Otto modeste e vecchie proposte
Per diminuire il tasso ideologico
nei discorsi su Israele e Palestina

I) Da dove dobbiamo cominciare a contare il tempo? Dalla proclamazione dello Stato di Israele? Dal crollo dell’Impero Ottomano, dalla conquista tartara? È tutto più chiaro se partiamo da Maometto? O è meglio considerare come inizio la Provincia di Roma, il Regno di Davide, la dominazione degli Assiri? Ognuno chiarisca a se stesso sino a quando vuol risalire all’indietro e pubblicamente spieghi le ragioni della sua scelta.

II) L’essere stati i primi, la lunghezza della consuetudine, l’antichità della tradizione, sono narrazioni identitarie e non principi etici per rivendicare il possesso di una terra; una origine violenta non diviene sacra con il passare del tempo ed è stupido ritenere che per israeliani e palestinesi basti un’analisi rozza perché loro sono arretrati e combattono per cose arretrate. Che si ragioni e si parli, invece, come se ogni nostro discorso sull’al di là (dei nostri confini) poggiasse su ragioni che possano immediatamente essere applicate anche all’al di qua (dei nostri confini).

III) Le pietre sono parole, è vero, e anche i muri sono parole, gli ulivi, i passi, persino i morti sono parole. Ma anche le parole sono parole, e nello spazio che sempre si crea tra gli ideali che si proclamano e le azioni che si compiono, bisogna avere il coraggio di guardare. Che ognuno chieda ragione delle parole pronunciate dalla “sua” parte, della sintassi, dei principi enunciati, delle scelte lessicali, verifichi il vocabolario. Acconsentire alla propaganda significa sempre acconsentire anche alla comunione di interessi tra i nostri padroni e quelli del nostro avversario.

IV) Noi non siamo arabi palestinesi né ebrei israeliani, non viviamo lungo la valle del Giordano, nel Neghev o sulla costa tra Haifa e Gaza. Sentire le sofferenze altrui come proprie è un nobile sentimento, proiettare se stessi in vittime e carnefici lo è meno. Che si cerchi, piuttosto, di ottemperare alla vecchia disciplina che chiede di individuare le proprie pulsioni prima di prendere parte, e di tenere tendenzialmente separate in politica la sfera intima da quella pubblica. Alla base dell’identificazione c’è il proprio bisogno, la solidarietà si basa, al contrario, su bisogni comuni. In effetti, ha senso “sentirsi ebrei” o “sentirsi palestinesi” solo dopo aver ben chiaro che non si è e non si vive come gli uni e gli altri.

V) In un mondo nel quale la produzione e il commercio di emozioni sia uno dei principali strumenti di umiliazione e controllo delle genti, quale il nostro è, appellarsi alle emozioni per commuovere gli uomini verso l’una o l’altra parte in conflitto è un errore tanto grave quanto lo sarebbe appellarsi alla razza, alla religione o alla famiglia di appartenenza. Invitiamoci reciprocamente alla conoscenza, non all’indignazione.

VI) L’ideologia non è propaganda, e la propaganda non è ideologia. Se l’avversario mente, lo si combatte dicendo la verità e cercando gli strumenti per diffonderla. Ma quando è la realtà a mentire, le condizioni nelle quali si vive a nascondere i processi e i meccanismi della sottomissione e dell’oppressione, allora solo la critica verso se stessi e le strutture che causano l’accecamento è strumento efficace di lotta. Chi non è capace di intendere il proprio ruolo e funzione nel mondo capitalista, ha poco senso pretenda di spiegare ad altrui i loro.

VII) L’esperienza è preziosa, ma senza conoscenza non c’è esperienza. Una statua di sale potrebbe aver vissuto ogni tempo e in ogni luogo con ebrei e palestinesi, aver fatto esperienza di tutto, e ancora non sapere nulla. Dunque, coloro che sono andati e hanno visto con i loro occhi posseggono tanta verità quanta ne concedono le forme e gli strumenti che hanno utilizzato per percepirla, né di più né di meno. È fondamentale allora che nei discorsi su Israele e Palestina sia fatto ogni sforzo per migliorare le forme e gli strumenti dell’esperienza. Qui, adesso, da noi, in Italia.

VIII) La matematica politica è un’illusione e il sillogismo aristotelico in etica non funziona, il nemico del mio nemico non di necessità è mio amico. Impariamo, sforziamoci sempre di specificare a proposito di che cosa e su quali punti e valori stabiliamo le nostre alleanze, e che sia evidente come su altri punti e secondo altri valori queste possano o addirittura debbano essere altre. Per il bene nostro, prima ancora che di quello dei popoli che abitano terre tanto lontane.