Introduzione
a Dall’altra riva. Fortini e Sereni
a cura di Francesco Diaco e Niccolò Scaffai

Niccolò Scaffai

Venivano spifferi in carta dall’altra riva:
Sereni esile mito
filo di fedeltà non sempre giovinezza è verità
…….
Strappalo quel foglio bianco che tieni in mano.
Fogli o carte non c’erano da giocare, era vero. A mani vuote
senza messaggio di risposta tornava dall’altra parte il traghettatore.

I

Ai versi in epigrafe, tratti dalla prima parte di Un posto di vacanza, allude il titolo di questo libro, dedicato a Franco Fortini e Vittorio Sereni, al loro persistente e cruciale dialogo personale e poetico, evocato nel poemetto sereniano. La trafila è nota. Da Italiano in Grecia, poesia inclusa da Sereni nel Diario d’Algeria, Fortini estrae e cita alcuni sintagmi con intento didascalico-polemico all’interno di un celebre epigramma del ’54 raccolto nell’Ospite ingrato. Sereni riprende in Un posto di vacanza i versi dell’epigramma di Fortini. In Italiano in Grecia aveva scritto (vv. 8-12):

Europa Europa che mi guardi
scendere inerme e assorto in un mio
esile mito tra le schiere dei bruti,
sono un tuo figlio in fuga che non sa
nemico se non la propria tristezza […].

La replica di Fortini accoglie, in punta al primo verso, il sintagma «esile mito», dislocandolo come apposizione al nome «Sereni», oggetto dell’allocuzione, e dunque deviandone il significato del contesto originario e trasformandone l’intonazione da elegiaca a ironica:

Sereni esile mito
filo di fedeltà
non sempre giovinezza è verità
un’altra gioventù giunge con gli anni
c’è un seguito alla tua perplessa musica…
Chiedi perdono alle «schiere dei bruti»
se vuoi uscirne. Lascia il giuoco stanco
e sanguinoso, di modestia e orgoglio.
Rischia l’anima. Strappalo, quel foglio
bianco che tieni in mano.

In Un posto di vacanza, Sereni ripete i versi dell’epigramma fortiniano, ma non li coinvolge nel tessuto del proprio discorso; li cita, invece, sottolineandone l’alterità attraverso l’espediente grafico del corsivo, rendendoli così funzionali alla tensione dialogica che caratterizza la struttura del testo.

In questa corrispondenza poetica si trovano molti degli elementi che hanno qualificato il rapporto tra Sereni e Fortini: i due autori si sono incontrati e scontrati eleggendosi reciprocamente come punti di riferimento. I versi e le idee dell’uno risuonano negli scritti dell’altro, fino a superare la durata della vita stessa: come diremo, la presenza postuma di Sereni nell’ultima raccolta di Fortini è il segno di questa necessaria, costante relazione. Un altro elemento che emerge nel botta e risposta implicato da Un posto di vacanza è lo stretto legame tra poesia e critica, tra i versi e il pensiero che, attraverso la scrittura, ora si precisa ora si screzia fino a includere il dubbio, la contraddizione, la palinodia. La poesia – in modo più evidente per Fortini, più implicito ma decisivo per Sereni – non è un’attività separabile dalla critica che si esercita nei confronti della letteratura e del mondo.

II

La concezione della letteratura come relazione e la pratica della critica come dialogo, tra gli autori e tra le opere e i loro contesti, sono i valori all’insegna dei quali si è articolato, nei decenni centrali del Novecento, il confronto tra Sereni e Fortini. Questi stessi valori sono posti al centro del presente volume; i contributi che lo compongono prendono in considerazione infatti i carteggi (di Fortini con lo stesso Sereni e con Pavese), approfondiscono gli scambi culturali, illustrano i temi di discussione tra gli interlocutori, le reciproche influenze e i punti di frattura sul piano dell’ideologia, della poetica, della formazione. In molti saggi del volume emerge, o s’intravede sottotraccia, una vocazione comparatistica, che indaga anche le relazioni tra Paesi, lingue e tradizioni letterarie diverse, oppure il rapporto tra i generi letterari o tra la scrittura e le altre arti. È anche a questo che alludono le metafore ricorrenti dell’«altra riva» e della «frontiera»: emblemi di un’alterità e di una differenza che arricchisce e matura, attraverso il confronto, i soggetti su entrambe le sponde. Nei contributi qui raccolti si oltrepassano confini non solo tra Italia e Svizzera, e tra Italia e Europa, ma anche verso l’intera Weltliteratur. Proprio quelle frontiere che sono state così chiuse durante il fascismo e ripristinate ogniqualvolta la paura e l’arroccamento identitario prevalgono sulla curiosità, il confronto, il dialogo appunto.

