Franco Fortini
e le negazioni a basso prezzo
Emiliano Alessandroni

Intervento presentato al convegno «…un intellettuale, un letterato, dunque un niente». Eredità di Franco Fortini, a cura di Salvatore Ritrovato, Antonio Tricomi e Riccardo Donati, Urbino, 21 novembre 2017.

I. Intellettualismo e Negativo astratto

In tutte le sue battaglie di ordine filosofico e teorico/letterario, Franco Fortini non si è mai stancato di mettere in risalto la disposizione al negativo, dunque al conflitto, che contraddistingue le avanguardie artistiche: «nel termine stesso di avanguardia», sottolineava, vi è una «analogia di carattere militare». Si trattava, in sintesi, di riconoscere un nemico, «stabilire due fronti, cioè suscitare l’avversario, determinarlo, e così bloccarlo».1

Tali correnti estetiche tendono quindi a irrompere dentro il dibattito pubblico assumendo le vesti di una negazione radicale. Ma «una negazione», aggiungeva, di carattere tutto spirituale, concepita interamente «nell’ordine della volontà e della persuasione»,2 confinata, pertanto, entro i tracciati che delimitano la dimensione del soggetto.

La prospettiva e il linguaggio qui adottati sembrano rinviare direttamente a Hegel. Questi, invero, tanto nella piccola quanto nella grande Logica, aveva denunciato l’illusorietà di quel «Negativo astratto (Abstrakt-Negativ3 che, frutto di arbitri individuali, non possiede alcuna relazione con l’oggettività e le forze immanenti del processo storico reale:

Nel fatto, quando il negativo non esprima altro che l’astrazione di un arbitrio soggettivo, oppure una determinazione di un confronto estrinseco, certamente esso non esiste per l’oggettivo positivo, vale a dire che questo non è in lui stesso riferito a una tal vuota astrazione; ma allora la determinazione di essere un positivo gli è parimenti soltanto estrinseca.4

Tale negatività soggettiva, priva dunque di essenziali connessioni con il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente, solleva, secondo il Gramsci dei Quaderni, il nembo di polvere dentro cui tende a smarrirsi la battaglia filosofica combattuta da Ugo Spirito:

lo Spirito non sa andare oltre la superficie… Nella sua posizione l’antitesi reale è violentemente soppressa e si pone come antitesi appunto un tentativo di mediazione tutto intellettualistico che è vivo solo nel cervello di pochi intellettuali di non grande statura.5

Come quello di Spirito viene definito da Gramsci un tentativo di mediazione tutto intellettualistico, così per Fortini le avanguardie artistiche costituiscono un tentativo di opposizione che, analogamente, si consuma per intero nell’ordine dell’ideale. Le antitesi di cui esse vorrebbero costituire l’incarnazione, vengono definite dal critico prive di reale capacità trasformatrice e, piuttosto, inclini a promuovere, a dispetto delle proprie finalità, disposizioni conservatrici. Diametralmente opposta risulta quindi la sua prospettiva rispetto a quella assunta da Adorno:

A differenza di Adorno, abbiamo scorto nello spirito delle avanguardie più recenti (ma, in una certa misura, anche in quelle di tutto il nostro secolo) una obbiettiva complicità con la oppressione, quale sanno sviluppare solo gli schiavi arruolati per reprimere le rivolte di altri schiavi. A fornire negazioni a basso prezzo ci pensano ormai industria della cultura e nichilismo di massa.6

Ritorna ancora una volta il nome di Gramsci, il quale, nel polemizzare contro La trahison de clercs di Julien Benda, ricordava che «la lotta intellettuale, se condotta senza una lotta reale che tenda a capovolgere questa situazione, è sterile» (Q3, par. 2).

Ma il giudizio di Fortini verso le avanguardie artistiche risulta ancora più duro di quello espresso da Gramsci nei confronti dell’intellettuale francese: la battaglia che queste conducono si rivela priva di peso: si tratta, a ben vedere, di una «guerriglia semiologica»,7 suscettibile non soltanto di non possedere alcuna relazione con l’antitesi reale, con la negazione oggettiva, ma, in ultima analisi, di muoversi in controtendenza rispetto ad essa, dacché finisce per occultarla e soffocarla.

