Immigrazione e agricoltura

Negli ultimi giorni le pagine di cronaca di tutti i giornali nazionali parlano dei fatti di Rosarno. Sono molte le cose che, attraverso la stampa, scandalizzano l’opinione pubblica italiana: le condizioni di vita degli immigrati che lavorano nelle campagne; il razzismo come l’unica risposta che la popolazione della cittadina calabrese ha saputo esprimere; la forte presenza della criminalità organizzata in questo settore e infine la strumentalizzazione politica di questa vicenda da parte dei partiti parlamentari. L’Ospite ingrato on line intervene sull’argomento perché crede che questa vicenda di cronaca metta in luce un aspetto importante dell’attuale conflitto capitale lavoro.
In tutto il Meridione la presenza di immigrati, con o senza permesso di soggiorno, è fondamentale per il mantenimento del circuito economico agricolo, e non perché, come vorrebbe la vulgata, nessuno sarebbe più disposto a svolgere il lavoro nei campi, ma semplicemente perché il costo delle loro braccia è talmente basso che questo resta l’unico espediente che le aziende agricole hanno per garantirsi un guadagno e non lasciare tutto il valore aggiunto al settore commerciale. Il comparto Agricoltura nel Sud Italia soffre di forti carenze strutturali e la crisi economica di questo periodo aggrava una situazione già di per se stessa drammatica. Se non si affronta la questione del ruolo che la produzione agricola nel Meridione ha nell’ambito dell’economia dell’Unione Europea si rischia di attribuire non solo il caso di Rosarno, ma l’intera situazione lavorativa degli immigrati nel sud Italia e il razzismo che l’affianca, o ad un gruppo più o meno ristretto di persone “maleducate” alla società multietnica, o alla presenza della fatidica criminalità organizzata, considerata non come una forza economica perfettamente integrata nel sistema produttivo italiano, bensì come un’entità chiusa ed estranea al “normale” funzionamento del circuito economico e per questo riconoscibile e attaccabile.

Per le aziende agricole del Sud Italia i fronti della concorrenza sono vari. Se prendiamo come esempio le difficoltà dell’imprenditore della piana di Gioia Tauro si dovrebbe tener conto innanzitutto delle arance extraeuropee, di cui si serve soprattutto l’industria alimentare, poi delle arance spagnole, che arrivano sulle nostre tavole e la cui alternanza con le italiane è regolata dal mercato agricolo europeo, e anche delle arance siciliane. Ma non finisce qui. Questo imprenditore agricolo ha come concorrenti diretti anche gli altri produttori di arance che vivono sul suo stesso territorio. Lo sfruttamento della manodopera immigrata da parte degli agricoltori, allora, può essere letto con la ormai nota, e non per questo meno ingiusta, legge del mercato, per la quale la competitività delle aziende è interamente scaricata sul costo del lavoro. Tradizionalmente, la manodopera immigrata usata in questo contesto è di origine africana. I braccianti stagionali, sia quelli impiegati per brevi periodi, come nel caso delle raccolte delle arance calabresi, sia quelli impiegati per tempi medio lunghi, come invece accade nelle serre della Piana del Sele, provengono per lo più dal Mahgreb o dall’Africa sub-sahariana. Sembra, poi, che negli ultimi anni stia avvenendo una sostituzione su base etnica dei braccianti agricoli occupati in Italia. Gruppi di bulgari e rumeni, i “neocomunitari”, stanno lentamente popolando alcune delle campagne del sud Europa. In Italia come in Spagna questi lavoratori sono favoriti dai cosiddetti decreti flusso, decreti ministeriali che regolano e differenziano la presenza dei lavoratori stranieri in diversi settori produttivi. Ma poiché i neocomunitari, facendo parte dell’Unione Europea, godono di una certa libertà di movimento, bulgari e rumeni, ma anche polacchi possono decidere di trascorrere, indipendentemente dalla quote d’ingresso, alcuni mesi nei nostri campi. In questi casi, le loro condizioni di lavoro non sono sempre migliori di quelle degli africani, ma sembra che i vantaggi degli imprenditori, e anche di tutti coloro che gestiscono la macchina del lavoro, siano tantissimi sia in termini legali e burocratici che economici. Non siamo in grado di prevedere se anche per il lavoro in nero avverrà la sostituzione completa di un gruppo rispetto ad un altro. I dati, almeno per il momento, non appoggiano questa teoria. Un numero significativo di braccianti irregolari est-europei si trova per il momento soltanto in Puglia1. Nel frattempo, però, la divisione su base etnica sulla quale si organizza il lavoro è funzionale alla concorrenza interna tra lavoratori e al conseguente abbassamento del loro costo del lavoro. In queste condizioni la prestazione di un africano potrebbe arrivare a costare ancora meno di quella di un bulgaro.
A questo punto si dovrebbe essere in grado di distinguere tra gli immigrati, sempre nel sud Italia e al di là dei reali contratti e/o posizioni lavorative, che lavorano più o meno stabilmente per le aziende e quelli chiamati solo in determinati periodi dell’anno per la raccolta. Di questi ultimi parlano in questi giorni le cronache. Sulle loro condizioni di vita e di salute, oltre che di lavoro, non è difficile trovare documentazione. Le diverse associazioni, che sul nostro territorio si occupano direttamente o indirettamente di immigrazione, più volte hanno descritto e denunciato il fenomeno. A questo proposito i giornali fanno giustamente riferimento al Rapporto 20072 di Medici Senza Frontiere. Negli ultimi anni questa Organizzazione internazionale ha consolidato la sua presenza anche nelle campagne del Sud Italia, dove, rispetto alle condizioni di vita e di salute dei braccianti agricoli, non ha esitato ha dichiarare lo stato di emergenza umanitaria. Il Rapporto denuncia, inoltre, il forte livello di esclusione sociale e gli abusi e le violenze subite dai lavoratori, non solo da parte dei datori di lavoro e dei caporali ma anche dai cittadini stanziali, soprattutto giovani3. Esclusione sociale e violenza sono più forti laddove le condizioni di lavoro e di vita sono peggiori, e cioè soprattutto nella Piana del Sele e in quella di Giogaia Tauro. Da questo punto di vista le previsioni di MSF sono state confermate dai fatti di cronaca degli ultimi tempi e non solo quelli relativi a Rosarno, ma anche, per esempio, quelli verificatesi lo scorso mese a S. Nicola Varco.

