Immigrazione: lo sguardo sull’altro
Considerazioni a partire dal volume «Facce da straniero, 30 anni di fotografia e giornalismo sull’immigrazione in Italia»

Sul fenomeno migratorio in Italia ad aver scritto molto sono soprattutto i sociologi. In uno dei contributi più discussi – Non persone di Alessandro Dal Lago – si sostiene che i migranti siano trattati dalla nostra società come «non persone». Si fa in particolare riferimento all’uso comune che in inglese ha il termine, con il quale si intende una «persona che, solitamente per ragioni politiche o ideologiche, è esclusa da ogni riconoscimento o considerazione».1 Quanto a noi, ricordando l’origine etimologica latina del termine persona, che denota la maschera rituale indossata nel corso di rappresentazioni sacre, ci preme rifarci al significato francese del termine personne indicante tra l’altro il «volto umano», ovvero l’uomo in quanto visto dagli altri, inserito in una rete di sguardi, di relazioni, di socialità. In quest’ultimo significato, la parola comporta delle sfumature più ricche di quelle offerte dal termine “uomo”. In quanto uomo in senso sociale più che biologico, la “persona” rimanda inevitabilmente a un significato morale.2

Proprio su questa sfera di visibilità sociale intende concentrarsi questo saggio che si pone l’obiettivo di indagare la rappresentazione fotografica che degli immigrati è stata data in Italia nel corso degli ultimi trent’anni. Lo sguardo sull’altro è il titolo del progetto di ricerca promosso dal Forum internazionale ed europeo di Ricerche sull’immigrazione (FIERI) che con un archivio di 15.000 immagini costituisce lo studio di riferimento per chiunque oggi volesse affrontare la questione, sotto un innovativo angolo metodologico di tipo interdisciplinare.3

Quale visibilità dunque hanno avuto nel campo fotogiornalistico italiano i migranti? Quali sono le categorie umane a cui è stato dato un volto? Cosa di loro è stato mostrato e in quali modi? Come queste rappresentazioni si legano al più ampio discorso pubblico sull’immigrazione?

Affrontare tali questioni implica innanzitutto una premessa, a proposito della scarsa presenza di fotografi nelle redazioni di giornali, e, più in generale, della non-curanza nella scelta delle fotografie. Nel complesso della produzione giornalistica, alla fotografia toccherebbe pertanto un ruolo ancillare: quello di illustrare la notizia, piuttosto che di informare.

Di suo la fotografia è sia documento, che strumento di costruzione di messaggi. Per comprendere il passaggio dalla fotografia tout court alla fotografia giornalistica, è utile accennare brevemente ai due processi di desktizzazione e framing. Con deskitizzazione si intende quel processo per cui le fotografie non vengono più raccolte in maniera diretta – come faceva il giornalismo di inchiesta – ma attraverso il giro di telefonate ai vari uffici stampa, pubblici e privati, processo questo che si è ulteriormente affermato con l’informatizzazione. Il processo di framing riguarda invece il taglio interpretativo che contraddistingue il servizio stesso. La fotografia viene messa in relazione con gli altri elementi, e in special modo con il paratesto (titolo, occhiello, sommario, didascalia, eventuali grafici). «È proprio il legame tra il processo di framing operato sul paratesto seguendo un principio di coerenza e la routine produttiva condotta attraverso una ritualità delle pratiche, a dare vita al ricorrere di determinate associazioni immagini-testo su archi di tempo anche lunghi».4 Si costruiscono così stereotipi e cliché. Il processo di selezione al desk e quello di messa in pagina possono portare dunque a quello che Pogliano definisce il «dominio dell’immaginario sull’immagine», tanto che spesso si sa in anticipo quale foto cercare. Di grande interesse, la questione ampia e complessa del rapporto tra immaginario e immagini dei migranti, è uno dei punti su cui torneremo più spesso nel corso di questo scritto. In particolare si metterà in evidenza come nelle forme dello scambio tra fotografi, agenzie e redazioni giornalistiche, e nelle modalità di presentazione, riposi una parte importante delle distinzioni che verranno tracciate.