II. Il punto di vista della totalità

Ma se quello dell’avanguardismo costituisce un risultato artistico poco felice, qual è il tipo di letteratura cui Fortini guarda con favore e che ritiene importante stimolare? Ancora una volta, contrariamente ad Adorno, tutto orientato alla difesa di una sfera letteraria che «si fa schiava di quel che combatte», il critico difende e sollecita «una letteratura che per dimensioni, complessità e radicalità contenga in sé le [diverse] tensioni e… contraddizioni».8

La prospettiva generale delle avanguardie, in tal senso, rivela due principali difetti d’origine:

1) nella misura in cui resta sospesa su un piano meramente spirituale, non riesce a costituirsi come forza storica concreta e neppure ad essere espressione delle negazioni sociali esistenti, essa è intellettualistica;

2) dacché non vuole costituire un’espressione della realtà, vale a dire dell’insieme delle forze in lotta, ma essere lei stessa una forza negativa, essa risulta unilaterale.

Se contro la prima deriva Fortini intende lottare promuovendo non già un’estraneazione, ma un avvicinamento della letteratura alle forze storiche (la pretesa di costituire in modo intellettuale una forza storica rivela, in controluce, un’estraneazione rispetto a quelle forze storico/sociali esistenti, vale a dire, l’insistenza sulla capacità trasformatrice del vettore formale si sviluppa al prezzo di una certa trascuratezza dei vettori sostanziali), contro la seconda egli chiama in causa la lezione di Lukács e rivendica l’importanza, per l’arte, di abbracciare quello che il filosofo ungherese definiva «il punto di vista della totalità».9

Si tratta di una posizione che il teorico del realismo aveva desunto da Hegel, secondo il quale esisteva una sorta di relazione diretta tra Bellezza, Verità e Totalità per cui ciascuna di queste istanze rinviava necessariamente all’altra. Ma è una posizione assunta, a suo tempo, anche da Hölderlin: «L’Uno in sé distinto», afferma Iperione rivolgendosi a Bellarmino, «questa è l’essenza della bellezza, e prima che fosse trovata, non v’era filosofia».10

III. Eterno ritorno, messianesimo o dialettica?

Una simile prospettiva viene ereditata anche da Gramsci (con elementi supplementari di dialettica): per questi, nella misura in cui «un determinato momento storico-sociale non è mai omogeneo» ma «è ricco di contraddizioni», capacità rappresentativa e artistica possiederà non colui che esprime soltanto un lato della contraddizione, ma colui che «esprimerà tutte le forze e gli elementi in contrasto e in lotta», compresi dunque gli elementi reazionari o anacronistici, «cioè chi rappresenta le contraddizioni dell’insieme storico-sociale» (Q3, par. 3c).

La categoria di contraddizione, che perviene a Gramsci dalla lezione hegeliana (e che ritroviamo anche in Lukács) occupa un posto centrale anche nella riflessione di Fortini, il quale insiste spesso sull’importanza, per un critico, di saper valutare «il livello di contraddittorietà»11 delle opere letterarie, vale a dire il grado e la configurazione specifica delle lotte.

Per Fortini la realtà non è un Panopticon (come viene concepita da Michael Foucault secondo quella che designa come ipotesi di Reich),12 ma rassomiglia più, per dirla con Gramsci, ad «un rapporto di forze in continuo mutamento di equilibrio» (Q8, par. 84). Ecco come si esprime allorché tratta del capitolo sulla dialettica servo/padrone presente nella Fenomenologia dello spirito: «il lavoro servile di cui Hegel ci parla è un momento dello Spirito ma è anche una fase della storia umana tutt’altro che conclusa».13 Vediamo allora che, come presso Hegel, anche in Fortini la realtà risulta composta da un conflitto tra signori e servi che mostra uno svolgimento e un mutamento di configurazioni, un conflitto dunque non a somma zero come vorrebbero, al contrario, Nietzsche e Foucault.14

