Lontananze

Il volume «Come ci siamo allontanati». Ragionamenti su Franco Fortini, pubblicato nel maggio 2016 dall’editore Arcipelago di Novara, è in gran parte costituito dalla rielaborazione degli interventi tenuti tra l’ottobre e il dicembre del 2014 a Milano, presso la Libreria Popolare di via Tadino, nell’ambito di un ciclo di incontri organizzati da Paolo Giovannetti in occasione del ventennale dalla morte dell’intellettuale fiorentino. A questo nucleo originale, però, sono stati aggiunti gli articoli di due giovani studiosi fortiniani, affini per argomento e per taglio ermeneutico ad alcune delle precedenti relazioni.

All’introduzione, in cui il curatore Ennio Abate presenta il libro e prova a tirarne le fila – notando, tra l’altro, come una parte della critica più recente tenda a indagare con sempre maggiore accuratezza la produzione pre‑bellica e fiorentina di Franco Lattes –, segue lo scritto di Ezio Partesana, dedicato alla definizione del rapporto esistente tra il pensiero di Fortini e quello di Adorno (anzi, più in generale, della Scuola di Francoforte). In particolare, Partesana si concentra sul concetto di industria culturale, analizzando sia l’evoluzione dello status dei produttori, ossia la fine del mandato sociale degli scrittori, sia il cambiamento delle modalità di fruizione dell’arte‑merce, dovuto alla crescita del valore di scambio a scapito del valore d’uso. Per questo, dopo aver precisato la differenza che intercorre tra ideologia e propaganda, Partesana ricorda le differenti proposte con cui Adorno e Fortini risposero a tale situazione di «vita offesa», contrapponendo la sconfortata rassegnazione del primo alla resistenza del secondo (il rimando va, ovviamente, al paradossale sabotaggio teorizzato da Astuti come colombe).

Emanuele Zinato, invece, utilizza la categoria di «inconscio ideologico», formulata da Louis Althusser e ripresa da Juan Carlos Rodriguez, quella di «habitus» (Bourdieu) e quella di «inconscio politico» (Jameson) per descrivere la presenza, nel saggismo fortiniano, di una matrice autobiografica, accanto alla più evidente attenzione per i «destini generali». Partendo dalla lettura de I cani del Sinai, Zinato dimostra come la capacità fortiniana di demistificare la radice ideologica delle proprie “pigrizie” psicologiche e intellettuali corresse parallela a quella di intravedere nelle intermittenze del cuore di Proust o Sereni delle «urticanti […] dermografie»1 storico‑sociali. Sulla stessa lunghezza d’onda si pone l’ampia panoramica con cui Filippo Grendene si sofferma tanto sulle riflessioni teoriche fortiniane riguardo il genere del saggio quanto sulla parabola delle sue raccolte, da Dieci inverni a Extrema ratio. Da Lukács Fortini eredita l’utilizzo del saggio come strumento di mediazione, come mezzo «ironico» (ossia allegorico) con cui coniugare pretesti particolari e grandi questioni universali. Da Adorno, invece, deriva la visione del saggio come genere dialettico ed eretico, come scrittura frammentaria e critica verso le certezze inculcate dallo stato di cose presente. Il saggismo fortiniano, pertanto, aborre la settorialità neopositivistica dello specialismo, concependosi piuttosto come pericoloso sconfinamento oltre le «frontiere» dei saperi, come selezione, giudizio e «verifica dei poteri», come pratica metadisciplinare attraverso la quale esercitare la propria «funzione» intellettuale.

