Quattro testi
Kurt Tucholsky ai posteri

Stampa e realtà

Si potrebbe pensare che gli eventi accadano e poi, automaticamente, scivolino nei giornali, dalla realtà alla carta stampata, dal fatto concreto al resoconto. Ma non è così. Essendo la riproduzione della realtà infinitamente più importante del fatto in sé, la realtà si sforza da tempo di presentarsi alla stampa nel modo in cui vorrebbe apparire. Le agenzie stampa costituiscono il più complesso tessuto di menzogne che mai sia stato inventato.

Ben lontani dal riportare la notizia di un evento così com’è successo, ovvero il più possibile fedele alla verità, giornalisti e tecnici si adoperano per conformare il resoconto in modo tale da poter essere recepito come fosse la verità preservando, nel contempo, i molti interessi di committenti, industriali e partiti.

Il redattore è profondamente convinto dell’assioma secondo cui è impossibile riportare un fatto così come si è svolto e, perciò, egli non si rende più conto fino a che punto lui falsifichi la realtà.

E non penso ai casi di corruzione palese – alla fine la meno pericolosa – ma alla normale prassi in uso in questo paese.

Fondamentale per un giornale è, in primo luogo, quello che riporta e quello che non riporta. Nessuno crede che, ogni giorno, succeda esattamente tanto quanto sta scritto nelle sedici pagine del suo quotidiano, eppure quasi tutti i lettori sono convinti di trovarvi l’essenziale, il sunto degli avvenimenti quotidiani più rilevanti.
Non credo che accada veramente.

Il giornalista più esperto ha un’arma: l’omissione, il silenzio, e di quest’arma fa largo uso. Per ogni giornale c’è una serie di persone, cose, sfere d’interesse che sono tabù – di esse non si parlerà mai, né in senso positivo, né in quello negativo. Spesso il lettore viene a conoscenza di importanti fenomeni spirituali o collettivi solo molto tempo dopo che si sono verificati. […]

Così facendo il risultato è duplice: primo, il lettore non riterrà importanti tali fenomeni, secondo, verrà a mancare quella risonanza che, invece, li rafforzerebbe. Bisogna essere davvero molto forti per non essere uccisi dal silenzio.

Passiamo ora a quel che il giornale riporta, e qui ci viene in aiuto la realtà. Vedremo più avanti quali sono i mezzi con cui si carpisce l’interesse della stampa e del pubblico; certo è che la stampa non rispecchia semplicemente la realtà ma opera delle scelte e, in questo, viene influenzata e sostenuta fortemente dalla realtà stessa.

Va da sé che i giornali di partito procedono in modo tendenzioso nella scelta delle notizie: o non riporteranno per niente o riporteranno solo in parte i fatti a loro scomodi, mentre daranno ampio spazio a quelli più consoni alla loro linea politica. Ma anche tutti gli altri giornali non guardano al mondo in modo imparziale riferendo, come Linceo, quello che vedono dalla torre di guardia a prescindere che si tratti di incendio, di mercanzie, di assassinio o di danze popolari. Da un lato, sono i giornali a scegliere quello che vogliono riportare, dall’altro, viene loro imposto dalla realtà.

Tra l’omissione e la notizia stampata esistono due stadi intermedi, entrambi determinati dalla “presentazione” della notizia. Se si desse in mano al lettore un fascicolo di “agenzie” con notizie di natura economica o politica, questi, praticamente, non sarebbe in grado né di scindere l’importante dall’irrilevante, né di classificare le notizie, né di farsi un’idea del mondo. Ecco che è decisiva la “presentazione”.

Il lettore medio vive il mondo nel modo in cui il suo giornale glielo presenta mediante l’uso dei caratteri grandi piuttosto che piccoli. Inconsapevolmente, egli suddivide il globo in articoli stampati in corpo grande o piccolo. Di rado si rende conto di essere vittima di un calcolo molto astuto. L’autore di un titolone, colui che dispone del neretto, sa quel che fa. Il lettore difficilmente conosce quel che legge e confonde l’aggiustamento dei fatti con il loro peso.

Ed è proprio questa l’intenzione. Tutti questi mezzi vengono usati in modo celato […] – ed è stupefacente constatare che i trucchi più sono primitivi, più efficaci si rivelano. Sono poi ancor più pericolosi quando vengono usati segretamente, come succede in quasi tutta la stampa borghese.

Un editoriale di «Die Freiheit» è una cosa ovvia – non lo è affatto una colorita notizia di cronaca locale della «Allensteiner Zeitung».

Un’assemblea politica sarà anche un buon strumento di propaganda, ma è molto più efficace instillare lentamente una tendenza in occasione di feste per bambini, di diatribe con compagnie di assicurazioni, di compravendite immobiliari. Più efficace in assoluto, come mezzo propagandistico, è dare notizia di tutte queste occasioni. In tal modo la tendenza penetra in un corpo impreparato – ecco il locus minimae resistentiae!

