«Le Operette morali sono il libro da cui deriva tutto quello che scrivo»
Calvino e Leopardi
(con appendice montaliana)
Roberto Fineschi

La prima riguarda il tema «illuministico» del materialismo e della crisi della sua idea di progresso; a essa si ricollega anche la teoria sempre di matrice sensistica del piacere e la sua dimensione esistenziale; una seconda, apparentemente di carattere stilistico, fa in realtà riferimento soprattutto nell’ultimo Calvino al rapporto esattezza/generalità, finito/infinito e all’intuizione della «scienza dell’unico». Tale relazione è dunque di molteplice natura e riguarda sia l’ispirazione letteraria e la comune sensibilità esistenziale (drammatica e divertita allo stesso tempo), sia l’orientamento filosofico. Premesse di questa indagine è la ricostruzione della traiettoria intellettuale e «filosofica» di Calvino; man mano che sviluppa la propria riflessione, egli si interroga in maniera sempre più insistita sul rapporto tra condizione storica e scelte individuali possibili. Nel far questo attraversa varie fasi in cui via via la sua concezione assume un carattere gradualmente più definito. La linea evolutiva di questo ragionamento, a mio avviso, si lascia riassumere nella seguente maniera:5
1) In una prima fase abbiamo un Calvino marxista-storicista, inquadrabile nella tradizione della cosiddetta «filosofia della prassi». Un approccio inizialmente pragmatico si sviluppa in una riflessione teorica orientata alla pratica, in cui l’orizzonte di senso è dato dalle categorie illuministico-marxistiche di progresso, con la classe operaia soggetto emancipatore. La letteratura e gli intellettuali sono il tramite attraverso cui questo nuovo mondo e questa nuova letteratura prende forma e dà vita a una fase della storia diversa, quella dell’emancipazione in cui l’alienazione viene superata. Già qui emerge chiaro il tema tra corso della storia e scelte possibili, tra decisione individuale e responsabilità collettiva. Questa delicata dialettica si lascia per adesso dipanare con le categorie dello storicismo marxista che riesce a dar conto del contesto in cui l’azione si svolge e dei soggetti che tale azione compiono.
2) In una seconda fase, pur mantenendo una prospettiva storicistica, egli sempre più vede le cose prendere il sopravvento sull’azione umana e le sue capacità trasformative. Il mondo oggettivo creato dagli umani sembra funzionare di per sé, appare autonomo e capace di operare sopra le teste degli individui che vengono agiti come eterodiretti da forze storico-sociali debordanti. Una potenzialità alienante del mondo oggettivo è intrinseca al processo stesso di oggettivazione. Il «mare dell’oggettività», prodotto dell’umanità sorto dalla frattura storica della rivoluzione industriale, si erge contro i suoi creatori e diventa un labirinto inestricabile, di fronte al quale ci si può arrendere o si può combattere. Rivoluzionario è chi lancia la sfida al labirinto. Chi è a farlo? Calvino comincia a essere meno fiducioso che la classe operaia possa rappresentare l’antitesi principale a questo sistema, spostandosi il terreno dello scontro sul piano delle superpotenze, sulla questione universale del disastro atomico ed ecologico, ecc. Tuttavia, le tendenze potenzialmente razionali ed emancipatrici del sistema capitalistico possono essere rese razionali solo dalla spinta operaia.
3) Nella terza fase la fiducia nella cassetta degli attrezzi dello storicismo marxista si affievolisce ulteriormente; non viene abbandonata, ma classificata come teorizzazione del «determinismo economico» al quale si affiancano altri mezzi che studiano altre forme di determinismo: sessuale, sociale, antropologico, ecc. In questo nuovo contesto la strumentazione si allarga e prende la via strutturalista, antropologica, psicanalitica. Qui la letteratura assume la funzione di esploratrice del labirinto, di produttrice di plurimi mondi possibili da confrontare con quello esistente, moltiplicando la realtà alla ricerca di falle. La dimensione emancipativa non può ora prescindere da quella pulsionale e del piacere, tuttavia reso razionale nei suoi effetti da una organizzazione sociale ferrea ora possibile grazie al mondo delle cose intelligenti creato dallo sviluppo umano stesso.