 

Gli anni Ottanta

Tra gli otto periodici analizzati, il primo servizio che tematizza sull’immigrazione esce su «Panorama» il 14 settembre 1981: sotto l’occhiello «Immigrazione» si prospetta un primo stereotipo, quello del nero (Chi ha paura dell’uomo nero?, recita infatti il titolo). Nel sommario emerge subito il desiderio di sapere, di contarli: «quanti sono e cosa fanno i “neri” in Italia?». La risposta viene nel corso dell’articolo: «Sarebbero 200 mila. La gran maggioranza, circa 150 mila irregolari o clandestini». Questi 200 mila corrisponderebbero agli immigrati di colore tout court, come se gli immigrati fossero i neri. Inoltre, gran sorpresa, si tratterebbe di gente preparata, solo il 10,4% sarebbe analfabeta. Non si capisce da dove vengono questi immigrati. Così anche a livello fotografico, la donna eritrea colta al mercato e l’uomo che fa il benzinaio all’Agip sono accomunati dall’essere neri. D’altra parte queste foto risultano rispettose: non alimentano né la paura dell’invasione, né quella della criminalità, piuttosto viene messo in risalto il tema dello sfruttamento sul lavoro. In generale nei servizi presi in considerazione l’immigrato viene definito come «nero», «africani» e più tardi «vu cumprà», mentre per parlare della loro provenienza si usa l’espressione «Terzo Mondo».

«L’espresso» del 27 febbraio 1983, sotto l’occhiello Lavoratori stranieri titola Gli africani d’Italia. Subito dopo ci si chiede: «Quanti sono?». I dati però riguardano in generale gli stranieri immigrati tutti: assistiamo quindi alla sovrapposizione di questa categoria ben più ampia con quella di «Africani». Per giustificare la presenza, tra i soggetti fotografati, di un iraniano viene adottato un altro frame unitario: «alcune immagini dal Terzo Mondo».

«Sette», il 28 maggio 1988, pubblica il servizio Fratelli neri d’Italia e mostra due fotografie: una raffigurante delle donne somale per strada, l’altra degli uomini somali a lavoro. E poi nel sommario: «Un tamil di Ladispoli. Un senegalese di Cassano d’Adda. Un cinese di Trastevere. Sono tre storie qualsiasi di immigrati in Italia, neanche tra i più sfortunati, neanche tra i più maltrattati».

Inoltre si dice che i clandestini grazie ad una legge apposita potrebbero mettersi in regola, ma rischiando di essere subito licenziati dai padroni che preferiscono pagare in nero: razzismo e sfruttamento sul lavoro sono dunque considerati due facce della stessa medaglia, la cui vittima è l’immigrato nero povero. Si può dunque affermare che «regolari o non regolari, provenienti dal Senegal, dal Sudan, dal Corno d’Africa, dal Marocco, dall’Egitto, dalla Tunisia, dalla Cina, dallo Sri Lanka, persino gli zingari jugoslavi, ricadono tutti nello stesso “mucchio”. Sono i poveri del Terzo Mondo, nel dubbio sempre clandestini, che i media chiamano i “neri” sia per via di uno stereotipo diffuso (il Terzo Mondo è sempre prima di tutto la cosiddetta Africa nera), sia perché il “nero” si adatta molto bene al frame del razzismo».5 Questo tipo di racconti sugli immigrati si cristallizza nello stereotipo dell’ambulante. Non vengono seguite in questa prima fase degli anni ’80 storie “particolari”. I fotogiornalisti raccolgono quindi immagini di strada, dove il soggetto ripreso è individuato come straniero, cosa che alimenta l’equazione immigrato = africano “di colore” = «nero». L’appellativo «vù cumprà» e l’icona del venditore ambulante di origine africana diviene l’epitome giornalistica di un fenomeno ben più complesso e sfaccettato. È «L’Espresso» del 6 maggio 1988 che titolando Il clandestino e riprendendo il frame del razzismo, ci mostra il venditore ambulante con la sua sacca di mercanzie, presentandolo «scontornato», cioè togliendo dall’immagine ogni elemento contestuale, per limitarsi alla figura, riducendolo ad un’icona. La cristallizzazione della figura come la più «adatta» ad illustrare il racconto dell’immigrazione, concentrandosi sui soggetti marginali più visibili porta ad una sovrapposizione tra la categoria dei neri e quella dei venditori ambulanti. Emblematici di questo processo sono i titoli: Vù emigrà?, Vù cumprà una nuova vita?, Vù campà?. Una sintesi di questo stato di cose ce la offre la copertina de «L’Espresso» del 3 luglio 1988, che vede un ragazzo africano, venditore ambulante (irregolare), e sotto il titolo Razza uomo; il testo preannuncia l’inchiesta delle pagine interne sulla legge che riguarda tutti gli stranieri immigrati, presentata come «una carta dei diritti per gli immigrati di colore». In un clima del genere, l’omicidio di Jerry Essan Masslo, impiegato «in nero» come lavoratore stagionale nella raccolta di pomodori a Villa Literno, in provincia di Caserta, avvenuto nella notte fra il 24 e il 25 agosto 1989, coinvolge i media, divenendo subito un’icona dello sfruttamento e del razzismo che colpisce gli immigrati «neri» del Terzo Mondo, «gli Esclusi» come titola in copertina «l’Espresso» del 10 settembre 1989. Il caso Masslo diventa il punto culminante verso cui convergono le narrazioni dei media, oltre che punto di partenza da cui muovere per parlare del Terzo Mondo in Italia. L’unico contesto per parlare di immigrazione pare infatti essere quello dello sfruttamento, precarietà e miseria come nel caso paradigmatico di Villa Literno.