Deve essere stato sempre così. Ma quel che, nell’era industriale, è prosperato a completamento dell’opera, è l’influenza della realtà sulla stampa, appunto di quella realtà che deve essere riprodotta. È l’oggetto che domina!

Ogni istituzione, dalla Chiesa cattolica al trust del sapone, ha un immenso interesse talvolta a non apparire per nulla sulla stampa, talvolta ad apparire molto e in un determinato modo. Ogni istituzione moderna tiene conto di questa esigenza e mantiene all’uopo un vero e proprio ufficio stampa. Si può senz’altro affermare che tutte le organizzazioni politiche ed economiche investono gran parte del loro lavoro per far bella figura agli occhi dell’opinione pubblica. L’apparenza vale a tutti gli effetti più della loro reale esistenza e spesso genera successi immediati. E i mezzi sono molteplici. […]

A questo punto bisogna anche citare il legame tra il mercato pubblicitario e la redazione. Solo in provincia, nei giornaletti locali, questo rapporto è palese. Negli altri casi, quelli più pericolosi, esso si cela dietro particolari “esigenze” o “considerazioni di opportunità” – e magari, di questo legame, il redattore onesto spesso non è nemmeno cosciente. Ma esiste, poiché un giornale è un affare.

Sono rari i casi di chiara corruzione. Non è bello per il decoro dell’atmosfera pubblica – perché la scoperta di casi simili diminuirebbe la stima per la stampa, e nessuno la prenderebbe più così sul serio come si fa oggi: essa, infatti, è molto più che corrotta, è influenzata.

O meglio, influenzata in modo incontrollato.

Ai redattori ormai è entrato nel sangue che, alla fine, devono pensare non alla verità ma all’effetto delle loro notizie. In una rivista specializzata di recente si è persino arrivati a discutere se fosse o meno il caso di riferire sulla miseria in cui versa la Germania. Da un lato, sarebbe utile, dall’altro dannoso… La possibilità di dire la verità, costi quel che costi – non è stata nemmeno presa in considerazione.

La realtà, dunque, irrompe e impone alla stampa quel che è successo e di cosa bisogna parlare. Da molto tempo la stampa, per conto suo, non attinge più notizie dalla realtà – la realtà, a sua volta, ha invaso la stampa. In questo modo o si omette o si descrive con brio. Non c’è editoriale, glossa, immagine, dietro ai quali non si nasconda una qualche tendenza inconfessata. Si mira sempre a qualcosa che non viene espresso.

Si potrebbe ritradurre il testo di ogni giornale nel reale. […]

Il lettore si fida ciecamente della stampa perché il suo giornale non lo illumina certo sulla propria natura e perché è davvero molto, molto difficile esercitare un’azione diversa sull’opinione pubblica – contro la stampa.

L’effetto sul lettore sarà, in quasi tutti i casi, quello desiderato. Esclusi gli addetti ai lavori, solo poche persone possono permettersi il correttivo di diversi giornali – emerge così un’immagine del mondo come si vuole e non come è. […]

Questa immagine del mondo è intenzionalmente troppo deformata per poter avanzare una qualsiasi pretesa di verità. Una cosa che non si ripete mai abbastanza. Poiché la convinzione che una notizia è stata riportata dal giornale, e per questo è vera, è una convinzione sbagliata. […]

L’industria, i partiti, il governo e la chiesa – tutti sanno quanto peso ha per loro la stampa. La realtà servita dal giornale è stata setacciata. Quel che sta scritto non è il mondo, bensì

 

Il mondo.
Edizione popolare abbreviata ad uso scolastico.

 

Sarebbe meglio attenersi all’originale.

[Ignaz Wrobel, «Die Weltbühne», 13 ottobre 1921]

 

Per che cosa?

Come bambini vi lasciate ingannare,
finché lo capite – troppo tardi, ahimè!
Far da guardia sul Reno non basterà,
il peggior nemico sta sulla Sprea.

Georg Herwegh

 

[…] Le ragioni della guerra moderna sono di natura economica. Si può preparare una guerra e, al primo segnale, riempire le trincee di vittime sacrificali solo se, mediante una tenace opera di persuasione delle masse, questa attività assassina viene fatta passare per qualcosa di morale.

La guerra però è, in ogni caso, profondamente immorale.

Non è vero che, nella nostra era e in particolare nella vergogna del 1914, un popolo abbia dovuto difendersi da invasori stranieri. Un’aggressione presuppone un aggressore, ma questa immagine presa in prestito dalla vita individuale è assolutamente inappropriata per uno scontro tra Stati.

Chi ha voglia e tempo, può sfogliare tutti i numeri di un quotidiano usciti nel corso dell’anno 1914. Ad aprile, a maggio, ancora all’inizio di giugno, nessun redattore o lettore aveva idea di quel che sarebbe accaduto due mesi dopo; solo la disposizione delle masse a schierarsi subito, al primo allarme, quella sì era stata preparata. E queste masse si sono schierate pur non sapendo nulla di più di quello che le agenzie telegrafiche governative avevano voluto far loro intendere riguardo alle ragioni dell’allarme. Oggi è risaputo che allora tutte le parti avevano mentito in modo vergognoso.

