Il saggismo morale di Bellocchio. Satire e saggi di un moralista ostinato

Piergiorgio Bellocchio, Al di sotto della mischia. Satire e saggi
Milano, Libri Scheiwiller, 2007, pp. 232

[…]

Che cosa è ora falso di quel che abbiam detto? 
Qualcosa o tutto? 
Su chi
contiamo ancora?
Siamo dei sopravvissuti, respinti
via dalla corrente? Resteremo indietro, senza
comprender più nessuno e da nessuno compresi?

O dobbiamo sperare soltanto 
in un colpo di fortuna?

Questo tu chiedi. 
Non aspettarti 
nessuna risposta 
oltre la tua.

(Bertolt Brecht, da A chi esita, versione di Ruth Leiser e Franco Fortini)

 

Essere e non essere felici. Capita di vivere in una città dove amministrazioni di centro-sinistra (stesso colore in Comune, Provincia e Regione) vanno organizzando “sinergicamente”, con soldi e per il benessere pubblici, “Festival dei diritti” e “Fabbriche della felicità”. La città è Piacenza, ma potrebbe senz’altro essere un’altra. Infatti i succitati “Festival & Fabbriche” li confezionano professionisti dell’intrattenimento comunicante che operano sul mercato nazionale. Per l’ordinario fanno le campagne elettorali per gli stessi che poi, una volta vinte le elezioni, gli comprano i pacchetti “F&F”. Tuttavia si è recentemente formato, nelle more di un più complesso evento denominato “primarie”, un coordinamento per rendere i pacchetti “F&F” vendibili ovunque, anche a Rovigo Torino Campobasso o Vattelapesca, a prescindere da chi ti abbia fatto l’ultima campagna elettorale, tanto c’è sempre una prossima volta (e qui mi rendo conto di continuare a ragionare, con ingenuità degna d’altri tempi, come se tra una campagna elettorale e l’altra ci sia soluzione di continuità…). Comunque sia, in questa città (Piacenza, Italy), tra le tante che nel Paese dei Balocchi festeggiano i diritti e fabbricano la felicità, vive anche Piergiorgio Bellocchio.
Impermeabile a quanto gli accade intorno, e così vicino, Bellocchio si ostina a sostenere che gli uomini non sono propriamente nati per essere felici. Credo glielo abbia insegnato la vita, piuttosto precocemente, anche prima di leggerne negli amati Leopardi o Collodi. Non che sia il solo ad aver maturato una tale consapevolezza, ma più autorevolmente di altri si intestardisce a ribadirla, convinto com’è che solo su essa poggino la possibilità e il dovere di essere meno infelici. Cioè Bellocchio è un pessimista, ma un pessimista che non si compiace di esserlo. Ipersensibile al negativo, dotato di una non ordinaria capacità di cogliere le manifestazioni più nascoste e impercettibili di ciò che si deve pur continuare a chiamare col suo nome: il “male”, Bellocchio non sa trattenere l’indignazione della vita offesa. Così nel modo di descrivere il male rivela la sua vocazione a propagandare il bene, e Al di sotto della mischia, ultimo dei suoi non numerosi libri, è una lettura che fa bene. Vale per lui ciò che ha scritto di Cecov: «rappresentare la vita così com’è (“il dovere dello scrittore”) fa sentire come la vita non deve essere, assolutamente».

Dalle riviste ai libri. Piergiorgio Bellocchio scrive da circa mezzo secolo, ma la forma-libro non gli è pienamente congeniale. (Come ad altri, del resto, da Cesare Cases a Renato Solmi, i cui testi sono stati raccolti in volume molto tempo dopo essere stati scritti, su sollecitazione quando non per diretta iniziativa di estimatori ed amici: autori, in un certo senso, che nascono già con la vocazione di essere almeno parzialmente  postumi).
Nel 1962 ha fondato con Grazia Cherchi, e poi diretto per circa vent’anni, “Quaderni piacentini”, la più importante rivista politico-culturale degli anni Sessanta e Settanta. Dal 1985 al ‘93 ha pubblicato invece “Diario”: dall’impresa collettiva, con decine di sociologi politologi economisti letterati, quasi sempre intellettuali di prim’ordine ben oltre lo specifico campo di competenza, alla rivista personale, interamente scritta a quattro mani con il solo Alfonso Berardinelli e in compagnia, ogni numero, di un grande del passato, secondo la formula “due vivi e un morto” (“Diario” ha pubblicato testi di Kierkegaard, Leopardi, Thoreau, Tolstòj, Baudelaire, Simone Weil, Herzen, Orwell, Rabelais, pagine scelte con cura tra le meno note, per consonanza e a conforto di quelle dei “vivi”). Tra le due riviste da lui fondate e dirette, o parallelamente ad esse, Bellocchio ha anche collaborato ad altre testate, scritto prefazioni, voci letterarie per opere miscellanee, note di costume, interventi d’occasione ecc.
Il punto è che nessuno dei titoli che negli ultimi quarant’anni hanno raccolto in volume i suoi “pezzi” – così li chiama – è stato scritto e pensato come libro. I piacevoli servi (Mondadori, 1966) proponeva tre racconti già usciti in rivista; Dalla parte del torto (Einaudi, 1989) ed Eventualmente (Rizzoli, 1993) antologizzavano i primi sette numeri di “Diario” (secondi anni Ottanta); L’astuzia delle passioni (Rizzoli, 1995) gli scritti del periodo precedente, 1962-1984, da “Quaderni piacentini” e collaborazioni dei primi anni Ottanta (“Panorama”, “Tempo illustrato”, “Illustrazione italiana”); Oggetti smarriti (Baldini & Castoldi, 1996) riproponeva pari-pari l’omonima rubrica dalle pagine culturali de “l’Unità” del biennio 1992-93. Infine in Al di sotto della mischia possiamo rileggere oggi la parte bellocchiana degli ultimi tre numeri di “Diario” (8,9,10, giugno ‘90 – giugno ‘93) e i pezzi su “King” del 1994-95: la sola “Prefazione” al Meridiano saggistico-politico di Pasolini (1999), che chiude il volume, non rientra dunque nel quinquennio 1990-95.
«Non amo scrivere libri» – ha detto Bellocchio in una recente intervista. «Non ne sono capace. L’ideale per me sarebbe pubblicare uno due quadernetti l’anno come all’epoca di “Diario”. Pubblico libri perché me lo chiedono». Se fossi un editore, il cui mestiere è per l’appunto cavare libri dalle scritture altrui, gli farei la seguente e articolata proposta. Primo. Raccogliere in un unico volume gli scritti di critica letteraria (inibendogli di tornarci su e affidando ad altri, a libro già composto, la prefazione). Ne risulterebbe un eccellente sommario dei problemi morali del nostro tempo, in forma di rassegna della letteratura otto-novecentesca (critica inclusa): dai grandi russi a Dickens, da Flaubert a Nizan a Camus, e poi Edmund Wilson e Orwell, Haseke Böll, Fenoglio e Pasolini, giù giù giù fino a Umberto Eco. Secondo. Un libro-intervista sull’Italia del dopoguerra, un altroAutoritratto italiano, dopo quello curato da Berardinelli per Donzelli nel 1998: punti di partenza, dieci fotografie e l’intervista a “Una città” del 1995 (l’intervistatore-interlocutore adatto potrebbe essere proprio il coautore di quel testo, Gianni Saporetti). Terzo, e più importante: non perdere tempo con gli altri due libri e scrivere, come fino all’ultimo incontro gli ha raccomandato Fortini. Scrivere cosa? L’unico libro a cui ha spesso pensato: sui suoi vecchi, sull’Italia umile e povera della sua infanzia e giovinezza relativamente privilegiate, sulla miseria materiale, e morale. E sulla decenza. Un libro, inevitabilmente, sulla guerra, su fascismo e antifascismo, cattolicesimo e comunismo… ma incarnati in persone reali, come destino anzitutto privato.