Mentre Luigi Carosso riassume l’ambivalenza dell’interesse di Fortini verso le Avanguardie e il Surrealismo – dalle traduzioni di Éluard alla stigmatizzazione del Gruppo ’63, dal dialogo con gli studenti del ’68 alla denuncia del «surrealismo di massa» postmoderno –, Elisa Gambaro schizza un rapido ma efficace ritratto della lirica fortiniana, mettendo in evidenza la natura insieme cerimoniosa e perentoria della sua pronuncia, la cifra seria e anti‑effusiva del suo dettato. Anche Alessandro La Monica sceglie il Fortini poeta come proprio campo di indagine, arricchendo l’esegesi di vari testi di Foglio di via con la segnalazione di una fitta rete di prelievi intertestuali dalla Bibbia, da Dante e dalle prime raccolte montaliane. Inoltre, lo scritto di La Monica e ancor più quello successivo di Luca Daino – che affronta la tematica esistenziale e religiosa tipica della produzione tra 1935 e 1945 – hanno il merito di suffragare le proprie ipotesi con numerose citazioni, tratte sia da articoli e racconti che Lattes pubblicava in quel torno di anni (Un sermone a Basilea, Non siamo disposti, Solitudine di Michelstaedter, Spiaggia di settembre), sia dalle opere su cui si era compiuta la sua tormentosa formazione giovanile (Michelstaedter, Kierkegaard, Barth, Miegge).

Ennio Abate, infine, ripercorre gli articoli scritti da Fortini per «il manifesto» dal 1972 al 1994, poi raccolti in due volumi sotto il titolo di Disobbedienze. In effetti, si tratta di una fonte molto utile sia per comprendere appieno alcune delle tesi più care all’autore – qui espresse con particolare pregnanza e concisione –, sia per ricostruire il campo di forze e i dibattiti in cui si inseriva il suo «comunismo “speciale”» – lontano tanto dalla linea filosovietica del PCI quanto dal riformismo del PSI, ma non per questo sovrapponibile al movimentismo del ’77 e all’operaismo né, tantomeno, al «lottarmatismo» degli Anni di piombo. In aggiunta, nonostante una certa eterogeneità (si spazia da Manzoni alla poesia dialettale, da Foucault al cinema contemporaneo o al maoismo), Disobbedienze offre al lettore una registrazione “in diretta”, tanto preziosa quanto «dimenticata», della svolta epocale, consumatasi tra anni Settanta e Ottanta, da cui discende il nostro presente.

La redazione dell’«Ospite ingrato online» si è ripromessa di non trasformare le recensioni in uno spazio dove inserire una congerie di spot, brevissimi e anodini, che pubblicizzano in poche righe (e sempre entusiasticamente) le ultime novità editoriali. Per questo, vorrei indicare brevemente le debolezze che qualcuno potrebbe osservare in questo volume. Iniziando dal livello più estrinseco e percepibile, bisogna ammettere – anche in vista di un’auspicabile ristampa – che una revisione più accurata, o un secondo giro di bozze, avrebbe evitato alcune fastidiose imprecisioni. È spiacevole notare, per esempio, che alcune proposizioni – specialmente se allestite attraverso un montaggio di citazioni fortiniane – manchino addirittura di verbo principale, o comunque presentino un’erronea costruzione sintattica. Questo difetto, certo, si spiega con la natura originariamente orale degli interventi, ma forse ancor di più col «secco, “ignobile” lessico della economia» (Brecht). Detto diversamente, considerata l’involuzione dell’editoria, è giusto rallegrarsi che un libro del genere sia riuscito a vedere la luce pur in assenza di fondi statali, senza accanirsi sulle sue sporadiche imperfezioni tipografiche (che pure rivestono un certo rilievo).

In secondo luogo, se ci si fermasse a una lettura veloce, si potrebbe ricavare un’impressione di scarsa originalità rispetto alla bibliografia già esistente. In effetti, se un debito verso i maggiori studiosi di Fortini è naturale e inevitabile (Berardinelli, Luperini, Mengaldo), molte pagine non sembrano discostarsi in modo significativo nemmeno da pubblicazioni molto più recenti. Mi riferisco, in particolare, a Lenzini sul Fortini poeta, a Balicco sul Fortini saggista-ideologo e sul surrealismo di massa, a Dalmas sul Fortini esule e protestante. In alcuni casi, poi, gli autori ripetono con poche varianti quanto avevano già esposto in altra sede. Spiegherò in seguito come la relativa assenza di originalità da alcune pagine di «Come ci siamo allontanati» sia pienamente giustificata. Per il momento, mi limito a dire che, a mio avviso, le sintesi ragionate e intelligenti «sono da preferirsi alle innovazioni» forzate (per riecheggiare Poetica in nuce). Vorrei, ancora, enucleare tre punti (letteralmente) “discutibili”, dal cui approfondimento mi auguro possa scaturire un confronto euristicamente produttivo. Infatti, prendere posizione riguardo una tesi, senza per questo scadere nell’attacco livoroso e personale – soprattutto quando, come in questo caso, si tratta di compagni e maestri degni di stima e gratitudine –, mi sembra l’unico modo per rendere omaggio a un libro, per prendere davvero sul serio quanto vi è scritto.

