Due libri sull’università

Pierluigi Pellini, La riforma Moratti non esiste
Il Saggiatore, Milano 2006, pp. 96, € 7. 


Gigi Roggero, Intelligenze fuggitive. Movimenti contro l’università azienda
manifestolibri, Roma 2005, pp. 144, € 14.
 
 

Il pamphlet di Pierluigi Pellini La riforma Moratti non esiste rappresenta forse la punta più avanzata di una riflessione riformista all’interno dell’università da parte di un giovane e coraggioso docente, e ci dice fin dove può arrivare la resistenza del corpo accademico (nella sua parte migliore) ai piani di smantellamento dell’istituzione pubblica che sono sotto gli occhi di chi vuol vedere.  Il centro del libro è costituito da una corrosiva e divertente critica alla “Riforma Moratti” che, inserendosi nella linea Zecchino-Berlinguer, “non cambia (quasi) niente”, a parte la legittimazione dei “ricercatori aziendali”, il rifiuto di istituire la terza fascia della docenza, il raddoppiamento delle 60 ore di docenza obbligatoria a 120, peggioramenti e confusione nel sistema concorsuale (non così poco in realtà…). Lo scempio simbolico, scrive Pellini, è stato accompagnato da uno scempio reale “scritto in finanziaria, e non da quest’anno.” (p. 31); insieme, non meno desolante, alla rumorosa ma in realtà modesta opposizione di rettori, presidi, ordinari e associati; e soprattutto dei ricercatori, insieme ai precari coloro che tengono in piedi gran parte dei corsi, “che rinunciando alle supplenze (altra minaccia virtuale, declassata dai fatti a pura gag) avrebbero potuto bloccare l’università. A costo zero, senza rischi: è un loro diritto; finché vige l’attuale stato giuridico, nessuno li può obbligare a tenere corsi. E invece non l’hanno fatto, e non lo faranno […] soprattutto perché non hanno fiducia nella possibilità di cambiare un sistema di potere gestito dai soli ordinari. E allora perché esporsi, perché inimicarsi i potenti?” (p. 30)
Pellini racconta dell’incredibile mutamento subito dalla bozza iniziale della “riforma”: un provvedimento di destra che mirava a smantellare l’università pubblica. Il decreto approvato è un clamoroso passo indietro rispetto al progetto originario. Aumenta solo la confusione. La unificazione delle varie forme di precariato è cancellata dal maxi-emendamento. La spinta delle corporazioni e dei poteri universitari ha avuto la meglio, in particolare su quei provvedimenti che riguardavano il fuori ruolo e l’età pensionabile. La messa a esaurimento del ruolo dei ricercatori, inizialmente con decorrenza immediata, è spostata al 2013 (ma, non abolendo il DDL Moratti, il nuovo governo conferma di fatto questo provvedimento, e il 2013 non è così lontano…).
Il capitolo centrale del libro è intitolato “Qualche idea per una riforma vera”. L’assenza di processi realmente democratici è esemplificata attraverso il caso di auto-investitura della CRUI, “una privata associazione di privati cittadini: al pari di una bocciofila di paese o di una loggia massonica.” Sulla casualità del secondo esempio sorvolerei, dato che la questione sta nell’abusiva rappresentanza di soggetti (i lavoratori) di fatto esclusi dal processo di governo e riforma dell’università. Ancora più grave il fatto che al “verticismo dirigista” tanto in voga a destra come nel centro-sinistra (Modica docet), si siano opposte spinte corporative dal basso, spiegabili in termini difensivi ma pur sempre incapaci di leggere la totalità del processo.Si parla finalmente dei “precari” dell’università. Pellini dice giustamente che i professionisti che occasionalmente prestano le loro competenze alle università non sono precari: nulla da eccepire.
Ma quando si dice che “un dottorando non è un ricercatore precario, ma uno studente che ha (in alcuni casi almeno) la fortuna di avere una borsa di studio che gli permette di vivere decorosamente e di perfezionare la sua formazione”, e che il fatto di trovarlo spesso ad adempiere funzioni di segretario, di docente supplente, di autista, di esaminatore “è malcostume italico”, allora bisogna dire che la categoria del malcostume spiega poco, che un supplemento di indagine è doveroso, e che la questione non è se chiamarlo o meno precario, ma se di fatto, non sapendolo o non considerandosi tale per la maggior parte delle volte, non lo sia già.
