le commissioni interne che spesso sono in conflitto con i delegati perché la commissione interna è il portavoce ufficiale del sindacato, mentre il delegato è il portavoce delle lotte operaie. Quindi all’interno delle fabbriche si portano i conflitti che all’esterno già erano molto complicati. Consigli di delegati contro commissione interna. La reazione del capitale è violentissima: da una parte tentativi di golpe, dall’altra ostracismo. Con la bomba a piazza Fontana del 12 dicembre del 1969 inizia una nuova fase: la strage di Stato. È la strage contro il movimento dei lavoratori, contro l’autonomia di classe. Pensate che nel 1970 si arriva ad una delle più grosse conquiste dei lavoratori: lo statuto dei lavoratori che ancora oggi viene continuamente messo in discussione. Cambiano gli scenari, finisce la stagione delle lotte e comincia quella del reflusso. Nasce, e ancora lo stiamo subendo sulla nostra pelle oggi, il conflitto sociale da parte del nuovo proletariato metropolitano. Nasce la nuova coscienza di un proletariato che dentro la fabbrica e fuori di essa comincia ad avere coscienza di sé. Le lotte non sono, come vi dicevo, soltanto all’interno del posto di lavoro, ricordo le prime lotte nel liceo che frequentavo, le lotte studentesche, l’apertura delle scuole agli operai, ai delegati, non alle commissioni interne.
Lo sviluppo capitalista, il boom, aveva portato una falsa ricchezza perché la
capacità di acquisto era comunque bassa, la logica del consumismo non pagava, i salari non crescevano come la produttività, i profitti crescevano in maniera paurosa, ma la produttività andava a profitti non a salari. Questa è anche la stagione di una rinnovata cultura popolare, ricordo le occupazioni nelle fabbriche, nelle scuole dove i cantautori venivano in fabbrica perché erano interni alle lotte, ricordo i seminari che si facevano sulla condizione femminile, sulle questioni internazionali. Era il periodo dei movimenti anticoloniali, della grande lotta del popolo vietnamita contro l’invasione statunitense. La mia generazione si forma su un modo di vivere basato sullo scontro sociale che pone, insieme alle altre questioni, il problema della democrazia. Quale democrazia? Democrazia rappresentativa o partecipata? Economica? Del lavoro? Partecipazione reale alle decisioni. Il clima della fabbrica contamina il movimento degli studenti. Allora nascono le assemblee spontanee del movimento degli studenti. Nascono i movimenti giovanili fuori dalle strutture organizzate dei partiti. In questo clima vengono fuori i primi gruppi extraparlamentari, che però non nascono dal nulla, nascono per esempio dalle tradizioni degli anni sessanta, dei «Quaderni rossi», di «Contropiano» e via discorrendo. Questa intensità di lotte quindi la porterei dal ’69 al ’73. Quello è il periodo più intenso con i rinnovi contrattuali e con gli esempi eccezionali di lotta che culminano nel ’73 con lo sciopero ad oltranza dei metalmeccanici, con l’occupazione delle fabbriche. In quegli anni tutto il movimento di base si distingue per estensione, per radicalità e per continuità. Questo periodo rappresenta un momento importante per l’espansione e la radicalità di questi vari gruppi, rappresenta il culmine di una forza mai raggiunta dai lavoratori. Dal ’68 in poi iniziano gli anni del potere di classe e del potere operaio. Infatti questo viene chiamato il periodo della conflittualità permanente: le 150 ore, le autoriduzioni delle bollette dell’Enel, del gas, la nascita dei comitati di quartiere, le occupazioni, etc. Chi ha attraversato quella fase come me, che allora poteva avere sedici-diciotto anni, deve rimanere comunista per forza. Non capisco quelli che, nonostante questo passato, si trovano oggi a rinnegare quell’esperienza e a lavorare per Mediaset al servizio del padrone. Quella è stata una stagione di lotte indimenticabili, questo non significa che bisogna vivere di nostalgia, bisogna andare avanti, senza però dimenticare che sono stati gli anni che ci hanno formato.
