Intervista a Renato Solmi

Pubblichiamo per gentile concessione di Paolo Di Stefano la sua intervista a Renato Solmi, realizzata per la pubblicazione di Autobiografia documentaria. Scritti 1950- 2004, Quodlibet, 2007. Il volume raccoglie quasi tutti gli interventi e i saggi dispersi di Solmi, studioso e intellettuale militante, redattore presso Einaudi dal ’51 al ‘63, autore tra l’altro delle prime traduzioni italiane di Adorno e Benjamin.

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Che cosa ha rappresentato l’esperienza di «Discussioni» in un momento in cui fare cultura significava stare all’interno del Partito?

Ciò che caratterizzava l’azione del piccolo gruppo di intellettuali che si era raccolto intorno al foglio ciclostilato di «Discussioni», era il tentativo di affrontare e di discutere in una cerchia ristretta, quasi ai limiti della clandestinità (ciò che poteva far pensare a una sorta di “samizdat” interno allo schieramento complessivo della sinistra), una serie di problemi politici di primaria importanza, senza tenere conto dei tabù e degli ostacoli che erano stati eretti artificialmente dalle logiche contrapposte del periodo più acuto e per molti versi più drammatico della guerra fredda. Le ragioni di vita del foglio sarebbero venute meno, dopo la morte di Stalin e in seguito ai primi sintomi del disgelo, negli anni immediatamente successivi, in cui la maggior parte dei suoi collaboratori avrebbe dato vita all’esperienza, per molti aspetti più matura, di «Ragionamenti», a cui l’autore di questo libro, trasferitosi nel frattempo a Torino, non avrebbe più preso direttamente parte.

Perché l’Einaudi, come lei scrive, “non era e non poteva essere il surrogato di un partito”?

Si tratta di una constatazione di fatto, che sarebbe stata confermata, purtroppo, dagli sviluppi successivi di tutta la vicenda. Il progetto elaborato fin da allora da Franco Fortini, di cui si parla nello scritto sulla “Settimana Einaudi”, si sarebbe scontrato nella resistenza opposta dalle necessità intrinseche della logica aziendale e dalla difficoltà di dare vita a un movimento di massa fra i consumatori e gli utenti di questo genere tutto particolare di merce.

Lei è d’accordo con il concetto di egemonia culturale della sinistra riferito agli anni del dopoguerra?

Non credo che si possa parlare di un’egemonia culturale della sinistra negli anni dell’immediato dopoguerra, nonostante la proliferazione di una serie di iniziative che si svilupparono, in quel frattempo (a cominciare dal «Politecnico» di Vittorini), in tutto il paese.

Che opinione aveva allora e ha oggi sul ruolo di Vittorini?

Devo confessare di non aver partecipato, perché ancora troppo giovane e relativamente immaturo, all’esperienza del «Politecnico», nonostante che il suo direttore, e alcuni dei suoi collaboratori, frequentassero regolarmente la casa di mio padre, con cui intrattenevano da tempo stretti rapporti di amicizia.

So bene che l’ha raccontato molto in dettaglio in un saggio, ma oggi, a distanza di molti anni, come interpreta la sua estromissione dall’Einaudi? Quella decisione aveva evidentemente ragioni politiche.