Un primissimo livello di indagine ci dice ad esempio che negli ultimi anni il numero dei dottorandi in Italia è aumentato in maniera notevole. Chi scrive è un dottorando appartenente alla categoria protetta: nessuna corvée, mai avuto a che fare con uno studente. Eppure basta volgere solo di poco lo sguardo verso i dipartimenti scientifici, tanto per fare un esempio, e vedere come viva in una delle ‘università modello’ (Siena, ma si potrebbe parlare di qualsiasi altra) un dottorando di Farmacia che dal lunedì al venerdì si occupa della ricerca, non finanziata dal privato (figurarsi!, non è questo il modo in cui il privato entra nel pubblico, l’aziendalizzazione è una cosa più complessa), ma indirizzata all’attività produttiva immediata. Se non vogliamo chiamarlo lavoro precario ma ricerca disinteressata o formazione benissimo, ma allora non parliamone più. Non è ovviamente il caso di Pellini, che qualche pagina dopo si scaglia contro la moltiplicazione incontrollata di posti di dottorato con e soprattutto senza borsa. Per le figure universalmente riconosciute come precarie, gli assegnisti, i borsisti, i docenti a contratto (ma le tipologie sono una quindicina!), Pellini immagina una semplificazione accompagnata da un aumento di salari (esistono contratti per docenze annuali di 30 ore, pagate 1000 euro!) e di diritti (“precariato accettabile”, ma sarebbe meglio non teorizzare questo monstrum). Giuste rivendicazioni che ogni sindacato decente dovrebbe sostenere. Nelle proposte di Pellini, alla fine del periodo di prova un’ulteriore selezione dovrebbe portare una parte dei ricercatori ad un impegno a tempo indeterminato nelle università, il resto ad un impiego nell’amministrazione pubblica, preferibilmente nella scuola. Ma non, come si dice nel libro, perché un assegnista ne saprà comunque più di un diplomato SSIS! Il corporativismo dei sindacati della scuola esiste, ma non si può semplificare così il problema dell’insegnamento nella scuola parlando di “qualche attempato precario”, e idee come quelle sopra esposte ce le saremmo aspettate da uno di quei baroni tanto giustamente criticati.
Il passaggio successivo riguarda i concorsi, ed è particolarmente importante se si pensa che il “reclutamento straordinario” del quale si parlava all’inizio desta sospetti anche per la poca chiarezza dei criteri di selezione e delle modalità concorsuali.
I cosiddetti “concorsi locali” introdotti nella seconda metà degli anni ’90, non sono mai stati concorsi locali: “Sono stati e continuano ad essere un ibrido mostruoso […] coniugano i peggiori difetti del localismo più anarchico con quelli del controllo baronale esercitato dalle cordate nazionali” (p. 63), magari sotto forma di società di settore, con le varie correnti al loro interno. Peraltro quel minimo di imponderabilità che restava per i concorsi da ordinario e associato era assolutamente assente in quelli da ricercatore, vinti puntualmente dal candidato locale (con o senza merito). Oggi, per l’autonomia, nessuna università può essere costretta, dal ministero o da chicchessia, ad assumere un vincitore di concorso, se non è di suo gradimento.
D’ora in poi tutti i membri delle commissioni concorsuali saranno sorteggiati. Nei settori controllati da baronie efficienti, nella lista elettiva non comparirà alcun nome scomodo. “Che poi si possa chiamare nazionale un concorso che si svolgerà presso una singola università, e non presso il ministero (questo prevede la legge Moratti), è alquanto dubbio.” (p. 59) Al che, del concorso nazionale, si aggiungerà la burocratica lentezza. Su questo le controproposte del centrosinistra appaiono sterili: “Il Senatore [Modica, sempre lui] subordina l’introduzione del suo sistema favorito (lista aperta e chiamata locale) alla nascita di una agenzia di valutazione (a ognuno il suo dadà), i cui oracoli dovrebbero scongiurare le derive localistiche. Perché se un’università assumesse un mediocre sarebbe additata a pubblico ludibrio: mah…” (p. 62).
Un altro punto affrontato da Pellini riguarda le carriere tutte interne alla stessa università, un unicum italiano, dei Chierici poco vaganti. I trasferimenti negli ultimi anni sono spariti, giungendo al paradosso per il quale, nonostante la penuria di posti, ai concorsi si presentano pochissimi aspiranti vista l’impossibilità di superare il candidato locale.