4) L’ultima fase è più pessimistica, la speranza di trovare delle falle nel labirinto e una prospettiva emancipativa diventa progressivamente più flebile; cionondimeno non si rinuncia alla sua esplorazione che si sviluppa nelle due direzioni della modellizzazione teorica astratta da una parte, nelle «scienza dell’individuale» nella sua verità fenomenica dall’altra.
I. Materialismo, filosofia della storia e scelta individuale
Il rapporto tra necessità storica dei rapporti di forza e azione umana è uno dei nodi di questo articolato sviluppo: quali possibilità emancipative si offrono in esso? Quali gli esiti? Proprio qui entra in gioco Leopardi.
Il Settecento filosofico, l’illuminismo, è il presupposto della riflessione calviniana. Secondo Calvino, esso è il periodo in cui si teorizza la storia umana come una realtà progressiva, sebbene la si immagini avanzare con una linearità che viene definita ingenua; su di esso si implementa il marxismo con la sua consapevolezza dell’antitesi, ovvero delle forze storiche contrastanti che fanno sì che il progresso si realizzi in maniera tortuosa e contraddittoria, tra drammi e tragedie, arretramenti e proiezioni. Alla fine si impone, nonostante tutto, una razionalità intrinseca alle cose, che garantisce un avanzamento; esso è tuttavia possibile solo grazie all’azione degli individui, ciascuno dei quali è chiamato a fare la propria scelta, a portare il proprio fardello, operazione del cui compimento ciascuno ha la responsabilità storica. Ciò avviene nell’alveo di una concezione puramente laica, materialistica, addirittura sensistica, dove il piacere, la soddisfazione fisica della pulsionalità, diventa centrale, anzi deve essere strumento di quella realizzazione. Leopardi entra in gioco nella schiera dei filosofi illuministi della necessità e del principio di piacere.
Il primo tema da affrontare è legato all’idea calviniana della necessità storica. Nella progressiva riduzione del campo di azione umano nel mare dell’oggettività Calvino individua un elemento di crisi della razionalità illuministica e, di conseguenza, del marxismo che di quella tradizione si era considerato erede. Nella ricerca di autori in cui questi aspetti già erano emersi egli indaga la testimonianza di alcuni classici della letteratura italiana ottocentesca e si concentra su Manzoni e Leopardi, entrambi, a suo avviso, pensatori dei limiti dell’agire umano. In contrasto con l’immagine tradizionale di un Manzoni provvidenzialista, egli vi individua un profondo pessimismo, non inferiore a quello leopardiano. Per Calvino, in Manzoni
La critica dell’antropologia, della concezione dell’umano e della sua felicità come fine della natura, in Calvino non si riduce, dunque, a un puro meccanismo ma conserva una qualche finalità, l’idea di una materia che tende ad auto-organizzarsi anche attraverso l’umano. Esso non è ovviamente un fine in sé, ma momento delle finalità più ampie della natura, che tuttavia non è un mero meccanico ripetersi di fenomeni di incessante creazione e distruzione, ma che «progredisce». In questa idea di progresso e non meccanica ripetizione riemerge in qualche modo l’atteggiamento storicistico, per cui la talpa scava e alla fine, seppur senza umani, comporta dei cambiamenti qualitativi migliorativi. Qui, come nel caso di altri pensatori o autori, Calvino mostra il suo lato «creativo», vale a dire non assorbe passivamente influenze esterne, ma le rielabora, le filtra in funzione dello sviluppo della propria posizione e dei nodi che sta cercando di sciogliere.