L’anno successivo, il 1990, vede il ritorno del frame del razzismo. Il 10 dicembre 1989 «L’Espresso» pubblica il servizio Razzisti si diventa. Nel primo numero del 1990 «Epoca» pubblica una foto in doppia pagina con un gruppo di immigrati africani che portano in corteo il ritratto-icona di Jerry Esslan Masslo, titolando L’esercito degli italiani di colore. Il 31 marzo 1990 «Sette» racconta gli episodi razzisti che ebbero luogo a Firenze con un ampio reportage di Robert Koch col titolo S.O.S. Razzismo. E infine una foto rappresentante Umberto Bossi, che appare così per la prima volta nella sua propaganda anti-immigrazione. Sarà proprio la politicizzazione della questione immigrazione a cambiare gli orizzonti delle rappresentazioni. Gli anni ’80 si chiudono avendo visto una rappresentazione del fenomeno migratorio principalmente in tema di razzismo; a questo si affiancano quello della povertà del Terzo Mondo e quello della ricerca di un lavoro formalizzato e stabile, ancora non contaminato dall’avanzare del discorso sulla criminalità organizzata.

 

La svolta degli albanesi

A dieci anni di distanza, un nuovo impaginato di «Panorama» ci offre l’occasione di comprendere il percorso fatto dal giornalismo italiano nel racconto delle migrazioni, con l’ingresso sulla scena di nuove figure, quindi di nuove domande e nuove necessità di rappresentazione. Il numero di «Panorama» del 24 marzo 1991 si apre con la fotografia su due pagine di una massa di uomini albanesi sulla banchina del porto di Brindisi, tenuti dietro una cordata di poliziotti. Si tratta di un evento inatteso che obbligherà i media a riscrivere le rappresentazioni dei migranti in Italia, in concomitanza con altri fattori. L’«invasione» contiene aspetti invisibili, la minaccia ad esempio è anche sanitaria come rendono visibili le maschere bianche dei poliziotti. Non esistono, in tutta la storia dell’immigrazione in Italia, immagini in grado di rappresentare meglio di quelle giunte in quei giorni dal porto di Brindisi, la svolta cognitiva ed istituzionale che allora investì il paese.

La novità viene resa da «Panorama» all’interno del vecchio frame degli anni precedenti. Titola infatti E se fossero neri?. Il paratesto di questa duplice pagina si chiude con due piccole foto, in cui sono rappresentati due esponenti di spicco del Parlamento italiano, facenti riferimento a due culture diverse: Claudio Martelli e Giorgio La Malfa. Come sottolinea la sociologa Laura Balbo: «Negli immigrati neri quello che la gente percepisce come uno stereotipo minaccioso, secondo alcune ricerche, è l’immagine del maschio adulto solo senza famiglia. Queste persone giovani, bionde, queste famiglie sane, con tanti bambini, sbarcate dalle navi, avevano tutt’un altro impatto sull’opinione pubblica».6 Come sostengono Zanini e Pogliano: alle rappresentazioni dei «neri per strada» si aggiungono ora quella delle «masse di profughi albanesi» senza che vi sia un reale rinnovamento dell’immaginario. L’immaginario tende ad essere avvitato su immagini simili che hanno cristallizzato l’idea di un’immobilità sociale, una passività, un adeguamento a condizioni di vita «miserabili» da parte dei migranti. Tuttavia l’arrivo degli albanesi rompe quell’immaginario, fin qui dominante che aveva visto nei neri gli immigrati tout court. Da qui in avanti la differenziazione dei «gruppi etnici» sarà il nuovo modo di declinare la narrazione giornalistica dello straniero. Viene superata dunque la visione del frame terzomondista per cui la miseria «nera» è l’unica povertà avvertibile al di là dei due mondi est-ovest. A questa «svolta» corrisponde un passaggio dal frame del razzismo a quello delle differenze (culturali ed etniche) ed al tema del «multi-razzismo». Si assiste ad una reimpostazione dei discorsi. Il frame criminalità e devianza si sostituisce quasi all’improvviso a quello del razzismo, a partire dai due sbarchi degli albanesi del 1991. A profilare tali nuovi orientamenti è ad esempio un servizio di «Epoca» dal titolo: Albanesi d’Italia: brutti, sporchi e…. E si continua nel sommario: «C’è anche gente aggressiva, rissosa, mai contenta». L’inizio dell’articolo trasforma un episodio circoscritto, capitato ai giornalisti, in metafora dell’intero gruppo: quello delle «temibili mani roteanti» di «un massiccio ex-magazziniere di Durazzo che grida “figli di puttana”».