Si riflette poi sulla valutazione, sia dei docenti strutturati che dei giovani ricercatori in sede di concorsi: gli organismi nazionali di valutazione sono dei carrozzoni soggetti
inevitabilmente a pressioni di ogni tipo: “I liberisti italiani, forzaitalioti o diessini che siano, sono proprio strani: tutto si inventano in nome dell’efficienza produttiva, e preferibilmente macchine burocratiche costose e ingestibili. Tutto, tranne l’appello al libero mercato e alla libera opinione pubblica. Non sarebbe così difficile sapere quali sono le università buone, quali le università mediocri […] Gli studenti sanno dove è preferibile iscriversi.” (p. 74)
Quanto alla valutazione della ricerca, scrive Pellini, difficile dare credito, almeno per le materie umanistiche, a criteri di “referees” o di “citation index”: veramente significativo, negli studi umanistici, potrebbe essere un “citation index” del 2090!
Per i concorsi il discorso è ancora più radicale: “Un grecista è perfettamente in grado di giudicare il valore di un latinista, e anche di un italianista e perfino di un filosofo.” Lo stesso vale per gli scienziati. “Il reclutamento dei professori deve essere affidato ai dipartimenti e/o alle facoltà. Così si svolge un vero concorso locale […] Un’intera facoltà deve poter valutare le qualità didattiche, scientifiche e umane dei candidati. Anche umane: perché solo in Italia diventano professori universitari personaggi cronicamente affetti da turbe psichiche e disturbi comportamentali.”
Pellini sa che avventurarsi in discorsi tecnici sulle tipologie concorsuali non è la soluzione. Eppure le sue proposte sono supportate da buon senso e toccano seriamente alcune basi del privilegio e della scorrettezza eretta a sistema, che presiede lo svolgimento di quasi tutti i concorsi (chi si comporta diversamente non si offenda).
Incredibile quanto viene fuori a proposito dei settori scientifico-disciplinari: “Ebbene, i settori scientifico-disciplinari sono 370 (trecentosettanta). Alcuni contano meno di dieci docenti, tutti compresi: ordinari, associati, ricercatori. Esilarante spezzatino della ricerca, vertiginosa polverizzazione del sapere” (p. 85).
Le conclusioni estendono la riflessione all’ingabbiamento e ad una comunità scientifica nazionale che “assomiglia a un corpo fossilizzato che si autoriproduce e tende alla più piatta conservazione.”
Non convince tanto l’esempio, ma è secondario, per cui questa chiusura ha impedito che le nuove metodologie della critica letteraria, elaborate in America, entrassero in Italia. Conservatorismo e storpiato avanguardismo spesso convivono bene, e le mode critiche, dai Cultural studies ai Gender studies, passando naturalmente per la onnipresente critica tematica fioriscono in ogni ateneo: in realtà siamo americani a modo nostro.
Pellini chiude con un decalogo che si riporta brevemente: abolire i settori scientifico-disciplinari, istituire concorsi veramente locali abolendo le carriere interne; limitare drasticamente e regolare in modo chiaro il precariato di ricercatori e docenti; portare a 65 anni, per tutti, l’età pensionabile, e impegnarsi in un piano ventennale di impiego; stanziare finanziamenti adeguati, garantendo davvero il diritto allo studio (borse di studio nazionali e rilancio dell’edilizia studentesca); riformare la riforma della didattica; abolire tutte le riforme Moratti della scuola e tornare al concorso nazionale (per la scuola); sviluppare i rapporti internazionali, riportare la democrazie nelle università, sensibilizzare la pubblica opinione per una discussione veramente partecipata.
“Il punto di non ritorno” – conclude sconsolato l’autore – “è vicino” (p. 92).
Diverso il ragionamento che sta dietro Intelligenze fuggitive, libro che vorrei discutere come parziale tentativo di rispondere alle questioni poste da Pellini, scritto da Gigi Roggero, giovane dottorando del dipartimento di sociologia e scienza politica dell’Università della Calabria.