Per evitare che questa situazione si ripeta è dunque necessario distruggere la base morale su cui si fonda un’idea immorale. Questa base sta nel principio: è dolce e onorevole morire per la patria.

Per quel che concerne la “dolcezza”, neppure il più bugiardo dei guerrafondai oserà più parlare (a meno che non si tratti di un parroco militare) di questa “caramella” del patriottismo.

Chi l’ha gustata una volta, chi, in una brumosa mattina d’inverno, ha visto arrancare dalla boscaglia i feriti con le bende imbevute di sangue, chi ha sentito un soldato trivellato di colpi con le budella penzolanti gridare: “Fatemi fuori!” – chi ha visto e sentito tutto questo, sa quanto può essere “dolce”!

È davvero onorevole morire per la patria? No.

L’onore non è intrinseco nella natura di una cosa, esso le viene solo attribuito. Quando la grande maggioranza della popolazione di uno Stato sarà istruita ed educata in modo tale da non essere più in grado di scindere l’assassinio di massa da quello individuale, allora la glorificazione del soldato cesserà. Rimarrà solo il profondo dolore per i caduti, la compassione per i superstiti, il dovere di prendersi cura di loro (a questo dovere non ottempera il moderno Stato bellico). E infine rimarrà il più profondo disprezzo per un processo economico che si camuffa con i requisiti di un film per rendersi popolare, ma che tira il suo bilancio in silenzio. Un bilancio non scritto in rosso.

Chi ha visto un moderno campo di battaglia e ne ha vissuto nell’intimo le atrocità, chi conosce anche soltanto le fotografie di queste efferatezze internazionali, fotografie che nascondono accuratamente all’opinione pubblica la cattiva coscienza degli ufficiali e di coloro che vogliono diventarlo, chi conosce i cumuli di carne nelle fosse comuni e i ributtanti moncherini degli arti mozzati dei sopravvissuti – e per quale vita! –: chi, di fronte a queste mostruosità, non prova orrore, chi non vuole impedirle ricorrendo a tutti gli strumenti possibili, chi, in questo contesto, non dà un chiaro segnale di rottura alle nuove generazioni, costui non è un uomo ma un patriota.

[…]

Nell’immediato dopoguerra c’erano il nazionalismo, i corpi di volontari, le organizzazioni giovanili nazionaliste, i gruppi di giovani aizzati e depistati. Oggi il Reichsbanner1 sta ancora sulla difensiva come, d’altronde, tutto quello che in Germania si appella alla Repubblica. La negazione di una determinata idea basta per poter costituire un gruppo, ma non basta per svolgere nel tempo un lavoro di gruppo efficace. Affermare: “Io non sono un nazionalista che agisce da teppista” – è lodevole. Ma che cosa sei allora?

L’ideale un po’ vago di “repubblicano” non significa ancora niente. Nella storia sono esistite delle monarchie molto più liberali, più pacifiste e più improntate al sociale del governo dell’attuale Repubblica tedesca; l’adesione unanime a una repubblica, di per sé, non solo non significa nulla ma non impone alcun obbligo.

[…]

Finiamola anche con la sciocchezza di paragonare ai lanzichenecchi gli operai e i commercianti reclutati a forza. Coloro che nel 1914 sono partiti volontari, non sapevano dove stavano andando, non sapevano nulla della guerra moderna. E per quanto sia umanamente comprensibile che chi ha dovuto patire le terribili pene di questo inferno cerchi una compensazione alle proprie sofferenze nell’ammirazione da parte dei suoi concittadini, altrettanto comprensibile è che nessuno voglia avere sofferto inutilmente il tormento di esser stato derubato dei propri diritti umani per quattro anni – per quanto sia stata profonda per lui l’esperienza della guerra: un concetto umano di Frontsoldaten, soldati al fronte, non esiste.

Oggi non abbiamo tempo per discutere sulla natura della guerra con degli avvocati democratici per poi, magari, far pagare al movimento il fatto che essi hanno trascorso la loro giovinezza in un contesto di certo non propizio.

E non possiamo neppure attendere che maturi la prossima generazione di socialdemocratici o di democratici che, forse, avrà imparato qualcosa da questa guerra. Non c’è molto da aspettarsi in merito.

Rivolgiamoci allora direttamente alla generazione dei giovani di oggi e diciamo loro:

gli ideali che vi hanno insegnato sono sbagliati!