 

La riconfigurazione del razzismo

Anche «L’Europeo» del 28 aprile del ’90 aveva offerto una svolta, per cui a seguito di un’inchiesta Doxa si era decretato che noi, italiani, «non siamo razzisti». «Panorama» è su questa stessa linea nel momento in cui il 26 aprile 1992 apre con il seguente sommario: «In Italia non c’è vero razzismo. Ma ci sono partiti che cavalcano il malcontento».7 Il razzismo viene confinato a gruppi ideologici, o viene tradotto in racconto personalizzato nelle figure di leader come Umberto Bossi e Gianfranco Fini. Accanto ai «neri» raccoglitori di pomodori nelle campagne del sud, si affiancano altri «neri», i neofascisti: «skinhead» e «braccianti», i nuovi poli intorno a cui verterà il razzismo d’ora in avanti nelle varie testate. È «Panorama», il 18 marzo 1990, a proporre uno dei primi servizi che tratta di «nuovi razzisti/i picchiatori», focalizzando la questione su «nazi, skinhead, ultrà degli stadi». Su «l’Espresso» del 13 ottobre 1991 si parla di «razzismo generalizzato»: Uno spettro s’aggira per l’Europa, l’occhiello; Non passi lo straniero, il titolo. Ancora «Panorama», il 1° dicembre 1992 produce un dossier tematico sull’argomento delle minoranze neo-naziste, indicandolo come fenomeno crescente in Italia e in Europa. Come evidenziano i nostri:

 

si rivelano due andamenti. Da una parte il confinamento del tema razzismo alle questioni delle minoranze politiche e politicizzate, con un conseguente scollamento rispetto al tema dello sfruttamento che ne aveva marcato il senso durante gli anni ’80. Dall’altra parte, la costruzione di un immaginario reiterato a supporto di questo nuovo discorso sul razzismo […] un immaginario fortemente simbolico e generico, a supporto di articoli in cui è invece costante la ricerca di episodi di cronaca circoscritti, utili a consolidare la tesi dell’aumento dell’aggressività da parte delle minoranze razziste.8

 

Scollegato dal frame del razzismo, lo sfruttamento lavorativo di italiani su immigrati stranieri si lega al contesto in cui avviene l’omicidio Masslo: le campagne del sud Italia, il fenomeno del caporalato, il lavoro come braccianti agricoli stagionali di africani maschi di colore. Prima dell’omicidio di Masslo, «Famiglia Cristiana» titola: Lavoro negro sull’immagine dell’africano «di colore» che raccoglie i pomodori nelle campagne del sud; «Il Venerdì», ad un gruppo di africani «di colore», intenti a trasportare cassette colme di pomodori, dà il titolo: Gli schiavi. «Epoca» del 10 settembre 1995 propone un reportage da Villa Literno affidato a Pap Khouma, in cui le fotografie che aprono il servizio mostrano unicamente africani maschi «di colore». La copertina de «L’Espresso» del 7 settembre 2006 ritrae il reporter davanti ad una cassetta di pomodori con il titolo: Io schiavo in Puglia. «Sette» del 18 agosto 1994 propone il titolo: Qui è peggio che in Sudafrica (terra di Masslo) e nella foto di apertura, da Villa Literno, un ragazzo africano mostra al fotografo le sue mani colme di pomodori. Un anno dopo (24 agosto 1995) sempre «Sette» mette in discussione questo discorso dello schiavismo di italiani sui “neri”. Nel testo a fianco dei “neri” , compaiono nuovi gruppi (albanesi, slavi, nordafricani) a dare vita ad «un’organizzazione, quella del caporalato, fatta di nuovi schiavi e nuovi aguzzini». È una «guerra tra poveri» quella che viene raccontata, che tocca anche la prostituzione, con “le nere che subiscono la concorrenza delle albanesi”. Si affermano così altri due frame ricorrenti nella narrazione dell’immigrazione in Italia: quello della «guerra tra poveri», declinato in parte come conflitto interetnico, e quello dello sfruttamento di stranieri immigrati su altri stranieri immigrati. Si veda ad esempio il servizio de «l’Espresso» del 2 dicembre 2004 su Il racket dei cantieri nel nord Italia; oppure l’apertura del servizio di «Panorama» intitolato: Prima ti sfrutto, poi ti raggiro. Si segnala che anche in anni più recenti le fotografie dei braccianti agricoli nel sud Italia sono archiviate dalle agenzie giornalistiche con la parola «sfruttamento», quello che otterrebbero sarebbero proprio le fotografie degli stagionali nelle campagne del Mezzogiorno. Si tratta quindi di un processo di stereotipizzazione in cui l’esclusività di un frame si lega all’esclusività di un immaginario contestuale (gli stagionali impiegati in agricoltura).

