Gaza e le sue conseguenze. Intervista a Noam Chomsky

da Z Space Page
9 Febbraio 2009

Per più di tre settimane, a cominciare dal 27 dicembre, la Striscia di Gaza e il suo milione e mezzo di abitanti hanno subito la brutalità di una massiccia campagna militare israeliana, appoggiata e sostenuta dal governo degli Stati Uniti. Mentre Israele ha fermato, per il momento, le devastanti operazioni aeree e di terra su Gaza, esso continua il totale blocco via terra e via mare, perseguendo ancora il vano scopo di distruggere Hamas e i gruppi di resistenza alleati, colpendo la popolazione attorno ad essi. Noam Chomsky ci dà una prima valutazione della guerra israelo-statunitense contro Gaza e delle sue conseguenze in un’intervista condotta da Assaf Kfoury il 31 Gennaio 2009. La traduzione araba dell’intervista verrà pubblicata dal quotidiano di Beirut «As-Safir».

La risposta pubblica negli Stati Uniti

A.K. La carneficina a Gaza nelle scorse settimane ha dato motivi di speranza negli USA, se non altro a livello popolare. La devastazione di Gaza ha provocato reazioni diverse rispetto alla guerra al Libano del 2006 o a quella, sempre in Libano, del 1982, o ad altri episodi di violenza compiuti da Israele contro Palestina e Libano. Questa volta, forse per la prima volta, la risposta dell’opinione pubblica americana assomiglia di più a ciò che avviene fuori dagli Stati Uniti. Maggiore simpatia e sostegno per i Palestinesi, più critiche e risentimento per l’azione israeliana. Si sono tenute proteste e manifestazioni quasi quotidiane nella maggior parte delle città americane, più simili alle manifestazioni pubbliche cui abbiamo assistito in Europa, America Latina, Asia e altrove. Questa volta, per esempio, abbiamo avuto modo di assistere ad una significativa partecipazione di esponenti di gruppi ebraici, a supporto dei Palestinesi e contro il governo d’Israele. Non abbiamo mai constatato niente del genere finora, o quantomeno, nulla che avesse la stessa ampiezza. Questo tipo di partecipazione viene resa nota, non sempre attraverso i media ufficiali, sia chiaro, ma attraverso canali alternativi su Internet. Ad esempio, quando il 14 Gennaio otto attivisti ebrei si incatenarono e ostruirono l’entrata del consolato israeliano a Los Angeles, mentre altri portavano cartelli con su scritto: “Chiuso per Crimini di Guerra”, la notizia fu diffusa attraverso i canali alternativi, ma non sul New York Times o sul Washington Post, né su nessuno dei maggiori quotidiani americani. Si tratta forse di una valutazione esagerata della risposta pubblica? E se non lo è, quest’ultima può trovare sviluppo all’interno di un movimento popolare e, per estensione, produrre una pressione effettiva sui politici?

N.C.  Hai ragione a sostenere che c’è una differenza in questa reazione, una notevole differenza, e che potrebbe diventare qualcosa di importante. Molti, anche se sanno poco del problema, sono inorriditi di fronte alla crudeltà selvaggia e alla codardia dell’IDF [Israel Defense Forces, Esercito Israeliano N. d. T.] che ha brutalmente attaccato persone totalmente indifese e richiuse in una gabbia. Detto questo dobbiamo stare attenti nel valutare questa risposta popolare. La maggior parte della gente è all’oscuro di tutto ciò che va oltre la versione accuratamente ripulita, che passa attraverso il filtro dei media. Al-Jazeera, grazie al quale vi era una piccola fonte di informazione visiva diretta, è di fatto oscurata negli Stati Uniti. Così, mentre la verità non può essere completamente celata, viene presentata in frammenti e in una cornice apologetica, che ovviamente ritrae gli Stati Uniti come un innocente spettatore che si impegna per la pace e la giustizia, come sempre.

La reazione più forte e motivata viene da una parte precisa della popolazione. I sondaggi evidenziano una divisione sostanzialmente paritaria tra coloro che sostengono l’invasione ed i suoi oppositori, molti dei quali basano la loro posizione sull’argomento della “sproporzione”. Piuttosto rivelatrici si confermano le statistiche apparse alla fine della guerra – conclusa solo in teoria, poiché continua, purtroppo, anche se i fatti sono scarsamente riportati. Un sondaggio della CNN, pubblicato il 24 gennaio, rivela che il 60% sostiene Israele, il 17% i Palestinesi. Il 63% pensa che l’azione militare israeliana sia giustificata, il 30% la disapprova. Un sondaggio Pew(Bloomberg News, 24 Gennaio) riportava dati abbastanza simili. I risultati non sono così sorprendenti, se considerati alla luce del modo in cui gli eventi vengono riportati ed interpretati dai media e dalla classe politica. Il mantra è che Israele ha tutto il diritto di difendersi dal lancio di razzi. In pratica, nessuno fa emergere che il problema è notevolmente diverso. Israele ha il diritto di ricorrere alla violenza in nome dell’autodifesa? Nessuno stato ha questo diritto se esistono alternative pacifiche. Ed in questo caso senz’altro ve ne sono state. Un’alternativa “stretta”, per Israele, avrebbe potuto essere accettare il cessate il fuoco, come Hamas aveva proposto poco prima dell’invasione. In passato Israele ha accettato il cessate il fuoco solo formalmente, mai realmente, incluso il cessate il fuoco del luglio 2008, rispettato da Hamas (Israele stesso riconosce che Hamas non ha lanciato neanche un razzo) ma non da Israele, che lo ruppe con un attacco diretto il 4 novembre. Un’alternativa più ampia avrebbe potuto essere, per Israele, quella di fermare le attività criminali sostenute dagli Americani nei territori occupati, sia a Gaza sia nella West Bank, come lo strangolamento economico quasi totale di Gaza dal gennaio 2006. È importante sottolineare che, anche quando George Mitchell è stato nominato inviato speciale di Obama, questi fatti così palesi sono stati occultati. È un caso, abbastanza impressionante, di realizzazione del Doctrinal Systeme dei suoi operatori. Il maggior successo di Mitchell è stato, dopotutto, quello di fare da mediatore per un accordo di pace in Irlanda del Nord. Gli Inglesi acconsentirono a cessare la propria violenta risposta al terrorismo dell’IRA, e ad ascoltare le legittime rimostranze che erano alla sua radice. La spirale di violenza fu interrotta. Vi furono progressi nel campo dei diritti civili ed umani in Irlanda del Nord, ed il terrorismo dell’IRA ebbe fine. L’analogia con la situazione israelo-palestinese è così netta, che è necessaria una vera disciplina, da parte dei media e delle classi istruite, per riuscire a non vederla.