Lo stile morale di “un giornalista di idee”. Anche se non precisamente autore di libri, Bellocchio è scrittore da collocare in una posizione di prim’ordine nella tradizione saggistica, in cui prende forma quel pensiero critico capace di descrivere “cose singole”, e sprofondando in esse stabilire collegamenti inaspettati e lontani dal punto di partenza, via via che emergono dalla relazione reciproca tra l’autore e ciò che incontra nella sua ricerca. La forma saggistica esige un costante “pensare in proprio” e in corso d’opera, implica il riconoscimento dell’ipoteca che ogni conoscenza compie sulla vita, l’accettazione del mettersi in gioco senza la rete protettiva di qualche “specialismo” o preliminare “metodo scientifico”. Il saggista è uno “scrittore d’azzardo”, ruolo che Bellocchio interpreta in piena consapevolezza e con un suo stile particolare.
Sin dagli esordi va a collocarsi nella non numerosa famiglia degli scrittori
capaci di fissare l’estremo moto della materia umana in poche battute, lavoratori per “arte di levare”, partigiani della secchezza, della nudità, del “qui ed ora”. La vocazione alla mescolanza dei “generi”, l’ampiezza dei registri lessicali, la versatilità delle soluzioni sintattiche (che adotta con estrema coerenza e giustapposizione sapiente) gli consentono di dire precisamente ciò che vuole (e come), solitamente nel minor numero di parole possibile. Ne risulta una scrittura chiara e asciutta, che procedendo con apparente normalità, ti fa trovare, quando meno te l’aspetti, “nel mezzo di una verità”. Bellocchio ha la capacità di tirar fuori quelli che qualcuno ha chiamati “i suoi coltelli appuntiti”, senza spostare l’ingannevole “pigrizia” della pagina: la sentenza arriva all’improvviso e ti costringe a pensare.
«Noi intellettuali di sinistra rimanemmo folgorati», ha scritto Cesare Cases nel 1995 (“L’Indice dei libri del mese”, ottobre), riandando con la memoria indietro di trent’anni, al primo incontro con la scrittura di Piergiorgio Bellocchio. «(…) Credo che noi vecchi ci sentimmo quasi offesi: come? Non eravamo rimasti solo noi a testimoniare per la parola defunta? Perfino in altre lingue… E adesso c’era questo giovane di provincia che pretendeva di bagnarci il naso nella comune lingua madre!». E ancora, a proposito della circostanza che da Einaudi si giudicò superato L’astuzia delle passioni, poi in effetti pubblicato da Rizzoli: «non lo era affatto, in quanto certe verità vanno affermate almeno la prima volta con la voce di Bellocchio e non con quella di qualche suo pallido imitatore nella legione dei buffoni e dei barbieri (lippis et tonsoribus)».
Lo stile in Bellocchio è costitutivo dell’impegno intellettuale e pratico. “Purificare il linguaggio della tribù” (il programma già di Mallarmé e Eliot, di Kraus, Wittgenstein, Orwell), mantenere/ristabilire la possibilità di “essere presi in parola”: ecco un compito imprescindibile. La salvezza della lingua  fa tutt’uno con la possibilità di verità: ed essa è il fondamento dell’altra tensione permanente in Bellocchio, quella etica.
Con coraggio tanto precoce quanto raro, Bellocchio si è venuto proponendo di fatto come originale continuatore della migliore tradizione moralista, da Montaigne a Adorno, così contribuendo, con Fortini Garboli e pochi altri, a introdurre nel dibattito politico-culturale della sinistra italiana un’attenzione all’etica e al costume sostanzialmente assente (se si escludono molte pagine dal carcere di Gramsci, peraltro a lungo abbandonate a se stesse, nonostante l’abbondanza della letteratura gramsciana nei primi tre decenni del dopoguerra). Nel suo approccio alla realtà – e per la verità sin dai primi numeri di “Quaderni piacentini” – la teoria non ha mai l’ultima parola, gli uomini e le situazioni concrete hanno il sopravvento su categorie e astrazioni, l’universale lascia il posto al particolare, al dettaglio, all’arte di percorrerne la trama fino a portare alla luce il sostrato più profondo.
Formidabile lettore autodidatta sin dall’adolescenza – e frequentatore di cinematografi, in certi periodi con assiduità quotidiana – Bellocchio ha incontrato innanzitutto in Fortini, poi anche in Cases, Renato Solmi e altri, maestri o “fratelli maggiori” che l’hanno accompagnato per tempo oltre i confini del marxismo canonico, soprattutto italiano, verso autori decisivi per la sua formazione, da Simone Weil ai  francofortesi. Ma, come tiene a precisare, «insieme a Gramsci, Gobetti, Kraus, Orwell, Edmund Wilson: che non sdegnavano affatto di considerarsi anche dei giornalisti». “Il giornalista che pensa”, “forse il primo giornalista di idee” (ancora Cases): ecco la divisa che Bellocchio sembrerebbe indossare con un certo agio.