Le piccole aziende nel sud Italia sono per lo più a conduzione familiare. La maggior parte ha investito moltissimo negli ultimi anni per rispondere alle esigenze del mercato e dell’industria alimentare. Si pensi ad esempio per la Calabria alla conversione alla clementina, che ha sostituito sulle nostre tavole il tradizionale mandarino meridionale, colpevole di contenere troppi semi; oppure, più in generale, agli investimenti di molti imprenditori lucani per adattare i loro prodotti al mercato del biologico. Grandi e piccoli capitali sono stati spesi senza che seri piani di gestione del territorio venissero attuati, e senza che venissero pensate strategie economiche complessive di lunga durata, capaci di tener conto dell’insieme delle aziende agricole impegnate sul territorio, delle loro dimensioni e capacità produttive. Ci si trova oggi di fronte ad aree agricole in cui le colture sono poco differenziate e le produzioni si concentrano soprattutto in determinati periodi dell’anno con frequenti casi di sovrapproduzioni. Sarebbe un errore, comunque, leggere questa inadeguatezza politica ed economica come un’incapacità degli imprenditori meridionali di rispondere alle esigenze del mercato. In questo determinato momento della nostra storia socio-economica, il modello produttivo delle campagne del sud, basato sulla sovrapproduzione e sullo sfruttamento intensivo della manodopera, è assolutamente funzionale al mercato agricolo europeo. Del resto, se il sistema di produzione vigente non viene messo in discussione, come altrimenti potrebbero essere competitive le nostre arance o i nostri pomodori?
Pochi giorni prima dello scoppio della rivolta di Rosarno, il presidente della Coldiretti Calabria aveva presentato all’assessore regionale all’agricoltura Pietro Amato un piano di proposte per far fronte alla crisi del settore delle arance nella zona di Gioia Tauro. Il piano di intervento si basa sulla rimodulazione dei fondi FAS, ovvero di risorse economiche a disposizione della Regione, stanziate dall’UE per le aree sottosviluppate. Per la Coldiretti, i contributi richiesti accompagnerebbero il superamento della crisi in quanto verrebbero utilizzati per: compensare le perdite derivanti dalla crisi e pagare i debiti; riconvertire e diversificare le colture, al fine di rispondere in maniera più adeguata alle esigenze del mercato e per ampliare il calendario di raccolta e commercializzazione dei prodotti; mettere in atto una serie di misure protezionistiche, come le certificazioni dei marchi di qualità, per incentivare il consumo del prodotto e il suo utilizzo da parte delle industrie; aprire nuovi impianti e ampliare la superficie aziendale, così da consentire il contenimento e la riduzione dei costi di produzione4. Non ci si stupisce se questo documento non fa assolutamente riferimento ai braccianti
agricoli, ma sembra chiaro, data l’esigenza costante di ridurre i costi di produzione, che quand’anche venissero adottate tutte le misure individuate, la condizione dei lavoratori in quelle campagne non migliorerebbe affatto. Lo sfruttamento del lavoro è strutturale a quel circuito economico e produce plus-valore non solo per gli imprenditori agricoli.
Già da qualche anno, infatti, le mafie hanno fiutato l’affare e oltre a gestire i viaggi e l’arrivo dei migranti sul territorio italiano, si occupano anche del loro inserimento lavorativo sia nelle campagne del Sud che nei cantieri edilizi del Nord Italia. Francesco Forgione in un articolo del 2007, partendo dai risultati di numerose inchieste della Commissione parlamentare Antimafia, sostiene che il mercato delle braccia in Italia è controllato esclusivamente dalle mafie. Si parla di un giro di miliardi, ripuliti poi nel circuito economico legale nazionale o globale. In questo modo, si rafforzano e si modernizzano le organizzazioni criminali, favorite di fatto dalle politiche nazionali in materia di immigrazione, che di fatto non consentono ai cittadini extracomunitari altra modalità di ingresso e di permanenza nel nostro Paese se non attraverso la mediazione delle mafie. È vero che il sistema dei flussi dovrebbe organizzare l’ingresso regolare dei lavoratori stranieri. Ma le quote previste di anno in anno dallo Stato restano insufficienti a soddisfare il bisogno di manodopera nei diversi settori lavorativi5. C’è da aggiungere poi che le quote vengono distribuite sul territorio nazionale in base alle esigenze specifiche delle singole aree geografiche. Poiché nel Sud Italia sono tantissime le persone che si dichiarano braccianti disoccupati, al solo scopo di percepire l’indennizzo, per lo Stato non esiste ragione di impiegare lavoratori stranieri nelle campagne meridionali, ed ecco che la strada si apre al lavoro nero. Questa è la situazione della quale si avvantaggiano le mafie, che non si occupano più di gestire il lavoro in nero ma di organizzare e regolare il traffico di braccia destinato all’Italia. Modernizzandosi attraverso la globalizzazione, si inseriscono perfettamente nelle dinamiche attuali del profitto, riproducendone la logica.
Gli immigrati che lavorano nei campi, le loro condizioni di vita e di salute non sono dunque un retaggio del passato che l’arretrato sud d’Italia continua ad ostentare, né una deviazione del sistema socio-economico vigente. Piuttosto di questo modello produttivo costituiscono la forma e la forza. Come in tutti i sud del mondo anche nel nostro Meridione forme “premoderne” dell’organizzazione del lavoro risultano indispensabili per l’attuale produzione di profitto; non ci troviamo, dunque, di fronte al passato dello sfruttamento, ma ad una sua evoluzione. Né quella subita dai braccianti immigrati è l’unica forma di sfruttamento attualmente esistente. Di sicuro però è una delle più evidenti.