1) Inizio da un passaggio di Ezio Partesana, dove l’utilizzo manzoniano del decasillabo al posto del tradizionale endecasillabo viene definito come una scelta di differenti «forze produttive». Ora, nell’economia dell’articolo è chiarissimo cosa questo sintagma significhi; anzi, proprio in quelle righe Partesana – così come Abate e Grendene – mette giustamente in rilievo uno degli assi fondamentali del pensiero fortiniano, ossia l’attenzione al linguaggio. Fortini, difatti, pur non credendo possibile cambiare il mondo rivoluzionando l’ordine della frase (Sanguineti), ha sempre dimostrato una spiccata sensibilità sociolinguistica, svelando i non‑detti politico‑ideologici che si nascondono nelle scelte lessicali o retoriche, i rapporti di potere che si riflettono (o costruiscono) attraverso la manipolazione della sintassi e la creazione di gerghi. Conseguentemente, Fortini si è a lungo interrogato sul proprio stile e sulla propria tecnica dimostrativa, denunciando le insidie insite nella falsa semplicità di una pagina giornalistica o di una prosa illuministicamente chiara e priva di salti. Detto questo, quando si etichetta una misura metrica come «forza produttiva» mi sembra si corra il rischio di esasperare il delicato rapporto fra letteratura e realtà, declinando come cortocircuito ciò che dovrebbe essere rappresentato come un complesso insieme di travasi, rifrazioni, influenze reciproche e indirette. Tutto ciò si ricollega a uno degli aspetti più tipici del saggismo di Fortini, sulla scorta di Benjamin e Adorno: la tendenza alla bruciante giustapposizione di minuti dettagli formali e grandi campiture storiche. Come si sa, Adorno stesso – pur praticando talvolta questo metodo ermeneutico – stigmatizzò il “magismo” delle dimostrazioni benjaminiane in una famosa lettera,2 ripetutamente evocata dall’ultimo Fortini. Forse, più che riprodurre i caratteri inimitabili e idiosincratici di queste scritture, è meglio recepirne il valore esemplare, invitando i vari linguaggi specialistici a una collaborazione e a un’apertura sempre maggiori. Per valutare il valore di un decasillabo o di un doppio senario, dunque, sarà bene servirsi in un primo momento degli strumenti della metricologia, della stilistica e della critica letteraria, senza dimenticarsi poi di mettere in relazione i risultati così acquisiti con la storia della cultura e della filosofia, delle religioni, della politica e dell’economia. Come si sarà già inteso, il sintagma di Partesana non era che un «pretesto […] per parlare d’altro».