 

Il modello Pantanella

La vicenda che si presenta come l’occasione per produrre distinzioni tra gruppi etnici è quella che riguarda l’occupazione e poi lo sgombero dell’ex pastificio Pantanella a Roma, dove per quasi un anno si è svolto un tentativo di convivenza mediato della Caritas da parte di gruppi prevalentemente asiatici e nordafricani. L’attenzione sulla Pantanella si intensifica nell’inverno 1990-91, a seguito di una notte di violenze nella ex fabbrica, che ha portato la polizia ad intervenire, e di una manifestazione di protesta dei comitati di quartiere, infastiditi dalla presenza di immigrati extracomunitari nella loro zona di residenza. Esempio importante è quello di «Epoca» del 21 novembre 1990 dal titolo: Guerra. Neri contro asiatici e italiani contro tutti. Mentre in didascalia si legge: «Secondo le stime della Caritas quest’estate alla Pantanella abitavano 1093 pakistani, 197 marocchini, 114 indiani, 392 cittadini del Bangladesh, più altri gruppi etnici meno numerosi».

Il testo verte sugli scontri tra «etnie», che nelle foto ritroviamo suddivise, aiutati da simboli messi ben in evidenza (i turbanti che coprono il capo degli indiani di religione Sikh, la bandiera libanese alle spalle di un uomo, la scritta Pakistan community alle spalle di un gruppo). Da notare sono i virgolettati riferiti ai commenti degli abitanti della Pantanella e ancorati alla questione dei pregiudizi nei confronti di altri gruppi etnici immigrati:

 

Inoltre gli orientali non si lavano. No, non si lavano mai, non gli piace, possono resistere mesi interi solo sciacquandosi gli occhi. Appena un marocchino volta l’occhio, un tunisino dice di lui che i marocchini sono rapinatori. Dei tunisini il marocchino dice che sono spacciatori di droga. Degli algerini, ambedue dicono che sono ladruncoli da strada. Tutte queste cose, degli arabi, le dicono gli orientali, definiti a loro volta tutti assassini e spacciatori dagli arabi. Anche degli arabi, gli orientali dicono che non si lavano, che vivono nel disordine e nella sporcizia, che il loro cibo non ha un buon odore, che urlano sempre, che sono facili di coltello, nevrotici, aggressivi. Ogni etnia ha la sua enclave, inequivocabile, miserabile, definita secondo regole che si intuiscono subito.9

 

Un altro modo, radicalmente diverso, di trattare la questione della Pantanella è quello di «Sette», che sottolinea la situazione abitativa complessa, la storia di quel luogo e l’avvicendarsi di uomini al suo interno, nonché i molti sforzi della maggior parte degli occupanti per vivere in armonia tenendo lontani la devianza e l’illegalità. Più che uno scontro tra etnie, per «Sette», si tratta di uno scontro tra persone che si sono insediate lì per miseria, un luogo di suo degradato, popolato di spacciatori in prevalenza italiani, che hanno subìto l’arrivo di uomini e donne disperati, vinti, costretti alla prostituzione e allo spaccio per sopravvivenza: da questa difficile convivenza sarebbe nato lo scontro violento raccontato alla fine dell’articolo, iniziato e terminato nel giro di una notte.

