Tre brani da «Amianto, una storia operaia»

Alberto Prunetti, Amianto, una storia operaia, Roma, Alegre, 2013.
[prima edizione: Milano, Agenzia X, 2012]

 

Primo estratto: incipit

Avrei voluto che questa storia non fosse davvero accaduta. Come si dice? Frutto della fantasia dell’autore. Invece è la realtà che ha bussato alle porte di queste pagine. L’immaginazione ha riempito i buchi come uno stucco di poco pregio e ha ridisegnato certi episodi per meglio riprodurre la vicenda di una vita e di una morte. Di una biografia operaia.

Il racconto dovrebbe tenere come un raccordo di tanti tubi diversi. Lui lo diceva sempre: mettici il canapone, regge più del teflon. Stai solo attento a rispettare il senso della filettatura e lega il tutto con un dito sporco di mastice verde. Poi stringi con forza, ma senza cattiveria. Non deve perdere.

Ho fatto così, con la penna. Ho cercato di rispettare la filettatura della storia, senza forzare il passo degli eventi, senza strozzature. Ho usato il mastice della fantasia e stretto senza cattiveria ma con decisione l’ordine del discorso. Non gocciola: ci ho messo un cartone sotto e le lacrime si sono asciugate. Bisognava saldarle così, l’idraulica dei grandi impianti e la memoria degli uomini che hanno unito chilometri di tubi e acciaio per una vita. Per portare la pressione del sangue nei canali dell’esistenza, per pomparla nei serbatoi della memoria e vederla gocciolare giorno dopo giorno a fertilizzare una pagina.

Lui indossa una tuta verde e un paio di guanti scamosciati. Piega un ginocchio appoggiandosi sulla terra ghiaiosa del cantiere. Impugna la mola: con un colpo di mazzuolo sulla testa di un cacciavite dall’impugnatura smussata, in direzione opposta al senso di rotazione, allenta la ghiera che fissa la spazzola e inserisce un disco a taglio. Poi, con il pollice guantato, preme l’interruttore verso l’alto. La lama comincia subito a girare alla velocità di diecimila giri al minuto. Avvicina il disco al tubo grigio. Al contatto della lama il rumore cambia, si trasforma in un urlo metallico, seguito da un’esplosione di scintille e dalla proiezione verso l’alto di una doccia secca di particelle fibrose e regolari. Sono piccoli dardi cristallini. Saette invisibili capaci di scendere lungo l’esofago, di calarsi nei polmoni e rimanere attaccate alla pleura per venti, trenta, anche quarant’anni, producendo una ferita mal cicatrizzata che l’organismo non riesce a debellare e che avvia un processo di degenerazione cellulare. Un tumore.

Lui distende una prolunga industriale che si snoda lungo il perimetro di una cisterna piena di idrocarburi. Il terreno è impastato d’olio denso e vischioso, d’un nero virato al cobalto. Collega la saldatrice al cavo elettrico, fissa la pinza a un elemento in metallo, inserisce nella seconda pinza un elettrodo, poi l’appoggia a terra. Impugna con la sinistra una maschera da saldatore e se l’avvicina al volto. Un altro operaio afferra un telone grigio sporco e lo srotola sopra di lui. Adesso è completamente al buio. Con la destra impugna la pinza, avvicina l’elettrodo al metallo. Scocca la luce, violenta, ammortizzata dalle lenti affumicate della maschera: scintille fioccano dalla punta dell’elettrodo che si consuma velocemente, sciogliendo e raggrumando metallo attorno ad altro metallo. Quando l’elettrodo è completamente fuso, l’uomo, sempre sotto il telone, afferra il mazzuolo e nell’oscurità indovina facilmente il grumo ancora incandescente ma già rappreso. Con la testa del mazzuolo picchia sul grumo e rompe la scorza di scorie attorno al punto di saldatura.