Un secondo aspetto del materialismo legato mediatamente a Leopardi riguarda la teoria sensistica del piacere e la società emancipata. Calvino fa principalmente riferimento a Fourier: la società futura, con il suo massimo di organizzazione e automatismo, farà sì che si possa dare una strutturazione razionale al libero gioco delle pulsioni individuali; ciascuno, dando sfogo al proprio istinto, farà qualcosa di utile alla società grazie a una pianificazione estrema resa possibile proprio dallo sviluppo capitalistico, dalla creazione degli oggetti intelligenti e della società regolata. L’elemento leopardiano sta qui nell’equazione felicità=piacere (che si ricollega anche a Freud e al rapporto tra principio di piacere e principio di realtà). La distanza e l’utopia consistono nel ritenere possibile la felicità, l’attuazione reale del principio di piacere. Secondo Calvino questo è realizzabile solo in una società massimamente organizzata, che riesce a funzionalizzare la liberazione e realizzazione degli impulsi con ciò che è collettivamente utile. Questo non ha niente di spontaneo e può essere il risultato solo del massimo di organizzazione sociale, vale a dire di una società in cui la razionalità oggettiva dei processi è diventata intelligente e capace di autogestione. Qui ovviamente Leopardi è presente in maniera assai mediata, ovvero come esponente di una teoria sensista che vede nella soddisfazione del piacere la radice della felicità; assai distante tuttavia l’idea che questa conciliazione tra piacere=felicità e realtà sia possibile. Leopardi sostiene infatti che il piacere perfetto, ciò che l’umano cerca e che identifica con la felicità, non è solo negato dalle circostanze di fatto, ma è ontologicamente impossibile.
II. Finito, infinito, indefinito
Su Leopardi Calvino torna con una certa costanza e in maniera più articolata nelle sue ultimissime riflessioni, ancor più animate dalla consapevolezza della crisi della cultura illuministica, dall’idea dello smarrimento nel labirinto, della ricerca di percorsi e scelte stilistiche possibili. La crisi dei principi illuministici in cui Calvino ha a lungo creduto (si ricordi che considerava il marxismo un loro perfezionamento) è ben espressa proprio dalla figura di Leopardi in cui individua, da una parte, la sua sempre rivendicata critica del concetto di progresso (l’illuminismo di Voltaire), dall’altra il progressivo ripudio di un ritorno allo stadio di natura (quello di Rousseau).7 Calvino – «calvinista della storia» come lo definì Sciascia8 – è da sempre stato un anti-naturalista in senso rousseauiano, ma ha condiviso a lungo l’idea di progresso. Leopardi è dunque espressione principe della crisi della civiltà moderna pre-industriale nelle sue linee di continuità con quella industriale e post-industriale, e del rifiuto delle consolazioni che essa proponeva. In questo senso è l’analogo ottocentesco di ciò che Montale è stato per il Novecento:
Un primo accenno al tema lo troviamo in Collezioni di sabbia, nei celebri passi in cui si cita il carteggio tra Giacomo, la sorella Paolina e il fratello Carlo a proposito delle dimensioni urbane di Roma, smisurate, sproporzionate, e mette in rapporto il simultaneo sentimento di repulsione e fascino di fronte alla misura umana del borgo e della disumana grande città
Calvino mette per es. in evidenza come il contrasto tra velocità fisica e mentale produca nel poeta uno dei rari momenti gioiosi. È il celebre passo dello Zibaldone relativo ai cavalli. Calvino commenta che la rapidità e la concisione dello stile producono un’apparente simultaneità di concetti e pensieri in cui la mente si perde in quanto incapace di gestirla; le idee simultanee generano la sensazione di infinito perché non si riesce ad abbracciarle tutte nel momento (S1, p. 665). Ciò dà piacere e dunque felicità possibile.