L’articolo di Ariele Morinini ricostruisce il profilo dell’ambiente letterario ticinese a cavallo della Seconda guerra mondiale, facendone emergere anche le implicazioni politico-civili. Gli stretti legami tra Italia e Svizzera italofona fecero infatti della Confederazione una sede privilegiata per l’accoglienza di rifugiati illustri (tra i quali Cases, Einaudi e lo stesso Fortini). Intensa fu anche la collaborazione di intellettuali italiani con Radio Monte Ceneri e altre istituzioni culturali ticinesi; un ruolo di primo piano fu, come è noto, quello di Gianfranco Contini, che propiziò la pubblicazione di Finisterre di Montale per i tipi luganesi di Pino Bernasconi (presso cui videro la luce anche le Ultime cose di Saba). Cruciale fu poi l’attività del premio Libera Stampa, su cui Morinini si ferma, riflettendo in particolare sull’esperienza di Sereni. L’analisi ravvicinata del testo La speranza, con l’alternanza tra onirismo e sua negazione, con la dialettica vita/morte, mette in relazione la poesia proprio con il clima creatosi nella “repubblica delle lettere” italo-svizzera nel Ticino di quegli anni.

Beatrice Carletti illustra l’apertura verso l’Europa della rivista milanese «Corrente», legata alla Firenze ermetica. Nel contributo vengono messe in rilievo da un lato la figura di Antonio Banfi e la sua attenzione al romanzo europeo contemporaneo; dall’altro, la fortuna di Eliot in Italia, scandita nelle sue diverse fasi e favorita dalla circolazione delle riviste, oltre che dalle traduzioni. In questa trafila, spiccano le figure di Montale (cruciale anche come mediatore, specialmente negli anni Trenta) e di Praz. Di Montale, in particolare, Carletti mette in valore l’attività di critico letterario. Altri importanti intellettuali che hanno avuto la funzione di ‘ponte’ tra culture e tradizioni poetiche furono Pound, Berti e soprattutto Anceschi, traduttore di Sacred wood (‘Il bosco sacro’) nel 1946. Curatore dell’antologia Linea lombarda dove non a caso insisteva sulla poetica dell’oggetto ispirata dalla lezione di Eliot, Anceschi arricchiva i tratti della poetica ermetica con una più intensa partecipazione alla dimensione del reale, basata sui valori della tradizione e della classicità e sulla profonda esperienza della produzione europea contemporanea. Decisiva fu l’influenza del pensiero fenomenologico, attraverso il quale l’idea diventa cosa; è su questo sfondo che si colloca la ricerca poetica di Sereni, che Carletti indaga non tanto sul piano dei diretti contatti con l’opera eliotiana (su cui la critica si è già fermata), quanto al livello di clima culturale, mettendo in valore il legame intrinseco tra critica e poesia negli scritti sereniani.

Il contributo di Luca Lenzini è teso a un’efficace contestazione della vulgata critica che vorrebbe l’ultimo Sereni, quello di Stella variabile, un autore nichilista. In realtà, quel libro non può essere ridotto ai cliché sull’esaurimento delle ideologie, diffusi negli ultimi decenni del Novecento. Sereni – osserva Lenzini – non è assimilabile alla temperie postmoderna, né Stella variabile nasce solo da una prospettiva negativa: al «colore del vuoto» si affianca dialetticamente il «progetto sempre in fieri». Partendo dalle considerazioni di Fabio Pusterla, Lenzini vede in Stella variabile una luce oltre la fine, un futuro oltre la chiusura. Per questo s’insiste sull’immaginazione, sulla twilight zone – dormiveglia, sogno, rêverie – come apertura di possibilità plurime; sulla visione fluida portata dalla fantasticheria; su una temporalità mobile, in cui passato e presente si mescolano e tendono a una promessa ancora incompiuta, a un’utopia, a un possibile ricominciamento (i cento futuri del passato). La luce della Stella, perciò, non si spegne mai; i riferimenti all’Egitto, a Nefertiti, a Rimbaud, a Char, allora, non sono semplice metapoesia, bensì miraggi o premonizioni. È importante anche riflettere sul legame tra Stella variabile, in particolare per quanto riguarda la sezione Un posto di vacanza, e il Sabato tedesco, sia per la comune assenza di un’organizzazione forte, sia per il rapporto stretto che s’instaura tra prosa e poesia. Si può parlare di una prosa di ‘delirio’, di un soliloquio in cui il mondo esterno viene spostato nello spazio interiore, in cui vige una logica diversa e si sviluppa una consecutio narrativa altra rispetto a quella tradizionale. In tal senso, si rivela preziosa la lezione del moderno e del modernismo, e in particolare di Proust, dell’idea della Recherche come diversi movimenti di un’unica sinfonia. In conclusione, si può affermare che lo ‘stile tardo’ di Sereni non produce una rivoluzione o una palinodia eclatante, ma si sviluppa in continuità rispetto alle opere precedenti.