La risposta ufficiale negli Stati Uniti

A. K. Al contrario, le dichiarazioni ufficiali dei rappresentanti politici statunitensi non sembrano cambiare per niente. Se dovessimo stare a sentire quello che dicono i politici a Washington, penseremmo che è sempre colpa dei soli Palestinesi. I Palestinesi devono essere biasimati per tutto il sangue versato e per le ostilità, adesso e nel decennio scorso, dal 1948 e anche prima. Nei fatti recenti di Gaza, ad esempio, notiamo che il fatto che la proporzione delle vittime fosse cento o mille Palestinesi per un Israeliano non sembra turbare affatto le loro coscienze. Che Gaza sia stata ridotta ad un ghetto largamente impoverito, bloccato negli accessi e nelle uscite, praticamente senza alcuna difesa, non sembra disturbarli per nulla. Così è stata approvata al Congresso degli Stati Uniti la perversa risoluzione che condanna Hamas per l’attacco Israeliano, con un risultato di 390 voti favorevoli, 5 contrari e 22 astenuti alla Camera, e con voce unanime al Senato.  Di fatto, anche se si tratta di un dissenso limitato, quello nei media Israeliani è più ampio di quello al Congresso degli Stati Uniti. Ma il fatto veramente notevole è che quando i funzionari di Stato sono fuori servizio possono dire la verità, o qualcosa che si avvicina ad essa – come nel caso del discorso dell’ex presidente Carter. Quali sono le ragioni di questa grottesca distanza tra i funzionari e l’opinione pubblica negli Stati Uniti? Lo stesso squilibrio si riscontra su molti temi, ma sul conflitto israelo-palestinese è estremo.

N. C. È anche peggio notare che in Europa non accada nulla di diverso. Le dichiarazioni dei funzionari europei spesso sono pessime come quelle del Congresso. Sono d’accordo su Carter, ma lui è solo, e duramente criticato nel circuito che conta. Ne è una prova il fatto per punirlo del suo crimine d’onestà è stato di fatto escluso dalla convention dei Democratici nell’agosto del 2008. Ciò non è per niente usuale, anzi, è senza precedenti per un ex presidente. Inoltre la distanza di cui parli è al tempo stesso molto reale e non molto diversa dalla norma; su una serie di importanti questioni l’opinione pubblica ed i funzionari sono fortemente distanti. Questa constatazione è entrata a far parte anche del dibattito nelle scienze politiche mainstream (vedi, per esempio, Benjamin Page, The foreign Policy Disconetted; lo stesso vale
per le politiche interne). Questa è una delle ragioni per cui i dirigenti dei partiti progettano delle campagne di marketing, chiamate “elezioni”, in modo tale da evitare gran parte dei problemi e concentrarsi sulle personalità, sul linguaggio del corpo ed altre sciocchezze di questo tipo. La popolazione in generale vuole che vengano discussi dei temi, mostrati dei sondaggi. Ma anche qui ritroviamo la nota distanza tra risposta pubblica e politica.

Considera per esempio l’invasione dell’Iraq. C’è stata una sostanziale opposizione pubblica, ma virtualmente nessuna opposizione di principio da parte della classe politica e dei media. Ad esempio, Obama è lodato da coloro che si oppongono al conflitto per aver preso una posizione di principio. Questo è falso, ed è un’immagine rivelatrice del conformismo prevalente nel potere, anche fra i dissidenti. Obama considera la guerra come un «errore strategico». Si sarebbe potuto leggere qualcosa di simile sulla Pravda, quando la Russia invase l’Afghanistan. I generali nazisti dissero la medesima cosa della guerra a due fronti di Hitler, dopo Stalingrado. Non vi è niente che sia “di principio” in questa posizione. È completamente senza principi.