Il secondo servizio utile a comprendere la questione delle differenze etniche è quello di «Sette» del 19 ottobre 1991, dove si dà grande spazio alle fotografie che sono dei ritratti in posa di famiglie, prese come rappresentative di diverse provenienze nazionali: Somalia, Egitto, Perù, Senegal, Cina, Sri Lanka proposti con titoli semplificatori (i somali, gli arabi, i sudamericani, i senegalesi, i cinesi, gli asiatici). Inoltre, i testi di un sociologo, accostati alle immagini, raccontano sia la realtà della famiglia fotografata, sia ciò che si sa per tramite dei lavori di ricerca sociale su queste realtà etnico-culturali allargate. L’uso dello stereotipo delle famiglie «esemplari» è dunque un pretesto per andare al di là dello stesso testo. Al contempo le famiglie mostrate sono trattate nel testo con aderenza alla realtà concreta: i soggetti rappresentati sono cioè personificati in modo concreto e non astratto. Dal versante opposto, ancora «Epoca» del 9 settembre 1992, propone un articolo su Milano con un’apertura pienamente incentrata sulle suddivisioni tra etnie e conflitti etnici, come a dare legittimità alla trasposizione del «modello Pantanella» per la stessa città di Milano. Le fotografie illustrano una famiglia al lavoro in un laboratorio di pelletteria, un uomo che dorme sulla paglia, uomini con alle spalle delle roulotte in quello che sembra un campo. Le quattro didascalie sono accompagnate dai seguenti titoli: Schiavitù, Hotel zoo, Violenza, Lo sgombero. Quello che l’assommarsi di queste fotografie riesce a produrre è una sensazione di precarietà e confusione che ruota intorno alla scritta «polizia» sulla fiancata dell’elicottero.

Proseguire con un elenco di tutti gli articoli che propongono distinzioni per etnie sarebbe lungo. Ci soffermiamo invece su alcuni servizi particolari che producono differenze su linee etniche. In un sommario da «D di Repubblica» del 21 gennaio 1997 si legge: «dalla strada alla fabbrica, dai mercati alle case, dal duro mestiere di lavavetri all’impresa di pulizie. Esiste una “carriera”nel mondo degli immigrati in Italia? E quali percorsi, sociali ed etnici, segue?».10

Tranne l’immagine di un meccanico in apertura, le altre sono tutte di venditori ambulanti e di «lavavetri», praticamente tutti uomini e di origine africana; un immaginario sovrapponibile a quello dei «neri» degli anni Ottanta: lavoratori che non trovano di meglio, in difficoltà a ottenere il permesso di soggiorno. Se si prende in considerazione «D di Repubblica» del 21 aprile 1998, le distinzioni rintracciabili nelle immagini riguardano per l’appunto il legame tra etnie e diversità dei riti religiosi. Si trovano diverse forme di fede cristiana ortodossa: quella eritrea e quella copta egiziana; gli ebrei nella sinagoga; i sudamericani che celebrano il «señor de los milagros» e gli Hare Krishna. Infine «l’Espresso» del 7 ottobre 1999. Il titolo del servizio è: Delinquenti di razza. Il sommario, il seguente: «Cinesi, nigeriani, albanesi, russi. Dalla prostituzione alla droga, tutti hanno le loro specialità. Eccole». Il testo è illustrato da tre fotografie, dove protagonista è la polizia; le immagini sono dunque il risultato di un incontro tra fotografie d’agenzia e forze dell’ordine, ma sono presenti anche altre distinzioni visive come quella tra maschi criminali e donne devianti, spesso accomunati nei traffici di prostituzione. Presenti inoltre sono gli albanesi, soggetti molto visibili negli anni Novanta, ogni volta che si parla di criminalità straniera.

 

La narrazione delle religioni: l’Islam

Uno degli aspetti più interessanti da analizzare dei cittadini stranieri è quello dei percorsi di fede e spiritualità. La religione si pone come uno spazio mentale e fisico dove alcune caratteristiche del sentire comunitario (la nazione di solito) possono realizzarsi. Lo spazio sociale del culto diviene talvolta anche luogo di ritrovo, occasione di raccolta di rimesse economiche in supporto dei fratelli rimasti in patria, di pratiche di solidarietà con i fratelli presenti in Italia. Stando alle stime del Dossier Caritas Migrantes le prime religioni degli stranieri in Italia sarebbero quella musulmana e quella cristiana ortodossa, che costituirebbero i due terzi del totale, seguiti dalla religione cattolica. La religiosità con i suoi riti non trova spazio nel giornalismo quotidiano, in quanto la sua dimensione rituale è opposta alla sfera dell’azione che produce novità. La religiosità trova così spazio sui media in quanto connessa a degli eventi secondo le logiche della notiziabilità, secondo cioè paradigmi di azione che nulla hanno da spartire con il contenuto intrinseco del credo religioso in
questione. Diverso è il caso della stampa periodica, dove i tempi più lunghi dell’informazione permettono la tematizzazione della religione. Le espressioni della religiosità possono avere sia contenuto intimo, che sociale. In genere è la dimensione rituale collettiva ad avere maggiori possibilità di essere rappresentata, a causa dell’aumentare della visibilità pubblica del rito e dell’omogeneità del gruppo etnico coinvolto. La «comunità religiosa» di gran lunga più rappresentata dal fotogiornalismo italiano è quella islamica, su questa ci soffermeremo.