Un lavoro pericoloso, saldare a pochi centimetri da una cisterna di petrolio. Una sola scintilla è in grado di innescare una bomba che può portarsi via una raffineria. Per questo ti dicono di utilizzare quel telone grigio sporco, che è resistente alle alte temperature perché prodotto con una sostanza leggera e indistruttibile: l’amianto. Con quello le scintille rimangono prigioniere e tu rimani prigioniero con loro e sotto il telone d’amianto respiri le sostanze liberate dalla fusione dell’elettrodo. Una sola fibra d’amianto e tra vent’anni sei morto.

 

Intermezzo sul lavoro culturale

Mio padre era saldatore tubista. Uno che aveva iniziato a lavorare a quattordici anni e che già a quaranta aveva subìto l’invasione degli ultracorpi e non ci sentiva per i tonfi del cantiere. Un lavoro per lui doveva essere qualcosa per cui ti facevi il culo. Quelli che stavano a un tavolino e non sudavano, non lavoravano. Qualsiasi cosa fossero, ragionieri, avvocati o professori, facevano parte di un’unica categoria: i preti. Gente che non aveva voglia di lavorare.

Un giorno gli lessi queste parole di Bianciardi da Il lavoro culturale attribuite a un tal Corinto, muratore invalido e poi bidello stalinista, ma figlio d’anarchici. Fu una rivelazione: gli apparve Mao e rimase a bocca aperta:

 

Viene uno e dice che vuol fare il ragioniere. “Tu”, dico io allora, “Vuoi fare il ragioniere, vero?”. “Sì”, risponde quello. “Proprio il ragioniere?”. “Sì”, dice lui, “il ragioniere.” “Allora”, dico io, “Guarda. La ragioneria è al secondo piano. Lo vedi quel sacco lì, nel cortile?”. “Sì”, fa il ragioniere. “È pieno di polvere di marmo”, faccio io. “La ragioneria è al secondo piano. Ora tu, caro ragioniere, al secondo piano, dove c’è la ragioneria, ci porti il sacco pieno di polvere di marmo. È chiaro?”. Sai, la polvere di marmo è pesante e compatta, un sacco pieno sarà un quintale, forse un quintale e mezzo. Chi ce la fa diventa ragioniere, se no niente. Cosa sono questi ragionieri borghesi mezzeseghe, con certi toracini che sembrano quelli di un piccione?

 

Anche i preti mio padre li voleva mandare in cooperativa, seguendo le istruzioni di Corinto-Lucianone:

 

Anche i preti alla cooperativa […]. La mattina alle sei adunata di tutti i preti. Entro io: “Quanti preti ci sono, allora? Duecentoventi? Ah sì? Bene, per il culto ne bastano tre, gli altri alla cooperativa, alla trebbiatura”. Inquadrati, colla tonaca nera, il vescovo in testa con la mitra in capo e il pastorale in mano. Alla cooperativa a trebbiare. Forza preti, levate la pula da sotto la trebbiatrice, forza con il rastrello. Otto ore regolari.

Poi una bella legnatura a tutti, e dopo si vede: chi ha lavorato mangia, gli altri legnate e basta. Mica per tutta la vita, sai? Tre mesi, tre mesi bastano. Chi ce la fa bene: legnate, pane e minestra; gli altri legnate e basta.

 

E poi Corinto concludeva: “Ci sono troppe mezze seghe in giro, troppi preti, troppi intellettuali”.

La pensava così anche Renato e lo diceva. “Brodi”, aggiungeva lapidario, riferendosi agli sfruttatori della classe medio-alta, gente senza consistenza. Ma era questo un modo per raccontare una verità che non è quella del cristiano Paolo a quei creduloni dei Tessalonicesi (che oggi infatti si ritrovano incasinati fino al collo) per cui “chi non lavora neppure mangi”. Questa è la storia borghese, una menzogna che nasconde la verità, perché chi lavora muore di lavoro. Come Renato. Per questo, paradossalmente, dopo essersela presa con le “leggére” – che in vernacolo grossetano sono i vagabondi – quasi avrebbe preferito che io non lavorassi. Non mi voleva portare in cantiere a ripulire le cisterne di idrocarburi delle raffinerie, neanche d’estate quando già avevo diciott’anni. “La fabbrica è l’ultimo pane. Studia”, mi diceva. “Almeno non t’ammali”.