L’autentica opposizione comincia quando applichiamo a noi stessi i criteri che applichiamo agli altri. Pertanto si sarebbe dovuto condannare la guerra come un crimine; infatti, dal Tribunale di Norimberga, essa è definita come «il crimine internazionale supremo», che compendia tutto il male che ne segue. Buona parte dell’opinione pubblica ha espresso questa posizione, ma essa è stata e rimane inesprimibile nei media e nei corridoi del potere. Lo stesso è vero per la guerra in Vietnam. Alla fine del conflitto, il 70% dell’opinione pubblica la considerò “fondamentalmente sbagliata ed immorale” e non “un errore”. Attraverso i media ed i quotidiani, la critica più avanzata fu che gli Stati Uniti avevano iniziato con “sacrifici patiti a fin di bene” ma che questi si erano trasformati in un “disastro” costato troppo a tutti noi, e che eravamo stati oltretutto incapaci di realizzare i nostri lodevoli scopi (stando alle parole di Antony Lewis del New York Times, il critico più estremista all’interno del circuito principale di opinionisti). Questo è il più diffuso genere di dissenso e di critica verso i crimini di stato che non vengono compiuti ad un prezzo accettabile. Assomigliano al tipo di critica rivolta all’attacco israeliano a Gaza dai commentatori interni al circuito mainstream dei media; una critica che sostiene che l’attacco è pienamente giustificato, ma “sproporzionato” e con scarsi vantaggi per Israele. Vi sono molti altri esempi. Di fatto, questa è la norma. È un principio fondamentale del sistema ideologico, il non poter applicare a noi gli stessi standard che applichiamo giustamente al nemico. Al di là dei fatti, i nostri leader appaiono benevoli negli intenti, mentre i loro nemici vengono descritti come malvagi e meritevoli di essere duramente puniti. I nostri leader possono incappare in “errori strategici” e vi possono essere tra loro alcuni cattivi elementi (come i torturatori di Abu Ghraib in Iraq, o i soldati di May Lai in Vietnam). Ma la nostra fondamentale benevolenza rimane intoccabile e la leadership è immune. Siamo all’opposto dell’atteggiamento assunto dopo la seconda guerra mondiale dal Tribunale di Norimberga, che non processò tanto le guardie delle SS, che effettivamente gettarono le persone nelle camere a Gas, quanto i loro comandanti, accusandoli del crimine di “guerra  preventiva”. L’élite intellettuale dell’Occidente a volte raggiunge livelli che ricordano, letteralmente, la Corea del Nord, nella sua commistione di potere statale e indottrinamento. Allo stesso modo, negli anni di Clinton, la politica estera degli Stati Uniti fu lodata dall’élite di intellettuali americani ed europei per essere entrata in una “fase nobile”, “santamente illuminata”, in un “Nuovo Mondo di ideali, volto a salvare l’umanità”, animato dal “solo altruismo”, per la prima volta nella storia in difesa dei “principi e dei valori” e ancora e ancora…uno dei periodi più imbarazzanti della storia degli intellettuali occidentali. La lode ad Israele raggiunge a volte un simile livello di retorica. Ma l’opinione pubblica è spesso molto più sobria e ragionevole. Tuttavia, sono d’accordo sul fatto che il caso Usa-Israele vada oltre la norma, anche se penso che si collochi all’interno del «nostro conformismo e servilismo verso chi comanda», per prendere a prestito la descrizione degli intellettuali occidentali di Hans Morgenthau, il fondatore di una teoria“realistica” delle relazioni internazionali. Prima della massiccia vittoria di Israele nel 1967, Israele stesso era pressoché ignorato dall’opinione intellettuale, in accordo con la posizione soft degli Stati Uniti, privo di particolari sostegni. Ma dopo il trionfo delle armi di Israele, tutto è cambiato. Israele ha fornito un grande servizio al potere statunitense distruggendo il centro secolare del nazionalismo arabo (rappresentato dall’Egitto di Nasser) e proteggendo l’Islamismo radicale dell’Arabia Saudita, il principale alleato degli Stati Uniti. Questa operazione ha definito i rapporti Usa-Israele nella loro forma attuale. Il successo nell’uso della forza di Israele ha riscosso ampi consensi da parte della classe colta, con un ampio impatto, ancora oggi attivo, di segnalazioni e commenti. Le ragioni erano in parte interne. È importante ricordare che, all’epoca, gli Stati Uniti avevano fallito nel reprimere la resistenza vietnamita. L’umore che attraversava gli intellettuali liberali fu colto con esattezza dall’eminente storico Arthur Schlesinger, il quale scrisse che la violenza degli Stati Uniti probabilmente non avrebbe avuto successo, ma se lo avesse avuto «avremmo dovuto ringraziare la saggezza e la leadership del governo israeliano». Israele va di pari passo, e mostra come trattare appropriatamente le insorgenze del Terzo Mondo; si è scherzato sul fatto che avremmo dovuto mandare Moshe Dayan ad aiutare in nostri militari in Vietnam. Per di più Israele è stato in grado di conservare un’aura di profondo umanitarismo agitando i valori più alti, “sparando e piangendo”, come si dice oggi, nell’autodifesa da un nemico implacabile, votato alla sua distruzione. La combinazione di umanitarismo ed esercizio della violenza è irresistibile per la cultura intellettuale dominante. E molti avvenimenti hanno rafforzato quest’immaginario.