Quando Pellini parla della necessità di aumentare i finanziamenti, di riformare la didattica, di regolarizzare il precariato, dice bene. Non dice forse con la sufficiente chiarezza che tutto questo, a meno di non credere alla favola del riformatore illuminato, è frutto di una lotta. Lotta che attraversa l’istituzione, non solo in quanto spinta del nuovo che vuole sostituire il vecchio (e sono sacrosante le sue pagine sulla gerontocrazia dell’università italiana), ma soprattutto in quanto all’interno dell’università si assiste ad un processo di proletarizzazione dei lavoratori (dai ricercatori ai tecnici, dai lavoratori nelle pseudo-cooperative dei servizi al personale delle biblioteche, delle mense, delle case dello studente, dei servizi fotocopie, etc.), che andrebbe in primo luogo riconosciuto. L’attacco al lavoro è in pieno svolgimento. Roggero, pur parlando solo dei precari della ricerca e della didattica, tutto questo lo sa bene.
Lotta dunque, contro l’università azienda (Movimenti contro l’università azienda è il sottotitolo del suo libro) ed insieme critica dei saperi, dei modi avvilenti e dei contenuti insignificanti che il 3+2 ha reso pane quotidiano degli studenti. Le due cose vanno insieme. Colonizzata dalla “cultura d’impresa” l’università pensa se stessa e si riproduce attraverso contenitori vuoti (crediti, moduli, etc.). Contenitori, “perché solo così essi valgono a convogliare contenuti compatibili, e nello stesso tempo a escludere ogni contenuto – o significato, o messaggio – incompatibile con loro” (A. Mazzone, Prefazione a R.Martufi, L.Vasapollo, Comunicazione deviante. L’impero del capitale sulla comunicazione, Mediaprint, Napoli 2000, dove il discorso è in realtà più generale e riguarda l’intera società). I movimenti contro l’università azienda sono in primo luogo forme di opposizione ad un modello educativo che a livello continentale, a partire dagli accordi di Lisbona e dal Bologna Process (siamo alla fine degli anni ’90), ha tentato di stabilire uno spazio europeo della formazione.
Un’intervista all’autore, comparsa sull’ “Ospite ingrato” (I, 2005) col titolo L’ingovernabilità del sapere vivo, contiene, in forme a volte più efficaci e convincenti, le tesi principali del libro insistendo in particolare sullo scardinamento della dialettica pubblico-privato e sulla precarizzazione del lavoro intellettuale¹.
Roggero dà dei numeri che parlano: “All’Università di Milano due corsi su tre (con punte che superano il 90% in alcune facoltà) sono affidati a figure non di ruolo. All’Università di Bologna, a fronte di meno di 3000 docenti strutturati (ossia di prima e seconda fascia e ricercatori), ci sono circa 2500 professori a contratto, 600 assegnisti, 680 borsisti, quasi 1800 dottorandi (che spesso fanno attività didattica). All’università della Calabria gli strutturati sono 627, quasi lo stesso numero dei soli contrattisti (576) e dottorandi (582), meno di esercitatori e tutor (782)” (p. 79).
Il libro si snoda intorno ad una serie di interviste ai principali protagonisti della rete dei ricercatori precari, su una traccia che opportunamente è riportata in appendice. C’è dunque un lavoro di indagine tra i “lavoratori della conoscenza”, ma le interviste che compongono il libro non sono una vera e propria inchiesta. Sono le voci che parlano il discorso dell’autore, senza tacere contraddizioni e limiti del movimento, ma montate con maestria per fare emergere le tesi di fondo.
L’introduzione ci porta immediatamente al centro della questione: “Crollata l’immagine del felice imprenditore di se stesso, si affaccia quella del precario, non solo vittima dell’incertezza di vita e di reddito, ma soprattutto soggetto di desideri e comportamenti irriducibili alle ragioni del mercato e dei riformatori, più o meno illuminati che siano.” (p. 8).
Immediatamente, prevenendo una possibile critica, l’autore scrive: “Questo libro non sostiene affatto che i Knowlwdge workers siano il nuovo soggetto centrale, il segmento avanzato che rimpiazza la classe operaia nella posizione di avanguardia.”
Il problema però non è quello di capire se l’uno rimpiazza l’altro, ma se ci sia oggettivamente una possibilità di ridurre ad unità ciò che è percepito come diverso. Basta assistere ad una qualsiasi riunione della Rete Nazionale dei ricercatori precari, con gli stessi soggetti intervistati dall’autore, per rendersi conto che la strada da fare è ancora tanta.