Vorrei sottolineare, a questo proposito, che la decisione più importante, e più gravida di conseguenze potenzialmente negative, presa in questa occasione, è stata quella di allontanare dalla casa editrice Raniero Panzieri, che, con l’azione politica da lui nel frattempo intrapresa, avrebbe potuto rappresentare un ostacolo al mantenimento di normali rapporti di convenienza e di collaborazione fra i suoi dirigenti e l’establishment industriale e bancario della città. I “motivi politici” di cui Lei parla nella Sua domanda non devono far pensare all’intervento di questo o quel partito politico, ma semplicemente al fatto che il libro di Goffredo Fofi, che era all’origine di quella disputa, sarebbe stato difficilmente digeribile dai dirigenti della Fiat e della «Stampa», e avrebbe potuto essere interpretato come uno sgarbo fatto da Giulio Einaudi, e da tutti i suoi collaboratori, ai “padroni” sia pure “liberali” della città. Dico questo anche per sottolineare il fatto che vi è stata, in quell’occasione, anche da parte nostra (e intendo dei miei amici), una sottovalutazione dei pericoli obbiettivamente inerenti al complesso di questi fattori per la gestione economica e commerciale della casa editrice nel contesto reale di questi rapporti. Tanto è vero che il libro, pubblicato integralmente nella sua versione originaria da Feltrinelli a Milano, non diede luogo a nessuno scandalo, e fu oggetto, in generale, di apprezzamenti lusinghieri da parte di tutta la stampa. La precauzione di scaricarsi di un’incombenza così gravosa affidandola a un’azienda libraria del tutto indipendente da vincoli di cortesia e di interessi purtroppo vitali era quindi più che legittima, e non avrebbe dato luogo a nessuno scontro, se fosse stata motivata e giustificata in questi termini. Ci si può chiedere, però, perché si dovessero assumere, nei confronti di scavezzacolli della nostra risma, che non erano stati e davano tutte le garanzie di non essere, anche in futuro, del tutto inutili all’attività editoriale della casa, misure così drastiche in una circostanza di questo genere. Forse la crisi finale è stata dovuta, almeno in parte, a incomprensioni ed equivoci, ma la sostanza della questione rinvia, in ultima analisi, a una divergenza di obbiettivi e di ideali politici di cui una delle parti in causa deve essersi fatta un’idea sbagliata, o, per lo meno, eccessiva al momento di prendere le sue decisioni.

La Scuola di Francoforte come venne accolta all’interno della casa editrice Einaudi? Lei sentiva solidarietà e partecipazione nel suo lavoro di traduzione e divulgazione? Oppure avvertiva delle spinte contrarie? Fino a che punto agiva in tal senso la resistenza di alcuni intellettuali di primo piano del Pci?

Le spinte contrarie all’introduzione in Italia dei testi della scuola di Francoforte furono rapidamente superate nel corso degli anni e dei decenni successivi, facendo del nostro paese, credo, uno dei ricettori più sensibili e più attivi delle opere di Adorno e dei suoi collaboratori nel mondo intero. Ma il merito di questa trasmissione e degli effetti che ha avuto sulla nostra cultura non spetta più, nemmeno lontanamente, a me, ma deve essere riconosciuto esclusivamente a coloro che se ne sono accollati l’onere e la responsabilità.

Nel resoconto per il «Notiziario Einaudi» di un Viaggio in Germania del ’54, lei osservava che il senso di orrore diffuso in tutta Europa per il nazismo era ancora estraneo agli intellettuali tedeschi. Come ha reagito venendo a sapere l’anno scorso dell’adesione di Grass alle SS?

Quale importanza si può attribuire alla partecipazione di ragazzi di diciassette o diciotto anni all’attività delle SS in Germania negli ultimi tempi della guerra? È chiaro che essi non appartenevano a famiglie antifasciste che avrebbero potuto proteggerli da questo pericolo e immunizzarli da questa avventura: ma quale colpa si può imputare loro per questo fatto? Casi di questo genere si sono verificati, come Lei ben sa, anche nel nostro paese, ma dovrebbe essere fin troppo chiaro, agli occhi di tutte le persone ragionevoli, che, in ciascuno di essi, non si debba guardare alla situazione iniziale da cui ha preso le mosse lo sviluppo di questi giovani, ma piuttosto al modo in cui essi hanno assimilato questa esperienza e reagito ad essa, prendendone rapidamente le distanze e diventando in tal modo uomini completi capaci di giudicare delle cose del mondo al pari di qualsiasi altro esponente della loro generazione.

Durante la sua esperienza di lavoro all’Einaudi quali furono le personalità con cui si sentì particolarmente affine? E rivide Giulio Einaudi dopo l’allontanamento?