Allora siamo a questa svolta, inizio anni ’70. I sindacati ufficiali subiscono una forte pressione dalla base, come avevamo detto, e infatti si ricomincia a parlare di rifondazione complessiva delle organizzazioni sindacali. Le tre confederazioni sindacali, Cgil Cisl e Uil avrebbero dovuto addirittura sciogliere le loro sedi all’inizio di questi anni, al termine di un processo costituente incentrato sulla nascita di federazioni di categoria, come la nascita per esempio della federazione dei metalmeccanici. Che cosa fa la componente del movimento di classe, quella più radicale? Davanti a questa crisi la componente dei delegati di fabbrica parla invece di sindacato da rifondare su base sindacale. Si assiste ad un vero e proprio ribaltamento: al centro le strutture di base e non di vertice. Questo è lo scontro violentissimo di quegli anni. È chiaro che per poter ipotizzare un sindacato di base si ha la necessità di un’organizzazione capillare, di una rappresentanza, di un’organizzazione che sa rispondere alle sollecitazioni. E chiaramente le organizzazioni tradizionali di fabbrica come le commissioni interne o come le SAS (Sezioni aziendali sindacali), che erano le organizzazioni di fabbrica sindacali, non rispondono, ormai sono burocratizzate. La crisi viene da qui: i sindacati non rispondono alle sollecitazioni e alle esigenze della base. Questo vuoto viene colmato dai lavoratori con il ricorso continuo alle assemblee di fabbrica, che diventano il luogo importante e centrale del potere operaio. Il potere operaio è l’assemblea, è la democrazia diretta. Questi processi vengono definiti processi di autorganizzazione come vi ho detto prima. Prima di andare avanti con la “crisi” vorrei sottolineare due aspetti importanti anche perché ognuno di noi si è formato in quella nuova configurazione sindacale: dicevamo che le due strutture di base organizzate al livello nazionale sono i comitati di lotta e i comitati unitari di base. Qual è la differenza tra i due? I primi nascono come organizzazioni di massa, hanno una concezione, diciamo così, leninista del rapporto partito-massa (oggi sembra strano usare questi termini, ma era così). Per cui i comitati di lotta hanno una funzione di direzione di classe, sono diretti da operai, spesso militanti di partito, della sinistra rivoluzionaria, della sinistra extraparlamentare, e la loro azione si basa sul consenso di base. A volte però i comitati di lotta cadono in una rigidità che diventa quasi massimalismo, nascono più che altro fuori dalle realtà industriali, e sono più tipici della realtà dei servizi. Il sistema di rappresentanza dei comitati di lotta ovviamente è contro il sistema dei sindacati confederali i quali vengono accusati di consociativismo con il padronato. Inoltre i comitati di lotta si strutturano nell’unione sindacale (nasce una struttura sindacale che si chiama unione sindacale) e riescono ad ottenere piattaforme rivendicative anche molto forti nelle battaglie dei metalmeccanici. La storia dei cub, non della Cub, è estremamente interessante perché i cub nascono dall’operaio-massa, nascono nelle grandi industrie del nord dove appunto è più difficile il rapporto con il sindacato confederale. I cub nascono come relazione tra rivendicazione di fabbrica e rivendicazione del sociale. Sono un grosso elemento di aggregazione per l’operaio-massa, per l’operaio meridionale che spesso è un operaio giovane e che ha espresso, come vi ho detto prima, tutta la sua rabbia soprattutto nello spontaneismo. L’esperienza dei cub è inoltre quella dello sviluppo di un processo di natura culturale che muove dall’analisi marxista di classe e si basa sull’esperienza della piccola azienda. Nascono i cub Enel, i cub Fiat, i cub Ferrovieri. Quelle dei cub sono esperienze strettamente legate alla realtà aziendale. Dall’esperienza dei cub, verso il ’77 il ’78, nasce l’esperienza dell’Rdb, partendo dall’individuazione degli elementi che avevano decretato la fine dei cub. Perché i cub non c’erano più? I cub si sviluppano in sindacalismo di base. Quello che nasce per primo è quello sorto dal circuito operaio e industriale romano. Queste nuove forme di sindacalismo nascono in particolare alla Voxson e all’Autovoxson, in cui c’erano una serie di compagni che stavano facendo un’esperienza politica e sindacale. Erano tutti compagni della Cgil, essi vennero eletti a stragrande maggioranza come delegati di fabbrica, ma la Cgil non riconobbe loro questo ruolo.