“Esistono concreti segnali di insorgenza di un sapere vivo consapevole della propria eccedenza rispetto alle possibilità di una sua espropriazione privata…” (p. 11).
Il concetto di “autonomia” che compare nella stessa pagina per diventare uno dei motivi principali del libro, affonda le sue radici nella tradizione operaista italiana, della quale l’autore è studioso, e si esplicita in uno spazio di azione politica, che supera le dimensioni statuali (sulla scorta, per la verità, di affrettate e non troppo attendibili liquidazioni negriane) per situarsi in una dimensione internazionale (che giustamente è indicata come la vera dimensione del conflitto).
Il punto di vista politico che si esprime è volto alla “costruzione di una sfera pubblica alternativa sia allo Stato sia al mercato, esplorando le potenzialità, i problemi e i nodi aperti di quel nuovo principio di realtà incarnato nel movimento globale.” (p. 11).
“Lo scardinamento
della dialettica pubblico-privato” è un processo, scrive Roggero, “attraversato da una dinamica ambivalente. Da una parte, può condurre ad un sistema formativo a tre livelli: poli di eccellenza gestiti dalle grosse imprese private, con generosi finanziamenti pubblici, in cui coltivare le nuove élites; università statali di basso livello, proseguimento neanche troppo qualificato delle scuole superiori […]; un ruolo cerniera svolto da centri di formazione cogestiti dalle aziende e dal terzo settore di alto rango […] Dall’altra parte, ed è questa l’ipotesi che qui interessa, questo processo può aprire la strada ad un nuovo concetto di pubblico…” (pp. 13-14).
L’università azienda è in primo luogo un mostruoso ibrido, un’azienda di servizi nella quale, sotto il nome di formazione permanente, si nascondono quote sempre maggiori di lavoro non pagato.
C’è una compresenza di forme e tempi diversi: convivono rapporti feudali, l’artigianale attività di ricerca, il parataylorismo, la precarizzazione del lavoro post-fordista, il just-in-time dell’organizzazione che dovrebbe sfornare laureati. Il docente è di fatto un datore di lavoro.
Aziendalizzazione, competitività e contrattualizzazione del rapporto tra studente e università, sono i criteri in base ai quali vengono pensati tempi e modi di una didattica esplosa a dismisura, svolta dai soggetti che dovrebbero fare ricerca, e che pongono il problema di una diversa idea di università, né passatista né ovviamente apologetica del presente. “La paura” diceva Michelet “non è una forza rivoluzionaria”; parafrasandolo con Roggero si potrebbe dire che neanche la nostalgia lo è, figuriamoci per l’università pre-riforme. Temo però che a volte, dai discorsi dei ricercatori precari, o da come li legge Roggero, il rifiuto di alcune forme istituzionali sia un partito preso, anche perchè la rigidità di orari e la ripetitività non sono certo caratteristiche attribuibili al lavoro universitario pre-riforme.
Il secondo capitolo è intitolato “Ambivalenza della «periferia accademica»: tra precarizzazione e nuove figure soggettive”. “La «selezione di classe»” – scrive l’autore – “non avviene più a monte (in fase di ingresso all’università), ma a valle, nel guado della carriera universitaria” (p. 36).
L’ “esercito universitario di riserva” è diventato lo strato portante della nuova università, su di esso grava l’enorme carico didattico; il fenomeno ha davvero un valore paradigmatico rispetto ai mutamenti delle forme di lavoro. “E tuttavia, si intravede la posta in palio che le recenti mobilitazioni hanno fatto balenare: la flessibilità imposta si può, in potenza, rovesciare in potere contrattuale, in forza politica, in autonomia di nuovi percorsi formativi. In potenza, appunto”(p. 42).
E ancora: “La precarizzazione è la risposta all’autonomo esercizio della flessibilità; la mancanza di diritti è lo stravolgimento della rivolta contro l’appiattimento del diritto eguale per tutti.”
Fatto sta che “i tempi brevi impediscono strutturalmente la ricerca e la trasmissione di sapere e conoscenze che sono, per loro stessa natura, complessi” (p. 45).