Scrittore a puntate di una realtà a pezzi. E veniamo al presente. Una realtà a pezzi (liquida, gramscianamente corporativa, “mucillagine”). Non so se siamo in epoca postfordista (la Cina, l’India, il Brasile sono postfordisti?). Certamente siamo nell’ epoca in cui – come non sapeva ancora Smith e già sapeva Marx – la produzione taylorista di merci si è fatta taylorismo dello spirito, antropologico, minando il rapporto tra realtà e umana possibilità della sua comprensione. Nell’attuale società di massa le idee dominanti sono naturalmente quelle della classe dominante, le classi subalterne non praticando più idee e comportamenti autonomi rispetto a quelle. E viceversa: la borghesia (che a differenza dei vecchi ceti feudali è inclusiva, pervasiva, una vera classe generale) incatenando se stessa incatena (va incatenando?) tutta l’umanità. La già aborrita e temuta “filosofia della prassi” è diventata così bandiera universale: fare, incessantemente fare. Ma fare cosa dunque? Fare soldi per consumare e consumare per fare soldi, in un continuo capovolgimento dei rapporti tra produzione e consumo. 
Marx ha scritto da qualche parte che l’evoluzione nella realtà è dalla scimmia all’uomo, ma la sua “apprensione nel pensiero” è dall’uomo alla scimmia. À rebours, controcorrente. Vale ancora. Nella realtà è dagli operai indiani alle “Fabbriche della felicità”, ma poichè nel sistema della comunicazione globale a base di silicio i minatori di silicio non compaiono, è dai cascami finali che tocca risalire la china di un possibile pensiero del presente. Senza curarsi del tourbillon irrefrenabile di merci-soldi-rifiuti, che produce e consuma pensiero-spazzatura a un ritmo tale da far rimpiangere l’ordinaria mercificazione dei decenni passati.
Quell’individuo, in tale esponenziale divertissement, che si fermi, respinga la regola del moto incessante, si sottragga al vortice, sappia riflettere a partire dalla sua personale esperienza e cultura della vita e del mondo, colui costituirà una contraddizione del sistema e ne mostrerà in più punti la vulnerabilità. È il caso, credo, dell’Adorno di Minima moralia: la fenomenologia del degradare da individui a consumatori, collocata nella tradizione moralista lascia trasparire i segni dell’offesa, incompatibile col processo in corso.
In tempi a noi più prossimi, nei quali quasi nessuno ha più trovato la chiave per dire le cose e la radicalità sembra diventata muta, Piergiorgio Bellocchio ha ostinatamente continuato a usare la parola scritta come forma possibile di responsabilità e verità. Con pochi altri, nella letteratura italiana contemporanea, e con risultati di sorprendente efficacia.