Nel ’78 ci siamo posti un problema politico grosso: o ci si muoveva completamente sul piano politico e non si accettava più la mediazione sindacale (non si poteva stare più nella Cgil perché non si poteva più condividere il suo atteggiamento), oppure bisognava provare a vincere una scommessa: ripartire dal fallimento dei cub e formare una nuova rappresentanza sindacale di base. Decidiamo, dopo un lungo dibattito, di stare ancora nelle fabbriche non solo politicamente, ma soprattutto come sindacato, così nasce una Rdb di pochissimi compagni, formata da sei o sette elementi. Dopo di che si provvede a fare uno statuto dell’Rdb in cui si afferma che non si accetta più la mediazione della Cgil, finendo con una promessa: «Nel momento in cui la Cgil riprenderà il suo percorso di sindacato di classe, riconoscendo i percorsi dell’autonomia di classe, l’Rdb non avrà più ragione di esistere». Ovviamente non siamo per la proliferazione dei sindacati, ma per un sindacato di classe dei lavoratori. Purtroppo l’Rdb non si è sciolto! La deriva della Cgil è stata sempre più concertativa e a oggi l’Rdb-cub rappresenta una realtà grossa sia nelle fabbriche che nel pubblico impiego. È ormai diventata una sigla che rappresenta sei-settecento mila iscritti. Questa esperienza dell’Rdb viene rafforzata a metà degli anni ’80 con due esperienze del sindacalismo di base: un’esperienza è quella dei macchinisti-uniti, quelli della ferrovia che nascono intorno all’84/’85 e l’altra è quella dei Cobas-scuola, un’organizzazione di docenti delle scuole superiori nata sempre in quegli anni. Sull’esperienza dell’Rdb inoltre vi posso dire che essa riprende fortemente, già dalla sua nascita, il concetto dell’autonomia operaia con la “a” minuscola, di indipendenza dai partiti, di rapporto con la base, adeguando le scelte politiche e i momenti rivendicativi ad una strategia di classe complessiva. Se volete, ma veramente il discorso richiederebbe più tempo, la grande differenza con l’esperienza dei Cobas è nel fatto che l’Rdb-cub è presente veramente in tutti settori, mentre i Cobas si sono sviluppati più che altro nel settore della scuola. I Cobas trasporti poi non sono la stessa organizzazione, hanno lo stesso nome però hanno momenti di differenziazione. Mentre i Cobas hanno una
concezione politico-sociale, cioè la rappresentazione sindacale deve convivere con la rappresentazione politica (i Cobas infatti li vedete anche nelle manifestazioni politiche: c’è una commistione tra il momento, chiamiamolo, partitico-politico e il momento sindacale), noi invece pensiamo che i due momenti devono essere assolutamente separati: il sindacato deve intercettare i lavoratori che non necessariamente sono comunisti, non necessariamente stanno nella tua area politica (il lavoratore ha il suo livello di coscienza di classe, che non sempre è all’altezza della situazione, il lavoratore si organizza con te sui bisogni immediati. Poi semmai il problema è avanzare sulla presa della coscienza di classe). Il momento politico invece è un momento differente, oggi per esempio il momento partitico deve essere un momento di avanguardia, di espressione della coscienza di classe più avanzata. Questa è la divisione che dal punto di vista strategico ci poniamo. Comunque avremo modo di parlare di questo.
