Marzia Minutelli,
Rina Pellegri. Una poetessa del Novecento
Melisanda Massei Autunnali

Marzia Minutelli, Rina Pellegri. Una poetessa del Novecento, Firenze, Società Editrice Fiorentina, 2025.

La critica letteraria non è stata generosa con Rina Pellegri. Se la poetessa (nonché prosatrice, ma anche autrice di testi radiofonici e giornalista) ligure nel corso della propria vita (1903-1975) non fu avara di buona volontà e di strategie per tentare di imporsi alla comunità intellettuale, in parte riuscendoci, per converso il mondo delle belle lettere le ha quasi completamente negato una memoria postuma: esclusa dalle più note antologie poetiche del Novecento, neanche fa parte delle pur scarse raccolte espressamente dedicate alle figure femminili del secolo scorso, affacciandosi solo di sfuggita nell’ambito di compilazioni di più vasto respiro che tuttavia risalgono al periodo che ancora la vedeva in vita e dunque in grado di far sentire, sia pure fievolmente, quella voce che in seguito viene del tutto, o quasi, messa a tacere. A restituirle una debita visibilità provvede adesso questo ricco volume, Rina Pellegri. Una poetessa del Novecento, che Marzia Minutelli ha composto nell’arco di un lungo e paziente lavoro di analisi e ricerca non soltanto sui frutti diretti dell’opera della scrittrice, ma anche su tutti quei materiali che appaiono necessari a ricostruirne la figura, l’ambiente in cui visse e operò e le connessioni culturali: operazione, questa, particolarmente difficile, stante il vuoto d’attenzione che nell’ultimo quarto di secolo si è andato creando attorno a colei che, giocando con i propri connotati onomastici, coniò per sé stessa l’identificativo «la PellegRina». Di questo silenzio Minutelli non manca di evidenziare le ragioni, da individuarsi in prima istanza in una prospettiva senz’altro politica (la persistenza della fede monarchica, più che l’adesione al fascismo – del resto condivisa, quest’ultima, da moltissimi intellettuali del tempo), ma anche certamente letteraria, laddove Pellegri si ritrovò a pagare la scarsa considerazione e l’accusa di passatismo con cui il suo «realismo lirico» dovette misurarsi, dato che la corrente – inclusiva anche di Cardarelli e, in qualche misura, di Sbarbaro e di Saba – uscì sconfitta dal confronto con una certa poesia civile di marca post-bellica e soprattutto con il dominante ermetismo, col quale pure condivideva «un’intenzione di trasparenza e concinnità» (p. 23). Eppure, Pellegri, spiega Minutelli, legata alla poetessa dalla condivisione dell’origine arcolana e dalla memoria familiare, non limita il proprio merito al posizionamento in una categoria critica di sostenuta classicità alla quale, pur nel proprio dinamismo e nella propria intraprendenza, restò fedelissima per tutto il corso della sua vita: in questo suo non piegarsi alle mode e alla trasformazioni conseguenti del gusto, ella mantenne solide caratteristiche di grazia e di eleganza e una specifica sensibilità nell’incontro con la natura, in quella declinazione esistenziale che discende in linea diretta dall’esperienza e dai modelli di Leopardi, Carducci, Pascoli e del primo Montale (ma non senza qualche eco dantesca, come provano i seguenti versi di Voglio che il tempo passi: «Voglio che il tempo passi: da lontano / son più giusti i rapporti delle cose», p. 179).1 Ma se tali presupposti giustificano la ripresa di attenzione nei suoi confronti e, conseguentemente, le ricerche confluite in questo libro, l’articolazione di quest’ultimo asseconda con chiarezza – oltre che con pregio di raffinatezza stilistica – l’intento di un recupero globale della figura della scrittrice, non limitato alla sua produzione lirica: l’ampia sezione biografica pone il sigillo su una vita magari scevra di avvenimenti epocali – fatta eccezione per l’attraversamento del periodo bellico –, ma senz’altro esemplare per quel che concerne la precisa volontà dell’intenzione letteraria, inaugurata nel 1928 con la pubblicazione della raccolta Frulli d’ala. Il confronto con l’ambiente sociale e culturale fu importantissimo per la poetessa ed ella si attivò con estrema solerzia per tessere relazioni funzionali all’uscita dall’ombra dell’origine provinciale: dalla Spezia, dove compì i suoi studi di maestra, frequenti furono negli anni Trenta le sue «spedizioni extraregionali» (p. 55), specie in Toscana, alla ricerca di contatti, senza considerare la fittissima attività epistolare, che chiama in causa gran parte dei nomi più significativi dell’intellettualità dell’epoca, compreso quello di D’Annunzio, che però mai le rispose, ma ne conservò lettere, libri e una foto, quest’ultima riprodotta – se ne dà ampiamente notizia nel volume – sul frontespizio e all’interno della sezione iconografica del catalogo della mostra pescarese Femmine e muse dannunziane, pubblicato da Augusto Ferrara Editore nel 1992.