Al di sotto della mischia. Tanto involontario quanto riuscito, Al disotto della mischia (Libri Scheiwiller, 2007) è un libro che propone l’intellettuale e lo scrittore Bellocchio così com’è. Poco più di una cinquantina di pezzi di diversa misura, dalla mezza pagina alle trenta dei due saggi più lunghi, sul processo Sofri (“Chi perde ha sempre torto”) e su Pasolini saggista politico-civile (“Disperatamente italiano”): tutti già editi, tranne “Simone Weil e la religione”, intervento in un seminario organizzato a Bologna da Giancarlo Gaeta.  I pezzi sono raccolti in cinque sezioni: “I doni di Arimane” (“Diario” n. 8, giugno ‘90), “Chi perde ha sempre torto” (“Diario” n. 9, febbraio ‘91), “Pesci fuor d’acqua” (dall’omonima rubrica sul mensile “King”, marzo 1994 – agosto 1995), “Al di sotto della mischia” (“Diario” n. 10, giugno ‘93), “Disperatamente italiano” (1999). L’ordine è sostanzialmente cronologico, ad eccezione degli scritti del ‘93 posposti a quelli su “King” del biennio successivo. Felice inversione, perché i pezzi di “Diario”, svincolati da una attualità in qualche modo imposta dalla cadenza mensile di “King”, sono i più consoni a chiudere le sezioni “diaristiche” del libro. Liberi e profetici.
Si legga per esempio “La merda in cattedra”. Che un pezzo con un titolo del genere e l’incipit seguente: «“Quand la merda la monta in scagn o la spuzza o la fa dann”», involontario “editoriale” di congedo dall’esperienza di “Diario”, sia stato scritto un anno prima della vittoria elettorale di Berlusconi nel ‘94, è particolare davvero non irrilevante. «Quella che a me pare straordinaria» – scrive Bellocchio a commento della scelta di un vecchio proverbio dialettale per fotografare l’Italia contemporanea – «è l’immagine della “merda che monta in cattedra”. Intanto la riduzione sintetica a merda di diversi disvalori: ignoranza e boria, idiozia e disonestà, incompetenza, villania, prepotenza… E poi questa merda – questa che è soltanto, nient’altro che merda – che ascende e s’impanca, e dal posto elevato che ha raggiunto pretende di insegnare e comandare e imporsi
come modello… E ci riesce». Così vero che – in barba alla “gioiosa macchina da guerra” guidata da Occhetto (e in barba a tutti noi) – l’anno dopo vinse Berlusconi. Tanto più vero – di una verità più profonda 
 a distanza di quindici anni, anche se Berlusconi perda pareggi o rivinca.
Bellocchio segnala nella “Prefazione” che quanto sia venuto scrivendo nell’ultimo ventennio abbia incontrato – innanzitutto nei “vicini”, nella sinistra in ogni sua sfumatura – silenzio e incomprensione; e sia stato considerato, di volta in volta, un venir meno alle responsabilità politiche, un sintomo di moderazione, conversione al centro, nostalgia del passato. Vi esprime anche l’auspicio, riproponendo i suoi testi in volume, che qualche giovane possa leggerli per la prima volta semplicemente per quello che sono, e qualche vecchio compagno rileggerli senza gli occhiali deformanti di formule e gerghi tanto rassicuranti quanto vacui. Considerati nostalgici e rivolti al passato già dieci-quindici anni fa, questi testi risultano purtroppo di disperante attualità  (“Il pensiero del futuro è un pensiero antiquario”, ha scritto Saba). E come il bimbo della favola, pressochè ad ogni pagina Bellocchio denuda il re: ma l’inquietante novità, rispetto alla lettura che se ne fa tradizionalmente, è che il re ha a che fare quasi sempre con ciascuno di noi.
L’intero libro è attraversato dall’analisi critica del “mito della sinistra”. In duplice senso: la sinistra stessa come mito, le mitologìe che essa alacremente produce e di cui si nutre. «La “serietà” della sinistra! Quanto pensiero vuoto, quante chiacchiere autorevoli, quanta falsa grintosità! Quando imparerà a badare alle cose e agli uomini…, a pensare concretamente, a parlare chiaro e semplice, con una voce comune, normale?» Al vecchio compagno deluso («Lo so che non c’è da aspettarsi niente da questi qui, anche se continuo a votarli…»), rimane un unico estremo desiderio: facciano le stesse cose degli altri, ma almeno le facciano “i nostri”. È la versione popolare, ancora con qualche tratto di idealità, della antica aspirazione ad andare al governo da parte di chi ne è sempre stato escluso. Ma è anche un meccanismo identitario fragile ed equivoco, che in un paio di decenni, complici il berlusconismo e il suo contrario, capovolge irrimediabilmente il rapporto tra valori e agire politico: non più i comportamenti concreti definiscono le identità politico-ideali, ma le dichiarate appartenenze legittimano ogni comportamento. La governabilità diventa valore supremo, in realtà l’unico: ha ragione chi vince, è giusto tutto ciò che fa vincere. La militanza politica diventa tifo (anche nel senso di malattia collettiva), come Simone Weil aveva paventato già negli anni quaranta, in un testo edito per la prima volta in Italia proprio da “Diario” (n. 6, 1988, “Per la soppressione dei partiti politici”, trad. it. di G. Gaeta).
Non si può fare nessun tipo di socialismo – scrive Bellocchio –  «con uomini a personalità e responsabilità limitata», prodotto finale di un secolo di società di massa. La divisione e spersonalizzazione, che dal lavoro si è estesa ad ogni momento della vita collettiva, di fatto eliminando quella individuale, ha prodotto l’espropriazione generalizzata della capacità di ognuno di noi di autocostruirsi identità e personalità. 

