Tesi su critica e totalità
Luca Mozzachiodi

I.

L’iperculturalizzazione che pervade i nostri rapporti nella società tardocapitalistca e le forme che il capitale stesso ha assunto, da più parti e da più autori ormai sempre più legate all’astrazione e non solo alla produzione, rendono difficile al lettore medio, e aldilà del lettore al medio abitante in una qualsiasi società capitalistica avanzata, persino un ragionamento su che cosa sia la critica. Talora essa viene concepita nei termini di una branca specifica di una disciplina o del rovescio analitico di una attività, ad esempio la critica letteraria e la letteratura, la critica della società e la sociologia, la critica d’arte e le arti figurative; altre volte essa viene avvicinata all’esegesi, e questo è un passo importante perché è ciò che solitamente avviene nella grande produzione di sussidiari e manuali scolastici soprattutto di letteratura o storia e rappresenta quindi, all’interno della scuola, il primo e per molti duraturo contatto con l’idea di critica. La critica si fa dunque così, nell’immaginario collettivo, qualcosa che spiega; ha poi a diverso grado una parentela con l’ermeneutica nella misura in cui spiegando interpreta, ma questa operazione, soprattutto quando si tratta di quella specie di critica “di tutti i giorni” che incontriamo nei già ricordati manuali si depotenzia e si riduce al meccanismo degli esercizi, le famose domande e schede che inculcano riflessi pavloviani nei lettori-studenti e che abituano a una dialettica impoverita. Per quel che riguarda l’area intellettuale, quella cioè per cui vale l’idea accomunante del cosiddetto pensiero critico (che si trasforma in massa critica in realtà solo quando vince, pur momentaneamente, un battaglia di egemonia) essa è troppo spesso negazione pura o protesta testimoniale e in questa impasse si ritrovano oggi tanto le uscite essenzialiste, quelle cioè che credono che un qualche soggetto (come le donne, gli artisti, i migranti o altri) neghi in quanto tale il sistema, quanto quelle culturaliste che ci riempiono di carta stampata e di corsi.

II.

Una critica efficace, forse una nuova critica, dovrà dunque per prima cosa svincolarsi dalla subordinazione a specifiche discipline, diventare cioè non la capacità di mettere in discussione frammenti di conoscenza che vengono di volta in volta risvegliati in noi dall’occasione professionale, sociale o personale, ma la pratica diffusa a non voler riconoscere, accettare e giustificare quella frammentarietà e quella particolarità di condizioni che si vuole finita. La critica come postura di giudizio non può che essere dunque una critica che cerca di porsi dal punto di vista della totalità (della redenzione ha scritto Adorno in un celebre aforisma); a quella totalità come consapevolezza di un insieme di nessi dialettici oggi la critica può rapportarsi in tre modi essenzialmente: provare a ricostruire quella relazione che è anche una relazione di tipo sociale e materiale e cioè cercare di produrre un livello più alto di coscienza generale e di cultura sapendo però orientarla, sulla base di un pensiero forte e strutturato, e oggi vediamo alcuni neomarxisti e non solo impegnati in questo in diversi versanti di ricerca. Oppure si può scegliere di praticare una critica che sia allusiva, elegiaca e ironica rispetto all’orizzonte della totalità, percepito come anacronistico e irraggiungibile ma ancora centrale per porre in campo qualsiasi proposta critica, a questo filone appartiene a mio parere molta della migliore critica accademica o di quella che ancora ci viene dal Novecento e dal riflesso ancora vitale di alcune sue categorie. Questo tipo di critica è tanto più efficace quanto più riesce a tradurre in totalità la coscienza della sua occasione particolare, solitamente un testo, un luogo, un avvenimento o un fatto di costume specifico. Una terza possibilità, la più naturale ma insieme anche la più rischiosa, consiste nel ricercare la sintesi dei tanti sforzi critici individuali e frammentati, e richiede dunque la costruzione di un terreno, la preparazione di un frammento di società in grado di produrla e riceverla. Essa è critica doppiamente perché è critica sia dell’oggetto, il mondo, i processi della società capitalistica dal punto di vista della totalità, che delle condizioni della critica stessa.

III.