Tutto questo va al di là dei potenti fattori e delle strategie economico-finanziarie che sottendono le relazioni Usa-Israele, come dei legami culturali molto profondi che esistono fra i due paesi, inclusa la rispettiva esperienza storica, fondata com’è sul mito e sull’immaginario. Gli Stati Uniti, dopotutto, sono l’unico paese che si è costituito come un “impero nascente”: una razza superiore ha rimosso il flagello dei nativi, che non avevano alcun legittimo diritto di stare qui, e ha portato la civilizzazione e lo sviluppo in una terra selvaggia. Dopo la liberazione dagli Inglesi, il padre della patria George Washington dichiarò che «la graduale estensione dei nostri insediamenti causerà, sicuramente, il ritiro dei selvaggi, come dei lupi, che sono entrambi bestie da scacciare, per quanto differiscano nella forma». La mitologia e la retorica del regno di Israele, e certamente la sua pratica, toccano una corda molto familiare; che puntualmente riscuote lo stesso successo. È anche importante ricordarsi che il Sionismo Cristiano precedette il Sionismo Ebraico e che entrambi i movimenti, erano animati da una sorta di provvidenzialismo messianico: Dio ha un disegno per il mondo e noi, i prescelti, siamo gli agenti della sua divina missione. La controparte è definita da fattori secolari. Non sorprende che la componente numericamente dominante della “Lobby Israeliana” in larga misura consista di Cristiani evangelici; profondamente antisemiti ma forti sostenitori dell’espansione israeliana e della violenza come agente della volontà divina. Ciò ha avuto particolare significato negli ultimi trent’anni, quando i manager dei partiti hanno preso coscienza che potevano conquistare una larga fetta di elettorato se avessero presentato i propri candidati come “persone di fede”. Fattori come questi non dovrebbero assolutamente essere ignorati.

Il contesto più ampio

A. K. Leggendo o ascoltando le cronache giornaliere delle atrocità a Gaza, focalizziamo naturalmente la nostra attenzione sugli eventi in sé. Ci concentriamo sull’immediato e ignoriamo largamente il contesto più ampio. Nello specifico, ignoriamo il ruolo che lo Stato d’Israele ha giocato a sostegno degli interessi americani ed occidentali. Questo è forse inevitabile, vista la portata della catastrofe che si sta abbattendo sui Palestinesi in questo momento. Ma facendo un passo indietro rispetto agli eventi, come collochi il recente attacco a Gaza nel contesto più ampio che si è determinato in molti decenni? E, guardando anche avanti, quali saranno i probabili sviluppi che potrebbero ridefinire il ruolo di Israele nell’alleanza occidentale guidata dagli USA, magari separandoli e consentendo, o imponendo, una diversa relazione tra
Israele ed i suoi vicini?

N.C. Non è necessario ricordare in questa sede l’evoluzione dei rapporti tra Stati Uniti ed Israele. Giusto per citare l’essenziale, dal 1967 la relazione si è conformata sul riconoscimento da pare dell’intelligence statunitense, quasi cinquant’anni fa, che un “corollario logico” dell’opposizione americana al nazionalismo arabo “radicale” (leggi, indipendente) è il ricorso ad Israele come base per il dominio della regione e delle sue incomparabili risorse energetiche. Era chiaramente sottinteso che ciò avrebbe escluso la “via araba”. Ma questo aspetto fu ritenuto insignificante. Al tempo stesso il Consiglio di Sicurezza Nazionale, il principale organo decisionale, dette una chiara risposta alla domanda di Eisenhower sul perché vi fosse una “campagna d’odio” contro di noi tra la popolazione [araba N. d. T.], e non tra i leader. La ragione, essi spiegarono, è che nel mondo arabo vi è la percezione che gli Stati Uniti blocchino la democrazia e lo sviluppo e sostengano la tirannia, così da ottenere il controllo delle risorse petrolifere. Il Consiglio di Sicurezza Nazionale osservò che tale visione era esatta, e si doveva proseguire su questa rotta. È compito delle dittature alleate mantenere il controllo dea “via”. Ciò accadeva molto prima che il supporto degli Stati Uniti ad Israele fosse assunto come una questione rilevante. Questi rimangono tuttora i principi guida. Ormai Israele è virtualmente una sede militare estera degli Stati Uniti ed un centro di intelligence. Questo è stato dimostrato drammaticamente il 31 dicembre, proprio al culmine del feroce attacco a Gaza, da un annuncio del Pentagono, il quale dichiarava che gli Stati Uniti avevano commissionato ad un importante armatore tedesco il trasporto di una grossa partita di armamenti ad Israele (la nave fu bloccata dal governo greco, si dovettero trovare altri modi). L’annuncio passò senza che fosse ufficialmente riportato dalle autorità, cosi come i media non diedero alcuna notizia del fatto che Israele beneficiava di armi americane, in violazione delle leggi degli Stati Uniti. I pochi che indagarono furono informati del fatto che le armi non erano state fornite per l’attacco israeliano a Gaza, ma erano state pre-posizionate per usi militari statunitensi, cioè per aggressione – di routine chiamata “difesa” e connessa alla “stabilità”. Israele è anche un centro importante per l’alta tecnologica, come è dimostrato dal crescente investimento di capitali in Israele da parte delle più grandi aziende americane produttrici di tecnologia: Intel, Microsoft, etc. Nell’industria militare, le relazioni sono così intime che una delle principali industrie militari israeliane, la Rafael, progetta di spostare la maggior parte del proprio sviluppo e delle operazioni manifatturiere negli Stati Uniti, per rendere più efficaci le armi fornite all’IDF. E Israele fornisce molti altri servizi al potere statale e industriale. Di contro i Palestinesi non offrono niente ai centri di potere statunitensi. Essi sono deboli, impoveriti e senza difese. Di conseguenza, non hanno ragioni, secondo i più elementari principi politici. Anzi hanno ragioni negative, dal momento che si collocano all’interno della “via Araba”. Rafforzare il potere israeliano a spese dei Palestinesi acquista perciò un senso. Lo scopo primario dell’attacco a Gaza era quello di mettere a tacere qualunque opposizione palestinese all’acquisizione israeliana, sostenuta dagli Stati Uniti, di qualsiasi cosa abbia valore all’interno della West Bank, minando così la prospettiva praticabile dell’insediamento di due Stati, in accordo con il consenso internazionale; possibilità che gli USA e Israele hanno impedito per oltre 30 anni, nell’isolamento internazionale, e che tuttora bloccano – fatti che vengono anch’essi scrupolosamente nascosti all’opinione pubblica e sono pressoché ignoti alla classe colta, a parte rare eccezioni. L’opposizione nella West Bank è stata in gran parte controllata dalla violenza israeliana, adesso anche con il sostegno delle forze collaborazioniste palestinesi, addestrate ed armate dagli Stati Uniti e dai dittatori loro amici: è notevole che Obama, nelle sue poche dichiarazioni sul conflitto, abbia sottolineato il ruolo costruttivo della Giordania nell’addestramento di queste forze. Ma Gaza, l’altra parte di ciò che rimane della Palestina, non è ancora stata sottomessa. In tale contesto, la distruzione di Gaza e l’annichilimento di tutte le sue istituzioni sociali e culturali ha un preciso significato strategico. E ha senso anche per gli insediamenti e i progetti israeliani sostenuti dagli Stati Uniti avanzare in Cisgiordania mentre l’attenzione è sviata dalla distruzione di Gaza.