2) Alessandro La Monica, grazie a un’analisi aderente di alcuni componimenti, rintraccia la centralità, in Foglio di via, del tema della chiamata‑vocazione, connettendolo al rapporto di odio‑amore che l’autore instaurò con la natia Firenze (la «città nemica») e al suo precoce e fiero anti‑ermetismo. Fin qui, nulla da eccepire. Tuttavia – forse a causa del mio attaccamento a interpretazioni ormai consolidate –, mi sembra un po’ forzato scorgere già nella lirica proemiale, E questo è il sonno, una richiesta di risveglio etico. Come dimostrato da Lenzini, è l’intero prosieguo della raccolta a smentire il sonno nichilistico, il torpido cupio dissolvi dell’incipit. Semmai, è bene ricordare che Daino ha recentemente insistito sulla datazione tarda, postbellica, di questa poesia: più che di un ingenuo riflesso dell’ambiente letterario fiorentino, si tratterebbe quindi di un “falso”, posto in apertura di raccolta proprio per suggerire l’idea di una Bildung, di una direttrice formativa esemplare (semplificando, dal fascino dell’estetismo alla scoperta del “noi” resistenziale). Inoltre, se La Monica, grazie al suo approccio intertestuale, associa intelligentemente la ricerca dei dantismi a quella dei montalismi e degli echi biblici, mi pare che sia necessario un maggiore sforzo di precisione diacronica e di contestualizzazione funzionale. Insomma, il Dante attestato in Composita solvantur (per esempio, quello di Purgatorio XXVII-XXVIII, di Lia e Rachele, della «santa viva selva» etc.) non è lo stesso di Foglio di via, nel senso che i prelievi non provengono dalle stesse zone del corpus dantesco e il ruolo che essi svolgono nel testo d’arrivo muta notevolmente. Alcuni rimandi, perciò, non convincono del tutto, al punto che si riscontrano dantismi persino in Consigli al morto, senza precisare che si tratta della traduzione di antichi canti funebri rumeni (letti da Fortini nella versione francese). Certamente, anche traducendo è possibile inserire tessere ed espressioni dantesche (soprattutto in un componimento incentrato sulla visione della morte e dell’Aldilà), ma lo status del testo in questione non è tout court equiparabile a quello di una composizione autoriale. Anche i montalismi non sembrano tutti sicuri: pur nell’acutezza di molti riscontri, una menzione dell’imprescindibile lavoro di Gianluigi Simonetti (Dopo Montale. Le «Occasioni» e la poesia italiana del Novecento) sarebbe stato opportuno.

3) Nella sua documentata ricostruzione della costellazione culturale in cui si inscriveva l’angosciosa ricerca di senso e d’identità del giovane Franco Lattes – scisso tra erotismo decadente e trascendenza, «semidelirio estetico» e rigorismo calvinista, colpa ed espiazione –, Luca Daino esplicita con finezza e pertinenza i debiti contratti dall’autore fiorentino nei confronti di Michelstaedter (la fuga dall’insaziabilità dei falsi desideri e dall’inautenticità della rettorica grazie alla negatività della persuasione, declinata come menein nella morte) e Kierkegaard (la scissione tra stadio estetico e stadio etico, la dialettica bloccata dell’aut‑aut). Secondo Daino, poi, sarebbe stata la «“teologia della crisi” di Karl Barth» a permettere a Fortini di abbandonare l’«inabitabile orizzonte michelstaedteriano» e di correggere le terribili dicotomie di Kierkegaard (che, però, a sua volta rintracciava la soluzione all’insoddisfazione esistenziale proprio nella superiorità dello stadio religioso). È certo corretto sostenere che sono lo sfondamento fideistico verso una divinità concepita come alterità radicale e il salto nel vuoto verso un Altrove/Avvenire quasi irrappresentabile a stemperare le tentazioni suicide michelstaedteriane, fornendo la base, anzi il pattern formale, per il futuro utopismo socialista dell’autore. Tuttavia, mi pare che se si diminuisce leggermente l’ingrandimento, passando da uno zoom sugli anni giovanili a una veduta aerea sulla globalità della produzione fortiniana, è plausibile ipotizzare che Michelstaedter, Kierkegaard e Barth si collochino, nella mente del poeta fiorentino, su uno stesso côté, fatto appunto di volontarismo etico, di opposizioni inconciliabili, di scelte morali assolute, di verticalità atemporale, di scatto utopico disperatamente fiducioso.3 Il vero superamento (inteso come Aufhebung, non come rinnegamento ed espunzione) di questo atteggiamento “immaturo” e adolescenziale‑avanguardistico credo vada rintracciato nel côté propriamente dialettico e politico di Fortini (nutrito dalle letture di Marx, Hegel e Lukács, ma anche di Goethe), ossia nella sua attenzione ai tempi lunghi della storia e alla mediazione, alla responsabilità oggettiva piuttosto che all’intenzione soggettiva, alla «negazione della negazione», alla verifica collettiva e “orizzontale” delle proprie azioni. Se l’individuo tragico è solo di fronte all’universo, potendo al massimo avere dei «fratelli celesti» a lui ignoti (come si legge in Teoria del romanzo), il compito del militante socialista consisterà nell’incessante dialogo coi propri «compagni di viaggio».