Mio padre era un operaio che sull’onda del boom economico neocapitalista aveva potuto mandare i figli all’università. Mi aveva insegnato un po’ di cose da fare con le mani, tipo tagliare due tubi, guidare un trattore, mettere un tassello dentro a un muro, smontare, oliare e rimontare una motosega, attaccare una lamiera con qualche rivetto a uno scheletro metallico o piegare un tondino in una morsa. Ma poi si è fermato. “La saldatrice no”, mi ha detto. “Con quella ti ammali. Non lavorare. Studia”, mi diceva. Ho studiato. Poi, dopo una serie di lavoracci, ho iniziato a lavorare nell’editoria. Faccio il redattore esterno e il traduttore. Precariamente. A volte non faccio nulla. Altre volte batto diecimila battute al giorno come minimo. Se i tempi sono stretti, anche di più. Il mio record personale è di quarantatremila battute al giorno. Sono un’enormità. L’ho fatto una volta sola per finire un lavoro in consegna, aiutandomi con un dettatore vocale. Roba da impazzire. Meglio il cantiere, mi sono detto.

Faccio un lavoro culturale e ho trentanove anni. Alla mia età mio padre operaio metalmeccanico sindacalizzato dalla Fiom si era già comprato la casa. Io, “lavoratore cognitivo precario”, arranco per pagare l’affitto. Altro che flessibilità: a forza di stare seduto a tradurre saggistica dall’inglese e dallo spagnolo per otto-dieci ore in una postura innaturale mi sono ritrovato una protrusione discale con assottigliamento dei dischi vertebrali nella zona lombare. Le ginocchia scricchiolano per la troppa immobilità. E ho una tendinite quasi cronica che dalle mani mi risale fino ai gomiti, facendomi urlare di dolore anche mentre scrivo queste righe. Queste sono le ultime cose che vorrei dirgli: babbo, il sacco di polvere di marmo al secondo piano io ce l’ho portato. Ma la ragioneria l’hanno già saccheggiata i padroni e per noi, figlioli degli operai che hanno provato a salire le scale, non c’è rimasto niente. Ci hanno solo preso per il culo, Maremma schifosa.

 

Epilogo

Un ultimo stacco nella bobina. Lo schermo rimane buio per due lunghi secondi. Fotogrammi serrati come bulloni stretti. Colonna sonora dominata dalle armoniche. Occhi di ghiaccio, blu, spietati e giusti. Uno de I magnifici Sette. Steve Mc Queen. Bello come un dio, l’eroe di Renato. Uno che sapeva impugnare il flessibile e la saldatrice. Che sapeva fare il piastrellista e il coibentatore delle navi mercantili. Un duro working class, un mito americano, in fuga dalla fabbrica fino alle vette dei teatri di posa californiani.

Ma basta un sospiro, un respiro profondo e una microfibra sfonda la barriera di filtri del naso, scivola nell’esofago e si apre la strada verso i polmoni. Poi passano vent’anni e ti sei quasi dimenticato di come si impugna un martello. Però, mentre giri una scena senza controfigura in un film western, ti rendi conto che non sei più il bastardo di sempre: ti manca il fiato, il respiro non ha profondità. Chi se ne frega delle luci di Hollywood. Quella fibra ha vinto la partita e non importa se sei un attore o un piastrellista. Guardati allo specchio. Ormai hai la pelle di un vecchio e solo gli occhi sono un’esplosione di metallo azzurro. Il resto è cuoio, pelle coriacea, unghie annerite per lo scarso ricambio di ossigeno. E i polmoni che si fanno neri. E quando si spengono i riflettori, il vecchio Steve torna a essere un povero sfigato proletario con gli occhi troppo belli, uno che da piccolo dormiva per terra e che nella vita non ha mai smesso di scappare. Come Papillon, come ne La grande fuga, come in Getaway. Come Steve McQueen.