Ma vi sono spinte contrarie. Queste azioni poggiano sulla disponibilità dell’Occidente a sostenerle, e anche sulla complicità dei leader arabi. E tutto questo dipenderà a sua volta da quanto le popolazioni accetteranno passivamente di contribuire alla violenza criminale, alla repressione e all’espansione illegale. Su questo problema, come hai detto prima, gli umori stanno cambiando e potrebbero cambiare al punto da condurre gli Stati Uniti a conformarsi al travolgente appello internazionale, potrebbe indurre l’Unione Europea a prendere una posizione di maggior indipendenza dal potere statunitense. Qualcosa di simile potrebbe accadere, in qualche modo, nel mondo arabo. I Palestinesi hanno mostrato un coraggio ed una resistenza sorprendenti, ma essi, da soli, non possono competere con il potere sovrastante degli Stati Uniti, tollerato e sostenuto dall’Unione Europea e dalle dittature arabe.

La visione a lungo periodo.

A. K. È collegata alla domanda precedente, ma distante dalla geopolitica mondiale e più vicina a come la società israeliana vede se stessa, la questione se essa in futuro voglia vivere in pace con i suoi vicini. Ci sono commentatori ben informati che danno una fosca lettura della storia di Israele, non a causa delle sue azioni del passato, ma per come esso proietta se stessa oggi e nel futuro – una società che resterà un avamposto dell’Occidente contro un Oriente in espansione – per via del suo feroce rifiuto di rendersi conto che i suoi interessi, come sembra, sono stati fondati sulla distruzione della società palestinese, sull’antagonismo verso i propri vicini. Questa è una lettura che potrebbe venire da destra, poiché riflette la visione di un inevitabile “scontro di civiltà”, così come sostengono personaggi del tipo di Samuel Huntington. E può venire anche da sinistra l’idea che non vi sia compromesso possibile, che questa è la “logica del potere coloniale”. Questo è il titolo di un recente saggio di Nir Rosen, che commenta gli eventi di Gaza. Rosen è un giornalista intelligente ed molto informato sulla situazione in Medio Oriente. Secondo lui, a meno che non vi sia una trasformazione – che Israele e la sua stragrande maggioranza rifiuterebbero – Israele ed i Palestinesi non possono coesistere nella Palestina storica, uno dei due gruppi nazionali dovrà essere escluso (costretto a ritirarsi od emigrare, o semplicemente eliminato). Una delle due società sarà condannata nel lungo periodo. Ma, certamente, uno scenario del genere non può limitarsi ad Israele e alla Palestina e coinvolgerebbe una regione già profondamente segnata da molti decenni di spargimenti di sangue. C’è niente all’orizzonte che possa smentire questa visione apocalittica?