C’eravamo fermati al ’73. In questo momento comincia la crisi forte, strutturale del capitalismo. Abbiamo il primo choc petrolifero seguito dal secondo, due sintomi ovviamente di una crisi strutturale del capitalismo internazionale. Si sperimentano diverse via d’uscita, come la finanziarizzazione dell’economia con le delocalizzazioni e le esternalizzazioni, con il modello che veniva chiamato modello a industrializzazione diffusa, con i distretti, con il modello decentrato. Perché i distretti? Perché abbassi la conflittualità operaia, perché invece di avere sessanta-settantamila operai hai fabbrichette tutte al di sotto del numero limite dello statuto dei lavoratori per cui la classe operaia è più ricattabile, meno capace di organizzarsi. Se mettete insieme tutti questi fattori capite che l’attacco è alle condizioni del lavoro, al salario, quindi al costo del lavoro ed inoltre alla soggettività. Ripresa quindi dell’offensiva capitalista contro l’offensiva operaia che aveva disarticolato il dominio del capitale in quegli anni.
Sono anni con una forte inflazione, al 15, al 20%. Crisi petrolifera, completo abbandono del settore agricolo, questo porta ad aggravare ancora di più, all’interno dell’economia internazionale, la crisi italiana. Turbamenti a livello internazionale, sospensione della convertibilità del dollaro, abbandono del sistema di Bretton Woods, il fronte interno subisce degli sconvolgimenti politici incredibili. Dopo il ’73 è l’epoca del compromesso storico, il Pci sceglie l’atteggiamento moderato e l’avvicinamento definitivo alla Dc e al governo. È la classe operaia a questo punto che si deve fare spazio. Questa era la prospettiva: la crisi non la risolvono i padroni, la crisi si deve risolvere con i sacrifici della classe operaia, e invece di acutizzare le contraddizioni si cerca la  strada del consociativismo. L’assemblea dei delegati confederati del gennaio del 1977 sancisce il fatto che “la classe operaia e dei lavoratori deve essere disposta a contenere le richieste salariali e ad accettare una maggiore mobilità operaia in relazione alle esigenze di ristrutturazione delle imprese e in considerazione della situazione drammatica nella quale versa il paese”. Insomma il sindacato dice che il capitalismo ha una crisi e quindi propone i sacrifici degli operai. La crisi economica risucchia quella parte del capitale sottratto alla borghesia dalle lotte operaie (considerate che le lotte operaie avevano sottratto grande parte della redistribuzione del reddito. Il reddito andava meno ai profitti, più al salario; diretto indiretto e differito perché c’erano contratti favorevoli, stato sociale forte e pensione pubblica, quindi salario differito. Il potere operaio si esprimeva anche in queste forme di redistribuzione del reddito verso i salari). Adesso riparte invece una politica di licenziamenti, che va oltre la ristrutturazione capitalista. Ancora oggi stiamo pagando trenta anni di sconfitte, perché abbiamo perso la grande forza accumulata da parte dei lavoratori. Non si danno più risposte alle esigenze dei lavoratori, si contrasta l’autonomia di classe, questa è anche la causa principale di forme estremiste come la pratica della lotta armata che nasce a metà degli anni ’70 e che contribuirà alla sconfitta del movimento di classe. In forme varie e nelle tantissime sigle della lotta armata vanno a finire settori operai e settori politicizzati, attuando una pratica sbagliata e militarista. Queste cose le dico perché finalmente ho avuto una conferma e quindi una soddisfazione da parte di Giorgio Cremaschi: la prima presentazione di questo libro l’abbiamo fatta con Cremaschi nella sede dell’Inps. In quell’occasione accusavo direttamente la Cgil e il Pci, come già avevano fatto altri, di essere i responsabili dell’estremismo e della deriva militarista di una parte del movimento italiano. Se sangue è stato versato questa è colpa anche del Pci, soprattutto perché non ha saputo interpretare i bisogni di quel movimento. Devo dire che Cremaschi ha riconosciuto questa cosa. Poi abbiamo parlato anche della cacciata di Lama (non è un caso che questo libro esce nel 2006, in quell’anno cade il centenario della Cgil e con questo libro abbiamo rivolto queste accuse alla Cgil perché ripeto, insieme al Pci hanno avuto grandi colpe. Allora Cremaschi si è assunto tutta la responsabilità, non a titolo personale, ma a nome della Fiom, aggiungendo che la Cgil oggi dovrebbe avere il coraggio di chiedere scusa al movimento di classe per le cose che ha fatto a metà degli anni ’70, per l’estremismo che ha provocato in alcuni settori, inoltre per non aver saputo interpretare il movimento che si è mosso contro Lama. Il giorno dopo la cacciata di Lama – ma riprenderò il discorso più avanti – i servizi d’ordine del Pci venivano a cercare i compagni nei quartieri, sprangando e spaccando la testa ad alcuni di loro e riempiendo Roma di manifesti in cui si diceva che si trattava di provocatori fascisti vestiti di rosso!).