Il saggio di Francesco Diaco ha una funzione di raccordo tra i due autori al centro di questo libro; vi si analizzano infatti le principali ricadute critico-interpretative del carteggio, ancora parzialmente inedito, tra Fortini e Sereni. Tre sono i punti principali intorno ai quali si articola la riflessione di Diaco: 1) l’opposizione tra canto e libri, ossia tra la poesia e un engagement culturale più ampio; 2) la questione dell’uso delle forme chiuse e del manierismo; 3) la differenza tra categorie psicologiche e strumenti sociologico-politici. Le divergenze tra gli autori non vengono certo negate, anzi si ricorda come l’esperienza mancata della resistenza porti inizialmente Sereni a vedere Fortini con diffidenza; così, ad esempio, l’apertura fenomenologica di Sereni, la sua pratica dell’epochè, della sospensione e del dubbio, appare diversa dall’utopismo fortiniano, che esprime giudizi e istituisce gerarchie, che crea una temporalità sì complessa e non finalistica ma comunque orientata verso una meta. Ne discendono anche delle differenze nel modo di concepire le dichiarazioni di poetica, di praticare la critica letteraria e di pensare l’attività traduttoria. Eppure, se visto nel suo complesso, questo è un dialogo fecondo che smentisce gli stereotipi e le semplificazioni, dimostrando come non solo i due occupino posizioni vicine all’interno del più ampio panorama poetico del secondo Novecento italiano, ma soprattutto come la qualità della riflessione e della poesia dei due amici progredisca grazie alle loro discussioni. Questo accade proprio perché Fortini e Sereni, fronteggiandosi, si pongono reciprocamente davanti a un’alterità che (in parte) li contesta piuttosto che semplicemente confermarli.

Nel suo articolo, Lorenzo Tommasini mette a frutto la conoscenza degli autori vociani studiando i rapporti tra questi e Fortini. In particolare, Tommasini illustra l’importanza per Fortini della figura di Carlo Michelstaedter, nota ma finora non indagata con la precisione e la sistematicità che caratterizzano questo saggio. Si presta per esempio attenzione alla cronologia per determinare quali scritti di Michelstaedter potessero essere effettivamente conosciuti da Fortini negli anni; su questa base, i nodi concettuali-filosofici vengono messi in relazione con le spie testuali. Tommasini individua tre fasi, che scandiscono un progressivo allontanamento da Michelstaedter, senza che peraltro venisse mai meno l’interesse di Fortini nei suoi confronti. La prima fase è quella giovanile, la più consistente, caratterizzata da vicinanza ed empatia, intorno al tema del suicidio, dell’autenticità, della persuasione da opporre alla rettorica, e del legame tra la lettura di Michelstaedter e l’interesse fortiniano verso la teologia negativa, verso Barth e Kierkegaard, fino alla conversione valdese. Si studiano non solo gli scritti saggistici su Michelstaedter, ma anche testi narrativi, poetici e teatrali del giovane Lattes (Anna, La cena delle ceneri, Racconto fiorentino, Giovanni e le mani). La seconda fase, che si colloca all’inizio degli anni Settanta, ha un risvolto didattico-pedagogico: Michelstaedter è infatti oggetto di un corso tenuto all’Università di Siena. L’autore, come critico della borghesia, viene accostato a Marcuse. L’attenzione non viene rivolta solo a La persuasione e la rettorica, ma anche e soprattutto alle poesie, all’epistolario e al Dialogo della salute. La terza fase è situabile tra anni Settanta e Ottanta, l’epoca cosiddetta del ‘riflusso’, che segna l’inizio del postmoderno in Italia e l’affermazione dell’idea di fine della storia. In questa fase, Fortini rifiuta Michelstaedter e la retorica del suicidio, a cui contrappone Lukács, come emblema di una diversa prospettiva esistenziale, ispirata dai valori del comunismo, e come alternativa al ‘bel gesto’ anarchico e all’eroismo tragico.