Una delle foto che colpiscono di più nella rappresentazione dell’Islam è quella sulla copertina di «Sette» del 10 febbraio 1990. Il soggetto raffigurato è Federico Ali Schutz, cittadino svizzero e italiano convertitosi alla religione musulmana che lavorava in quegli anni presso il centro islamico di Milano. Questi viene fotografato nell’atto intimo di pregare, nella piazza davanti al duomo di Milano, poggiato su un tappeto: «il contrasto che si crea tra questa intimità del ritratto e lo spazio pubblico in cui è realizzato ci restituisce il soggetto estraneo come una presenza che esiste umanamente al di qua del gesto estraneo, al di qua dell’appartenenza religiosa».11 Il reportage relativo a questa copertina è un esempio di un lavoro contrassegnato dalla forma della personalizzazione concreta, attenta alla dimensione quotidiana. Il servizio si apre con un sommario che parla del «variegato popolo dell’Islam», che include «paesi con culture e tradizioni diverse: dal Marocco all’Iran, dal Senegal all’Arabia Saudita». A queste si aggiungono le differenze di status («poveri immigrati o ricchi uomini d’affari») e maniere di intendere la fede («rigidi integralisti o semplici osservanti»). Nelle fotografie ad essere rappresentata è l’attività che l’uomo della copertina svolge a casa e al centro islamico; inoltre viene raffigurata la quotidianità di bambini, uomini, donne e famiglie musulmane a scuola, in casa, al lavoro. Se confrontiamo questo immaginario con le immagini che hanno riempito i media con continuità dopo l’11 settembre, ad emergere come costante è l’iper-condizionamento della dimensione religiosa sull’esperienza individuale dei musulmani. Si tratta del trasferimento dal piano macro al micro del discorso che riguarda le strutture degli stati a maggioranza mussulmana, dell’assenza della divisione stato-chiesa tipica dell’occidente a maggioranza cattolica. La massa priva di volti (di individualità), di uomini in preghiera, schiacciati al suolo, riassume in maniera ideale la semplificazione che circola nei discorsi della politica a proposito dell’Islam, descritto per l’appunto come omogeneo, pre-esperienziale, fonte di fanatismo. Immagini di preghiere in luoghi pubblici si prestano, in virtù delle proprietà formali di alcune fotografie a valere come pezza legittimante al discorso del terrorismo islamico internazionale, divenendo icone di temi, slegati dal loro contesto locale. In realtà già prima dell’11 settembre si pensava allo «scontro di civiltà». Si legge nel sommario de «L’Espresso» del 28 ottobre 2000: «Sono 560 mila gli immigrati islamici in Italia. In maggioranza integralisti. Che vogliono anteporre le loro leggi a quelle dello Stato».

L’immagine scelta per illustrare questo servizio intitolato La paura dell’Islam. L’ ultima crociata è quella di una massa di fedeli in preghiera in piazza Duomo, dove nemmeno un volto è distinguibile. È proprio «l’Espresso», all’indomani degli attentati americani, a far precipitare la rappresentazione dei fedeli musulmani immigrati in Italia all’interno della dimensione della paura, del controllo poliziesco, del terrorismo: titolo (Venti di guerra/l’Italia e l’Islam. Vivere con la paura), testata (Operazione Bin Laden), sommario («Il terrorismo che ha colpito gli USA angoscia il paese. E complica l’integrazione di oltre 560 mila musulmani»), fotografie d’archivio (carabinieri del Gis in azione di guerra contro fedeli in preghiera a Roma). È interessante fare un confronto con il servizio di «Famiglia Cristiana» dell’11 settembre 2005. Ciò che più sorprende è che si riprende la foto di Ali Schutz su «Sette», in un articolo che si propone di «sfatare molti stereotipi sui 900.000 immigrati musulmani nel nostro paese». Le fotografie utilizzate in questo servizio mostrano singoli individui e coppie di persone, che contrastano con l’anonimato della massa, e addirittura un «nero», ritratto durante un evento pubblico abbracciato alla sua compagna «bianca», in una fotografia che è usata per illustrare «le coppie islamo-cristiane [che] sono circa 15.000» come si legge nella didascalia: ci si smarca così da quell’immaginario dominante che associa arabi, Islam e minaccia terroristica.