 

N.C. La descrizione è abbastanza accurata, ma sono scettico sulle sue conclusioni, per ragioni su cui tornerò. Come hai detto, nel 1971 Israele prese una decisione fatidica: il Presidente egiziano Sadat offrì un pieno trattato di pace ad Israele, trattato che non prevedeva niente a favore dei Palestinesi. Mentre egli parlava di un massiccio ritiro, in accordo con la Risoluzione n. 242 delle Nazioni Unite, fu chiaro che la sua prima preoccupazione era il Sinai, come compresero all’epoca gli Stati Uniti ed altri. Se Israele avesse accettato l’offerta di pace di Sadat, la sua sicurezza sarebbe sicuramente stata garantita. Israele valutò la proposte, riconobbe che era una autentica offerta di pace ma la rifiutò, preferendo la via dell’espansione, all’epoca, verso il nord del Sinai, dove erano da poco stati implementati i programmi per cacciare gli abitanti Beduini e costruire insediamenti ebraici ed una città portuale importante: Yamit.Israele fu costretta ad accettare la proposta di Sadat del 1971 a Camp David nel 1978-79, ma solo dopo un grave conflitto che fu quasi un disastro per Israele stesso.
Dal 1971 Israele, con rare eccezioni, ha sempre preferito l’espansione alla sicurezza. Ciò, ovviamente, comporta il ricorso agli Stati Uniti come protettore. Vi sono stati molti esempi di ciò. Uno, tra i più degni di nota, è stata l’invasione israeliana del Libano nel 1982 mirata, visto come fu fortemente nascosta, a mettere fine alle fastidiose iniziative palestinesi per la pace e a permettere ad Israele di realizzare propri insediamenti illegali e i programmi di sviluppo (un altro scopo, non raggiunto, era di istituire un protettorato in Libano). Il pretesto dell’attacco fu quello di proteggere la Galilea dal lancio di razzi dal Libano. Questo è falso, ma è
comunemente accettato negli Stati Uniti, anche da coloro che, come Jimmy Carter, criticano le politiche israeliane: questo è l’unico grande errore del libro di Carter sulla questione israelo-palestinese, ma è stato trascurato dagli attacchi della critica, perché la menzogna è conveniente e comunemente accettata. Il fine della guerra era l’espansione. Difficilmente avrebbe potuto contribuire alla sicurezza.
Non si può dire che la politica abbia fallito. Essa ha largamente raggiunto i fini del Generale Ezer Weizman, comandante dell’Air Force nel 1967 (in seguito presidente d’Israele): contrariamente alla propaganda, Israele non ha mai affrontato alcuna minaccia di distruzione, ma le conquiste l’hanno reso capace di «esistere secondo la dimensione, lo spirito e la qualità, che esso adesso incarna. Abbiamo fatto la Guerra dei Sei giorni per assicurarci una posizione in cui possiamo gestire le nostre vite secondo i nostri desideri, senza pressioni esterne». Le stesse motivazioni valgono per l’espansione nei territori occupati. Essa è illegale, secondo l’ammonizione già una volta indirizzata a Israele dai portavoce dei migliori avvocati governativi, ma ciò non costituisce un problema: essa migliora la «dimensione, lo spirito, la qualità» dello Stato. I Palestinesi vengono sistematicamente distrutti, ma gli Stati vicini fingono una qualche minaccia alla sicurezza, e infatti i rapporti sono andati lentamente a migliorare. Con il protettorato USA, Israele può raggiungere la stessa conclusione dell’amministrazione di Eisenhower di 50 anni fa: la “via Araba” non è un problema, finché la popolazione può essere controllata con la forza.
Si tende a sottostimare l’efficacia della violenza. Molto spesso funziona. La storia degli Stati Uniti ne è un chiaro esempio. Le colonie divennero un impero territoriale attraverso la violenza, sebbene alcuni dei fondatori lamentarono il destino di «quella sventurata razza di Nativi Americani, che noi abbiamo sterminato senza pietà, con perfida crudeltà», come scriveva John Quincy Adams molto dopo il suo personale contributo a tale crimine. E da allora hanno enormemente espanso il loro potere. Su scala inferiore Israele potrebbe aspirare ad un percorso simile, soprattutto finché la sua azione gode della copertura statunitense.
Il risultato potrebbe non essere così apocalittico, come nelle truci previsioni di Nir Rosen e di altri. Dal 1967, Israele ha condotto piani per impossessarsi di tutto ciò che ha valore nei territori occupati, lasciando i Palestinesi a “vivere come cani”, come si è espresso Moshe Dayan, magari come figure pittoresche che pascolano capre in lontananza, per la vista dei turisti che sfrecciano sulle autostrade di Israele. Questi sono i piani che sono stati attuati finora. Non sono così nascosti, eccetto che al pubblico israeliano, che li sostiene. Contrariamente a molte conclusioni errate, questi piani non dovrebbero porre a Israele un insormontabile “problema demografico”, il perenne problema di troppi non-Ebrei in uno “Stato Democratico ebraico”. I Palestinesi possono essere lasciati a marcire senza che Israele si assuma alcuna responsabilità per essi. Possono chiamare i frammenti di territorio lasciati loro col nome di “Stato”, se vogliono, oppure possono chiamarli “pollo fritto”, come l’ultra destroide Netanyahu suggerì nel 1996, quando entrò in carica, e come presumibilmente sarà di nuovo entro poche settimane. Questa sembra essere la prima indicazione di un governo israeliano che potrebbe tollerare uno stato Palestinese; la prospettiva era stata fortemente rigettata dal Primo Ministro, Shimon Peres, quando stava per lasciare la sua carica nel 1996. Gli abitanti di Gaza possono sopravvivere come «rospi drogati che si rivoltano in una bottiglia», per dirla con l’elegante espressione del capo dello staff di Rafael Eitan. I cittadini arabi di Israele possono essere rimossi, sia con trasferimenti sia dalle modifiche ai confini, secondo le proposte di Avigdor Lieberman, il moldavo a capo di un gruppo ultranazionalista di destra, che secondo i pronostici vincerà le elezioni ed entrerà nella coalizione di governo. La sua proposta fu all’inizio aspramente criticata come razzista, ma è migrata verso il centro ora che il paese ha sbandato verso la destra sciovinista. È propugnata, per esempio, da Tzipi Livni, il capo del Kadima, considerata una colomba nel panorama israeliano.
Per nulla attraente dunque, ma nemmeno apocalittico. E niente affatto improbabile per come si stanno mettendo le cose.
C’è qualche speranza per un futuro migliore? Assolutamente. Otto anni fa, durante i negoziati di Taba, alti ufficiali israeliani e palestinesi arrivarono vicino ad un accordo che raccoglieva un largo consenso internazionale. Nella loro ultima conferenza dissero che in altri pochi giorni avrebbero potuto concludere un accordo, ma le negoziazioni furono prematuramente interrotte dal Primo Ministro israeliano Ehud Barak. Quella settimana a Taba è stata l’unica vera rottura, in più di trent’anni, del rifiuto israelo-statunitense. Le trattative poterono avanzare perché furono tollerate dal Presidente Clinton negli ultimi mesi del suo incarico; di fatto, ebbero luogo nella cornice liberale dei suoi “parametri”. È degno di nota che la famosa Lobby, che di rado sfida il potere israeliano, rimase silenziosa in quella occasione. Molte cose sono accadute da allora, ma i dati fondamentali non sono cambiati così radicalmente da mettere fuori questione un ritorno a quella possibilità. Essa richiede, ancora una volta, la volontà del governo statunitense di permettere una soluzione diplomatica pacifica. E se non c’è, adesso, nessun segnale di ciò, con una giusta pressione interna o esterna agli Stati Uniti potrebbe avvenire. Se si raggiunge un accordo di questo tipo, potrebbe essere un passo avanti per un esito più umano in futuro.