Modernizzazione e spossessamento di sé. Bellocchio analizza il problema prendendo spunto dalla riduzione televisiva (inglese) di Com’era verde la mia vallata, già film di Ford, dal romanzo di Llewellyn: in un distretto mineraio gallese, il contrasto tra padre e figli sulla partecipazione a uno sciopero deciso dal sindacato (echi analoghi, ambientati un secolo dopo, si trovano nei film “operai” di Ken Loach). Per il vecchio «il lavoro che svolge è cosa sua, egli lo conosce, lo possiede pienamente per averlo appreso attraverso un lungo tirocinio, perché “ci ha messo l’anima”, cioè cuore e cervello. (…) Per i figli un lavoro vale l’altro, una fabbrica vale l’altra, un padrone vale l’altro, e quel che conta è il salario». Per i figli il socialismo è un partito, una dottrina, una tessera, cui il vecchio non vuole assoggettarsi. «Ma se per socialismo intendiamo, molto semplicemente, autogestione dei produttori, non c’è dubbio che, senza saperlo, il vecchio ne incarni lo spirito e il progetto molto meglio dei figli». Difende caparbiamente la propria individualità e autonomia, sottovalutando i valori solidaristici e i vantaggi pratici della sindacalizzazione (l’unione fa la forza), mentre i figli vi si gettano senza dubbi e a capofitto. L’autospossessamento di sé, risultato del lavoro standardizzato, si estende per loro impercettibilmente alla dimensione politico-civile: e gli sta bene così. Oggi, «anche a furia di delegare dividere spersonalizzare, l’espropriazione che il vecchio temeva s’è compiuta. Né ciò riguarda i soli operai, siamo tutti privati del diritto di sapere, controllare, decidere. Siamo degli zeri, degli zeri programmati e, per colmo d’ironia, soddisfatti. Il vecchio, sorpassato e vinto, era ancora un uomo».
Volgendo in positivo ciò che è oggetto della sua critica, si direbbe che per Bellocchio una possibile società, alternativa a quella esistente, sia un “socialismo degli individui”, così come sono, con la loro quota insopprimibile di egoismo in ogni sua variante. Niente formule “scientifiche” che saltino a piè pari la pena degli uomini e la fatica, diventando migliori, di fuoriuscirne: né Smith né Marx tout-court. Se la trasformazione dell’egoismo individuale in ricchezza per tutti è smentita dai drammatici contrasti persistenti dopo due secoli abbondanti di azione “taumaturgica” del mercato, non convince Bellocchio neanche l’impossibile “rovesciamento” palingenetico prospettato da Marx: l’abbrutimento prodotto nella lunga fase del necessario sviluppo delle forze produttive è irreversibile. Ha ragione Orwell (e Simone Weil): gli uomini diventati prolungamento delle macchine, rimangono tali comunque si chiami il regime entro il quale vivono. Anzi, con la burocratizzazione dei socialismi autoritari e di stato da una parte, e la pervasività del neocapitalismo dall’altra, non possono che ulteriormente peggiorare.
Non è fuori luogo qui ricordare che nel nel luglio ‘68 (in Francia hanno appena vinto i gollisti: il maggio è finito), esce nel n. 35 dei “Quaderni piacentini” quello che a me pare uno dei documenti più alti dell’autocoscienza del movimento in Italia, il saggio “La politica ridefinita” di Carlo Donolo,  largamente influenzato dall’elaborazione dei tedeschi Rudi Dutschke e Hans Jürgen Krahl. Il movimento si riconosce come antiistituzionale e antiautoritario. Il primo aggettivo sottolinea lo spostamento a tutte le “istituzioni” della alienazione che Marx collocava nel processo produttivo: non solo la fabbrica, ma la famiglia, la scuola, l’università, gli ospedali, i partiti, i luoghi del tempo “libero” (a Ovest come a Est); il secondo che la natura dell’autoritarismo è nel consenso di coloro che lo subiscono,  nel bisogno di autorità e di repressione degli individui, che non sanno (non vogliono) riconoscersi come tali. Ne seguiva che la politica antiistituzionale e antiautoritaria (“la lunga marcia attraverso le istituzioni”) non poteva che prendere corpo attraverso una rivoluzione culturale, a partire dallo sforzo personale di ciascuno nel tenere insieme teoria e prassi (ideali e comportamenti): e ciò in ogni luogo e momento della vita quotidiana.
Se dal linguaggio di sapore “adorniano” torniamo al filo del nostro discorso, il punto è che al centro di un socialismo possibile deve collocarsi necessariamente un altro uomo, da quello che siamo: indisponibile alla “servitù volontaria”, consapevole del suo naturale egoismo e capace di limitarlo attraverso una autopromozione spirituale, frutto e nutrimento insieme di un certo modo di vivere e lavorare. Qualcosa di simile al muratore di Primo Levi, generoso di zuppa all’altrui fame, che i muri li tira su con tutta la calcina che ci vuole, a filo, anche se sono quelli del lager (e in ciò esercita in prigionia la sua libertà).
Il socialismo possibile di Bellocchio – lavorista, sobrio, morale – è anche popolare (come per Pasolini «popolo è più e non meno di proletariato, così come fratello è più e non meno di compagno») e nazionale, perché degli individui e delle comunità è parte integrante la tradizione di cui sono costitutivamente permeati. Allora l’altra società possibile è superare (limitare) la povertà, ma “con le spalle al futuro”, conservando quel «rapporto miracolosamente armonico tra i tesori d’arte, il paesaggio, gli abitanti», che colpisce e affascina Camus nei suoi viaggi in Italia (e prima di lui la Weil, e tanti altri). «Dopo aver visitato una mostra dedicata a Giotto», annota Bellocchio nel libro, «[Camus] constata che “i volti
dei primitivi fiorentini sono gli stessi che si incontrano per strada ogni giorno”». Una miracolosa corrispondenza, tra passato e presente, che lo scrittore francese rileva fino alla fine, nonostante osservi che «senza turisti e senza Vespe, senza le case che costruiscono intorno», Assisi e Perugia prima erano più belle. «Quando sarò vecchio, vorrei che mi venisse concesso di tornare su quella strada di Siena, che non ha eguali nel mondo, e di morirvi in un fossato, circondato soltanto dalla bontà di quegli italiani sconosciuti che io amo». Ben altrimenti Camus morirà, nel ’60, della più moderna delle morti (incidente automobilistico). E ahimè, chiosa il nostro autore,  «escludo che potrebbe riconoscere oggi i tratti di Giotto e di Piero nelle facce ebeti e soddisfatte del neo-italiano telecomandato».
Nel frastuono della prima vittoria di Berlusconi (1994), Bellocchio sceglie i versi di Sereni per Saba (sul 18 aprile del ‘48), la «nostalgia per un tempo in cui gli uomini erano capaci di investire passione d’amore in una battaglia politica, tanto da restarne “feriti a morte”. Gli uomini comuni, non solo i poeti. Rivolgersi all’Italia come a una donna amata: che stravaganza per i nostri professorini della politica, di destra come di sinistra!» E poi Pinocchio. «Nel capolavoro di Collodi, specchio della mentalità italiana, (…) i ragazzi, affascinati dall’Omino di Burro, finiscono trasformati in ciuchini. (…) Nella favola il tempo della metamorfosi è concentrato in un paio di mesi, nella realtà questo processo di progressiva somarizzazione è durato almeno un quindicennio e ha avuto la sua degna apoteosi nell’elevazione dell’Omino di Burro a capo del governo». In un paese che rimuove Pinocchio (mentre dilaga un malinteso Peter Pan e trionfa Harry Potter), non stupisce che il “rinascimento napoletano” finisca seppellito sotto tonnellate di rifiuti. (Anche perché, e come sempre, società politica e cultura si tengono insieme).