Sul terrorismo aggiungerei qualcosa. Basterebbe leggere l’ultimo libro di Gallinari, per capire qualcosa dell’origine delle Br. Gallinari sostiene che la stessa esperienza iniziale o brigatista, le Br del ’74-’75, nascono come dissenso all’interno delle sezioni del Pci dell’Emilia. Molti militanti vedono tradite le speranze rivoluzionarie della classe operaia proprio dal Pci. Alcuni di noi pensavano di dover continuare l’esperienza di massa, ma tanti altri hanno scelto sbagliando la via violenta perché si sono sentiti traditi, chiamati dal Pci a difendere il capitale.
Torniamo al nostro percorso, agli anni ‘76-’77. Progressivamente prende campo la nuova dimensione che abbiamo definito del proletariato metropolitano, che poi anticipa le questioni dell’oggi, della precarietà, della mancanza dello strumento di tutela. Un proletariato nato dopo il ’76 fatto prevalentemente da giovani che non apprezzano per nulla l’egemonia del Pci e della Cgil. Ciò si esprime pienamente nella cacciata di Lama dall’università nel ’77, dove il leader sindacale giungeva superprotetto dal servizio di sicurezza del Pci, dalla Figc di Veltroni, per mettere il cappello sulle lotte autonome. Gli scontri seguiti alla contestazione furono violenti. I sostenitori di Lama ci accusarono di essere i figli della borghesia! A noi, provenienti dalle borgate, figli di operai meridionali! Ma ci sono molti più borghesi tra i sessantottini!
Un proletariato che già negli anni precedenti, per esempio a Napoli, aveva dato vita alla grande esperienza dei disoccupati organizzati, avanguardie dei quartieri popolari, caratterizzati anche da una forte presenza di strutture marxiste e leniniste. L’esperienza delle liste di lotta che arriva ad una avversione violenta, dura, contro i sindacati tradizionali, non in grado di organizzare il problema del non lavoro (limite che non hanno ancora superato). Si parla molto del movimento del ’68 però si parla poco dei movimenti del ’77-’78, che non sono movimenti violenti di per sé o che addirittura si muovono nell’illegalità. Questi sono movimenti che nascono da bisogni non interpretati. Ci sono i primi esperimenti capitalistici di fabbrica diffusa. Pensate che sull’onda di queste mancanze nasce il sindacalismo di base, e nel ’75-76 il Pci prende intorno al 35/36% dei voti. Perché alla fine, anche se delusi, votavano tutti Pci, perché o ti astenevi o li votavi. Sei distante dall’esperienza del partito ma comunque ancora gli dai fiducia. E per ripagare questa fiducia il sindacato e il Pci puntano tutto sulla diminuzione della conflittualità. Tutto questo trova poi riscontro nella linea dell’EUR, che poi è la linea dei sacrifici. Addirittura nel ’78 Lama dichiara in una intervista su Repubblica di essere favorevole alla limitazione dei salari, all’aumento della produttività, alla mobilità operaia, chiedendo in cambio soltanto una riduzione della disoccupazione (e viene ripagato con lavoro precario).  Questa via è il secondo grande momento di concertazione dopo quello del dopoguerra. Il sindacato cavalca la tigre, frena la conflittualità operaia e di fabbrica, la conferenza dell’EUR accetta di fatto di frenare la conflittualità, di fare propria la politica che viene chiamata “politica dei sacrifici”. Uno degli slogan più in voga nel ’77 da parte di un
gruppo creativo che mi era molto simpatico, gli Indiani Metropolitani era “Sacrifici! Sacrifici! Lama frustaci! Lama frustaci!”.
