
Come si può leggere Ortese? Con quale strumento è possibile accostarsi a un’opera che procede per sottrazioni, metamorfosi e illuminazioni? Per rispondere a queste domande si può ora contare sul saggio di Monica Farnetti, Leggere Ortese. Il libro sembra ripensare l’idea di orientamento che la “bussola” della collana Carocci evoca, proponendo una diversa forma di guida che privilegia avvicinamenti lenti e minimi aggiustamenti di sguardo. È come se, prima ancora di puntare verso un nord e scegliere una direzione, fossimo invitati a sostare un momento, a prendere in mano questo strumento avvicinandolo al viso, a socchiudere un occhio e con l’altro osservare cosa accade sulla pagina. Da questa posizione è possibile intuire come le forme, le figure e gli stili dell’opera di Ortese si ricombinino a ogni leggera variazione dello sguardo, come nel gioco di un caleidoscopio. Monica Farnetti condivide con chi la legge e la studia una possibile via d’accesso che è insieme metodologica e stilistica e che trae avvio da un’intuizione: per leggere Ortese occorre modulare il proprio sguardo secondo ciò che il testo propone e accordare un passo che si muova al ritmo dell’oggetto studiato. La prosa critica di Farnetti, così leggera e allo stesso tempo così densa di significato, pare ragioni anch’essa «in figure», procedendo per rispecchiamenti e risonanze e aprendo fessure interpretative che lasciano intravedere la vastità oltre la soglia, per poi suscitare in chi legge il desiderio – e la necessità – di entrare.
Leggere Ortese, nel dialogo con la bibliografia critica e nella qualità formale che rispecchia quella della scrittrice stessa, pone costantemente delle questioni di metodo. La prima riguarda la difficoltà a rinnovare, nella mappatura dell’opera ortesiana, il lessico critico che le si è cristallizzato intorno – «Etica, profetica, teologica, sapienziale, veggente, cosmologica» – preferendo un impiego consapevole di queste categorie interpretative, di per sé incapaci di contenere la geniale libertà di una scrittura «sovversiva delle regole che si presumono garanti del suo stesso prestigio» (p. 17). La seconda questione è l’opportunità di riavvolgere il filo e ripartire dal principio generativo della scrittura. Il primo capitolo del saggio, «Parole di luce», ci consente di mettere a fuoco i frammenti che compongono il processo creativo e che hanno dato vita a un’opera «destinata a rivelarsi come un ininterrotto atto e discorso d’amore» (p.14). Farnetti prende avvio da quell’«inesausta impresa di conoscenza del mondo e di sé» che Ortese conduce scrivendo Il porto di Toledo, un metaromanzo nato dalla necessità di tornare indietro alle proprie origini e dal bisogno di interrogarsi sulla propria identità di scrittrice. Le «Parole di luce» sono, infatti, quelle trovate da Damasa per far fronte alla perdita dell’amato fratello Rassa, parole capaci, attraverso la scrittura, di richiamare alla presenza del tempo le persone e le cose perdute. Ma sono anche le parole esperite da Anna Maria Ortese per dare consistenza alla precarietà della vita che, dopo la morte del fratello Emanuele, le si presentava come «un abisso e una perdita» (Il porto di Toledo, p. 72), per poi convincersi che la scrittura, quella ricerca del valore formale che chiama «Espressività», sia «la salvezza dal nulla delle cose e del tempo» (ivi, p. 35).
Il secondo capitolo, «“Laudata si’” o della sorellanza», aggiunge un altro imprescindibile frammento: permette infatti di dare giusto valore a quella che Farnetti definisce una «feconda matrice di invenzioni […] materia dei suoi romanzi e novelle, per non dire il fondamento della sua stessa visione del mondo» (p. 27). Che sia biologica, elettiva, creaturale o cosmica, la relazione, o meglio, il sentimento della sorellanza si configura quale legame originario a fondamento del suo pensiero e accompagna la vicenda letteraria e umana della scrittrice raggiungendo vette altissime di significato. Da Angelici dolori a Corpo celeste, dalla trilogia autobiografica a quella fantastica, passando attraverso la prosa saggistica, il legame sororale è ciò che consente a Ortese di riconoscersi quale «sorella universalmente unanima ovvero consapevole, e profondamente partecipe, del destino di ogni altra creatura sulla terra» (p. 29) per ridare libertà e dignità alla vita di tutti gli esseri viventi, e per rimettere l’umano nella sua dimensione cosmica, affinché possa risplendere davvero nella sua più autentica umanità.