Ben più alla prospettiva del filosofo francese (eterna, priva di sviluppo, dunque in ultima istanza metastorica) che a quella di Gramsci, rassomiglia per molti aspetti l’immagine di realtà che ci consegnano le opere di Kafka. È un mondo, quello che lo scrittore praghese libera dalla sua penna, gremito di «significati fluttuanti, dove tutto si converte in tutto», un universo estremamente «enigmatico», nel quale ogni evento, ogni cosa «si trasforma irrimediabilmente» e «i rapporti di causa/effetto sono alterati da potenze sovrumane o demoniache», una realtà inafferrabile e impenetrabile, dunque, fondata su «equivalenze simboliche» che si rinviano l’una all’altra all’infinito e costituiscono «il punto di fuga di ogni prospettiva». Tutto ciò, conclude Fortini, significa davvero «scrivere sull’acqua».15

I saggi che appaiono in Verifica dei poteri si propongono di impedire che le pagine kafkiane ondeggino nell’aria come coriandoli in assenza di gravità. Essi intendono ricondurle alla terra, alla dimora in cui sono nate. Vediamo quindi contrastare tutte quelle letture psicologistiche o esistenzialiste che, sulla scia di Heidegger, scorgono nei racconti dello scrittore praghese l’immagine eterna della condizione umana, per scoprire piuttosto in essi i tratti somatici di un uomo storicamente determinato.

Incontriamo qui un’ulteriore forma di negazione astratta, che viene prodotta estendendo in senso diacronico la negazione determinata fino a sussumere l’intero campo dell’Essere e ad eliminare il valore stesso del tempo. È questa una tendenza contro la quale, fin dal 1947, si era pronunciato anche Giacomo Debenedetti:

Ogni vero romanzo, ogni romanzo risolto a fondo, ha contenuto una sua Nekuia […] I nostri contemporanei, invece, sembrano collocare l’inferno in un prima dell’azione, nei luoghi donde i personaggi traggono nascimento, e spesso anzi i diavoli che li spingono al mondo stentano a lasciarsi riconoscere nella motivazione visibile e apparente di quelle loro creature. Con questo inferno anticipato, assimilato nelle diluzioni di un male cronico, stemperato nell’angoscia che accompagna i personaggi lungo tutto il racconto, i nostri autori suppongono di immunizzarli e immunizzarsi contro ogni ritorno dell’inferno propriamente detto, di scansare i traguardi della Nekuia.16

Contro la tendenza della negazione astratta ad estendere indistintamente all’Essere le condizioni di asfisia e a diluire lo storico nell’ontologico, Fortini rivendica l’importanza assunta nella vita reale dalla negazione determinata: tanto la letteratura quanto la critica, laddove intendessero stringere anziché allenatare i rapporti con la realtà, dovrebbero sforzarsi di dare «un senso ed un luogo al male, alla morte e alla negazione».17

Le antitesi a basso prezzo, in tal senso, appaiono come rivalità elementari, immediate, esiti nefasti di «ogni troppo rapido assenso alla negazione, alla svalutazione e al disprezzo del mondo-così-com’è». Per promuovere antitesi reali, di contro,18

Occorre essere coscienti dell’unicità della vita, del valore del mondo e della positività che s’accompagna anche alla peggiore decadenza e oppressione e corruzione, se si vuole di queste negare autenticamente la figura presente. (In altri termini: non saprai chi sono veramente i tuoi nemici se non sai, nello stesso momento, chi sono i tuoi amici).19