A caratterizzare lo studio di Elena Arnone sono la ricerca di materiali d’archivio e la ricostruzione dei contesti storici, letterari ed editoriali in cui ha operato Fortini. Anche questo saggio si concentra sul dialogo di Fortini con un altro autore; come nel caso dello studio di Diaco, si tratta di un dialogo epistolare ma l’interlocutore stavolta è Cesare Pavese. Nello studiare il carteggio inedito tra Pavese e Fortini, Arnone lo inserisce nelle più ampie dinamiche interne all’Einaudi, mettendo in luce per esempio le tensioni create dall’avventura del «Politecnico», dall’attività di Vittorini e dall’annosa crisi finanziaria che ne derivò (accompagnata anche da tensioni politiche). Fortini appariva politicizzato a Pavese, troppo legato a Milano, al «Politecnico» e a Vittorini; Pavese, d’altra parte, in quegli anni si dedicava alla collana viola di religioni, etnologia e psicologia, al mito (i Dialoghi con Leucò), e poi alla rivista «Cultura e realtà». Eppure, nonostante tali divergenze, i due si leggevano con interesse. Uno degli argomenti al centro del carteggio è il romanzo fortiniano Giovanni e le mani (edito in quegli anni da Einaudi, che già aveva pubblicato Foglio di via), di cui Arnone dà qui un’interpretazione attenta alla rete metaforica e al retroterra biblico.

Michel Cattaneo, infine, prende in esame l’ultima raccolta di Fortini, Composita solvantur (1994), legata non solo alla fine della vita dell’autore, ma anche alla conclusione di un secolo, il Novecento, e alla temperie postmoderna, con le sue dichiarazioni ideologiche sulla fine della storia, smentite da Fortini attraverso il riferimento straniato alle violenze della Guerra del Golfo. Fortini, pur avversando il postmoderno, non può quindi fare a meno di confrontarvisi: da questo derivano i rimandi all’informatica, al rischio – individuato da Jameson – della «prossima abolizione della natura» e a un senso di morte, consunzione, pronuncia postuma, a cui tuttavia – come esplicitato dal titolo – potrebbe seguire una nuova e diversa nascita. L’intertestualità, la metaletterarietà, il continuo rimando alla tradizione letteraria, allora, si legano al tema della memoria, all’idea di un passato da tradere (salvaguardare, consegnare ai posteri), a una sorta di testamento finale da affidare ai lettori avvenire. Tra gli autori citati o allusi spiccano Saba e soprattutto Sereni, con cui il Fortini di Composita ha moltissimi punti di contatto, come a voler recuperare, da una distanza ormai assoluta che solo la poesia può colmare, la necessità del dialogo, l’urgenza perenne di una relazione.

III

L’obiettivo comune agli autori dei saggi è stato quello di contestare le immagini stereotipiche inevitabilmente costruite intorno a opere e autori diventati ormai pienamente canonici nella letteratura italiana contemporanea. Si è cercato perciò di mettere in evidenza aspetti dei due autori (e dei rispettivi corpora) su cui la riflessione critica può ancora esercitarsi con risultati originali. Si è voluto, cioè, interpretare le carriere dei due autori come due parabole aperte, ancora in evoluzione. Gli studi e le edizioni importanti pubblicati tra il 2013 e il 2017 (i centenari della nascita rispettivamente di Sereni e Fortini) hanno rappresentato, in questo senso, un incoraggiamento a cercare ulteriori linee di ricerca. Del resto, alcuni degli studiosi che hanno partecipato al volume (Beatrice Carletti, Michel Cattaneo, Francesco Diaco, Ariele Morinini) sono già autori di importanti contributi su Sereni e Fortini, di prossima uscita oppure pubblicati proprio in coincidenza o prossimità dei due centenari. Il dialogo tra i partecipanti è stato favorito sia da questi comuni interessi di ricerca, sia dalle occasioni concrete d’incontro e collaborazione. I ricercatori che hanno partecipato al volume – esito e sviluppo del Seminario internazionale svoltosi all’Università di Losanna il 10 maggio 2017 – collaborano infatti a vario titolo con la Sezione di italiano dell’Unil, dove lavorano e studiano come assistenti o dottorandi. La condivisione di idee e interessi, non solo intorno ai poeti del Novecento, creatasi in questi anni tra i docenti e i giovani studiosi della Sezione è preziosa e lascia ben sperare per il futuro degli studi italianistici, tra la Svizzera e l’Italia.