A partire da qui, capitolo dopo capitolo, le immagini e i motivi emergono e si ricompongono continuamente, rivelando accostamenti e prospettive nuove, come se piccoli spostamenti dello sguardo facessero cambiare forma e disposizione agli elementi senza mai interrompere la coerenza dell’insieme; ogni sezione offre, dunque, un diverso intreccio di possibilità, permettendo a chi legge di seguire le trame implicite della scrittura e i suoi esiti più eccezionali.
Leggere Ortese attraversa ogni forma di scrittura mettendo in risalto immagini-guida utili come chiavi d’accesso per le altre. Si veda in questo senso la riflessione sulla novellistica di Anna Maria Ortese che mette in luce alcuni tratti destinati a restare distintivi della sua scrittura narrativa. L’atteggiamento puerile dell’«anima semplicetta», per esempio, viene studiato da Farnetti a partire dalla prosa breve, ma poi esteso a tutta la sua carriera di scrittrice di novelle e non solo. L’ipotesi è che questa attitudine risponda alla garanzia di un «rapporto pieno di meraviglia con le cose» e all’«espressione della capacità di un contatto recuperato o mai perduto con la stagione sorgiva della sensibilità e della coscienza» (p. 33). Un esercizio analogo Farnetti propone con la postura dialogica tramite cui Ortese elegge a proprie interlocutrici tutte le esistenze terrestri e celesti: la osserva a partire dalla scrittura in versi, per poi seguirne le manifestazioni nella prosa saggistica e in quella teatrale, delineando con riferimenti chiari il profilo di una scrittrice che, proprio di concerto con l’esistenza altrui, esiste, pensa e scrive.
Lo sguardo sulla produzione ortesiana è poi accompagnato da quello sulle carte del Fondo Ortese dell’Archivio di Stato di Napoli che costituisce un ricco repertorio testuale e avantestuale con cui confrontare di volta in volta le opere e il pensiero dell’autrice intorno alla scrittura. È infatti a partire dai materiali d’archivio che viene aperto il capitolo centrale, intitolato «I Minimi o della svolta». Per riflettere sul cambio di progetto che porterà Ortese a impegnarsi con le «fiabe» o storie di genere fantastico (p. 58), Farnetti propone di studiare attraverso due documenti inediti il nuovo programma di scrittura che la conduce, con L’Iguana, il Cardillo addolorato e Alonso e i visionari, a esplorare i più alti traguardi della sua immaginazione e a costruire così «un nuovo ordine della creaturalità» (p. 65).
Alla prosa saggistica sono poi dedicati i capitoli 8 e 9 che illuminano il profilo di Ortese pensatrice e intellettuale e che restituiscono la coerenza progettuale alla base di tutta la sua produzione e del pensiero critico che l’ha alimentata. Un pensiero generatore di immagini fecondissime, di creature eccezionali capaci di aprire ulteriori dimensioni dell’esistente, anticipando prospettive e riflessioni – dalla geopietas all’eco-giustizia, dall’etica interspecifica al postumanesimo – che solo in seguito la cultura avrebbe saputo riconoscere e articolare. Infatti, ripercorrendo i temi delle raccolte postume (Da Moby Dick all’Orsa Bianca, Le Piccole Persone) e le intuizioni custodite in Corpo Celeste, Farnetti mostra come la prosa saggistica di Ortese, declinata in tante tipologie e registri quanti sono gli oggetti della sua riflessione, sia tutta dedita alla ricerca di nuovi saperi da mettere «in figure» e su cui fondare una nuova cultura generale dell’umano.
Dopo aver fatto luce, nel capitolo «De amicitia», sul patrimonio epistolare di Ortese e aver considerato la possibilità di un libro in grado di accogliere in sé le «lettere poetiche» dell’autrice – «ovvero recensorie, esegetiche e autoesegetiche, dove la letteratura assorbe e riscatta ogni altra pur presente dimensione del vivere» (p. 107) –, Leggere Ortese si accinge a chiudere (provvisoriamente) il percorso. Con «Un continuo divenire» riconduce chi legge a Toledo perché è il libro cui Ortese lavora per tutta la vita e che custodisce la matrice della sua visione: la scrittura, o meglio il linguaggio, non è semplice rappresentazione del mondo, ma «aggiunta e mutamento» del mondo stesso, mentre scrivere significa confidare nel potere di incrinare l’ordine dato, di aprire varchi verso ciò che non abbiamo ancora saputo immaginare.