Non esiste interesse statale o economico o di un popolo che possa giustificare tali bestiali mostruosità come quelle perpetrate in guerra da tutte le parti. Nessun singolo è un tale mostro da poter commettere da solo ciò che ogni reparto gerarchico ha commesso. Nessun uomo è mai stato un criminale così diabolico da aver elaborato da solo un piano omicida per poi eseguirlo da solo nei minimi dettagli e beneficiare da solo dei frutti della vittoria. Poiché ognuno ha sempre solo eseguito una piccola parte, non si è reso conto dell’azione complessiva.

Ci rivolgiamo a voi, perché voi sarete la Germania del 1940. E non come portavoce dei milioni di caduti, tra cui c’erano pacifisti, indifferenti ed entusiasti della guerra, ma come portavoce delle donne in lutto e dei bambini, di quella forza popolare ferita nel più profondo dal gas tossico delle granate e dalla sifilide contratta sul campo, scongiurandovi di condurre con noi – contro la pusillanimità piccolo borghese e noncuranti di tutti i concistori dalle idee oscurantiste – la battaglia più morale che mai sia stata combattuta: quella contro la guerra.

[Ignaz Wrobel, «Das Andere Deutschland», 24 dicembre 1925]

 

I diritti dello straniero

Lo straniero in Europa è senza diritti.

Gli Stati, indebitati, mantenuti e sopportati dall’alta finanza e dalla locale classe imprenditoriale, sono tenuti insieme solo dalle barriere doganali; gli Stati, i cui confini non racchiudono razze ma nemmeno più aree economiche definite, – ebbene, questi Stati amano giocare: al castello medievale, alla madrepatria, alla Heimat.

E poiché l’autorità, a casa, oggi non è più tanto considerata, poiché il contadino non paga le tasse2 e il proprietario di miniere non obbedisce ma fa obbedire, ci si prova un gran gusto a comandare degli individui inermi, gli unici a non poter rispondere con un’alzata di spalle quando il “massimo potere” interviene regnando. Qui lo Stato si sente nel pieno della sua sovranità e vuol provare almeno una volta come si fa a “imporre qualcosa”.

Ed ecco che lo straniero non ha la vita facile.

I viaggiatori per diletto vengono, in genere, solo vessati ma non minacciati seriamente, soprattutto se appartengono alle classi meglio vestite. Tolte le zoticaggini dei commissariati di polizia e le villanie dei doganieri, da questo punto di vista vengono lasciati in pace; al resto ci pensano poi gli albergatori.

Solo l’America salta addosso anche agli inoffensivi visitatori il cui unico interesse è spendere; tutta la stupida arroganza di questi piccolo borghesi eccitati dagli affari sta nel sistema: erigere a controllo morale grandi tavole della legge in cartone dietro le quali – sottobanco – si beve del whisky.

Nel caso degli emigranti la situazione è ben diversa.

Il sistema capitalistico agisce in modo coerente quando ostacola, oltre alle merci, anche la libera circolazione della forza lavoro, una cosa, quest’ultima, che farebbe vacillare in un baleno tutti gli Stati.

Tale principio viene infranto solo con l’autorizzazione delle classi dominanti: in tal modo i proprietari terrieri tedeschi hanno il diritto di ribassare i salari importando manodopera polacca; in questi ambienti si ama poi parlare dell’“esodo dalle campagne dei lavoratori tedeschi”. Il che significa: i lavoratori sfuggono al porcile, al cibo per i porci e a un trattamento da porci.

[…]

Lo straniero è senza diritti perché in nessuno Stato “civile” esiste un procedimento di appello e, in assoluto, un ordinamento giuridico che regoli le espulsioni. Indifeso, esposto a ogni tipo di denuncia e lasciato completamente nelle mani degli organi di polizia – dal valore per lo più assai dubbio –, lo straniero di solito non conosce nemmeno il motivo della sua espulsione. Accanto al gran numero di criminali, di nullatenenti e di vagabondi che, provata la loro colpevolezza, vengono espulsi perché, altrimenti, sarebbero di peso all’assistenza sociale, abbiamo decine di migliaia di casi di espulsione ben noti a ogni organizzazione di tutela e a ogni Lega per i diritti umani.3

[…]

In Germania, come in altri Stati, questo sistema vergognoso dilaga anche nella prassi giudiziaria – bisogna aver visto come, a Moabit [carcere di Berlino, N.d.T.], dei piccolo borghesi in toga tentano di educare gli “stranieri” che vengono portati davanti a loro: “Qui siamo in Germania, e Lei si deve…”. Laddove nemmeno sette semestri di giurisprudenza e un praticantato da giovane giurista hanno permesso di far loro comprendere che, a Hyde Park, la gente non gira nuda e che persino a Kaunas, Bucarest e Costantinopoli non si mangiano i bambini.

Tutti sono seriamente convinti che lo “straniero” sia diverso e inaffidabile. Le merci vengono scambiate automatizzando il mondo al punto che uno, se cadesse giù dalla luna, non saprebbe nemmeno dire dove si trova: cinema, carta stampata, tram, lamette Gillette e réclame di whisky sono uguali dappertutto, standardizzati dalla produzione di massa. Malgrado ciò, tutti sono ancora convinti che lo straniero – pitturatosi il corpo da selvaggio – di notte se ne stia seduto sugli alberi e digrigni rabbioso i denti, sicché da lui ci si debba aspettare di tutto.