Per valutare equamente «Come ci siamo allontanati», però, occorre approfondirne i numerosi punti di forza e cercare di delinearne il disegno complessivo. Come già accennato, il volume è in gran parte costituito dagli “atti” degli incontri svoltisi a Milano per il ventennale dalla morte di Fortini. Va subito sottolineato quanto sia importante che una manifestazione simile abbia avuto luogo proprio nel capoluogo lombardo e in un contesto non universitario. Milano, infatti, non solo è il luogo in cui Fortini visse (con qualche interruzione) dal 1945 fino al 1994, ma è l’unica metropoli italiana di livello mondiale, è per antonomasia la città del neocapitalismo, della finanza e del terziario avanzato. Insomma, parlare di Fortini a Milano significa doversi necessariamente confrontare con la più pressante attualità socio-economica. Anche la sensazione di “già sentito”, sopra registrata, va contestualizzata nell’ambito dello spirito (in senso lato) commemorativo di questo ciclo di conferenze. Certo, se si volessero accogliere gli appelli fortiniani a un’«ecologia della letteratura», bisognerebbe leggere e ascoltare con più pazienza prima di scrivere, e puntare sempre a interventi dotati di maggiore necessità e minore volatilità. Tuttavia, di fronte alla caoticità appiattente dell’informazione contemporanea, è quasi doveroso opporre al dispersivo “rumore” di fondo una ripetizione astuta e tenace, che miri a far passare i messaggi essenziali oltre ogni interruzione di comunicazione, oltre ogni disturbo, oltre ogni frattura del relais culturale. Anzi, una maggiore ridondanza del segnale avrebbe forse permesso di scongiurare alcuni “casi” mediatico‑culturali, sintomatici dell’oblio indotto nell’era postmoderna: per chi non ha mai sentito pronunciare alcune verità basilari, è normale salutare con stupefatta ammirazione le idee di psicoanalisti radicali all’ultima moda, di decostruzionisti convertiti al realismo, di ex‑angelologi o ex‑operaisti ben integrati, finanche di giovani filosofi rampanti e populisti. Pur nella sua lacunosa e disomogenea asistematicità, allora, questo volume può servire da “introduzione a Fortini”, da propedeutica guida orientativa. Tanto più se si considera che, come accadeva alle raccolte fortiniane, l’occasionalità dei singoli interventi, apparentemente irrelati fra loro, si rapprende quasi insensibilmente intorno a poche, grandi, questioni ricorrenti, dimostrando così «con quanta velocità, qualun­que tema si sfiori, qualunque argomento si tratti, si arriva a luoghi essenziali e a scelte senza scampo» (Insistenze).