Si tenga nondimeno presente che gli inviti fortiniani a tener conto del valore del mondo, dei bagliori di luce e dei tratti positivi dell’esistenza per contrastare le estensioni indebite del negativo, ovvero i troppo rapidi assensi al disprezzo del mondo-così-com’è, intendono guardarsi bene dal ricadere in forme opposte ma complementari, vale a dire in estensioni indebite del positivo. Il rigore analitico con cui viene esaminata circospeziosamente la realtà per tenersi lontano dalle ipostasi, costituisce uno sforzo finalizzato a proteggere la propria visione del mondo da quelle forme di messianesimo che, nel Novecento, hanno contraddistinto tanta parte del cosiddetto marxismo occidentale.20 Fortini si rifiuta di restare imprigionato entro i confini angusti di una logica binaria o di una morale manichea. I ragionamenti che orientano i suoi giudizi non si svolgono in termini di Inferno o Paradiso, né sul piano strettamente linguistico né su quello semantico. La Negazione non viene concepita come quella forza che annuncia la terra promessa, una sorta di Elisio pronto a sorgere sulle ceneri degli inferi. Anche per lui, come già per Hegel e Leopardi, la contraddizione costituisce un’essenza ineliminabile del Finito: «non si può invocare nessun riscatto», scrive sul «Corriere della Sera» nell’agosto del 1982, «senza ribadire, o accettare, una qualche specie di catene».21

IV. Lo storico-politico

Questa visione dialettica che orienta i giudizi di Fortini sul piano filosofico, teorico- e critico-letterario, come un sistema entro cui ogni elemento trova una sua connessione, indirizza anche i giudizi sul piano politico. In un articolo dal titolo, Filoamericani di sinistra, colonizzati e contenti apparso su «Il Manifesto» del 1991, vediamo criticare severamente quella visione indistinta del potere, dalle riminiscenze foucultiane, applicata ad ogni elemento capitalistico. Per gli alfieri di questa prospettiva, «l’immane potenza del negativo di cui parla Hegel» assume facilmente «i caratteri di un meduseo demiurgo abbacinante». Assistiamo pertanto a un nuovo crepuscolo della dialettica e, sia pure con un vocabolario marxiano, a un ritorno del messianesimo. Vediamo farsi quindi strada, entro la sfera del dissenso, la convinzione per cui «il Capitale tende a coincidere col Male, ha la capacità di dissolvere o pietrificare» tutto ciò che tocca. Ovvero «il Capitale» viene «creduto sinonimo di una totalità cui può contrapporsi solo una volontà di negazione, angelica, appunto, o satanica».22 Al contrario, per Fortini, le tesi che schiacciano le antitesi, lungi dal costituire totalità implacabili o medusei demiurghi abbacinanti, sono sempre tesi determinate, tutt’altro che sovrannaturali, collocate in un tempo e in uno spazio. Con un’intervista rilasciata a «La Stampa» il 13 settembre 1991, egli indica negli Usa il soggetto reale a cui risulta necessario per i popoli (e non meno per quelli già organizzati in senso capitalistico) opporre resistenza. Sì, egli afferma, oggi «gli Stati Uniti sono il nemico del genere umano: hanno tutte le caratteristiche di quello contro cui bisogna andare».23 Così il 14 marzo 1992 interviene nella diatriba filosofico-politica che si stava svolgendo tra Norberto Bobbio e Domenico Losurdo sulle colonne di «Liberazione» a proposito della prima Guerra del Golfo. Tra i due studiosi di Hegel è al primo, votato alla giustificazione dell’assalto bellico con un’ennesima diluizione del male storico nel male ontologico, che Fortini rimprovera di non avere adeguatamente appreso la lezione hegeliana.

In una intervista Bobbio disse che la guerra “appartiene al destino dell’uomo”… Ma allora la parola “destino” era fuori luogo. Come si può designare con una medesima parola le risse delle tribù del Neanderthal, lo scontro di Montaperti, i massacri del Vietnam, le operazioni di Panama e dell’Irak? La nozione di passaggio dalla quantità alla qualità, certo Bobbio non la ama, ma non c’è bisogno di essere hegeliani per assumerla […] Quanto dico è stato detto da mille altri per l’ipotesi della “guerra” nucleare: che non penso Bobbio consideri retaggio di Adamo.24