E allora inveiscono allegramente contro di lui nella loro ottica di valligiani incapaci di guardare oltre il proprio orizzonte e fieri come non mai di essere tanto benevoli da accettare i suoi soldi.

A volte non accettano neppure quelli.

Come, ad esempio, quando si tratti di un comunista in viaggio. Si può affermare senza esagerazione che oggigiorno, in Europa, dei noti dirigenti comunisti vengono trattati alla stregua di galeotti persino quando soggiornano all’estero non nella veste di politici. La commedia dei divieti di entrata, degli arresti, delle espulsioni è indescrivibile.

[…]

Particolarmente sgradevole è che tutti gli Stati si ostinano ad spiegare come e quanto essi siano democratici. Si schierano a favore della libertà di stampa e poi stanno a guardare come la stampa sia nelle mani delle lobby economiche. Sostengono la libertà politica e poi reprimono ogni atto che sembra loro anche solo minimamente pericoloso.

[…]

Non sappiamo ancora come cambierà questo assetto del mondo.

Se avremo un’Internazionale sovietica che vorrà mantenere i paesi il più possibile indipendenti tra loro4 anche nella sfera della produzione, è ancora da discutere. Mentre fuori discussione è l’attuale stato delle cose: un capitalismo semi-internazionale che, di fatto, cancella le frontiere e le rende ridicole appoggiando però, con tutte le sue forze e arbitrariamente, quell’istinto piccolo borghese che sorregge in modo anacronistico l’idea di una “madrepatria” cinta ancora da alte mura.

Non esiste più una comunità padrona delle proprie praterie: è indebitata con i banchieri americani, a cui le fabbriche sono state date in pegno. Queste ormai appartengono a persone che non le hanno mai viste e nemmeno mai le vedranno, perché la proprietà è diventata mobile attraverso l’azionariato, soggiogato e bistrattato da tutte le Borse, un giocattolo nelle mani dell’Industria. Eppure ci si ostina a giocare alla Heimat, e l’essere meno libero di tutti mette in scena un carnevale, dei saturnali, nei quali anche l’ultimo degli schiavi si ritiene ancora libero.
Un divertimento da borghesi, ma triste per le vittime. […]

Per lo straniero non c’è un diritto di asilo, non c’è libertà, e neppure lealtà. Egli siede su una polveriera e può aspettare finché questa esplode. Se lui salterà in aria, i suoi eredi verranno imprigionati: per aver allestito un pubblico divertimento senza autorizzazione ufficiale. A questo balletto delirante partecipano tutti: gli Stati grandi e quelli piccoli, la Svizzera, i paesi scandinavi, la Finlandia – tutti. […]

[Ignaz Wrobel, «Die Weltbühne», 23 marzo 1926]

 

Per un pacifismo efficace

Libero – vorrà dire: liberato

Ferdinand Hardekopf

 

La madre che, tra una ventina d’anni, piangerà sul cadavere contratto di un bambino, accanto a lei un’inutile bombola d’ossigeno e un medico che le dirà desolato: “Contro questo gas tossico, gentile signora, per ora siamo impotenti – suo figlio non è l’unica vittima in città…” – questa madre, nei momenti di tranquillità, dovrà pur chiedersi se negli ultimi vent’anni quel tanto denigrato pacifismo è esistito davvero; o se invece non abbiamo fatto niente; se davvero non c’è una guerra contro la guerra…

Il pacifismo, in realtà, viene inutilmente sopravvalutato dagli Stati assassini: se fosse solo per metà così pericoloso ed efficace, come credono i suoi oppositori, dovremmo essere orgogliosi. A che punto siamo?

 

*

 

La conoscenza storica e teorica delle relazioni anarchiche tra stati è progredita notevolmente. Le associazioni per la pace dei diversi paesi, gli studiosi di diritto pubblico non accademici, i teorici di tutti i gradi si sono assunti il difficile compito di dimostrare in cosa consiste la vera anarchia. Lentamente si delinea il quadro della reale situazione del mondo: lo Stato, fino a poco fa soggetto, idolo e metro di tutte le cose, ora è lui stesso a essere sottoposto a un increscioso esame, diventa dunque oggetto, e anche un oggetto deplorevole, dovendo accettare di essere messo in discussione dalle proprie fondamenta.

Diventa sempre più evidente quali sono le vere cause di una guerra: l’economia e lo spirito ottuso delle masse illetterate e istigate.

Ma quel che manca del tutto quasi ovunque è la propaganda pacifista nella vita quotidiana, nelle strade, nelle case dei ceti medi, nei luoghi pubblici – in altre parole, il pacifismo inteso come ovvietà.