Per Roggero c’è un altro punto importante: esiste un’ “eccedenza della passione”, un furor che spinge le figure della precarietà della ricerca a continuare nel loro lavoro anche quando le condizioni lavorative lo sconsiglierebbero. “Questa eccedenza, come tutte le cose di questo mondo, ha una natura ambivalente. Da una parte fa accettare anche l’inaccettabile […] dall’altra parte, tuttavia, costituisce l’irriducibile spazio di autonomia che, per quanto indispensabile al funzionamento sistemico, rende al contempo l’attività del ricercatore non ricomponibile nelle pretese leggi del mercato e del lavoro.”
“Eccedenza dei saperi e crisi della misurabilità” è il titolo del terzo capitolo: “Qual è la base materiale del mutamento di paradigma cui si fa riferimento in queste pagine? È costituita dalla natura stessa del sapere e dal suo ruolo sempre più centrale nella produzione contemporanea. Secondo Castells, «c’è un rapporto stretto tra i processi sociali di creazione e manipolazione dei simboli (la cultura delle società) e la capacità di produrre ed erogare beni e servizi (le forze produttive). Per la prima volta nella storia la mente umana è una diretta forza produttiva, non soltanto un elemento determinante del sistema produttivo» (Castells 2002, p. 32).” [il riferimento è a M. Castells, La nascita della società in rete, Università Bocconi, Milano].
Mutano rispetto al lavoro fordista, secondo l’autore, le forme in cui si esercitano lo sfruttamento, le gerarchie e i meccanismi di valorizzazione: “è un salto qualitativo, non solo quantitativo.”
Ma l’eccedenza della quale si parlava prima non può, secondo Roggero, essere collocata nella tradizionale dialettica delle forze produttive, ma costituisce il “potenziale scardinamento dei meccanismi della valorizzazione capitalistica. Indica la possibile sottrazione al valore, la materiale diserzione delle sue leggi” (p. 61).
L’imprescindibilità della condivisione delle conoscenze non è, come l’autore stesso precisa, una novità: “gia Marx ci spiegava come il capitalista si appropria della cooperazione operaia senza pagarla.” L’eccedenza dei saperi è allora letta come “una forma particolare dell’eccesso della vita umana (in quanto facoltà biologica/cosciente di attività volontaria) rispetto alla logica capitalistica, che è al centro della categoria marxiana di lavoro vivo” (p. 62).
“Assistiamo a uno scollamento storico tra le potenzialità della cooperazione sociale e la funzionalità dell’organizzazione capitalistica. Dentro questo scollamento vanno ricercate le potenzialità della trasformazione” (p. 63).
Il capitolo successivo ci porta nel cuore delle lotte: si intitola “La mobilitazione”.
Interessante una prima definizione dei terreni delle lotte: “Oggi, forse per la prima volta, la classica dicotomia che ha accompagnato il dibattito tra i collettivi politici universitari degli anni Novanta, divisi tra rivendicazione del diritto allo studio e la pratica della critica dei saperi, può finalmente cessare. L’accesso all’università è stato in buona misura conquistato dai movimenti dal ’68 in avanti: non in modo completo, certo, ma […] non più su quel livello è precipuamente collocato l’imbuto selettivo” (p. 71) [senza tuttavia sottovalutare l’aumento consistente delle tasse universitarie ed il problema degli alloggi!].
Roggero sottolinea la necessità che queste rivendicazioni siano collegate alla discussione dei modelli formativi esistenti. Ed è evidente che un passaggio irrinunciabile consiste nell’unione con gli studenti. Come dice uno degli intervistati, Francesco, dell’università di Pisa, “bisogna capire come quel passaggio che noi avevamo avuto nel movimento studentesco di riuscire a costruire una rete che collegasse la diversa soggettività, riusciamo a costruirlo in quanto soggetto precario.” Questo è il vero nodo politico, per il movimento. In un contesto, per di più, di cosiddetta “crisi della rappresentanza”. Basti pensare alle difficoltà di relazione fra movimenti e sindacati tradizionali, alla fatica di questi ultimi di leggere ed agire nei processi in atto. Ancora una volta ci viene incontro la voce di Francesco, la più lucida tra quelle degli intervistati : “Anche al nostro interno c’è un grosso dibattito, se il primo passaggio debba essere quello di chiedere rappresentanti negli organi istituzionali, oppure (come credo io) se questa non è una priorità. Io penso che innanzi tutto dobbiamo essere in grado di costruire un soggetto molteplice capace di porre le proprie istanze, e poi da qui avere una rappresentanza, perché viceversa si dà corpo agli interessi lobbystici e corporativi che abbiamo visto in tutti i settori […] Dobbiamo esprimere una rappresentanza che sia frutto della conflittualità, e non astratta e slegata dagli interessi concreti” (p. 79).