Contro la retorica della complessità, che è l’altra faccia di quella giustificazione dell’adesione entusiastica al sistema di produzione parcellizzato in cui si demanda agli organi e alle istituzioni stesse dell’industria della cultura, dell’intrattenimento e ormai anche dell’istruzione una programmaticamente elusa sintesi dialettica, occorrerà ricordare che il mondo non è oggi più complesso di quanto lo fosse ieri e si è degradata semmai è la capacità, per sua natura non individuale ma sociale, di pensarlo come totalità. Tra le cause, dalle quali bisogna però escludere definitivamente ogni meccanicismo e insieme anche ogni generico rimpianto umanistico per la formazione “totalizzante” che in quanto tale non è mai probabilmente esistita, bisognerà piuttosto indagare il degradarsi dei rapporti che la socializzazione di quel sapere e di quello sguardo avevano permesso. Non si insegna la totalità come non si insegna la critica ma si recepisce, di generazione in generazione secondo una linea interrotta, l’attitudine a pensarla o a tentare di rappresentarla con le categorie della dialettica, che significa anche pensarla come prodotto umano che produce i suoi produttori, nella forma di società e di storia. Se oggi i nessi di socializzazione sono in crisi alcuni rapporti sociali, quelli propri del modo di produzione capitalistico e della sua realizzazione del valore, si mostrano invece ancora più nudamente e ai danni dell’improduttivo come area dell’esperienza umana, fino a strappare e inibire la coscienza della propria produttività sociale (il cosiddetto senso di impotenza che molti di noi avvertono nei confronti del mondo, della società, del cambiamento, del futuro). Alla coscienza della totalità come critica dialettica si sostituisce così la reificazione della storia che rappresenta il mondo come un ente separato, come un oggetto compatto, distante dal soggetto, inconoscibile e immutabile perché appunto complesso e la società come un destino.

IV.

Finora si è parlato genericamente di critica ma è opportuno distinguerne a mio parere diversi tipi o inclinazioni diverse che rivestono differenti funzioni nella società contemporanea e di conseguenza godono di alterna fortuna o, in qualche caso, anche di un ben diverso stato di salute e di una distinta efficacia. Il primo tipo di critica si avvicina all’esegesi e al commento, prospera nelle università dove è pressoché l’unica insegnata, si fonda sulla sopravvivenza di gruppi dispersi di intellettuali colti e più ancora su quella nuova funzione dell’intellettuale massa che già Bourdieu individuava come propria dell’era tardocapitalistica. Se certamente ancora persiste e ancora è utile nel suo ruolo di mediazione e promozione di cultura essa è, per una sua latente vocazione scolastica e scoliastica, generalmente troppo facilmente separata e separabile dal resto del corpo sociale e destinata a settori speciali. Il secondo tipo è simile a quella per cui si potrebbe impiegare il vecchio termine di “battaglia delle idee” e ad esso appartiene quel tipo di scritti o di gesti che non intende spiegare o dimostrare qualcosa quanto mostrarlo e sostenerlo, se necessario combattendo, anche con tutti i mezzi collaterali della produzione culturale, contro posizioni avversarie. Si tratta certamente di un tipo di critica tanto necessario, per aprire fronti di discussione come nel caso di queste tesi o per propugnare e difendere acquisizioni scientifiche, teoriche e politiche che faticano ad affermarsi perché contrarie all’ideologia dominante, quanto però con un suo limite strutturale nella natura assorbente del capitalismo capace di sussumere come equivalenti di mercato anche le proprie esplicite negazioni che si fermano su un piano puramente morale o culturale. Il terzo tipo di critica è appunto la critica dell’ideologia o delle ideologie in quanto tali, tema questo di ascendenza chiaramente marxiana di contro alla rappresentazione diffusa delle ideologie come sistemi valoriali di per sé neutri e potenzialmente concorrenti. Oggi imperativi che parevano passati come quello di una critica demistificatoria tornano ad essere possentemente all’ordine del giorno, anche per questo sarà da condannare la tendenza dell’attuale fase del capitalismo a trasformare ogni oggetto culturale (inclusa la critica) in bene per sé e ancora di più il suo rovescio progressista che vede nelle letture, anche in quelle critiche, il cibo ideologico con cui salvarsi l’anima e al fondo di ogni scelta un’istanza puramente etica quando non moralistica. Tuttavia anche questa forma di critica dell’ideologia non potrà essere compiutamente ed efficacemente svolta se si prescinde dal quarto tipo di critica, cioè quella che si può definire una conoscenza critica della totalità, di quell’insieme di processi, di nessi dialettici e di rapporti che regolano la società e il suo sistema produttivo. Conoscere come oggettivamente le cose vadano sulla Terra, per la quantità di informazioni che richiede, per la capacità di elaborazione superiore a quella di qualsiasi software che sarebbe necessaria, per la dissoluzione anche solo dell’idea di un sapere come cultura enciclopedica che una miriade di fattori ha prodotto rispetto al vecchio modello occidentale, eurocentrico e borghese, appare come un’opera impossibile se si pensa ancora come il frutto della ricerca individuale o di piccoli gruppi che “scoprono verità”, ma se si tiene presente la natura culturale simbolica del capitalismo ecco che questa verità e questa conoscenza critica perdono i loro tratti geniali e romantici e si rivelano sempre di più come il prodotto collettivo della coscienza e delle azioni umane passate al filtro della coscienza umana stessa: l’autocomprensione che si fa sapere.

V.