Diario minimo. Tra Kraus e Saba. A questo punto ho il dubbio che il lettore, conoscendo poco o punto lo scrittore Bellocchio, e basandosi prevalentemente su quanto sono venuto sunteggiando, possa scambiare Al di sotto della mischia per un libro prevalentemente di analisi e riflessione politica. Non è così. Come già si è detto, il tratto distintivo, che ne fa un libro diverso, “inclassificabile”, è il modo di procedere dell’autore già dalla partenza. L’approccio è micrologico, quotidiano, “minimalista”. Bellocchio prende spunto quasi sempre dall’esperienza personale: un furto, una caduta in bicicletta, un viaggio in treno, un pranzo (in casa o al ristorante). Una serie di francobolli, una poesia, un film in tivù, un quadro, una foto, la malattia, la morte di una persona. E, costantemente, la lingua.
«È sulle parole più comuni, semplici, schiette, dal senso meno equivocabile, che lo spirito borghese ha esercitato con maggiore acribìa il suo talento denigratorio, la sua vocazione punitiva». Uomodonnavita… Analizzandone le trasformazioni nell’uso e significato, Bellocchio sintetizza in un paio di pagine il secolare passaggio della società borghese dall’ideologia del risparmio all’apologia del consumo: «Nella democrazia dei consumi, raro diventa ciò che non serve e non piace. Più una cosa è rara, meno vale: quindi l’uomo e la donna, in quanto individui. In compenso la vita, dal momento che è passata sotto il pieno controllo della produzione, può essere promossa dalla pubblicità come valore positivo. La vita è finalmente di moda».
Quanto allo “stile della volgarità”, gli bastano poche righe, la prosa di un avviso condominiale: «L’Agenzia XY fa presente che nei propri uffici persiste un olezzo insostenibile per i rifiuti… Facciamo inoltre presente che non ci troviamo in un quartiere del Marocco!» A parte «la volgarità corrente, in cui razzismo e insulto si coniugano al meglio», commenta Bellocchio, «a turbarmi è quell’“inoltre”, è la reiterazione del “far presente”. Avessero aggiunto…“Non siamo mica in Marocco!” oppure: “Siamo forse diventati dei marocchini?”, pazienza… Ma “facciamo inoltre presente”! È la firma della miseria culturale, della alienazione burocratica, della sprovvedutezza presuntuosa. È la volgarità che supera se stessa, cercando grottescamente di darsi uno stile. E l’unico stile che è in grado di procurarsi è quello…»
Se ha senso – e credo ne abbia – tentare un giudizio critico sull’evoluzione del saggismo di Bellocchio negli ultimi vent’anni, non può che essere Dalla parte del torto (1989) il termine di paragone di Al di sotto della mischia, i due libri avendo comune origine da “Diario”. Intanto: mentre il primo propone il susseguirsi dei pezzi separati da una semplice spaziatura (come in rivista), nel secondo ognuno ha il suo titoletto in testa alla pagina, che è più strutturata, più rigida. La differente scelta grafica deve certo aver inciso (non so in che misura) sull’assenza nell’ultimo libro dei pezzi più brevi, degli aforismi. Tuttavia mi pare ci sia un cambiamento di tono diffuso, non semplicemente o in toto riconducibile alla diversa messa in pagina.
Tra i due libri, e anche tra i primi e gli ultimi numeri della rivista, secondo me, un certo slittamento nella materia e nel modo di trattarla (nello stile) produce l’effetto di un prevalere della compassione sulla “cattiveria”. La critica feroce dell’industria culturale (o del singolo intellettuale) si fa da parte per lasciare maggior spazio a brevi prose malinconiche, la sentenza aforistica senza scampo si cela in favolette urbane, apologhi, piccoli ritratti umani, in cui l’intento critico e l’esito morale più che esplicitarsi emergono da sé, anche per via narrativa. Meno Kraus e più Saba, si direbbe: “raccontini”, “scorciatoie” («sono vie più brevi per andare da un luogo a un altro del ragionamento», diceva Saba: ma dimesse, in terra battuta, di campagna o estrema periferia).
Il Bellocchio “meno cattivo”, di cui si tratta nella “Prefazione” di Al di sotto della mischia, non è da “Quaderni piacentini” a “Diario”, “dall’impegno al disimpegno”, ma dall’alto al basso, dai luoghi della cultura e del potere a quelli della vita quotidiana, dal presente al passato: il tasso di cattiveria dipende da dove va a posarsi il suo sguardo. A volte – è lo stesso Bellocchio ad ammetterlo preliminarmente in “L’umile Irlanda”, di fronte a film come The dead o Il pranzo di Babette – la «disposizione critica cede subito… a un moto di reverenza e commozione… Si tratta infine di incontri con i miei morti… [e] l’emozione è tanto più forte perché queste occasioni sono sempre più rare e presto cesseranno del tutto». In questi casi, semplicemente, la prosa di Bellocchio si fa poesia: «Com’è bello che Huston, questo regista così americano, affascinato per tutta la sua lunghissima carriera dall’azione e dal delitto – la lotta per la vita, la guerra, lo sport, il denaro, il potere, la rapacità… – abbia voluto concludere la sua opera e la sua vita con un film che è un omaggio alla vecchia Europa, all’umile Irlanda dei suoi vecchi, un film che si svolge tutto in poche stanze e in cui non succede niente».

