I nostri poeti

I nostri poeti. Antologia civile essenziale dell’Italia repubblicana, a cura di Stefano Guerriero, Roma, Edizioni dell’Asino, 2016.

Stefano Guerriero ha curato un’agile antologia della poesia civile pubblicata in Italia a partire dal secondo dopoguerra. L’operazione non era certo facile, poiché la nostra poesia ha più volte esibito, lungo tutto il Novecento, un rapporto contraddittorio nei confronti della memoria collettiva, dei valori unanimemente condivisi, dell’identità nazionale. Ad apertura di secolo, com’è noto, campeggiano le parole di Gozzano; è il componimento Pioggia d’agosto che mina in profondità qualsiasi uso strumentale della poesia e rivendica la separazione di quest’ultima dalla retorica e dal patriottismo: «La Patria? Dio? L’Umanità? Parole / che i retori t’han fatto nauseose» (con un uso delle maiuscole che è già tutto ironico). Ungaretti invece intitola due suoi testi rispettivamente Popolo e Italia. Il primo è, negli anni e significativamente, più volte rimaneggiato e il secondo spicca per l’apostrofe diretta all’Italia, ipotesi di una sublimazione dello sradicamento di un io esausto («E in questa uniforme / di tuo soldato / mi riposo / come fosse la culla / di mio padre»).

Nell’introduzione Guerriero scrive che «civile non è più la poesia di una nazione schierata compatta a difesa del proprio territorio, ma piuttosto di una terra e di tutti coloro che abitano quella terra» (p.8). Se non ho visto male, nei testi dell’antologia la parola «nazione» ricorre tre volte. La prima occorrenza è nella quartina che, ripetuta, apre e chiude Soldi, soldi di Giacomo Noventa: «Soldi, soldi, vegna i soldi, / Mi vùi venderme e comprar, / Comprar tanto vin che basti / ‘Na nazion a imbriagar». L’«inno patriottico» (così recita beffardo il sottotitolo di Soldi, soldi) sminuisce ogni idea di «nazione» fino a rendere la parola un sinonimo di tribù di ubriaconi. Altrove, in Quarantaduesima descrizione in atto di Roversi, la voce del poeta, lasciandosi permeare dalla retorica dominante, ribalta ogni trionfalismo e spinge il lettore a domandarsi che cosa o chi sia davvero motivo di orgoglio nazionale, se la fabbrica come straordinaria entità o piuttosto gli immigrati meridionali che vi lavorano ininterrottamente: «A Torino il fatto che / un letto è affittato / tre volte al giorno a tre immigrati meridionali / con turni diversi nella grande fabbrica orgoglio della nazione / è uguale» (p. 48). Ecco allora che, se i cantori di uno stato-nazione appartengono a un altro secolo, il poeta civile sceglie di denunciare lo sfruttamento e di farsi portavoce di una parte del paese. Lo stesso Luzi, autore, più di altri, dall’aria istituzionale (è l’ultimo poeta, d’altronde, a essere nominato senatore a vita), dice la difficoltà dei poeti di riconoscersi in «nazioni» deprivate di storia e chiuse in un presente che ne cancella le identità: «Le nazioni non meno dei singoli /disimparano l’amore della sostanza, dimenticano / quel giro stretto di vita e volontà / che ne molò i lineamenti, ne definì l’essenza. / Non c’è medicina, ma non si muore di questo. Più ancora del passato il presente / affonda in una mezza memoria / visitata talora da qualche lampo. / Nessun’altra conseguenza. Nient’altro» (Il gorgo di salute e malattia, p. 109). È la declinazione luziana di un tema così caro a Montale e ai classicisti lirici moderni come il tema della perdita della memoria (e con essa, ci dice Vittorio Sereni, delle passioni civili e politiche, tanto da ridurre l’Italia a una «sterminata domenica»).

Con Presso il Bisenzio, l’altro suo testo presente nell’antologia I nostri poeti, Luzi respinge esplicitamente l’impegno e l’investitura da parte di alcuni «compagni» di parlare anche a nome loro. Luzi non può davvero dire «noi» perché percepisce una distanza tra sé e gli altri che è incolmabile per molteplici ragioni (ora storiche, ora ontologiche).

Nel Novecento i poeti italiani hanno potuto usare la prima persona plurale e dire «noi», quando come Scotellaro, in un testo cronologicamente anteriore a Presso il Bisenzio, hanno accettato la sfida di farsi portavoce degli sfruttati, scommettendo sui valori delle classi subalterne per la costruzione dell’identità del paese. «Noi siamo figli dei padri ridotti in catene» recita il v. 16 di Noi che facciamo?

L’antologia I nostri poeti nasce, scrive Goffredo Fofi nella prefazione, con l’intenzione di raccogliere le tante poesie pubblicate su quelle riviste di cui Fofi stesso è stato co-direttore («Quaderni piacentini», «Ombre rosse», «La terra vista dalla luna», «Lo straniero»). Durante la compilazione dell’antologia, però, il numero dei testi è cresciuto, cosicché il campionario offerto da Stefano Guerriero è andato ben oltre i confini prefissati dal criterio iniziale. Il risultato finale è un’antologia decisamente polifonica (il curatore non sembra interessato a esporre una tesi forte) con autori molto diversi tra loro per temi e ideologia, ma anche con forti oscillazioni nella qualità dei versi.

Tra le ragioni d’interesse per I nostri poeti figura anche la pubblicazione di un inedito fortiniano, scritto dall’autore su un tovagliolo (donato a Fofi); il taglio è quello del Fortini dell’Ospite ingrato:

Sono anni che parliamo
di guerriglia e di rivolta.
Ma tutto è come una volta
ma ogni cosa è sempre là.

C’è chi impara ma non studia
c’è chi studia e non impara
c’è chi scende nella bara
e chi scende fino al bar.

Una bella riunione
sempre è bella, non dispiaccia
salva a ognun di noi la faccia
del pudor e del furor.