Ma l’estensione indifferenziata del concetto di guerra che Bobbio ha compiuto per giustificare le aggressioni militari degli Usa, strumento di quello che da lì a poco tempo assumerà il nome di Project for the New American Century, disconoscendo il loro carattere di tesi storica, non si distingue poi molto da quelle estensioni indifferenziate del concetto di Capitale o di Potere, che molti intellettuali hanno compiuto per rifiutarsi di riconoscere alle antitesi storiche, il loro carattere di antitesi. Viceversa, per Fortini, se le sacche di resistenza o i contropoteri che si oppongono a tendenze espansionistiche e universalmente repressive non costituiscono assetti sociali eticamente apprezzabili o a noi congeniali, ciò non elimina in nessun caso il loro carattere di antitesi. Non lo elimina per il Negus quando si scontra in Etiopia contro le truppe di Mussolini e non lo elimina per Saddam Hussein quando il proprio esercito tenta di resistere ai soldati e ai cacciabombardieri americani coinvolti in stragi come quella sulla cosiddetta Autostrada della morte e in piogge di fuoco che costeranno la vita a 100.000 iracheni, soltanto tra i civili.25 In tale situazione Fortini ha ben presente come l’assetto sociale o il sistema di potere che Saddam Hussain incarna non costituiscano fattori sufficienti a sottrarre all’Iraq il proprio carattere di antitesi: «al momento in cui scrivo, dire che Saddam è il tiranno che sta portando il suo sventurato popolo verso una nuova guerra, equivale a trattare i propri interlocutori come imbecilli e ad avere poca cura del proprio onore».26

Il carattere antitetico di una forza, in sostanza, non è dato per Fortini tanto dalla configurazione sociale di un dato assetto, o dalla sua vicinanza rispetto ai nostri gusti soggettivi, ma dal posto che questo occupa all’interno dei diversi conflitti che si sviluppano sul panorama storico: «prendersela con la realtà», egli afferma, «è poco marxista e tutto sommato io sono ancora piuttosto marxista».27

Chi mostra un’inclinazione a prendersela con la realtà, sono le avanguardie artistiche, che non riconoscono le antitesi reali e trasformano il mondo, direbbe Hegel, nella notte in cui tutte le vacche sono nere: «la novità formale», viene spiegato in Verifica dei poteri, «corrisponde spesso a questo bisogno di astrazione, al bisogno di far risplendere lo scandalo delle assenze».28 Quando le negazioni reali, in sostanza, non vengono riconosciute per ciò che costituiscono, è allora lì che erompono le negazioni formali (di stampo meramente spirituale e intellettualistico). Di contro a simili tendenze, Fortini si richiama sovente a Lukács che invita la letteratura a tener conto dell’Intero e delle forze e contro-forze29 di cui si compone. Una tale disposizione all’insieme costituisce l’antidoto per contrastare quella che il nostro poeta designa come «la tendenziale unilateralità delle letterature contemporanee».30

In sintesi, quando gli scrittori d’Europa e d’Occidente percepiscono le antitesi reali, le forze in lotta e le negazioni concrete come troppo distanti dal carattere irremovibile di quei gusti scolpiti dalla nostra moralità (e pertanto non ne riconoscono il carattere di antitesi), di fronte a questa distanza tra scrittura e mondo reale, Fortini direbbe, “tanto peggio per la scrittura!”. Accogliere la lezione del critico fiorentino significa dunque, per un intellettuale del nostro tempo, accorgersi in primo luogo del mondo, della dialettica che lo muove e delle sue differenze qualitative. Ma significa altresì individuare e smascherare le negazioni a basso prezzo (assumano esse forme filosofiche, politiche o artistiche) nonché, quand’anche portino nomi illustri come Adorno, «gli apologeti del negativo banalizzato»,31 vale a dire, quegli agenti fisici o spirituali il cui lavoro tende a impastoiare la realtà anziché a promuoverne una corretta presa di coscienza e uno sviluppo dialettico meno angoscioso.

Note

1 F. Fortini, La neoavanguardia vent’anni dopo, in Id., Un dialogo ininterrotto, a cura di V. Abati, Torino, Bollati Boringhieri, 2003, p. 337.