Salvarsi da soli? «La domanda è questa: ma davvero un cittadino, un letterato, può pensare, soprattutto oggi, di salvarsi da solo?» La rivolge Antonio Tricomi ad Alfonso Berardinelli (“Lo straniero” n. 89, 2007), ma se non altro per l’evidente interesse generale di una possibile risposta, non credo sia fuori luogo interrogare al riguardo l’ultimo libro di Bellocchio, preliminarmente convenendo che si tratta qui di salvezza terrena, della possibilità e del dovere di essere meno infelici. Mutatis verbis, di uno di quei “doveri verso l’essere umano”, che Simone Weil espone nell’Enracinement (trad. it. di F. Fortini, La prima radice, Ed. di Comunità, 1954, poi SE, 1990).
In Al di sotto della mischia il materialista Bellocchio mette mano al problema ricorrendo paradossalmente ad alcune delle voci più alte di quel paradosso per eccellenza che è il Cristianesimo. Kierkegaard: «Anche chi non abbia la fede, se si dedicherà a compiti puramente umani “con amore sincero”, sarà salvato». La Weil (scrive dall’Italia al giovane amico Jean Posternak, ansioso di rassicurazioni sull’immortalità dell’anima e la prospettiva della salvezza eterna): «Mi sembra che lei dia molta importanza ai ragionamenti sull’immortalità. Io, invece, ne do assai poca. C’è qui un problema di fatto che nessun ragionamento può troncare in anticipo. Che ce ne importa? (…) È in questa vita che occorre elevarsi sul piano delle realtà eterne (lo spirito sente e sperimenta che è eterno, affermava Spinoza), sottraendosi all’influsso di ciò che nasce e muore continuamente. E se tutto scomparisse con la morte, è ancora più importante non sciupare questa vita che ci è concessa e saper salvare la propria anima
prima che sparisca nel nulla. Sono convinta che questo è anche il pensiero di Socrate e di Platone (come pure del Vangelo) e che tutto il resto non è che simbolo e metafora».
Si ha il dovere di salvarsi in questa vita, se necessario anche da soli. Proprio su questo punto – né stupisca la perfetta coincidenza – Fortini chiude la lunga “Lettera ad amici di Piacenza” del ’61 (ciclostilato ad alcool, poi in L’ospite ingrato. Testi e note per versi ironici, De Donato, 1966, II ed. allargata Marietti 1985): «Tutta la storia dell’occidente moderno è storia di individui e di minoranze che decidono di non servire l’inevitabile, il necessario; (…) È storia di coloro che da soli hanno deciso di non esser soli». Il pensiero critico pretende la solitudine dell’individuo che sappia ancora considerarsi tale. Un certo grado di misantropia è il prezzo della scelta di non accettare la solitudine definitiva in forma di degradazione da individuo a moltitudine (la modalità disumanizzata della cattiva compagnìa).
Nei decenni a noi più prossimi, l’isolamento si è fatto crescente, favorito e mascherato dallo sviluppo delle comunicazioni di massa. I rapporti individuali sono sostituiti da “rapporti universali e a distanza”: si dispiega pienamente quella “paralisi del contatto” che Adorno ha descritto oltre sessant’anni fa. Viviamo nell’epoca del “degradarsi del consiglio a parere”, della “decadenza del dono”, della “fine dell’amicizia”, nella quale «un aiuto funzionale e continuo si trasforma – inevitabilmente – in vassallaggio per chi lo riceve».
«Così le monadi si evitano reciprocamente, quanto più si sentono affette dallo stesso male», scrive Renato Solmi nell’“Introduzione” alla sua traduzione italiana di Minima moralia (Einaudi, 1954), che ho potuto leggere integralmente per la prima volta nella bellissima Autobiografia documentaria. Scritti 1950-2004, (Quodlibet, 2007). Annota Solmi poco più avanti: «Squarci di un’esistenza diversa – come la partecipazione alla guerra di liberazione – appaiono così luminosi nel ricordo, non solo e non tanto per le prospettive finali della lotta, quanto per la novità radicale dei rapporti instaurati in quelle circostanze».

 

Squarci di un’esistenza diversa. In Al di sotto della mischia (nel lungo saggio su “Il processo contro ‘Lotta continua’ per l’omicidio Calabresi”), pur fatte le debite proporzioni tra Resistenza e Sessantotto, Piergiorgio Bellocchio fornisce una conferma che ciò che rimane, dei momenti acuti dello scontro politico e sociale, non sono tanto “le prospettive finali della lotta”, quanto l’esperienza di “rapporti radicalmente nuovi” che si vengono a creare in quelle situazioni. «Mentre riconosco la fragilità di certi presupposti teorici e di molte analisi su cui si fondava l’azione politica del movimento – scrive –  non posso non rimpiangere quello che ero in quegli anni: più disinteressato, più disposto a rinunciare a certi privilegi, più pronto ai rischi, più fraterno, insomma un uomo moralmente migliore di quel che sono oggi. (…) Eravamo più felici (o meno infelici), perché c’era un maggior accordo tra le nostre idee e i nostri comportamenti».
Il discorso è esteso a dirigenti e militanti del movimento di allora (dediti «interamente alla causa, estranei a ogni idea di guadagno, carriera, famiglia, promozione sociale… migliori di quello che sono diventati»), incluso l’ex operaio Marino, compagno e poi unico accusatore di Sofri. Non il suo «sogno di eguaglianza», l’esperienza di quello “squarcio di esistenza diversa”, ma i loro limiti e la loro irrimediabile fine ne fanno «un uomo alla deriva, senza bussola». Come Marino «tantissimi proletari e sottoproletari… ci avevano puntato tutto e per una breve stagione avevano avuto anche la viva esperienza dentro e fuori la fabbrica di un reale potere, di una nuova dignità e di ciò che dobbiamo pur chiamare fraternità». Per costoro «la sconfitta è stata ben altrimenti amara e catastrofica che per Sofri, Viale, Rostagno, Bolis, Bobbio ecc. (per non  parlare di uno come me, abbastanza vecchio e disincantato per non crederci quasi affatto, nella possibilità di una svolta rivoluzionaria, scegliendo peraltro il “come se”)».
Bellocchio ha condiviso la “grande speranza” del Sessantotto e ne ha subita la sconfitta, tra i primi a riconoscerla, tempestivo e acuto nell’analizzarla. Per lui e la maggior parte del gruppo di “Quaderni piacentini”, «la fase caratterizzata dalle speranze suscitate dal Movimento studentesco… si chiude o si avvia a chiudersi» già nel 1969, che pure è l’anno in Italia delle grandi lotte operaie (Cfr. per esempio: G. Bechelloni, Cultura e ideologia nella nuova sinistra, Comunità, 1973). «Lenin è morto», sentenzia un famoso articolo di Ciafaloni e Donolo dell’estate di quell’anno, “Contro la falsa coscienza del movimento studentesco”. La rivoluzione non si fa «anche perché non si sa cos’è. Non la si fa neanche se gli operai della Fiat avessero fiato per andare avanti così fino all’anno prossimo, anche se ripetessimo il maggio. Perché valga la pena di ripetere consapevolmente il maggio, bisogna sapere cosa fare a giugno. Altrimenti ci si ritrova abbracciati con Pompidou». Comincia presto il periodo in cui, come si ricorda nella “Prefazione” di Al di sotto della mischia, i “Quaderni piacentini” «disperatamente cercarono di tenere assieme il lume della ragione con la pratica della contestazione».