Credo di avere un profondo debito di riconoscenza nei confronti di tutti i colleghi che hanno operato al mio fianco nella casa editrice, quali che potessero essere le mansioni a loro affidate e quali che siano state le loro reazioni nei confronti della crisi dell’autunno del l963. Daniele Ponchiroli, Giulio Bollati e Italo Calvino, che, purtroppo, ci hanno lasciati da parecchi anni, meritano di essere oggetto della mia ammirazione e del mio rispetto, per le loro qualità eccezionali anche se relative a diversi campi ed aspetti dell’attività e delle relazioni umane, a prescindere dall’atteggiamento che hanno tenuto in quell’occasione e delle conseguenze che ne possono
essere scaturite per me. Quante cose ho appreso da loro, e quale aiuto mi hanno dato in quel periodo della mia vita! Del resto, come Lei sa, la mia collaborazione con la casa editrice è continuata per parecchi anni dopo quei fatti, grazie alla mediazione esercitata dagli amici e dai compagni che vi erano rimasti, ma anche all’intelligenza e alla sensibilità di cui hanno dato prova, in diverse occasioni, le persone di cui ho parlato. Ho rivisto di rado, in questo periodo, Giulio Einaudi, ma ricordo di avere avuto un incontro con lui, per una questione che mi stava particolarmente a cuore, verso la metà degli anni ’90, quando il primo governo Berlusconi era appena caduto, ma l’ombra del conflitto di interessi continuava a gravare come uno spettro sulla politica del nostro paese. In questa occasione, dopo avere discusso brevemente dei problemi del momento, ci siamo abbracciati in nome di una solidarietà che era destinata a sopravvivere a tutti i contrasti. Sono stato contento di averlo fatto, prima che la morte, pochi anni dopo, troncasse improvvisamente la sua esistenza.

Come conobbe Adorno e che impressione le fece la sua personalità? Era “evasivo e irritante” come il suo stile?

Non ho avuto con Adorno che rapporti molto occasionali, nonostante che sia vissuto a Francoforte, seguendo le sue lezioni, per circa un anno e mezzo fra il 1956 e il 1957. Era, per certi aspetti, un uomo incantevole, ma, d’altra parte, molto chiuso e difficilmente accessibile. Ciò che conta, però, i suoi libri, o almeno alcuni di essi, restano come esempi di un pensiero così elevato e di una scrittura così limpida e inimitabile, da meritare, di per sé stessi, un sentimento illimitato di gratitudine.

Lei negli anni ’70 avrebbe dichiarato il suo progressivo distacco dalle posizioni filosofiche e politiche adorniane. Su che basi? E quanto influì su questo distacco il suo rapporto con Raniero Panzieri e con il gruppo dei «Quaderni rossi»?

Sì, a partire dalla seconda metà degli anni sessanta si è venuto delineando, a poco a poco, un progressivo distacco del mio spirito dal cerchio magico del pensiero adorniano. Esso ha avuto luogo, almeno in un primo tempo, in nome del marxismo, rappresentato, da un lato, dal pensiero di Lukács, e, dall’altro, dalla storiografia di tutti coloro che, avendo assimilato fino in fondo i principî di questa filosofia, hanno saputo farne uno strumento efficacissimo di intelligenza e di comprensione dell’evoluzione storica del genere umano. L’esperienza del ’68, che era stata anticipata, se si può dir così, dall’influenza esercitata su di me da Raniero Panzieri e dal gruppo dei «Quaderni rossi», ha contribuito a farmi prendere le distanze dal pensiero della scuola di Francoforte, per ragioni del tutto analoghe a quelle che spinsero, in Germania, gli studenti di quella città e di altre università del paese a fare altrettanto (ciò che non è stato sempre foriero di risultati positivi) e a cercare, comunque, di “andare oltre” le posizioni ereditate dai loro maestri.

Oggi che cosa può insegnare alle giovani generazioni la lettura di Adorno?

Credo di avere risposto a questa domanda, anche se in modo insufficiente e approssimativo, nel breve intervento che ho tenuto nel convegno su di lui e sulle sue opere che ha avuto luogo al Centro di cultura di Villa Vigoni nell’aprile 2003, riprodotto nell’ultima parte di questa raccolta, e con cui mi sembra di avere reso giustizia all’eredità intellettuale che ci ha lasciato.

Mi piacerebbe che lei parlasse brevemente di quel che ha rappresentato Günther Anders per lei.