2 F. Fortini, Avanguardia e mediazione, in Id., Saggi ed epigrammi, a cura di L. Lenzini, Milano, Mondadori, 2003.

3 G.W.F. Hegel, Enzyklopädie der philosophischen Wissenschaften, in Id., Werke in zwanzig Bänden, Hrsgg. E. Moldenhauer und K.M. Michel, Frankfurt am Mein, Suhrkamp, 1969-1979; b. 8, p. 243, trad. it. Enciclopedia delle Scienze Filosofiche, a cura di V. Cicero, testo originale a fronte, Milano, Bompiani, 2007, p. 279.

4 G.W.F. Hegel, Wissenschaft der Logik, in Id., Werke, cit., b. 6, p. 70, trad. it., Scienza della Logica, a cura di A. Moni, Roma-Bari, Laterza, 1974, p. 67.

5 A. Gramsci, Quaderni del carcere (d’ora in avanti Q seguito da numero di quaderno e paragrafo), Torino, Einaudi, 2001, Q15, par. 36 (corsivo nostro).

6 F. Fortini, Opus servile, in Id., Saggi ed epigrammi, cit. pp. 1649-1650.

7 F. Fortini, La neoavanguardia vent’anni dopo, in Id., Un dialogo ininterrotto, cit., p. 340.

8 F. Fortini, Verifica dei poteri, in Id., Saggi ed epigrammi, cit., p. 38n (corsivo nostro).

9 F. Fortini, «Più velenoso di quanto pensiate», in Id., Saggi ed epigrammi, cit., p. 1459.

10 F. Hölderlin, Iperione, trad. it. di G.V. Amoretti, Milano, Feltrinelli, 2013, p. 101.

11 F. Fortini, «Letteratura ti assolvo», in Id., Un dialogo ininterrotto, cit., p. 482.

12 M. Foucault, Bisogna difendere la società, a cura di M. Bertani e A. Fontana, Milano, Feltrinelli, 2009 p. 28; sui limiti di questa prospettiva rinvio a E. Alessandroni, Il crepuscolo della dialettica. Foucault contra Gramsci, in «Gramsciana», 3, 2016.

13 F. Fortini, Opus servile, cit., p. 1645.

14 Cfr. D. Losurdo, La lotta di classe, Roma-Bari, Laterza, 2013, e E. Alessandroni, Il crepuscolo della dialettica, cit.

15 F. Fortini, Verifica dei poteri, cit., pp. 332-334.

16 G. Debenedetti, Personaggi e destino, in Id., Saggi, Milano, Mondadori, 1999, p. 918.

17 F. Fortini, Verifica dei poteri, cit., p. 336.

18 Ivi, p. 101.

19 Ibidem.

20 Cfr. D. Losurdo, Il marxismo occidentale, come nacque, come morì, come può rinascere, Roma-Bari, Laterza, 2017.

21 F. Fortini, Il discorso accanto alla pietra, in Id., Saggi ed epigrammi, cit., p. 1592.

22 F. Fortini, Filoamericani di sinistra, colonizzati e contenti, in Id., Disobbedienze II. Gli anni della sconfitta. Scritti sul Manifesto 1985-1994, Roma, Manifestolibri, 1996, p. 179.

23 F. Fortini, Sempre antiamericano, in Id., Un dialogo ininterrotto, cit., p. 623.

24 F. Fortini, Caro Bobbio, hai perso anche tu, in Id., Disobbedienze II, cit., p. 232.

25 R. Fisk, The Great War For Civilisation. The Conquest of the Middle East, London, Fourth Estate, 2005, p. 853. Alle vittime dirette si dovranno poi aggiungere le vittime indirette in seguito a malattie o malformazioni genetiche provocate dall’antrace e dalle polveri di uranio che si sono sedimentate nelle falde acquifere dopo i bombardamenti statunitensi.

26 F. Fortini, Caro Bobbio…, cit., p. 234.

27 F. Fortini, «Letteratura ti assolvo», cit., p. 483.

28 F. Fortini, Verifica dei poteri, cit., p. 260.

29 Ibidem.

30 Ivi, p. 261.

31 Ivi, p. 256.