La riflessione sul rapporto tra particolare e infinito si ripropone relativamente al tema dell’esattezza. Leopardi, poeta del vago, paradossalmente viene presentato come massimo valorizzatore dell’esattezza, solo dalla quale nasce la possibilità dell’indefinito. Per gustare il vago ci vuole un’attenzione estremamente precisa, meticolosa al dettaglio:
Calvino insiste su come la questione filosofica del rapporto tra infinito e la cognizione della finitezza spazio-temporale sia uno dei temi centrali della tradizione occidentale da Descartes a Kant (S1, p. 682s). La sua trattazione si era concretizzato nell’ultimo Calvino con un duplice sviluppo: da una parte il tentativo di modellizzazione teorica della realtà attraverso la costruzione di una letteratura che consenta una razionalizzazione e schematizzazione dell’empirico finito in una proiezione caleidoscopicamente infinita; d’altra parte come scienza dell’unico di barthiana memoria. Sono i due modelli rispettivi del Viaggiatore e di Palomar. Nelle Lezioni americane commenta:
Qui Leopardi offre di nuovo «limpidezza di sguardo, disincantata, amara e ironica» (S2, p. 1679). È il Leopardi delle Operette morali. Egli è capace di creare un linguaggio asciutto, diretto, che non maschera la realtà con le belle parole. Linearità, ironia, verità sono concetti guida che Calvino abbraccia e grazie ai quali vede lo sviluppo di un lessico chiaro, essenziale e perspicuo. Esso affonda le proprie radici in Ariosto e Galileo; già in Due interviste su scienza e letteratura del 1968 (poi raccolte in Una pietra sopra), alla sollecitazione sul perché avesse dichiarato che Galileo era il più grande scrittore italiano,14 Calvino risponde evidenziando questo nesso:
III. Per concludere
L’accentuarsi del pessimismo nell’ultimo periodo della sua produzione letteraria porta Calvino ancora più vicino alla sensibilità leopardiana, con una minore fiducia nelle capacità conoscitive e trasformative umane, dunque con una frustrazione quasi annoiata di fronte a una realtà divergente dalle proprie aspettative e idealità, con uno smarrimento tra fascinazione e paura dell’abisso che corre tra finito e infinito, tra senso e capacità di comprensione. Trovare la forma letteraria per abitare questa noia esistenziale mantenendo un tono distaccato e a tratti divertito senza cedere alla disperazione esistenziale è ciò che lega Calvino a Leopardi, autore capace di dare forma artistica a questa condizione nella sua trasparente drammaticità. Questa affinità di sentimento, il saper descrivere e sopportare la «noia», viene esplicitato in una lettera a Giorgio Manganelli del 16 luglio 1984:
IV. Appendice montaliana
Riprendendo quanto accennato nel testo, un’appendice montaliana. Montale è il poeta calviniano per eccellenza, un amore confermato più volte nell’arco della sua vita.16 In una lettera giovanile a Scalfari del 22 gennaio 1943 confessa addirittura di aver scritto dei versi «con una certa classicità di espressione e uno stile duro e scabro abbastanza personale (Montale – si capisce – docet)»; la serie era intitolata Acqueforti di Liguria (L, p. 65). Montale è tuttavia punto di riferimento non solo individuale, ma generazionale:
Montale è un novello Leopardi, o meglio è l’intellettuale che in una nuova fase epocale affronta analoghi problemi storici e culturali con lucidità e consapevolezza del limite: senza arretrare di fronte all’abisso, lo affronta con morale senso di responsabilità.
Ed è dunque Calvino il nuovo Leopardi/Montale?
1 Sigle delle opere di Calvino citate: S1: Saggi 1945-1985, vol. 1, a cura di M. Barenghi, Milano, Mondadori, 1995; S2: Saggi 1945-1985, vol. 2, a cura di M. Barenghi, Milano, Mondadori, 1995; L: Lettere 1940-1985, a cura di L. Baranelli, introduzione di C. Milanini, nuova edizione riveduta e ampliata, Milano, Mondadori, 2023; SNIA: Sono nato in America. Interviste 1951-1985, a cura di L. Baranelli, introduzione di M. Barenghi, Milano, Mondadori, 2022.
2 Italo Calvino, Mancata fortuna del romanzo italiano, da un’intervista radiofonica del 1953 pubblicata per la prima volta in S1, p. 1507ss. La citazione è a p. 1508.
3 «Analogamente, non trova spazio critico autonomo l’antico amore per Leopardi, pur indicato in Natura e storia nel romanzo, nonché in un discorso inedito del ’53…, come padre potenziale della moderna narrativa italiana; spunto cui fa da pendant, a trentanni di distanza, un’iperbolica ma suggestiva confessione contenuta in una lettera dell’84: “le Operette morali sono il libro da cui deriva tutto quello che scrivo”» (S1: XLVIII).
