Franco Fortini,
Del copywriting come genere letterario
Sergio Bologna

Franco Fortini, Del copywriting come genere letterario. Gli anni all’Olivetti 1948-1974, a cura di Daniele Balicco, Macerata, Quodlibet, 2026.

Ancora una raccolta di testi di Franco Fortini, che Daniele Balicco ha curato con grande competenza, la cui lettura conferma una volta di più la modernità di quel grande poeta e saggista. Non quella esaltata nelle stucchevoli idolatrie del “Moderno”. Modernità per Franco Fortini era la capacità di cogliere l’essenza e la dinamica di un’epoca.

Ricorda Balicco, nel suo bel saggio Fortini copywriter (pp. 145-190), che nel 1960 Franco partecipa a un concorso per la miglior lettera di vendita. Non per uno slogan, non per dare un nome a una macchina da scrivere, cioè qualcosa che ha a che fare con l’arte pubblicitaria, ma per uno strumento di promozione, di marketing. La lettera di vendita formalizza il gesto del venditore in una fredda gabbia burocratica. Ma è pur sempre una forma che impone dei vincoli, e qui sta la sua affinità alla poesia, a quella “resistenza del mezzo” che richiede la brevità dell’epigramma. Azienda e cultura, è il binomio che accompagna di solito il mito Olivetti. No, per Fortini il binomio è: azienda e mercato. Perché è il mercato la ragione superiore che regola la vita dell’azienda.

A questo punto mi viene in mente che un paio d’anni dopo Fortini partecipa come membro della giuria a un concorso letterario indetto dalla Fiom Cgil. A Milano era iniziato, con il grande sciopero dei 60 mila elettromeccanici, quel ciclo di lotte operaie che si concluderà 20 anni dopo con i 35 giorni della Fiat. Nel corso di una manifestazione di metalmeccanici in piazza del Duomo, il 5 febbraio 1963, il segretario della Fiom, Giuseppe Sacchi, aveva notato Bianciardi in mezzo alla folla e lo aveva apostrofato dicendo: «Bianciardi, lei che è uno scrittore, perché non scrive un libro su quello che ha visto oggi?». E Bianciardi pare avesse risposto: «ma perché io? lo faccia raccontare direttamente a loro, agli operai!» Pochi giorni dopo si arriva alla firma del contratto, ma alcuni mesi più tardi la Fiom Cgil lancia il concorso e nascono i primi tentativi di scrittura working class. A decretare il vincitore sarà una giuria composta da Luciano Bianciardi, Umberto Eco, Mario Spinella, Giovanni Arpino e Franco Fortini. Rispetto agli altri membri della giuria, Franco aveva ben altri strumenti per capire che stava succedendo. Glieli avevano forniti Raniero Panzieri e il gruppo dei «quaderni rossi». Azienda e mercato, spontaneità e organizzazione. E ancora, nello steso periodo, quella Lettera agli amici di Piacenza che segna l’inizio dei «quaderni piacentini». Tre motori del presente: l’industria, la classe operaia, gli intellettuali. Nessuno, come lui, ne ha colto il nesso reciproco.

Solo con una visione così ampia poteva dire che il copywriting era un genere letterario. Se fosse stato solo un pubblicitario con lo sguardo limitato all’orizzonte Olivetti forse non gli sarebbe venuto in mente, si sarebbe aggirato nelle stanze della “professione”. Invece Olivetti più «quaderni rossi» più «quaderni piacentini», gli permetteva di abbracciare tutto il presente con l’occhio al futuro.

Le pagine che scrive sulla metrica della poesia e del messaggio pubblicitario, oppure quelle sull’alfabeto, sui caratteri a stampa, sulla forma del carattere che la tastiera della macchina da scrivere imprime sul foglio, sono di una profondità straordinaria. «Leggera come una sillaba, completa come una frase», così, dopo averle trovato il nome, lancia sul mercato la Lettera 22.

Dominus dello spazio è il grafico, è lui che impone i vincoli al copywriter, che fissa la rigidità del “mezzo”. Le parole debbono stare in quello spazio preciso, al millimetro, e allora anche una virgola può creare la differenza.

In via Baracchini scendevo un piano nell’intervallo di pranzo e Giovanni Giudici mi faceva entrare nel suo laboratorio di poeta. Di Giovanni Pintori avevo soggezione, cercavo di passare inosservato, con Egidio Bonfanti invece si scherzava, come vecchi studenti. Poi ritornavo di sopra dove il grafico mi aspettava. Era stato comandante partigiano, di lui si diceva che avesse fatto fuori un ufficiale delle SS in una specie di duello alla pistola. Franco Fortini non c’era più alla pubblicità. Ci eravamo incontrati tre anni prima alle riunioni dei «quaderni rossi» in via Sansovino, dove stavano le edizioni «Avanti!». Deve essere stato lui a fare il mio nome a Piergiorgio Bellocchio e Grazia Cherchi, perché cominciai a collaborare con «quaderni piacentini» nel 1963.

La storia dell’ufficio pubblicità e stampa dell’Olivetti è tipica del genio di Adriano. Quando si dice: azienda e mercato. Aveva capito subito che per vendere bisognava uscire da Ivrea. È a Milano che si vende, lì si doveva aprire l’ufficio. Lo racconta bene Giorgio Bigatti nel suo Milano. Matrici e metamorfosi di una capitale industriale. Tanti triestini all’inizio, tra i quali Zveteremich. Ai cantieri di Trieste si lavorava all’arredo del transatlantico Victoria, Gio Ponti capisce al volo che quello è vero design e gli dedica un numero di «Domus» nel 1931. E poi arriva all’Olivetti Leonardo Sinisgalli. Anche l’elettronica Olivetti viene portata a Milano, Borgolombardo, Pregnana Milanese, dove l’ing. Perotto e la sua squadra progettano il primo personal computer. È il 1966 e io mi licenzio, la vita d’ufficio non è fatta per me. Ma la sera stessa del giorno in cui ritiro la liquidazione mi chiama Umberto Segre e comincia un’altra vita.

Non so perché al nome di Adriano Olivetti non s’associa sempre quello di Enrico Mattei. Ha cambiato la collocazione internazionale dell’Italia, avvicinandola ai “non allineati”, a chi si ribellava al giogo coloniale. Gli è costata la vita, certo, ma ci ha fatto respirare aria di libertà. Segre, editorialista di «Il giorno», faceva parte dell’universo Eni. Un altro mondo, quello del cane a sei zampe disegnato dai grafici Olivetti, quella era ancora civiltà. Poi arrivò l’advertising colonization delle agenzie americane: per vendere bisogna martellare i cervelli. L’aveva detto Goebbels: «ripeti cento volte una cosa falsa e diventerà vera».

Franco Fortini non lo rivedrò più fino alle soglie degli anni Novanta, quando ci disse, prima di morire: «Proteggete le nostre verità».