Il ’77 si apre con le prime esperienze del sindacalismo di base, con le esperienze dei disoccupati napoletani, e continua le proteste operaie del ’76. Il ’76 è un altro anno pieno di proteste e scioperi, per esempio le lotte degli ospedalieri. È in questo contesto che nasce la provocazione di Lama. Non è come la raccontano loro. Io ancora oggi spengo la televisione, perché ancora oggi a trent’anni di distanza, in tv raccontano che Lama si fa interprete dei bisogni dei lavoratori. Questa è falsità e menzogna!

Due cose sugli anni ’80 e ’90: gli anni ’80 e ’90 sono gli anni della concertazione che non nasce, come si dice ufficialmente, nel ’92-‘93. Li abbiamo chiamati “maledetti” perché sono caratterizzati dal controllo ideologico del capitale che si attua anche con il compromesso, con la connivenza del sindacato ufficiale. Sono gli anni del rampantismo, sono gli anni in cui i problemi vengono affrontati individualmente: si cerca di snaturare l’obiettivo della lotta collettiva. Sono gli anni del malaffare. Non è un caso che agli inizi degli anni ’90 scoppia tangentopoli perché il vecchio sistema non è più compatibile nemmeno con gli stessi interessi della borghesia. Tangentopoli scoppia non perché c’è qualche magistrato onesto, ma perché quel sistema di connessione tra interessi economici e malavita non regge più, non è più strumentale nemmeno agli interessi della borghesia. Sono gli anni della terziarizzazione, dell’esternalizzazione, della precarizzazione, dell’abbattimento dei diritti e delle garanzie. Il capitale non ha morale! Non si ferma. Ecco perché ci deve essere sempre il conflitto, anche se si è in posizione minoritaria, perché se fermi il conflitto sociale il capitale ti distrugge completamente.
Il carattere verticistico, burocratizzato del sindacato negli anni ’80 diventa una pratica. Anche qui proseguo per pennellate: due momenti di grossa sconfitta sono i 35 giorni ai cancelli con la marcia dei cosiddetti quarantamila (in realtà erano circa diecimila organizzati dalla Fiat). Chi ha gestito quella fase? State attenti! Vi dico tre nomi: Bertinotti, Fassino e Berlinguer. Questi erano rispettivamente il capo del sindacato a Torino, il capo del Pci di Torino e il segretario del Pci. Non si poteva vincere una battaglia operaia diretta da Bertinotti e da Fassino, il tempo ci ha dato ragione. Non è un caso che la sconfitta sia arrivata presto, perché con loro c’è stata una vera e propria svendita. Con la marcia dei cosiddetti quarantamila il patronato riprende voce e dà un’altra sonora batosta al movimento dei lavoratori nell’85 con il referendum sulla scala mobile. Il referendum è un altro passaggio cruciale della storia della sconfitta operaia. Queste due questioni, i quarantamila e il referendum, umiliano il movimento operaio fino ad arrivare alla concertazione nel ’93, che riprende le questioni sempre presenti dagli anni ’80. Il ’93 istituzionalizza l’ordine, la flessibilità, la concertazione, le compatibilità capitaliste etc. Tutta la ristrutturazione capitalista va vista in quest’ottica. Gli anni ’90 sono gli anni del centro-sinistra che si rende responsabile non solo delle compatibilità con il capitalismo italiano ed europeo (la Cgil e il centro-sinistra sull’altare dell’Europa di Maastricth sacrificano ulteriormente l’autonomia di classe e il movimento dei lavoratori), ma sposa anche il neoliberismo, la finanziarizzazione dell’economia, l’esternalizzazioni e le delocalizzazioni. Non sono un caso, per esempio, per quanto riguarda l’Italia, la riforma Berlinguer nell’Università, la riforma della sanità, la riforma Turco-Napolitano, il pacchetto Treu votato anche da Rifondazione sulla questione del lavoro precario, la riforma Dini sulle pensioni, la guerra di D’Alema e Cofferati con i contingenti di necessità. Tutto questo non è più consociativismo, ma Stato che fa gli