Una parte dell’équipe (Elena Arnone, Francesco Diaco e Lorenzo Tommasini) è riunita intorno al progetto di ricerca su Franco Fortini critico e teorico della letteratura: studio e edizione delle raccolte critiche inedite e dell’epistolario finanziato dal Fondo Nazionale Svizzero e diretto da chi scrive presso l’Università di Losanna, in collaborazione con il «Centro Studi Franco Fortini» dell’Università di Siena. Il coordinatore del Centro, Luca Lenzini, ha preso parte al Seminario losannese del 2017: gli siamo grati sia per la sua presenza, sia per aver accettato di inviarci il contributo che qui pubblichiamo.

Il volume può essere considerato perciò anche il primo risultato di tale ricerca, ancora in corso, che si propone come studio sistematico e approfondito dell’opera critica e dell’epistolario di Franco Fortini. Fortini si è affermato nei molteplici campi della cultura novecentesca come punto di riferimento e interlocutore diretto per più di una generazione di intellettuali, in Italia e in Europa. Riflessi e al tempo stesso motivi di questa centralità sono l’ampiezza dei suoi interessi critici (orientati verso la letteratura del Novecento, la tradizione letteraria, la comparatistica, la traduzione), la quantità e la qualità intellettuale dei suoi corrispondenti, testimoniate dal suo importante e cospicuo epistolario. A fronte di questi elementi di grande interesse, mancano ancora indagini sistematiche e edizioni complessive che diano conto tanto di quella parte della produzione critico-letteraria di Fortini ancora inedita o non più raccolta dopo le occasionali uscite in sedi sparse di singoli contributi (nonostante l’autore avesse predisposto, come rivelano i sondaggi d’archivio, indici e piani per almeno due future raccolte di scritti critici); quanto della ricchezza dell’epistolario, fondamentale sia per migliorare la conoscenza dell’opera dell’autore e di molti suoi corrispondenti, sia più in generale per illustrare un settore esteso e cruciale della cultura italiana ed europea nel corso del secondo Novecento. Il progetto ha perciò come obiettivo proprio l’approfondimento dei due ambiti della produzione fortiniana – la critica e l’epistolario – individuati in due assi di ricerca distinti ma necessariamente collegati, tanto da richiedere un’indagine coordinata che non trascuri il dialogo e l’integrazione tra i campi. Dialogo e integrazione che riguardano anche la metodologia della ricerca, nella quale confluiscono tanto una componente filologico-archivistica quanto una storico-ermeneutica, tese l’una a individuare e ordinare, l’altra a interpretare e contestualizzare i materiali reperiti. S’intende, per questa via, mettere in luce e valorizzare anche gli aspetti del percorso intellettuale fortiniano legati al rapporto privilegiato che l’autore ebbe con la Svizzera. Rifugiatosi nella Confederazione (Zurigo e Losanna) dopo l’8 settembre 1943, Fortini collaborò infatti con testate elvetiche e contribuì negli anni, proprio grazie alla sua attività di critico e traduttore, al dialogo tra la cultura svizzera e quella italiana (fu tra l’altro traduttore di Ramuz, di cui favorì la conoscenza in Italia). Il materiale di lavoro consiste in buona parte in testi e documenti conservati al Centro Studi Franco Fortini dell’Università di Siena, con il quale l’Università di Losanna, attraverso la sua sezione di italiano, ha stipulato un accordo di cooperazione scientifica nel 2015; a questi documenti si aggiungono ulteriori materiali (tra cui numerose lettere, già reperite e in buona parte schedate in un database in preparazione che integra la ricerca) presenti in altri archivi italiani e svizzeri.