Ci incontriamo quattro o cinque volte all’anno, ai congressi, spesso in raduni. Poi torniamo tutti a casa, e la “vita” ritorna alla sua normalità; la vita che, in questo caso, è la posizione ufficiale dello Stato che esalta la guerra; il cinema che magnifica la guerra; la stampa che non osa mostrare la guerra nella sua vera veste; la Chiesa che istiga alla guerra (quella protestante ancor più della cattolica, più intelligente); la scuola che altera la verità presentando la guerra come un gigantesco baraccone; l’università che acclama la guerra –, insomma, guerra dappertutto.

Fin dove si arriva, lo dimostra persino il comportamento di coloro che, in guerra, hanno sofferto come bestie.

A nessuno si può chiedere di considerare insensata tutta una fase della propria esistenza. Deve poter farsene una ragione. Può sempre maledire o esaltare le proprie sofferenze, cercare di reprimerle o di mantenerle vive – ma non può certo accettare che esse siano state prive di senso.

Il pacifismo ha perso il suo grande momento che è coinciso con la fine del 1918. Ai milioni di reduci non abbiamo dato un equivalente spirituale alle loro pene – se gli storpi fossero stati acclamati come vittime di un ideale, allora la vitale vanità, insita nella natura dell’uomo, sarebbe diventata uno stimolo per la pace, per il diniego della guerra.

Invece è la controparte che ha catturato questi potenziali agenti del pacifismo.

L’astuzia cattolica con cui si interviene sui i reduci, persino sugli invalidi gravi, per preparare a una nuova guerra schiere di nuovi caproni è doppiamente sorprendente, proprio perché quasi mai si avanza l’obiezione che in questa propaganda statale la tesi viene schiacciata dalla premessa: che la guerra sia utile, che sia eticamente giusto sostenerla e sia assolutamente lodevole, su tutto questo non si discute da nessuna parte; dubbi sorgono sempre e solo in merito al modo in cui la guerra impone i sacrifici.

La vergogna è grande ovunque: negli Stati Uniti d’America la legione americana guerrafondaia sfila nelle piazze pubbliche, un pessimo esercizio della reazione; in Germania le tetre associazioni degli ex-combattenti (Kyffhäuser) si crogiolano nelle grazie dei generali sconfitti; in Francia s’inaugurano oggi monumenti alla guerra in ricordo di atrocità un tempo giustamente aborrite – cambieranno le sfumature ma l’impostazione di fondo è uguale. Dalla riconoscenza, che dobbiamo ai nostri cari caduti – eroici, acclamati, benedetti, ma per fortuna muti – da questo abracadabra fino alla prossima guerra il passo è breve. Quel che viene fatto qui, è pubblicità.

Penso proprio che dovremmo porre un freno a questo meccanismo.

La Chiesa cattolica è l’unica ad aver compreso che per ottenere grandi risultati bisogna lavorare capillarmente e, questo, i nazionalisti di tutti paesi lo hanno colto. Solo noi, pacifisti, non lo abbiamo capito.

Una mobilitazione efficace è possibile solo se ogni stivale è lì a portata di mano, solo se ogni testa è già preparata in modo da poter essere istigata nel giro di quattro giorni da un branco di giornalisti a servizio del potere. Certo, se per vent’anni si è sentito soltanto dire che allo Stato si deve ubbidienza, vita e tasse […], inevitabilmente si reagisce mettendosi sull’attenti al primo squillo di tromba.

Il 1 agosto 1914 era troppo tardi per fare propaganda pacifista, era troppo tardi per fare propaganda militarista – e infatti, anche in quell’occasione, dai militaristi è stato raccolto quel che hanno seminato da duecento anni.

Noi dobbiamo seminare.

Ogni psicologo sa quanto sia arduo e difficile superare quella soglia di resistenza che l’addestramento ha impresso nell’animo di ogni individuo. Gli scritti teorici sulla concezione dello Stato dei pacifisti e dibattiti pubblici su questo argomento sono necessari – ma essi non sortiranno alcun effetto se non saranno tradotti nel linguaggio, nell’immaginario e nella vita quotidiana del singolo.

Poiché non esiste uno Stato per il quale valga la pena morire, e ancor meno esiste una questione di prestigio di queste associazioni megalomani, allora non resta che abbattere, demolire e conquistare simbolo dopo simbolo, apparenza dopo apparenza, monumento dopo monumento. Ancora non esiste nessun monumento di guerra che inneggi al pacifismo […]!

Quel che oggi mettono in scena e fanno organizzare i generali con le loro spade rispettosamente abbassate, con bandiere ed eterne fiamme a gas, con uniformi e feste di compleanno in onore a Hindenburg, con distintivi della legione e filmati, è il peggiore veleno. Bisogna disintossicarsi.