interessi della borghesia imperialista italiana ed europea. Il confronto è tra l’imperialismo statunitense e l’imperialismo europeo. Berlusconi e Aznar che rappresentano gli interessi di una borghesia imperialista che ha interessi diversificati, ma comunque imperialistici. Il governo Prodi non è altro che la continuazione di tutto questo. Sono anni in cui il sindacato di base si rafforza. Passiamo da sette persone a settecento e poi settemila, fino ai settecentomila di oggi. Bravura nostra? Forse. Sicuramente incapacità forte della Cgil, infatti ci rafforziamo anche con le fuoriuscite in massa dalla Cgil. Sono anni di conflitto, non è vero il contrario. Il sindacalismo di base scende in piazza anche negli anni ’90 contro la guerra in Kossovo per esempio, contro le politiche di precarizzazione e contro l’attacco al salario. Eravamo soli e avevamo come avversario, non come controparte soltanto, la stessa Cgil. C’è anche la Bolognina, il Pci che finisce, la ripresa dei movimenti di massa contro la guerra e contro la globalizzazione, che hanno riportato in piazza milioni di persone. La critica che noi facciamo a quei movimenti di massa però è che c’è poca attenzione al conflitto capitale-lavoro. La povertà, l’acqua, per carità cose giuste, però dentro a quel movimento abbiamo dovuto faticare parecchio per inserire la questione della precarietà, del reddito sociale, del conflitto capitale-lavoro e dentro quel movimento venivamo spesso emarginati: ci accusavano di essere i vecchi marxisti del ‘900. In questi movimenti le questioni erano il consumatore, i poveri, l’acqua, i beni comuni. Ad un certo punto noi abbiamo detto: chiamatelo come volete, noi lo chiamiamo socialismo, voi lo chiamate socializzazione dei beni comuni, l’importante è che ci muoviamo contro il capitale. Ad un certo punto avevi proprio difficoltà a farti capire: sembrava che tutti noi avessimo duecento anni, però questo aprirebbe un’altra grande parentesi sulla validità della ripresa dei movimenti di massa e su come dare una coscienza di conflitto anticapitalista all’interno di questi movimenti, perché se non c’è la coscienza del conflitto anti-imperialista sono giusti i movimenti di protesta, ma alla fine rientrano nelle compatibilità del capitalismo più sociale e più moderato.

 

Ottaviano Lalli

Innanzitutto una nota significativa: la Cgil proprio nel ’93 passa dall’essere sindacato di maggioranza assoluta a sindacato di maggioranza relativa, cioè la somma delle sigle Cisl e Uil dopo il ’92 supera l’insieme degli iscritti alla Cgil almeno in maniera indicativa. Dunque, due domande: quando dici che l’autonomia della classe deve essere l’autonomia dal partitismo e dal sistema dei partiti, che cosa significa precisamente? Autonomia dal parlamentarismo, autonomia dalla forma partito, autonomia dal circuito istituzionale o autonomia dalle mediazioni, dai compromessi? Seconda domanda: la china negativa, verso il ribasso che il movimento operaio prende a partire, grosso modo, dalla seconda metà degli anni ’70, tra offensiva padronale e riflusso, questa sconfitta più o meno definitiva, certo definitiva in senso relativo, non poggia anche e soprattutto sul fatto che fino ad allora si era accettato ciò che chiami il produttivismo, lo sviluppismo, cioè l’aver introiettato le categorie capitalistiche ed averle adattate allo scontro che a quel punto era solo fittizio tra capitale e lavoro (aristocrazia operaia che difende la produzione, per esempio).

Luciano Vasapollo

Condivido pienamente l’analisi. Le due domande sono intimamente connesse. Autonomia dal partitismo significa autonomia da ciò che si è pensato come rappresentanza partitica della classe: né Rifondazione né i Comunisti italiani la rappresentano. Ciò non significa che io sia uno spontaneista. Sono un leninista! Ma il partito va costruito, se ci sono le condizioni.