 

La complicità degli stati arabi

A. K. Da non dimenticare è il fatto che Israele non è l’unico soggetto implicato nella devastazione di Gaza. Gli stati arabi, in particolare l’Egitto e l’Arabia Saudita, hanno giocato un ruolo particolarmente centrale nel recente massacro di Gaza. Entrambi sono chiari sul fatto che ad Hamas non può essere permesso di controllare Gaza. Che Hamas sia stata democraticamente eletta nel Gennaio del 2006 non importa nulla, deve essere distrutta, a qualunque costo per la popolazione di Gaza.
Egitto e Arabia Saudita sono componenti cruciali nel sistema di dominio guidato dagli Stati Uniti. È relativamente facile indicare parte di una battaglia per un movimento progressista radicale negli Stati Uniti rispetto ad Israele. I compiti sono chiari: affrontare la lobby Israeliana AIPAC e i molti apologeti degli eccessi israeliani nell’intellighenzia, promuovere il dissenso all’interno della comunità ebraica americana, richiedendo l’ammontare della spesa pubblica per gli enormi pacchetti di aiuti esteri che Israele riceve dagli Usa ecc…Ma a partire da dove cominciamo ad affrontare la connessione Usa-Egitto e quella Usa-Arabia Saudita? Vero, l’Egitto è il destinatario del secondo più ampio pacchetto di aiuti esteri dall’America, aiuti per i quali dovremmo chiedere l’ammontare della spesa, ma non c’è nessuno che voglia parlare di questo nella società americana, prona nel difendere gli eccessi della dittatura egiziana. Nel caso dell’Arabia Saudita, vi sono ancora meno elementi per coinvolgere gli attivisti politici. A quanto pare dobbiamo trattare queste relazioni (Usa-Israele, Usa-Egitto, Usa-Arabia Saudita) simultaneamente, e chiarire in che modo esse dipendono profondamente le une dalle altre. Come possiamo farlo?

N. C. È vero che l’Egitto è il secondo più grande beneficiario di aiuti dagli Stati Uniti, ma lo è grazie alla sua volontà di sostenere, o perlomeno tacere, sulle politiche israelo-statunitensi e sulle politiche regionali americane in generale. Se gli Stati Uniti prendessero posizione per permettere un accordo di pace fra Israele e Palestina, il bisogno di sostenere la dittatura egiziana cesserebbe e l’opposizione potrebbe facilmente essere organizzata. L’Arabia Saudita è un problema differente. È il più antico ed il più valido alleato degli Stati Uniti nella regione, per ovvi motivi: là si trova la maggior parte del petrolio. Come l’Egitto, l’Arabia Saudita partecipò tanto tempo fa alla proposta internazionale che gli Usa ed Israele hanno bloccato. Il “piano Saudita”, adottato dalla Lega Araba, va anche oltre il convenuto, col suo appello alla piena normalizzazione delle relazioni con Israele. È significativo che il Presidente Obama, nei suoi primi discorsi di politica estera, abbia lodato il piano mentre escludeva deliberatamente la sua parte centrale: l’insediamento di due Stati. Su queste questioni Obama è, in ultima istanza, un estremista come Bush, ma può anche cambiare, se gli Stati Uniti si adeguano al resto del mondo; il rapporto con l’Arabia Saudita potrebbe configurarsi in modo differente.
Questo non è tutto, certo, le politiche sul petrolio sono un discorso a parte, anche se certamente correlato. Ma io penso che il campo verrebbe molto sgomberato, se gli USA abbandonassero la loro posizione di rifiuto.

