Verifica dei poteri
Prefazione alla nuova edizione (Il Saggiatore, 2017)

A distanza di cinquantadue anni dalla prima edizione del 1965, Il Saggiatore ripropone Verifica dei poteri di Franco Fortini. Per gentile concessione della casa editrice, presentiamo un breve estratto dalla prefazione di Alberto Rollo.

 

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Per chi aveva vent’anni nei primissimi anni settanta e cominciava a occuparsi di cose letterarie, Verifica dei poteri è stato un libro decisivo, uno spartiacque, un domicilio di idee e di identità. Lo rileggo ora, per intero, dopo almeno trent’anni. Ci ero tornato nel dicembre 1994 quando ebbi a scrivere su Franco Fortini, per la rivista «Linea d’ombra», una ricognizione post mortem, ma era solo una «visita», come a stanze note e a un echeggiare ancora più noto. Ora mi trovo davanti al ragazzo che lesse il libro la prima volta e all’opera così come mi viene incontro ora, cinquantadue anni dopo la prima edizione e quarantotto dopo l’edizione del 1969, quella che ha parlato alla mia generazione. E la cui Prefazione è stata, insieme alla Premessa già esistente, una ventata di complessità critica che gli studenti (ma anche gli studiosi) di allora raccolsero come una grande apertura d’ali. […]

In che modo prendeva forma un libro come Verifica dei poteri? La forma del saggio, è noto, è molto spesso legata a un lavoro assemblativo di contributi già pubblicati, ma, al contrario del fastidio che spesso insorge di fronte alla consuetudine tutta accademica della raccolta più o meno giustificata, qui il senso del work in progress si dispiega con l’evidenza di un progetto disegnato e ridisegnato e anche ora, dopo tanto tempo, avvertiamo il tarlo di un’ossessione che si esplica nelle sezioni, nei titoli delle parti e dei capitoli, perfino nelle note, e quando, in fondo alla Premessa del 1965 (che in questo volume figura sotto il titolo Prefazione alla prima edizione), si leggono i ringraziamenti alle riviste, la considerazione più interessante è che Fortini, e con lui molti suoi «colleghi», poteva contare su una vera rete, vitale e accogliente, in cui avviare approfondimenti, lanciare sfide, rispondere a sollecitazioni. Questo è un dato di fatto – e tuttavia anche nei primi anni settanta non suonava assolutamente «banale». Basta citare qualcuna di queste «sedi» per intenderci: «Comunità» condotta a Ivrea da Adriano Olivetti; «Giovane critica», prodotta dal Centro universitario cinematografico di Catania; «Il pensiero critico», diretta da Remo Cantoni; «Il Ponte» fondata a Milano da Piero Calamandrei; «Il Menabò» condiretta, a Torino, da Italo Calvino ed Elio Vittorini; «Nuovi Argomenti», con sede a Roma e diretta da Alberto Carocci e Alberto Moravia; «Nuova corrente» fondata a Genova da Mario Boselli; «Officina» voluta a Bologna da Francesco Leonetti, Pier Paolo Pasolini e Roberto Roversi; «Quaderni Piacentini» fondata a Piacenza da Piergiorgio Bellocchio «a cura dei giovani della sinistra», si leggeva sulla testata; «Quaderni rossi», rivista «eretica» promossa da Raniero Panzieri e Mario Tronti; «Questo e altro», fondata a Milano da Niccolò Gallo, Geno Pampaloni, Dante Isella e Vittorio Sereni; «Ragionamenti» diretta, a Milano da Armanda Giambrocono Guiducci; «Rendiconti» fondata a Bologna da Roberto Roversi e altri intellettuali legati a «Officina». Ho voluto inserire la toponomastica di queste riviste perché, senza nulla aggiungere a commento, lascia intravedere un panorama nazionale e un raggio di azione e di influenza felicemente articolato e complesso.

Dietro a Verifica dei poteri c’è anche questa densità, questa effervescenza diversificata e diversificante. C’è un gioco interlocutorio fittissimo e, per altro, non chiuso solo entro i confini nazionali. In queste riviste, Fortini è l’ospite desiderato, temuto, e a volte «ingrato» (come si è voluto battezzare lui stesso): ed è soprattutto l’homme des lettres che porta la provocazione della letteratura in «Quaderni rossi» (l’intervento di Bertolt Brecht a Parigi al I Congresso internazionale degli scrittori per la difesa della cultura, del 1935) e, nelle riviste più letterarie, la sghemba e tenorile sociologia del potere nonché il suo sguardo urticante – ma senza rinunciare mai, nel contempo, là dove viene esercitato, al rigore analitico del critico letterario. Si veda, in proposito, la nota 1 al capitolo 4, Parte prima, dove Fortini ricostruisce la genesi del capitolo, tutto un gioco di rimandi e di riprese fra rivista e rivista – che quasi anticipano, sia pure dentro i confini della filologia, le potenzialità che potrebbero appartenere agli attuali social media.

Cosa cercavamo in questo libro all’alba dei settanta? Esattamente quello che è: una battaglia fuori dalla subalternità – dalla subalternità alla cultura dominante, e insieme a ogni forma di dominanza ideologica, ivi compresa quella dei settarismi, degli ottimismi, dei tecnicismi. Fortini non è stato certamente un intellettuale anarchico, ma è stato un’intelligenza che ha cercato sempre l’ordine nel disordine e viceversa, che ha messo avanti a tutto l’urgenza dubbiosa di verificare il proprio posto nel mondo, e nella storia del mondo, ben sapendo che questa storia è anche lascito, consegna, tradizione. Ha scritto Alfonso Berardinelli: «Per Fortini la Tradizione è un richiamo, un’ossessione, una nostalgia, un compito morale e storico, un rimorso». Se nel corso della Prefazione del 1969 può tornare al concetto di «insostituibilità del discorso poetico e letterario» è anche in forza di quel premere salvifico e molesto della Tradizione, che tuttavia lo espone al dubbio, alla smagliante retorica del dubbio. È anche per questo che due versi dei suoi sono entrati nella mia personale formazione e nella percezione di molti come dirimenti: «Fra quelli dei nemici / scrivi anche il tuo nome […]. La poesia / non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi» (Traducendo Brecht, 1959-1961).