4 Un primo lodevole sforzo in questa direzione è stato fatto da Niccolò Pagani con la sua tesi di dottorato dal titolo: Calvino lettore di Leopardi. Ricostruzione di un rapporto. Il lavoro rintraccia in Calvino i rimandi leopardiani e li riorganizza per nuclei tematici; ciò facendo opera un primo importante passaggio. Manca tuttavia, a mio avviso, una solida linea interpretativa dello sviluppo intellettuale di Calvino (e di Leopardi) e dunque non si riescono ad approfondire le ragioni profonde del loro rapporto.
5 Quanto qui schematicamente riassunto è il risultato di una ricostruzione analitica esposta nel mio Nel labirinto. Italo Calvino filosofo, Napoli, La città del sole, 2025 al quale si rimanda chi volesse approfondire il tema. Qui, per brevità, mi limito all’esposizione delle conclusioni.
6 Relazione al Convegno Manzoniano dell’Università di Nimega, ottobre 1973. Pubblicato negli Atti del Convegno a cura di Carlo Ballerini, con la discussione degli intervenuti. Una parte di questo testo era stata pubblicata su «Il Giorno» del 20 maggio 1973; testo poi raccolto in Una pietra sopra e ora in S1, p. 341.
7 «E se pensiamo che il pensiero cui attingevano i narratori fantastici del romanticismo era la nascente filosofia idealistica tedesca, e che questa aveva come sfondo la crisi della fiducia di Rousseau nella bontà della natura e la crisi della fiducia di Voltaire nel progresso della civiltà, vediamo che Leopardi nasce dalla stessa situazione, anche se la sua risposta è diversa. C’è dunque un nodo storico e filosofico, comune ai romantici e all’antiromantico Leopardi, che sta alle origini del fantastico moderno» (La literatura fantastica y las letras italianas, in Literatura fantastica, Madrid, Siruela, 1985, pp. 39-55, relazione tenuta all’Università internazionale «Menendez Pelayo» di Siviglia nel settembre 1984, ora in S2, p. 1674s). La crisi della modernità, sempre in riferimento a Leopardi, è proposta da Calvino parlando dell’impossibilità di una biblioteca di classici, ancora possibile al suo tempo ma ora «esplosa» (Italiani, vi esorto ai classici, in «L’Espresso», 28 giugno 1981, pp. 58-68, ora in S2, p. 1823).
8 Vedi la Recensione a Il barone rampante, in «Il ponte», XIII, 12, 1957; ora in I. Calvino, L. Sciascia, L’illuminismo mio e tuo. Carteggio 1953-1985, a cura di M. Barenghi e P. Squillacioti, Milano, Mondadori, 2023, pp. 232ss.
9 Lo scoglio di Montale. Le parole nate nella Bufera, in «la Repubblica», 15 settembre 1981, ora in S1, p. 1193.
10 Il raggio dello sguardo, in Collezioni di sabbia, ora in S1, p. 517.
11 Poco dopo riprende, ancora citando Leopardi, il tema dell’attrattività e della repulsione per l’infinito in Valéry nelle sue considerazioni cosmogoniche, evidentemente non estranee al poeta recanatese (S1, p. 685).
12 È una tematizzazione che ricorre esplicitamente anche in altri scritti: Italo Calvino, Sotto gli occhi di Lévi-Strauss, in «la Repubblica», 15 luglio 1983; ora in S2, pp. 2067ss; nella Conferenza letta alla New York University il 30 marzo 1983: The Written and the Unwritten World. Uscita poi su «The New York Review of Books», May 12, 1983 e successivamente in «Lettera internazionale», II, 4-5, primavera-estate 1985.
13 Nel «sarcasmo verso i “nuovi credenti” e “novelli romantici”, d’oggi, “zelatori e interpreti, di nostra era meccanica”» Calvino vede per esempio una vicinanza tra Leopardi e Solmi (Solmi lunare ma non troppo, in «la Repubblica», 10 ottobre 1981, ora in S1, p. 1255).