 

Tornando all’immediato

A.
K. 
Adesso c’è una sorta di “cessate il fuoco”. È un sollievo molto precario. Ha fermato la carneficina, ma ha fatto divenire la situazione dei Palestinesi un po’ meno disperata? Sì, dopo quanto è accaduto nelle scorse settimane a Gaza la pace con Israele sembra più lontana che mai. Israele può anche non aver raggiunto tutti i suoi scopi a Gaza, e alcuni commentatori di sinistra affermano anche che “Israele è stata sconfitta” o che “la guerra a Gaza è stato un altro contraccolpo per Israele” – a parte le iperboli, sarà forse così in una prospettiva storica a lungo termine. Ma, nell’immediato, per i prossimi anni, Israele può continuare a vivere con un conflitto irrisolto di gran lunga più dei Palestinesi. La società israeliana continua a funzionare ragionevolmente bene, nei limiti del suo antagonismo coi Palestinesi e agli altri Arabi attorno ad essi; la sua economia è ancora in piena corsa, e per niente condizionata dalla guerra a Gaza. In più, forse, un continuo conflitto irrisolto è esattamente ciò che i leader israeliani vogliono. Di contro, la società palestinese è più frammentata che mai, la sua economia largamente distrutta, e la sua crescita dipende dagli aiuti esterni. Ovviamente la lotta per cambiare le condizioni circostanti sarà lunga ma, nell’immediato, dove dobbiamo concentrare i nostri sforzi negli Stati Uniti e nell’Occidente più in generale? Cosa possiamo fare in particolare, per garantire ai Palestinesi un sostegno ad ampio raggio, ed aiutarli a sopravvivere in vista di giorni migliori?

N. C. Hai ragione nel dire “una specie” [di cessate il fuoco, N. d. T.]. Hamas ha proclamato il “cessate il fuoco” ma Israele lo ha immediatamente respinto. Insiste che nessun “cessate il fuoco” può essere realizzato senza il ritorno del soldato catturato, Gilad Shalit. È il nome di una famiglia importante in Occidente, non come i fratelli Muhammar, i due civili di Gaza rapiti durante un raid dell’esercito israeliano, un giorno prima della cattura di Shalit. Senza dubbio, il rapimento di civili è un crimine molto più grave della cattura di un soldato appartenente ad un esercito offensivo, ma in Occidente esiste solo Shalit e, di certo, non vi è attenzione riguardo a pratiche che durano da decenni in Israele, come il rapimento in Libano o in alto mare di civili, mandati nelle prigioni israeliane, a volte in prigioni segrete, a volte tenuti in ostaggio per anni. Ma grazie al razzismo profondamente radicato e alla mentalità imperialista, la pretesa israeliana che non possa esservi un “cessate il fuoco” senza il rilascio di Shalit appare ragionevole.
Questo è solo l’inizio, comunque. Il Financial Times di Londra riporta che «la ricostruzione di case e la riparazione delle infrastrutture distrutte di Gaza dipenderà dalla volontà di Israele di far entrare cemento, mattoni e macchinari». Israele è irremovibile sul fatto che non sarà permesso l’ingresso di tali forniture, nel prossimo futuro, perché teme che una veloce ricostruzione della Striscia distrutta dalla guerra favorirebbe Hamas e rilancerebbe la sua legittimità. Questa forma di barbarie è altresì considerata naturale dall’élite Occidentale, che ha disprezzo per la democrazia a meno che dalle urne non venga fuori “la giusta via”. Quindi Israele può continuare il suo assedio brutale, rifiutando il “cessate il fuoco”. Un assedio, certamente, è un atto di guerra.
Sono anche d’accordo sul fatto che Israele «può continuare a vivere con un conflitto irrisolto». Infatti, un principio guida della dottrina sionista di gran lunga anteriore alla creazione dello Stato d’Israele, e vigente tuttora, è stato quello di ritardare la diplomazia, mentre si procede col «fatto compiuto» per determinare i confini di eventuali insediamenti. Questo è esattamente ciò che sta succedendo.
Oltre che rifornire i Palestinesi con qualunque aiuto abbiamo, il centro dell’azione dovrebbe essere negli Stati Uniti. Qual è la tattica appropriata? Coloro che hanno a cuore il destino dei Palestinesi sceglieranno le tattiche più efficaci – efficaci soprattutto nel far pressione sul governo statunitense, perché abbandoni la sua posizione di rifiuto, in modo che le attività diplomatiche possano avanzare e Israele si ritiri per negoziare i confini.

Traduzione a cura di Alessio Razzolini e Maria Vittoria Tirinato

note

1. http://people-press.org/ [N. d. T.]

2. Il “doctrinal system” è definito da Chomsky come «la cooperazione tra il goverpreno, i media e I vertici dell’accademia nella comunicazione con le masse. “Non è coercitivo, non è una cospirazione; è naturale per le elite collaborare e condividere gli stessi obiettivi e interessi…per proteggere il proprio potere”»,. La citazione è tratta dall’articolo Great Thinkers. Chomsky Speaks Against The Doctrinal System, cfr.
http://media.www.bcheights.com/media/storage/paper144/news/2009/02/26/Marketplace/Great.Thinkers.Chomsky.Speaks.Against.
The.Doctrinal.System-3650054.shtml ews/2009/02/26/Marketplace/ -3650054
. [n. d. T.]