note

1. I dati ufficiali quando si riferiscono ad una presenza massiccia nelle campagne italiane di immigrati provenienti dall’est parlano di immigrazione regolata per lo più dai flussi di ingresso. Inoltre i neocomunitari non soffrendo il problema della clandestinità possono “facilmente” regolarizzare la propria posizione attraverso il contratto di lavoro. Invece un lavoratore extracomunitario che non abbia ricevuto, attraverso una sanatoria, il permesso di soggiorno, oppure non sia stato riconosciuto come rifugiato politico, non ha possibilità di regolarizzare né la sua presenza sul territorio italiano né la sua posizione lavorativa, e questo al di là della volontà dei singoli imprenditori.
Per quanto riguarda la presenza di braccianti in nero provenienti dall’est Europa, cfr. M. Szymkuw, Pomodori marci, in «Diario», X, n. 37 del 30 settembre 2005, pp. 16-20. M. Szymkuw è la corrispondente italiana del quotidiano polacco «Gazeta Wyborcza».

2. Medici Senza Frontiere onlus, Una stagione all’Inferno. Rapporto sulle condizioni degli immigrati impiegati in agricoltura nelle regioni del Sud Italia, Roma, 2008. Il testo è interamente scaricabile in http://www.medicisenzafrontiere.it/Immagini/file/pubblicazioni/una_stagione_all_inferno.pdf
Cfr. anche il rapporto del 2005, I frutti dell’ipocrisia – Storie di chi l’agricoltura la fa di nascosto. Di nascosto, Roma 2005

3. Le violenze subite dai braccianti immigrati a Rosarno sono state ampiamente denunciate anche nel libro Gli africani salveranno Rosarno. E, probabilmente, anche l’Italia¸ a cura di A. Mangano, Catania, 2009.

4. Cfr. l’articolo Agricoltura: Coldiretti, superare crisi area Gioia Tauro in «Giornale di Calabria», 5 gennaio 2010.
La posizione assunta dalla Coldiretti di Reggio Calabria sui fatti di Rosarno è espressa nell’articolo pubblicato in http://www.nuovasibaritide.it/index.php/attualita/66-territorio/5888-coldiretti-calabria-il-dramma-di-rosarno-punta-di-un-iceberg-che-puo-allargarsi

5. Francesco Forgione, La mano delle mafie e i nuovi schiavi, in «Limes», 4, 2007, pp.157-160. Si veda anche nello stesso numero della rivista l’articolo di P. Sartori, Passando per i Balcani. Le vie della disperazione, alle pp.189-197.