14 Nell’articolo Occhi al cielo, sul «Corriere della Sera», 24 dicembre 1967 (poi ripreso con il titolo Il rapporto con la luna in Una pietra sopra) Calvino commentava: «Il più grande scrittore della letteratura italiana d’ogni secolo, Galileo, appena si mette a parlare della luna innalza la sua prosa a un grado di precisione ed evidenza ed insieme di rarefazione lirica prodigiose. E la lingua di Galileo fu uno dei modelli della lingua di Leopardi, gran poeta lunare…» (S1, p. 228).
15 Su questa linea si era già espresso venti anni prima in un’intervista per «L’Europeo» del 28 agosto del 1960: «La vera contestazione della filosofia è nell’ironia lucida, nelle sofferenze della ragione (noi italiani pensiamo subito ai dialoghi di Leopardi)» (S1, p. 194).
16 «Perché i miei primi rovelli letterari – la mia preistoria – si svolsero sotto la boreale stella di Montale» (Risposte all’inchiesta di P.F. Listri, Libri e scrittori dell’ultimo decennio. IX: I giovani voltano le spalle a Hemingway, in «Il Nuovo Corriere», 6, giugno 1956, ora in SNIA, p. 24); «Montale fin dalla mia adolescenza è stato il mio poeta e continua a esserlo. Continua ad essere un montaliano fanatico. Poi sono ligure, quindi ho imparato a leggere il mio paesaggio anche attraverso i libri di Montale. La sua morale per me è estremamente importante» (Italo Calvino, intervista di Marco d’Eramo, in «Mondoperaio», XXXII, 6, 1979, ora in SNIA, p. 286); «Montale, al poeta che è stato sempre il mio poeta» (Intervista a Gaetano Rando, pubblicata in italiano in «Queensland Dante Review», 1981 /aprile 1982, ora in SNIA, pp. 507-508). In una lettera giovanile a Scalfari del 22 gennaio 1943 confessa di aver scritto dei versi «con una certa classicità di espressione e uno stile duro e scabro abbastanza personale (Montale – si capisce – docet)»; la serie era intitola Acqueforti di Liguria. (L, p. 65).
17 Conferenza del 1959, poi raccolta in Una pietra sopra, ora in S1, p. 65s.
18 È quanto Calvino commenta commemorando la scomparsa di Vittorini sul «Menabò» nel 1967, testo poi raccolto in Una pietra sopra con il titolo Vittorini: progettazione e letteratura, ora in S1, p. 168.
19 Nel necrologio – Le parole nate nella Bufera, in «la Repubblica», 15 settembre 1981; ora in S1, p. 1190 col titolo Lo scoglio di Montale – Calvino afferma: «Questo difficile eroismo scavato nell’interiorità e nell’aridità e nella precarietà dell’esistere, questo eroismo d’antieroi è la risposta che Montale diede al problema della poesia della sua generazione», ora in S1, p. 1192.
20 Questa esattezza, precisione e semplicità non va confusa con quello che, citando lo stesso Montale, Calvino definisce «fonografia realista», contro la quale si scaglia con parole di fuoco in più circostanze, definendola «una delle più gravi pestilenze della narrativa contemporanea» (S1, p. 1092), vale a dire la epidermica ripetizione del colloquiale o dell’ordinario. Paradossalmente lo stesso Montale, con la sua seconda fase più discorsiva, pur ovviamente non cadendo nel difetto, avrebbe incoraggiato secondo Calvino una nuova generazione di poeti (e narratori) non dotati dello stesso talento alla piattezza fenomenica senza profondità. Cfr. la citata intervista a Gaetano Rondo (ora in SNIA, p. 508) e la lettera a Zanzotto dell’11 novembre del 1976 (L, p. 844).
21 Lettera a John Ahern del settembre 1980 (L, p. 941).
22 Letture Montaliane in occasione dell’80° compleanno del Poeta, Genova, Bozzi, 1977, pp. 35-45; anticipato in «Corriere della Sera», 12 ottobre 1976 (Una sua poesia commentata da IC), ora in S1, pp. 1179ss.