Tra eccessi telematici, limiti numerici della mobilitazione, incapacità strategiche, tatticismi, questo soggetto esiste: incontra, né più né meno, gli stessi limiti storici dei movimenti politici nazionali ed internazionali.
Il quinto capitolo ha per titolo “Nuove pratiche d’autonomia”. I discorsi vengono situati all’altezza che gli è propria, almeno in “Occidente”, quella del capitalismo “postfordista”. Vale la pena di citare lungamente: “L’attuale scenario è contrassegnato dalla diminuzione della richiesta di lavoro per la produzione di merci materialmente tangibili, a fronte di un aumento di attività che portano a un limite estremo di tensione la misurabilità del tempo di lavoro e il suo ingabbiamento nella logica salariale. Informazione, sapere e linguaggio, su cui si basa la cooperazione produttiva oggi, non sono risorse scarse, il che fa potenzialmente saltare ogni legge dell’economia classica. E tuttavia, non necessariamente questa sovrabbondanza produttiva assume le forme della liberazione. Come scriveva Marx nel Frammento sulle macchine, nel momento in cui il lavoro immediato e la sua quantità scompaiono come principio dominante della produzione, quando «lo sviluppo del capitale fisso mostra fino a quale
grado il sapere sociale generale,knowledge, è diventato forza produttiva immediata, e quindi le condizioni del processo vitale stesso sono passate sotto il controllo del general intellect» (Marx , Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, La Nuova Italia, Firenze 1970, p. 403) allora diventa question de vie et de mort per il capitale continuare a misurare il tempo di lavoro. Va mantenuta la vigenza della legge di valore, laddove essa ha cessato di essere valida” (p. 98).
Quali gli scenari possibili, quali le prospettive politiche? Non certo, per l’autore, quelli dell’angusto stato-nazione. “È soprattutto a partire dalla frontiera che le pratiche di autonomia vanno ricercate […] Ma la frontiera, quindi la possibilità della fuga e della diserzione, non sta solo nell’esistenza di spazi fisici: è un altrove in quanto pratica di sottrazione non necessariamente accompagnata da spostamenti geografici” (pp. 103-107).
Credo che sia leggibile in questi passi, ancora una volta, la matrice da una parte operaista, dall’altra negriana del pensiero di Roggero, delle quali non è qui il luogo di discutere limiti e personali non condivisioni. La liquidazione del problema della forma-stato può però impedire a questo genere di riflessioni di spiegare in quale modo si attua e funziona l’ “Impero” o come sarebbe meglio chiamarlo, il capitalismo monopolistico e imperialistico che non è peraltro un’unità indivisibile, ma funziona attraverso forme di competizione globale fra poli imperialisti distinti.
L’ultimo capitolo, “Lo spazio transnazionale e la frontiera europea come campi di azione”, pone la necessità, ed insieme le difficoltà, di pensare un percorso europeo volto a decostruire i miti della civiltà, sulla scorta delle riflessioni dello storico bengalese Chakrabarty, decostruendo insieme la pretesa universalità ed oggettività delle scienze sociali e della cultura occidentale.
Le conclusioni, visto quanto detto, non possono che essere definite dall’autore “precarie”.
È senz’altro vero che un cambiamento è avvenuto o sta avvenendo: l’immagine di portatori della cultura e del sapere accademico non è più quella dei giovani ricercatori.
Resta tuttavia una partita tutta da giocare, che è forse la più importante delle questioni che questo libro ci consegna: “Fuggiti dalla torre d’avorio, si tratta quindi di identificare in questo spazio di politicizzazione aperto, il luogo in cui possono essere trovate le forme, le energie e il sapere vivo attraverso cui eccedere i confini dell’università e costruire le nuove istituzioni (non rappresentative) dell’autoformazione critica permanente” (p. 125).

1. Può essere interessante leggere l’intervento di Gigi Roggero alla giornata di riflessione sull’università, dal titolo “La posta in gioco. Il resistibile declino dell’università”, tenuta a Siena il 28 marzo 2006, ed ora consultabile al seguente indirizzo insieme agli interventi di Giovanni Orlandini e di Romano Luperini.