Se poi non sei neanche Steve McQueen, allora è davvero un disastro. Perché le fibre d’amianto le hai respirate per trentacinque anni e la vita che hai fatto è stata un passaggio da un mutuo alla cassa integrazione. Senza nemmeno un “ciak, motore”, senza neanche andartene in moto a torso nudo fino alle spiagge della Florida. Magari sei uno della Cooperativa Vapordotti, quelli che nell’Alta Maremma, nella zona boracifera di Larderello e Pomarance, rivestivano di amianto il sistema linfatico di tubi che trasferiva il vapore estratto dalle viscere della terra. Facevano un “cappottino” alle condotte con l’amianto, il cemento e il fil di ferro. Erano venti e ne sono morti sedici. Uno a uno, li operano ai polmoni, li imbottiscono di cortisone, perdono la vista e poi se ne vanno via. Altro che Vasco, altro che vite spericolate, quelli il metallo lo fasciavano d’amianto friabile, lo spruzzavano, lo respiravano. E nel tempo libero mica scorazzavano sulla Harley-Davidson. Facevano l’orto, qualcuno andava a caccia, parlavano di Baggio e Batistuta al circolo Arci. Bruciavano le frasche d’olivo e ci arrostivano sopra le salsicce, come noi. Eppure sono morti, come Steve McQueen.

Io i film di Steve me li guardavo con Renato. Tutti, ce li siamo visti, i western e quelli d’azione. Nevada Smith, Quelli della San Pablo. Chilometri di pellicola d’azione, con la croce di malta del proiettore che sfarfallava nei cinema estivi dei villaggi minerari delle Colline Metallifere, da dove veniva un pezzo della nostra famiglia. Da quei colli pieni di vapori geotermici, dove le forze del sottosuolo andavano imbrigliate con un minerale potente e malefico, fibroso: l’amianto. Che ne sapeva, Renato, che sarebbe finito anche lui come Steve McQueen?

 

Eppure è proprio Steve quello sullo schermo. Gli stacchi di montaggio si fanno più serrati. Il proiezionista non torna, si vede che i maiali sono ancora in fuga. Getaway, in fuga. La grande fuga. Come Papillon, come L’ultimo buscadero. Eppure il film non si ferma e le poltrone della sala si riempiono per il gran finale: uno a uno, arrivano tanti uomini in tuta blu. Guardo meglio, nell’oscurità. Ci sono quelli di Casale e quelli di Taranto. Quelli dei treni di Pistoia e quelli dei cantieri navali di Monfalcone. Quelli di Bagnoli e quelli di Rubiera. Ci sono anche le donne che hanno cucito i sacchi d’amianto e quelle che lavavano le tute dei mariti. E i minatori maremmani e quelli sardi del Sulcis. C’è anche Angelo. E accanto a lui c’è Renato. Ci sono i saldatori e i tubisti, i coibentatori e i calafatari. I ciechi si guardano beati il film e chi ha perso un dito se li conta tutti e torna a stringere il pugno. Eccoli qua, tutti assieme, eroi working class tornati per regolare i conti come in un film di Peckinpah, come ne Il mucchio selvaggio. Cammineranno lungo le strade delle nostre città, col cappello texano abbassato sulla fronte, l’uno accanto all’altro, Renato e quelli della Vapordotti e tutti gli altri metal cowboy. Anche Steve. Torneranno con gli occhi di ghiaccio e le tute da lavoro che ancora portano il loro odore, quel sentore di ferro tagliato e di elettrodo coagulato. Tracanneranno un gotto al circolino e sistemeranno le cose a modo loro e non basteranno i soldi a ripagarli delle loro vite, perché non accetteranno rimborsi. Neanche Un dollaro d’onore. Lo sanno bene loro che i soldi non sono tutto, loro che – esposti a ogni pericolo, tra lavori esageratamente nocivi, usuranti, letali, pericolosi – hanno lavorato una vita. Una vita a rischio, piena di guai. Una vita spericolata. Maremma schifosa! Ecco! Una vita come Steve McQueen.