L’opera di Günther Anders, di questo grande maestro, paragonabile, per certi aspetti, a Karl Kraus, dell’uso della lingua tedesca e di una dialettica così serrata, se si può dir così, da togliere il fiato, ha avuto su di me l’effetto, che ha continuato ad esercitarsi fino ad oggi, di attirare la mia attenzione sulla svolta decisiva operata dall’invenzione delle armi di distruzione di massa e sulle conseguenze paradossali che ne scaturiscono in tutti i compartimenti della vita e della società umana. L’incontro con lui ha contribuito, fin dai primi anni ’60, a indirizzarmi sulla via dei movimenti pacifisti e nonviolenti di cui si parla nel saggio che prende le mosse dai suoi rapporti con Claude Eatherly e che fa parte della sesta sezione di questo libro. Che Anders, per suo conto, non abbia aderito alle dottrine nonviolente di stampo gandhiano, è un paradosso di cui non si può fare a meno di tener conto, ma che non è evidentemente il caso di toccare e di approfondire in questa sede.

In che modo lei si avvicinò al gruppo dei «Quaderni piacentini» e a Franco Fortini?

Qui devo precisare che il mio rapporto con Franco Fortini data fin dai tempi di «Discussioni», e che il mio debito di riconoscenza nei suoi confronti è di quelli che non potranno mai essere pareggiati da nessun omaggio reso alla sua memoria. Un discorso analogo, anche se, naturalmente, di diversa portata, va fatto, da parte mia, a proposito dei direttori dei «Quaderni piacentini» (Piergiorgio Bellocchio e Grazia Cherchi, a cui vorrei aggiungere, però, anche Goffredo Fofi), senza l’entusiasmo e la tenacia dei quali la maggior parte dei contributi che ho potuto dare alla conoscenza degli sviluppi della “nuova sinistra” nella sua versione americana non avrebbero mai potuto prendere forma e vedere la luce su un organo di stampa.

L’anno prossimo ci saranno le celebrazioni del ’68: immagino che sarà l’occasione per ulteriori revisioni storiche… Che cosa salverebbe lei oggi di quei movimenti?

A questa domanda, che è una specie di “redde rationem” posta significativamente al termine della Sua intervista, sarei portato a rispondere provocatoriamente con la parola “tutto”, se non mi rendessi conto della necessità di distinguere fra una serie di fasi successive nella storia del movimento, di cui la prima è stata certamente qualcosa di straordinario, un evento quasi senza precedenti nell’evoluzione della società moderna, assistere e partecipare al quale ha costituito un’esperienza indimenticabile per chiunque abbia avuto la ventura di esservi direttamente coinvolto, ma che poi, nei suoi sviluppi successivi, ha dato luogo a fenomeni di ristagno e addirittura di degenerazione di cui tutti conserviamo il triste e doloroso ricordo. Una parabola di questo genere è stata percorsa, in forme e in tempi diversi, in tutti i paesi in cui il movimento si è sviluppato, dando luogo così a reazioni e a valutazioni molto diverse e spesso addirittura incompatibili fra loro. Io credo che si debba tenere conto, in via preliminare, di quel primo e incomparabile momento, che si è protratto, in diversi paesi, fra cui anche il nostro, per un periodo più o meno lungo di tempo, e che ha prodotto, per un effetto di imitazione o addirittura di contagio (ma, in questo caso, di carattere eminentemente benefico e positivo), una serie di conseguenze di grande portata non solo nell’ambito delle istituzioni educative, ma anche in molti altri settori della vita e dell’organizzazione sociale. Si potrebbero citare, a questo proposito, numerosi esempi, come ho cercato di fare, verso la metà degli anni ’80, in occasione di una reviviscenza dell’interesse per il ’68 nelle scuole medie superiori di Torino e di altre città (e che vanno dalla riforma delle strutture sanitarie a quella delle istituzioni sportive e ricreative, dall’assetto dei mezzi di comunicazione di massa ai problemi dell’organizzazione dei trasporti, per tacere dell’introduzione delle libertà sindacali nell’ambito delle forze armate e della polizia e della lotta contro le servitù militari a cui è sottoposto ancora oggi il nostro paese). Che la scuola possa tornare ad essere, come allora, la sede di una presa di coscienza e di una discussione preliminare di tutti questi problemi, che riguardano la vita di ciascuno di noi e dei nostri cari, è l’augurio con cui mi sembra di poter concludere il lungo itinerario di questa intervista.