Uno dei nuclei intorno a cui ruota la trattazione è quello del riuso, della tradizione‑trasmissione, dell’eredità e dei padri. Come indicato dal titolo («Come ci siamo allontanati»), è l’attualità dello stesso insegnamento fortiniano a essere oggetto di dibattito. Nel volume si leggono due dichiarazioni esplicite, e per certi versi antitetiche, di Daino e Abate. Più che una vera contrapposizione, però, sembra di indovinare uno scambio reciproco di posizioni, dovuto a una sorta di “ipercorrettismo”. Ennio Abate, infatti, pur avendo confermato lungo i decenni la propria eccezionale fedeltà alla lezione di Fortini, e pur appartenendo a una generazione che su quei testi si era formata (o meglio, proprio per questo), insiste sulla distanza che separa quelle pagine da un «mondo completamente mutato», da un contesto politico in cui la sinistra è stata travolta da una «valanga di sconfitte», riducendosi a pavido riformismo laburista (se non peggio). La voce di Fortini, oggi, non può che avere «pochissimi ascoltatori»; le stesse «verità» che Composita solvantur ci implorava di «proteggere» sembrano essere fatalmente offuscate dal generalizzato riflusso nel privato («non c’è più un noi e non c’è più un pro­getto»). Di conseguenza, Abate cerca di non incorrere in «facili e affettive attualizzazioni», rimarcando viceversa la «fatica» necessaria a «interrogare» un autore ormai lontano come «un classico». Ciononostante, Abate non ritiene affatto «superate» le «disobbedienze» fortiniane: anche se il «bisogno di comunismo» che esse esprimono viene oggi soddisfatto più dalla religione, dall’associazionismo o dall’amicizia che dalla politica, la loro capacità di trasformare l’«isolamento» e la «sconfitta» in un «laboratorio» di analisi e proposte operative resta un esempio ancora valido. Luca Daino, viceversa, fa parte di una generazione che, per motivi anagrafici e storici, non ha potuto né conoscere di persona Fortini, né esperire direttamente il clima culturale anteriore alle “mutazione antropologica”. È interessante, da questo punto di vista, che Daino e Gambaro inizino i propri interventi con una testimonianza autobiografica, adoperando la propria esperienza personale, la propria reazione alla scrittura fortiniana, come cartina di tornasole per misurarne l’efficacia, a dispetto dell’innegabile scarto epocale che li separa da essa. Con una mossa speculare rispetto a quella di Abate, Daino sostiene che «volendolo, da Fortini non “ci siamo allontanati” nemmeno di un passo». In altre parole, Fortini può ancora essere un «maestro», grazie al suo «sguardo violento, inquieto e interrogante»; piuttosto che indulgere in «rimpianti» e «nostalgie», è quindi necessario riprendere la sua scomoda e «raziocinante» ingratitudine, la sua «distonia» col presente, opponendosi con nettezza «a chi vive dentro que­sti tempi con egoistico appagamento».

Un altro aspetto che viene a più riprese lodato è l’inflessibile lucidità con cui Fortini non si appagava della propria arte, l’estrema autoconsapevolezza con cui diffidava della propria stessa poesia. Fortini, cioè, viene visto come un «letterato sui generis, al quale, a differenza della gran parte dei suoi colleghi, la letteratura andava stretta» (Daino).4 Per lui, la valutazione estetica non si scindeva mai del tutto dal giudizio di verità – «non è possibile un “bellissimo” che sia falso» (Disobbedienze) –, senza per questo scadere nel dogmatismo o nel gretto contenutismo. In ogni caso, il dubbio costante verso i limiti dei «generi […] incentrati sull’io, autobiografia e lirica» (Zinato), e verso i privilegi su cui essi si fondano, è un tratto comune a un’intera generazione di intellettuali. Molto diversa, ovviamente, è la situazione attuale, segnata da individualismo e narcisismo, guidata dagli imperativi categorici del be yourself e dell’express yourself. Se Fortini rigettava la sacralità dell’arte, schierandosi per una sua “contaminazione”, per un suo impegno nel presente, allo stesso tempo egli si opponeva alla dissoluzione della tradizione lirica nella palus putredinis dell’alienazione contemporanea. La sua apologia della «sublime lingua borghese», oltre a essere un meccanismo di autocontrollo e straniamento, va intesa come difesa di una più ampia abilità di “formalizzazione”, con cui l’essere umano governa il caos dell’esistenza, direziona il tempo verso un fine, stabilisce assiologie. Insomma, l’arte non è che una delle possibili emersioni di questa facoltà progettuale, plasmatrice e ordinatrice, presente anche in altri ambiti della vita (Carosso, a questo proposito, richiama la ritualità del lutto studiata da Ernesto De Martino in Basilicata).