Ma ciò non è possibile se, come purtroppo fa la maggior parte dei pacificisti, si sta perennemente sulla difensiva. […]

Penso che si possa ottenere di più dicendo ad alta voce la verità:

nessuno di noi ha voglia di morire – e ancor meno per una causa simile. I soldati, questi assassini di professione, fuggono avanzando. Nessuno può essere costretto a ubbidire a una cartolina precetto, va dunque innanzitutto sradicata quell’ossessione mentale che fa credere all’uomo che si debba, si debba, si debba correre al primo segnale.

Non si deve un bel niente. Perché, di fatto, la verità è una, banale, primitiva e semplicemente grande:

si può anche restare a casa.

E non solo si può restare a casa. Fin dove può arrivare l’azione di sabotaggio, è una decisione che spetta al gruppo, dipende dal momento e dalle circostanze, e non va discussa teoricamente. Ma il diritto alla lotta, il diritto al sabotaggio dell’assassinio più infame, quello coatto – quel diritto è inconfutabile. E, purtroppo, è anche al di fuori della propaganda pacifista, di per sé così urgente. Con la pazienza dell’agnello e i suoi belati non la si spunta con il lupo.

Ma noi, i sostenitori della pace, non solo siamo troppo poco combattivi – siamo anche troppo astratti, troppo altezzosi, troppo teorici. Bisogna partire dal basso e cominciare a persuadere la cellula più piccola, ovvero la famiglia, la donna, la comunità. Questi hanno sempre guardato con grande scetticismo agli organismi importanti come la Società delle Nazioni, le conferenze interparlamentari e l’“operato di Locarno”. Mentre l’inaugurazione di una lapide commemorativa ai combattenti di guerra, l’abuso di bambini di scuola per la dimostrazione di idee immorali, i film di guerra americani fatti per il mondo intero e dal mondo intero acclamati con diverse melodie esercitano molto più impatto di tanti discorsi in sale festose. La buona volontà di per sé […] non serve a nulla, mentre barricate, immagini su giornali illustrati, film, prediche e cerimonie scolastiche producono sì degli effetti. Da tempo noi non arriviamo là dove solo noi potremmo sortire qualche risultato: nelle fattorie, nelle fabbriche, nelle scuole, negli uffici e nelle famiglie.

E perché no?

Perché non parliamo la lingua della gente.

Per essere capiti propagandisticamente, bisogna semplificare e gonfiare, ribadire ed esagerare – bisogna essere chiari, elementari e comprensibili. In questo e solo in questo consiste la mobilitazione per la pace.

Conosciamo lo spirito che, in tutti i paesi, contrassegnava l’euforia iniziale per la guerra. È questo che va rievocato, che va analizzato con esattezza per poterlo combattere.

Bisogna profetizzare: sarà così e così. Sarete costretti a rispettare i vostri cosiddetti obblighi civili che sono futili ed esecrabili – ma non dovete osservarli. Vi faranno credere che il nemico sta dall’altra parte, invece il vostro nemico è da questa parte. Vi racconteranno che tutti i lettoni, gli svedesi, i cèchi, i francesi sono dei pezzenti, invece lo sono coloro che ve lo raccontano.

Voi non dovete allo Stato la vostra vita!
Voi non dovete allo Stato la vostra vita!
Voi non dovete allo Stato la vostra vita!

La bandiera, che si agita al vento, sventola sopra un cadavere ridotto a brandelli. E se una fucilata vi cava un occhio, o non prenderete un bel nulla o, al massimo, riceverete sedici marchi e ottanta al mese. E ogni colpo che dovete sparare sarà una nuova entrata nell’utile di una società per azioni. Vi trascinate nel fango delle strade e indossate le maschere a gas, ma non guadagnerete neppure il frutto delle vostre sofferenze.

La vera bravura, l’autentico coraggio virile, l’onesto idealismo della buona fede – tutto è sprecato e appartiene al passato. Poiché si possono smuovere qualità altamente morali anche per uno scopo immorale: sacrificarsi, fare rinunce, soffrire la fame, stringere i denti, sopportare e aspettare pazientemente – per uno scopo immorale si viene ingannati, truffati, vengono fomentate solo le qualità primitive, barbariche.

Ci spingiamo avanti?

Queste cose le diciamo apertamente?

Vogliamo liberare le persone da questa idea fissa dello Stato, di uno Stato che non ha alcun diritto di disporre di loro ma che si arroga questo diritto falsando la religione, l’etica, la storia e persino il concetto di diritto?

Per conto mio considero il lavoro capillare di «Das Andere Deutschland» a Hagen5 più significativo, più efficace e più convincente dell’attività svolta da tutte quelle associazioni di pace che si rivolgono sempre a coloro che sono già convinti. Chi raggiunge i cosiddetti “neutrali”, gli indifferenti, i commercianti, gli impiegati, la gente qualunque? Gli altri, non noi.

Eccolo il nostro errore.