Le rappresentazioni dominanti hanno contribuito poi a mantenere una distinzione molto in voga nel discorso politico: quello tra islamici moderati e islamici fondamentalisti. Tale distinzione è già su «L’Europeo» del 26 marzo 1993 che presenta un servizio sui musulmani in Italia intitolato E adesso separiamo i buoni dai cattivi. Come esempio dei «buoni» viene ripreso ancora Ali Schutz, mentre i «cattivi» sono illustrati con la fotografia di un piccolo gruppo di preghiera per strada, colto di spalle. Davanti a loro è parcheggiata una camionetta delle forze dell’ordine. La didascalia è la seguente: «Immigrati arabi in Italia pregano in mezzo alla strada, controllati a vista dalla Polizia».

«Magazine» del 23 settembre 2004 presenta un servizio dal titolo: Una giornata con l’imam moderato. Si tratta di Feras Jabareen, italiano di Colle Val d’Elsa, convertito all’Islam. Bisogna notare come sia la personalizzazione concreta della foto e il fatto che il soggetto in questione è italiano a determinare la rappresentazione dell’Islam moderato. L’imam è fotografato nel salotto di casa con le sue bambine, al lavoro in ospedale e addirittura mentre stringe la mano a Carlo Azeglio Ciampi in occasione di un incontro richiesto dal Presidente della Repubblica per aprire un dialogo con il mondo islamico.

 

Concludendo, possiamo notare come anche per la rappresentazione delle religioni «altre» valgono le varie questioni fin qui emerse: ossia il rapporto tra agenda politica e agenda dei media, dove la prima si impone sulla seconda; poi quella del rapporto tra tematizzazione e non-eventi. Quindi la relazione tra gradi di generalità e astrattezza del tema e ricorso a immagini di stock, senza riguardo a nessun principio interno al rapporto di testimonianza, con il peso della selezione tutto spostato al desk: «Questo racconto fotogiornalistico rende infatti in maniera evidente il legame tra icone visive e distinzioni discorsive, ovverosia l’uso della fotografia come strumento per fissare categorie dicotomiche a supporto dei commenti giornalistici».12 Negli anni Ottanta le testate prese in esame hanno cercato di raccontare in termini generali l’immigrazione, basandosi sui discorsi disponibili: quello del razzismo, spinto dai successi di Le Pen in Francia; quello della povertà del Terzo Mondo, spinto dal mondo cattolico; quello del legame tra immigrazione e ricerca di un lavoro formalizzato e stabile. Con gli anni Novanta si assiste alla politicizzazione del fenomeno – a partire dalla legge Martelli – e quindi ad un cambiamento radicale degli orizzonti di rappresentazione. Maggior peso viene dato alle fonti istituzionali, cosa che darà luogo a un incremento del frame criminalità/devianza. Inoltre eventi come lo sbarco degli albanesi del marzo 1991 danno conto dell’importanza dell’immagine nell’orientare i racconti. Tutto l’apparato delle rappresentazioni uscirà stravolto da questi mutamenti. Gli anni Novanta vedono l’evolvere del processo di differenziazione etnica. La costruzione di tipizzazioni etniche avviene come produzione di un linguaggio fotogiornalistico delle differenze con connotazioni morali, che produce un’articolazione del racconto dell’immigrazione in Italia «credibile». I cinesi, gli arabi «islamici», i «neri», i «marocchini», gli albanesi, i filippini e gli indiani sikh prima di tutto sono categorie del fotogiornalismo, alle quali corrispondono gruppi etnicizzati. Al mutamento sociale si sostituisce dunque un mutamento di immagini. La produzione di immagini fornisce un’ideologia dominante, per dirla con Sontag. Quella costruzione di immaginari che tanto condizionano la socialità stessa presente e futura.

 

Note

1 A. Dal Lago, Non persone. L’esclusione dei migranti in una società globale, Milano, Feltrinelli, 1999, p. 214.

2 Ivi, p. 208.

3 Si ricordi che lo studio che qui analizziamo ha come fonti otto tra i maggiori periodici italiani: «Sette», «Panorama», «L’espresso», «D di Repubblica», «Epoca», «Famiglia Cristiana», «Il Venerdì», «L’Europeo».

4 L. Gariglio, A. Pogliano, R. Zanini (a cura di), Facce da straniero, 30 anni di fotografia e giornalismo sull’immigrazione in Italia, Milano, Bruno Mondadori, 2010, p. 14.

5 Ivi, p. 110.

6 Ivi, p. 122.

7 Ivi, p. 124.

8 Ivi, p. 127.

9 Ivi, p. 132.

10 Ivi, p. 135.

11 Ivi, p. 162.

12 Ivi, p. 170.