Anche la peculiare postura del Fortini saggista – così come di altri «intellettuali complessivi» suoi coetanei – costituisce un modello a cui guardare con rinnovato interesse.5 Come accennato, nel saggismo fortiniano il coinvolgimento dell’io, la parzialità del punto di vista, funge da specola privilegiata attraverso cui interrogare i fenomeni del reale, in vista dell’elaborazione di un’interpretazione unitaria. Al contrario, l’informazione che ci viene quotidianamente somministrata da televisione e giornali risulta spesso polverizzata in una giustapposizione a‑gerarchica, priva di raccordo tra i fatti, sfornita di nessi causali. Se si registra un commento alla cronaca, questo proviene da due fonti estremamente polarizzate: da una parte ci sono gli “esperti”, che rammentano di rado come la cosiddetta “scientificità” non sia affatto sinonimo di obiettività e neutralità; dall’altra ci sono gli opinionisti di mestiere, felicemente calati nel ruolo dello showman, del provocatore ostentatamente fuori dagli schemi. Un’opera come I cani del Sinai, allora, potrebbe conservare una certa vis polemica proprio per il coeso allegorismo con cui riesce a stringere ricordi personali, riflessioni sull’antisemitismo, analisi del conflitto israelo‑palestinese, critica ai mass media italiani. D’altronde, oggi più che mai sarebbe necessario sfuggire alle false contrapposizioni confezionate dall’opinione pubblica, svelando le radici economiche e geo‑politiche di molti conflitti etnico‑religiosi, trasformando gli scontri di civiltà in più fondate contrapposizioni di classe. Va ricordato, però, che l’efficacia di un genere di scrittura dipende in larga parte da fattori esterni, ossia dal luogo di pubblicazione e dai destinatari a cui si rivolge. È per questo che Fortini ha sempre valutato con attenzione dove e come scrivere, calibrando la “gittata” dei propri interventi a seconda della presenza (o dell’assenza) di interlocutori. Se un modello ibrido di saggismo – capace di contaminare autobiografia, reportage, ricostruzione storica, riflessione filosofica – sta forse tornando in auge, il potere assorbente dell’industria culturale e l’assenza di un preciso pubblico di riferimento («non parlo a tutti»…) rischiano di disinnescare la carica dirompente di queste scritture, relegandole a una brillante manifestazione di genialità. La questione è aperta.

Infine, vorrei concludere estraendo da «Come ci siamo allontanati» tre possibili strategie di “attualizzazione” del pensiero fortiniano. 1) Anzitutto, sarebbe utile promuovere una più stretta collaborazione tra analisi sociologica delle condizioni lavorative attuali, terapia psicoanalitica e cultural studies. Si muove in questa direzione Ezio Partesana quando ricorda i vincoli a cui è costretto a obbedire un traduttore, ma anche quando precisa l’effetto umiliante e degradante dei sottoprodotti culturali che consumiamo ogni giorno. Già Astuti come colombe ci insegnava che i «rapporti di produzione» non hanno conseguenze solo sugli stipendi, i contratti, le ore di impiego, il diritto del lavoro, le libertà sindacali, ma anche sulla psicologia e sui rapporti affettivi. Come precisa Zinato, l’inconscio è storicamente (e sociologicamente) determinato. In un regime di «democrazia repressiva» (Marcuse), le regole del sistema non sono solo imposte dall’esterno, con la minaccia della disoccupazione e col ricatto del licenziamento, ma sono prima di tutto introiettate dall’individuo nella propria mente. Si dovrebbe, allora, cercare di capire come la precarietà, il culto del successo e la colonizzazione televisiva dell’immaginario abbiano forgiato ambizioni e frustrazioni, paure ed emozioni (Carosso cita il Bodei di Geometria delle passioni), come abbiano mortificato il desiderio di socialità e spappolato la concentrazione, tarpato l’intelligenza e abbattuto l’autostima, ridotto l’indipendenza e ritardato la maturità. Insomma, quando si parla di «surrealismo di massa» o di moratorium, de re nostra agitur. La concezione figurale che Fortini aveva dell’arte, inoltre, può costituire un efficace antidoto contro una cultura concepita come spettacolo, evasione e rimbecillimento.

2) Nell’introduzione, Ennio Abate afferma che questo libro intende collocarsi «in bilico tra mi­litanza e accademia». Similmente, Luca Daino cita uno degli ultimi interventi fortiniani (Lettera all’assemblea «Per la libertà d’informazione), che così recita: «Bisogna dire di no; ma c’è qualcosa di più difficile e sto cercando di farlo: dire di sì in modo da non nascondere il “no” di fondo». A mio avviso, chi si occupa di Fortini potrebbe forse ambire a posizionarsi insieme “fuori” e “dentro” le istituzioni. Ovviamente i rischi di una posizione così instabile sono alti; tuttavia, ritengo che solo una collocazione liminare possa scongiurare sia la purezza settaria, la rassicurante ed elegiaca chiusura dei circoli ristretti, sia il distaccato cinismo professionale o l’asetticità specialistica di chi si interessa solo alla propria carriera editoriale, politica o universitaria. Per quanto concerne la critica letteraria, questo suggerimento potrebbe tradursi nell’invito – formulato da Zinato – a connettere le opere a quanto si svolge al di fuori del testo, a ricondurre i destini individuali a quelli generali.