Se dunque possiamo dire che la critica è anche una forma di conoscenza e di sapere sarà evidente, se vogliamo che sia una critica effettiva, intesa a fare della conoscenza uno strumento per mutare il mondo, bisogna presuppore che non tutti gli oggetti culturali, le teorie, le posizioni, le produzioni intellettuali siano al fondo equivalenti e intercambiabili, come un certo decostruzionismo o anche una sorta di culturalconsumismo compiaciuto ed edonistico ci indurrebbero, per vie diverse, a fare e nemmeno che nel vasto mare del relativismo galleggino poche isole di verità scientifiche dimostrabili e misurabili alle quali aggrapparsi per procedere cautamente sostenuti dalla consuetudine, come un tipo di neopositivismo e una certa (vecchia quanto più si vuole moderna) abitudine accademica di esemplare sempre più le conoscenze storico materiali su quelle fisiche naturali non hanno smesso di fare tanto più se sostenuti da un meccanismo perfettamente ideologico che produzione del sapere come quello che regola oggi il finanziamento alla ricerca in quelle discipline in un numero sempre maggiore di paesi. È nel relativismo diffuso che si nasconde in bella vista l’unica verità, cioè la totalità del capitale come insieme di rapporti sociali e prodotti materiali e simbolici, ma allora bisogna anche avere la presenza di tornare a ripetere che il solo sapere reale, cioè vero interamente e non falsificato, è la critica che indaga questa totalità in quanto tale. Ce lo ricorda una sentenza del vecchio Hegel (il vero è l’intero) che oggi ha una sorte migliore: trattato sì come un cane morto, ma nel grande canile della cultura dove all’occorrenza un macilento scolastico, uno studioso di ontologia contemporanea, un sociologo strutturalista o persino un vecchissimo stoico possono, come infiniti altri, essere rinvigoriti a iniezioni per l’ultimo convegno o per l’incontro a scommesse con fondi pubblici.

VI.

I compiti d una rinnovata critica marxista, che è quella che qui ci interessa, sono dunque quelli volti a rendere compatto e operativo un processo di svecchiamento della cultura marxista ereditata dal secolo precedente, di cui sono via via più evidenti gli errori, i limiti prospettici e le parti caduche, non in quanto prodotto di un tempo passato, perché non esiste appunto verità astorica e assoluta, ma quelle che sono da considerarsi proprio perché pretesero di non esserlo e si fecero necessariamente meccaniche e didascaliche, ma anche la formazione di nuovi gruppi di intellettuali e politici in grado di compiere quest’opera, il che significa che difficilmente le possibilità di esercizio della critica si danno solo sulla base del contesto della formazione individuale o dello studio secondo le istituzioni, le dottrine e le ideologie che devono essere oggetto di critica; anche per questa ragione la critica efficace non è mai un prodotto individuale. La politicizzazione di massa, l’acculturazione di massa del dopoguerra e l’estensione del modello educativo borghese e liberale hanno avuto le loro ragioni e per molti aspetti un influsso positivo sul livello medio di sapere e sulla qualità della critica (anche degli stessi presupposti su cui nasceva). A XXI secolo inoltrato essa però appare insufficiente e in profondo mutamento, per questo occorre un mutamento radicale e una nuova indagine dei presupposti materiali della nostra società arricchita di quei saperi che ora, per effetto della società e del tipo di industria culturale che li ha prodotti, giacciono come segmenti separati. Non si tratta più solo di battaglie conservative o di una lotta di posizioni all’interno degli istituti di cultura esistenti (scuole, università, riviste, giornali, siti internet, fondazioni, case editrici, televisioni, produzioni artistiche, cinematografiche, musicali e ovviamente istituzioni pubbliche) nelle quali è ormai evidente l’assenza di marxisti tale da far spalancare gli occhi e la bocca e persino a volte prorompere in ringraziamenti non appena si assiste a qualcuno che applichi non un ragionamento marxista ma anche solo un minimo sociologismo spicciolo, anche se certo queste battaglie sono a loro modo meritorie.

VII.

In questo senso possiamo e dobbiamo ricordare che non si dà vera critica senza azione, questo è l’inizio faustiano (e goethiano) della modernità e il senso ultimo di tutta la critica non solo come critica della totalità del capitale, opera alla quale ci mancherebbero gli strumenti se non fossero creati non attraverso lo studio libresco ma con l’unione quotidiana di studio e approfondimento teorico delle questioni che la pratica ci pone innanzi durante il nostro lavoro, ma anche come azione che produce all’interno della società capitalistica rapporti di tipo diverso; perché se una relazione esiste tra critica e totalità e quella che vede quest’ultima alimentare la critica e la critica in essa essere posta al bivio tra venire riassorbita come bene di cultura o tradursi in azione e determinare un mutamento radicale delle condizioni stesse dalla quale era sorta. Ogni critica dunque non può che essere esercitata per superarsi, al di fuori di questo sta solo l’erudizione o l’esercizio di stile.