Avviata nel 1933 da Aldo Capasso ed Elpidio Jenco a un primo ed estemporaneo riscontro nazionale in occasione della pubblicazione del suo secondo libro di rime, Musiche d’acque, dopo la delusione per la tiepida accoglienza riscossa dalla silloge Fiori sulla sabbia (1934), a partire dal 1938 la «PellegRina» fu a Roma, dove l’anno dopo pubblicò i versi patriottici dei Vespri còrsi per ritornare alla lirica intimista nel 1950 con Àncore e vele. Nella capitale affiancò all’attività letteraria e a quella di pubblicista l’impegno radiofonico, che, grazie a mirate conoscenze di politici e dctittori organici al regime, la condusse presto all’EIAR (poi RAI), dove operò come redattrice di testi fino al ritorno in Liguria nel 1966, in occasione del matrimonio con Antonio Del Santo (sposato in seconde nozze dopo l’annullamento da parte della Sacra Rota dell’unione con Raoul Lucidi, risalente al 1942). Tra Sarzana e Arcola Pellegri visse gli ultimi anni della sua vita, nel complesso punteggiata da sei opere poetiche (compreso Canto a due, steso con Del Santo), un’autoantologia (Le predilette) e tre opere in prosa, tra cui l’autobiografico Richiamo da una stella (1957). A un’ampia, ma attenta selezione dal versante lirico di questa produzione è dedicata la «Parte seconda» del volume di Minutelli, cui è da ascriversi il duplice merito del prezioso apparato di introduzione e note che correda ogni poesia e del recupero stesso di questi versi che, stante il silenzio editoriale che circonda l’autrice, ne rappresenta il sostanziale ritorno alla luce (mai più ristampata, l’opera di Rina Pellegri si guadagna attualmente una posizione sul mercato del collezionismo librario con le sole Predilette e Richiamo da una stella). Riemergono quindi dal buio liriche in cui l’autenticità dell’ispirazione naturalistica si traduce in risultati di notevole equilibrio, come in Io ti chiedo perdono, o Primavera («ché volevo morire / senza aspettarti / […] / Sei giunta in tempo: / hai da un pesco sgrondata / rosea, sul sonno grigio / che mi aggelava in un sopor di morte, / una, di cigli, lieve nevicata», da Musiche d’acque, p. 142) o in Destino d’onde («io vorrei come il fiume camminare / sgusciando dagli abbracci delle rive, / verso la fine dei temuti approdi, / al mare…», da Fiori sulla sabbia, p. 178) o, ancora, in Rinascita («Amo vivere ai grandi inni del sole / e delle altre infinite creature», da <Àncore e vele, p. 197); altre in cui alla prevalente vocazione descrittivistica si affianca, con pari efficacia, uno sguardo più direttamente introspettivo, anche nel confronto con le figure che furono parte essenziale della vita della poetessa (come nella poesia composta per la madre scomparsa, Tu sei ferma nel tempo e io cammino…: «Quando ti avrò raggiunta / nel tempo, tu perdona / s’io vado oltre», da Le predilette, p. 218). Alla sezione Appendici fanno capo l’illustrazione dell’evoluzione compositiva della poesia Il castagno – esemplare per la documentazione dei frequenti processi correttori dell’autrice –, l’attenta e divertita analisi dell’avventura epistolare dannunziana, più due focus su La guirlande éphémère, versione francese delle Predilette, e sulla Pellegri prosatrice di Richiamo da una stella.

Se il “monologo” epistolare con il Vate è un campione significativo della rigorosissima strategia investigativa con la quale Minutelli ha dato risposta, nel corso della sua lunga ricerca, alle molte sfide imposte dal silenzio pluridecennale attorno alla «PellegRina», non è da meno il confronto che la studiosa intraprende con la poetessa quando si tratta di non assecondarne, ma neanche ignorarne tout court, le velleità autocelebrative espresse, ad esempio, nella postfazione delle Predilette, in cui Pellegri sposta il suo esordio letterario ai diciott’anni rispetto ai venticinque dell’uscita della sua prima raccolta: da qui, un’esigenza di indagine più ampia, che dalle carte si sposta anche alle testimonianze esterne, alla ricerca di una risposta senz’altro non univoca o definitiva, ma che di certo denota la solidità della domanda e, soprattutto, la profonda onestà intellettuale, la grande perizia e costanza dell’autrice del volume. Contrassegni essenziali di questo lavoro, queste doti hanno guidato Minutelli nel corso di una cernita svolta praticamente “al buio” tra una costellazione innumerevole di giornali e riviste letterarie, molti dei quali non più reperibili o custoditi solo in parte in archivi e biblioteche: il che non ha impedito all’autrice, data la sua dedizione, di restituire alla luce, grazie a una ricostruzione puntuale, non soltanto la vicenda umana e letteraria di Rina Pellegri e i molteplici rapporti intellettuali da lei intrattenuti, ma anche peculiarità assai interessanti, come la capillare enumerazione delle tematiche affrontate dalla poetessa nella collaborazione col «Corriere della Nazione» nei tardi anni Cinquanta e dei relativi articoli (pp. 77-78 e Bibliografia 1.6, pp. 254-256). La medesima puntualità contraddistingue l’apparato analitico filologico-critico che correda ciascuna delle liriche antologizzate, laddove non fa difetto all’autrice – e, anzi, ne amplifica il debito affettivo nei confronti dell’oggetto di studio – la sincerità del giudizio riguardo ai testi sottoposti all’attenzione del lettore e per i quali sono ripercorsi puntualmente i legami extratestuali che nutrirono la vena pellegriana.

Nel 2015 Minutelli aveva già firmato la voce dedicata a Rina Pellegri nel Dizionario biografico degli Italiani dell’Enciclopedia Treccani, nonché, due anni prima, un primo intervento critico sulla «poetessa dimenticata»,2 che adesso, grazie a questo libro, può finalmente riemergere dall’oblio per cercare di riprendersi il posto che le spetta all’interno di un canone non solo specificatamente femminile o “locale”, ma fondato sulla sola forza della poesia. Come, del resto, è giusto che sia.

Note

1 Il riferimento a Inf. X, 100-101, è esplicitato da Minutelli nell’introduzione alla lirica di pp. 178-179.

2 M. Minutelli, «effimera ghirlanda» di una poetessa dimenticata: dodici liriche di Rina Pellegri, in «Soglie», XV, 3, 2013, pp. 29-56.