3) Ancora Abate dà un’efficace rappresentazione del marxismo fortiniano, definendolo «esistenziale e terzomondista». Ecco, è proprio da questi due aggettivi che bisogna ripartire. Da un lato, occorre sempre ripensare le modalità con cui confliggono, implicandosi reciprocamente, politica e morale, eventi collettivi ed esistenza quotidiana. Come suggerito al punto 1), è urgente parlare di guerre e diplomazia, di materie prime e finanza, ma anche di eros e malattia, di follia e morte, di felicità e vecchiaia. Dall’altro, come proposto in questi anni da Romano Luperini, è essenziale giovarsi della debolezza dell’intellettuale (o anche solo del letterato) contemporaneo per tentare un collegamento tra la porzione dominata dell’Occidente – e delle nostre stesse menti – e quella fetta di umanità sfruttata da secoli di imperialismo militare o economico. Attraverso un confronto tra Fortini e Said, Luigi Carosso sembra alludere proprio alla necessità di un definitivo abbandono dell’eurocentrismo. D’altronde, Fortini stesso – grazie alla sua attenzione ai «dannati della terra», al processo di decolonizzazione e ai libri di Fanon – aveva ricordato che l’Africa, l’Asia, l’America latina non sono il nostro passato, bensì il nostro presente e, in una certa misura, la nostra speranza futura. Sebbene a morire di fame, sotto le bombe, annegati nel Mediterraneo, siano i siriani, gli afghani o i libici, e fortunatamente non i giovani europei, tuttavia l’aumento della precarietà, l’acuirsi delle sperequazioni sociali, l’aggravarsi della questione ambientale, la proletarizzazione del lavoro culturale, l’assenza di riconoscimento per il mondo della scuola, possono fornire altrettante occasioni di solidarietà e alleanza su scala globale. Uniti, con lapidaria semplificazione brechtiana, contro «Quelli che stanno in alto».


Note

1 F. Fortini, Saggi italiani, Bari, De Donato, 1974, p. 121.

2 Cfr. G. Agamben, Il principe e il ranocchio. Il problema del metodo in Adorno e in Benjamin, in Id., Infanzia e storia. Distruzione dell’esperienza e origine della storia, Torino, Einaudi, 2001, pp. 113-131.

3 In realtà, nella sua recente monografia, Daino approfondisce più dettagliatamente questi argomenti (cfr. L. Daino, Fortini nella città nemica. L’apprendistato intellettuale di Franco Fortini a Firenze, Milano, Unicopli, 2013, pp. 121‑122). Si tratta, tuttavia, di una questione di accenti e sfumature: mentre Daino rimarca il materialismo in cui rimane intrappolato Michelstaedter, io insisterei piuttosto sul fatto che, per Fortini, La persuasione e la rettorica «appare ai confini dell’esperienza religiosa», in quanto quel «disperato mondo di negazioni» sembra postulare di continuo la presenza di un «Dio trascen­dente». Cfr. F. Fortini [Lattes], Solitudine di Michelstaedter [f. F. L.], «La Riforma Letteraria», 28, aprile 1939, pp. 6-11.

4 Cfr. F. Fortini, Lettera al padre, in Id., Saggi ed epigrammi, a cura di L. Lenzini, Milano, Mondadori, 2003, p. 1268: «Così, del tuo figliuolo “bravo in italiano” è venuto su uno che scrive versi e prose ma che tutto il suo sforzo più duro lo deve mettere per non esser sempre, per non esser appena e senza speranza quel che tutto ha cospirato a farlo essere: un “letterato”».

5 Cfr. La scrittura che pensa: saggismo, letteratura, vita, a cura di Gabriele Fichera, Cuneo, Nerosubianco, 2016.