È, questo, un punto decisivo: quando gli “squarci di un’esistenza diversa” vengono meno, bisogna prontamente riconoscerlo. Tanto è miserabile la sùbita abiura, la fuga dalla nave appena comincia a imbarcare acqua, quanto è mistificatorio e deleterio il prolungamento ad libitum di una lotta irrimediabilmente persa, la sostituzione della “realtà effettuale della cosa” con interminabili recite basate sulla “imaginazione di essa”.  La storia è piena di voltagabbana, ma anche di “fedeli” a buone cause semplicemente utilizzate come trampolini di lancio per ottime carriere: “professionisti” del pro o contra. Péguy ne scriveva già a proposito dell’affaire-Dreyfus, e il Sessantotto non solo italiano ne costituisce conferma esemplare e su larga scala. Quarant’anni dopo, Bellocchio mantiene una severa fedeltà critica alla sua collocazione di allora, che poggia sulla consapevolezza della sconfitta e sul dovere della riflessione autocritica. Ma non rinnega il valore della scelta (da quale altra parte bisognava stare?) e non accetta di invalidare l’ispirazione originaria. «La verità è quasi sempre sconfitta ma mai del tutto».

 

Destra e sinistra, idee e comportamenti. Nel magistrale pezzo che chiude Dalla parte del torto, Bellocchio delinea una topografia etico-politica di permanente validità prendendo spunto dalla comparazione tra un dittico di Cranach (Lutero e Melantone) e i numerosi ritratti di Erasmo (Holbein, Metsys, Dürer). «Lutero ha assunto la solennità dura e enigmatica del capo indiscusso, e appare come catafratto in un suo segreto. Melantone, al contrario, sembra non voler nascondere nulla del suo destino». «La natura passionale di Lutero, la sua energia, l’irriducibilità del carattere lo corazzano dal dubbio e dal rimorso». In Melantone «lo sguardo [è] perso nel vuoto… l’espressione inconsolabile è di chi non dimentica nulla. Una natura mite prestata alla rivoluzione. Un uomo che ha represso la sua vocazione di studioso per la battaglia religiosa, senza peraltro possedere alcuno dei conforti del fanatico e dell’ambizioso». Quanto a Erasmo, è ritratto «costantemente di profilo, gli occhi abbassati, intento a scrivere, circondato da libri»; il grande Erasmo che ha capito tutto, «sapiente ma scettico, tollerante ma ambiguo, indipendente ed equanime ma pavido… infine se ne tira fuori».
Ed ecco la sintesi “politica”, né è in dubbio a chi vada la commossa simpatia di Bellocchio. «Se Erasmo rappresenta… l’ala sinistra della destra, Melantone è l’ala destra della sinistra. Teoricamente, le loro posizioni sono molto vicine (su diverse questioni specifiche Erasmo era anzi più “a sinistra” di Melantone e dello stesso Lutero). Ma ciò che li divide è sostanziale, decisivo. Anche Melantone aborriva gli eccessi, era angosciato dallo scontro con Roma… Ma intanto aveva scelto. Il salto che Erasmo non è mai stato capace di compiere, Melantone l’ha fatto subito, secondo coscienza e ragione, contro la sua natura e la sua cultura, ed è stato fedele fino in fondo; è passato attraverso la tempesta senza schivare i colpi. E tuttavia su quel volto gramo e devastato la piega della bocca sembra ancora tentare l’accenno di un sorriso». Come il “suo” Melantone, Bellocchio è un uomo «che
vede chiaramente anche tutto il male che può derivare da una decisione giusta, e che a questo male non sa rassegnarsi»; che ha maturato «la consapevolezza che la rivoluzione è comunque una tragedia, anche quando vince, e non ne ignora il prezzo terribile. Perché infine non c’è vittoria che non sia anche una sconfitta».
Ora non stupisca che un uomo siffatto, in attesa di un posto migliore dove mettersi, si collochi tra “oggetti smarriti”, “dalla parte del torto”, “al di sotto della mischia”; ciò che conta è che da lì continui a esercitare la responsabilità personale nei confronti della realtà e della verità, con la tormentata consapevolezza di quel sovrappiù che se ne deve esigere dall’intellettuale. Era una vocazione già operante nei “Quaderni piacentini” dei primi anni Sessanta, ai tempi in cui Bellocchio si mascherava da “Franco tiratore”, in ciò facendosi erede e continuatore di una lunga tradizione critica e morale. Se le cose vanno male “non aspettarti altra risposta che la tua”, raccomandava Brecht. E Orwell: “la criticità si esercita innanzitutto nei confronti della propria parte”. O ancora Adorno: “l’onestà di un pensiero comincia precisamente dove sa esercitarsi contro se stesso”. Del resto lo ripeteva già Socrate: “cerca in te stesso”.

 Ha scritto Renato Solmi, oltre cinquant’anni fa, quand’era appena ventisettenne, al fraterno amico Cesare Cases, in quel momento (provvisoriamente) restìo ad accettare il “pessimismo reazionario” di Adorno: «C’è una funzione costruttiva della filosofia, ma c’è anche una funzione socratica. Convincere gli altri (e se stessi) del proprio torto, è il primo, se non il più alto, compito del pensiero. (…) Potrebbe darsi che la rinuncia alla connessione esplicita della teoria con l’azione politica sia – in circostanze storiche determinate – la condizione dolorosa, ma necessaria, di un approfondimento della verità. E l’impossibilità di condividere un pessimismo per altro verso fin troppo comprensibile, non diminuisce – non dovrebbe diminuire – il nostro debito di gratitudine». Grazie Bellocchio.