Più in generale negare il fatto che il conflitto sociale è di per sé un momento di crescita della democrazia reale significa essere antistorici. Anche in termini di democrazia borghese, non per forza della nostra, nei termini di democrazia capitalista i più grandi passi in avanti si sono avuti quando c’è stato conflitto sociale. Cioè la dinamica delle differenze all’interno di una società e del conflitto hanno migliorato le stesse istanze della democrazia capitalista: le conquiste sociali, lo stato sociale, le conquiste civili etc. Quindi anche dal loro punto di vista dovrebbero augurarsi che il conflitto sociale rimanga in vita perché il conflitto sociale migliora comunque la qualità complessiva della società. Ma conflitto non significa barbarie come loro la stanno esprimendo a livello internazionale, ciò fa abbassare solamente il punto di mediazione.
L’inchiesta per esempio, come abbiamo detto ieri, ha senso se viene effettuata all’interno delle lotte, perché è lì che puoi prendere coscienza. È all’interno delle lotte che tu prendi coscienza, che noi abbiamo preso coscienza. Non tanto perché studiavamo, i libri sono serviti tanto ovviamente, ma se i libri fossero stati fuori dal contesto del conflitto, delle lotte, della dialettica dello scontro saprei oggi qualcosa di Marx, però non mi reputerei un intellettuale organico ai movimenti di classe, ma soltanto un intellettuale
come ce ne sono tanti che conoscono meglio Marx rispetto a Smith, ma sono lontani dalle lotte reali.
Seconda questione: la questione dell’eurocentrismo che per me è centrale come ho avuto modo di accennare ieri. Il mondo non finisce alle contraddizioni che ci sono al centro dell’impero, non finisce all’Europa. Pensiamo al mondo delle contraddizioni asiatiche, a quelle delle terre di nessuno dell’Africa, alle contraddizioni dell’America latina e ai movimenti sindacali che qui agiscono, che si esprimono in maniera assolutamente differente da quelli dell’Italia di oggi, ma in maniera molto simile a quelli dell’Italia degli anni ’60 e ’70. Qui l’autonomia di classe c’è e come!
Ultima questione fondamentale: è vero che il reflusso è una conseguenza, ma è allo stesso tempo vero che soltanto dalla continuità della lotta, dalla capacità continua di esprimere il conflitto, dalla capacità di dare continuità alle iniziative politico-culturali, alle iniziative di classe, si potrebbero realizzare processi di capovolgimento del capitale. Non sempre le dinamiche storiche sono rettilinee. Come dice il compagno Alessandro Mazzone, tutto ciò potrebbe avvenire fra cinquecento anni, ma si potrebbero configurare situazioni storiche derivate dalla crisi capitalista, dalla guerra, dal problema in America latina etc. che porterebbero alla crisi del capitale molto prima, per cui il compito nostro è quello di lavorare, di rappresentare gli interessi di classe, è quello di stare coi piedi per terra senza avventurismo, senza settarismo come ho detto, senza salti in avanti, avendo fisso l’orizzonte della trasformazione radicale, l’orizzonte dell’utopia, perché utopia significa porsi sul terreno della trasformazione reale in chiave comunista del mondo. Io di questo ne sono assolutamente convinto. Sono assolutamente convinto altresì del fatto che non si può pensare che l’ultimo orizzonte dell’umanità deve essere il capitalismo, c’è stato il feudalesimo, ci sono stati capovolgimenti che hanno impiegato centinaia di anni prima di realizzarsi, ma non credo che lo scontro, come dice invece Bertinotti, sarà solo fra un capitalismo selvaggio e un capitalismo sociale e temperato. Quando ci siamo messi sul terreno delle compatibilità il movimento di classe ha perso. Il problema è avere come orizzonte il superamento del modo di produzione capitalistico. Un anno? Mille anni? Non lo sappiamo. Però l’orizzonte va mantenuto. Per finire vi leggo uno slogan degli anni settanta che mi piace molto: “Viva chi pensa, abbasso i pensatori!”. Il pensatore senza la dinamica del conflitto è niente, e invece pensare è parte fondamentale del lavoro che dobbiamo fare.