Che razza di propaganda è quella gravata sempre da una sorta di cattiva coscienza! Nel nostro lavoro di pacifisti esistono ormai dei princìpi di fondo sui quali non bisognerebbe più discutere: senza una chiara negazione del concetto di guerra, ogni pensiero rivolto ai caduti e dunque agli assassinati, è una vergogna morale oltre che un crimine nei confronti della prossima generazione. Non c’è confine statale che possa proibire a coloro che la pensano allo stesso modo di fraternizzare. […]

In guerra tutti hanno il diritto di imboscarsi ogniqualvolta ne hanno la possibilità – come ho fatto io e centinaia di altri miei amici. Esternare entusiasmo davanti a scene militari equivale a far pubblicità alla prossima guerra; o si decide di voltare le spalle a questa brutta commedia o la si combatte attivamente, poiché anche degli spettatori benevoli fungono da incoraggiamento.

Così la pensano in centinaia di migliaia ma tacciono. […]

Pensano che “cose così non si possono dire”. Invece si possono dire! Anzi si devono dire! Queste idee non le ho inventate io né considero la loro formulazione una eccezionale conquista dello spirito.

Dire cose semplici, le più semplici, quelle che ogni madre non istigata dovrebbe capire, quelle che ogni bambino comprende – questo è estremamente urgente anche se, in realtà, accade troppo di rado. Io sono assolutamente insensibile ai discorsi ufficiali dei ministri soprattutto se, mentre questi vengono declamati, i rispettivi ministri della guerra si comportano da esaltati. Continuano a inaugurare i loro monumenti ai caduti per onorare gli assassini assassinati appellandosi al sentimento più ottuso in assoluto: al sentimento dell’orda che si esalta al rimbombo dei soldati in marcia e grida “Anch’io! Anch’io!”.

È qui che la propaganda deve cominciare. È qui che va spiegato a tutti, ovviamente anche con mezzi proibiti, com’è fatto uno Stato, com’è strutturata una società, come funzionano i veri confini dentro e fuori l’Europa – e come persino la vita dell’ultimo maresciallo è troppo preziosa per sprecare anche solo una pallottola, un colpo di sciabola o un’infrazione di un antico comandamento.

[Ignaz Wrobel, «Die Weltbühne», 11 ottobre 1927]

 

Notizia su Kurt Tucholsky

Kurt Tucholsky (1890-1935) – pubblicista e romanziere notissimo in ambito tedesco, poeta e cabarettista raffinato, nonché pacifista militante – rappresenta il simbolo di quell’“altra Germania”, che già negli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale ha denunciato i segni premonitori della deriva autoritaria e militarista della società tedesca. Le contraddizioni allora da lui rilevate costituiscono ancora per noi “futuri lettori” un fertile e attualissimo banco di prova.

I seguenti testi – finora inediti in italiano – portano la firma di uno dei suoi eteronomi/alterego più agguerriti, il severo critico Ignaz Wrobel; a detta di Tucholsky «un tipo acido, ben rasato, con gli occhiali, un accenno di gobba e i capelli rossi», che prendeva di mira, sulle pagine della «Weltbühne» tra il 1913 e il 1931, tutto ciò che non gli andava a genio nella repubblica di Weimar. «Die Weltbühne», settimanale di politica, arte, economia, Berlino 1918-1932, fondato da Siegfried Jacobsohn nel 1905 col titolo «Die Schaubühne», era l’organo di stampa indipendente più critico della Repubblica, conduceva una radicale opposizione di sinistra alla società post-guglielmina (uscirà ancora in esilio – a Vienna, Praga e Parigi – dal 1933 al 1939, verrà rifondato nel 1945 a Berlino est, dove uscirà in una propria casa editrice nella Rdt e sopravvivrà fino al 1993 nella Germania unificata).

La traduzione è a cura di Alessandra Luise e Susanna Böhme-Kuby.

 

Note

1 Il Reichsbanner – Schwarz-Rot-Gold venne fondato nel 1924 dai socialdemocratici Hörsing e Höltermann quale organizzazione militante di tutti i partiti e i gruppi che avevano a cuore la difesa della Repubblica e contò nel 1932, dopo l’adesione dei sindacati liberi, 3,5 milioni di aderenti.

2 Qui Tucholsky fa riferimento alle manifestazioni con le quali i contadini, soprattutto della Renania, protestavano nel 1926 contro tasse e contribuzioni della Repubblica.

3 Tucholsky era attivo dal dopoguerra in diverse organizzazioni pacifiste e dal 1926 nel direttivo tedesco della Lega internazionale per i diritti umani.

4 Il riferimento è alla Terza Internazionale (Komintern) fondata da Lenin nel 1919 che propugnava allora il diritto di autodeterminazione politica dei popoli.

5 «Das Andere Deutschland», organo ufficiale della Deutsche Friedensgesellschaft (Dfg) e dal 1925 settimanale diretto da Fritz Küster, divenne l’organo più influente del movimento pacifista della Repubblica di Weimar. Vi collaboravano personalità importanti e Tucholsky stesso fino al 1930.