«Domani» di Velio Abati

Velio Abati, Domani, Lecce, Manni, 2013, pp. 400.

Il libro di Velio Abati, Domani, pubblicato da Manni (Lecce, 2013), dal punto di vista del genere letterario è un romanzo. Vi si legge non solo una attenta e precisa ricostruzione di fatti storici accaduti fra la fine del XVIII e l’inizio del XX secolo, ma altresì la visione di una società, prevalentemente agraria, di tipo marxista. Tale lettura non si ha per volontà dell’autore, non si impone dall’esterno, non è ideologica; traspare dai fatti narrati, dai drammi vissuti dai protagonisti.

Già nel titolo la dimensione del tempo appare centrale. L’autore nel Prologo scrive: «Ma i giorni e le stagioni passavano, facili come i minuti, senza riprendere la strada» (p. 7). Gli anni narrati sono tanti, densi di avvenimenti, di storie e di Storia, eppure è come se il tempo fosse congelato o meglio, a parziale contraddizione di quanto appena citato, circolare. Tutto il romanzo fa pensare, tra l’altro, a un film; a me ricorda in particolare la maniera di Straub – Huillet di usare la cinepresa. Preciso: penso alla scena girata in piazza della Bastiglia a Parigi, allorché lo sguardo gira circolarmente sulla piazza, con giri concentrici, fino a farcela conoscere dal suo interno, fino a farci essere parte di essa; il film è Zu früh / Zu spät. La moltitudine di personaggi, gli innumerevoli angoli di paesaggi ci divengono via via famigliari, il lettore si mescola a loro, ne condivide la storia, ne fa parte, è lui che, fortinianamente, diviene l’unico domani possibile, “memoria per dopodomani”.

Ancora considerazioni generali: la lingua. L’autore mostra una notevole capacità di intrecciare linguaggi diversi: il popolare, il lirico, il tecnico delle culture materiali ed anche il curiale e il cancelleresco. Essi sono compresenti, fusi insieme secondo le esigenze narrative, dominati con perizia così da non apparire mai letterari o artificiosi; anche quel tanto di lessico toscano è spontaneo e necessario a descrivere situazioni particolari. La descrizione di persone, fatti e paesaggi assume di volta in volta sfumature drammatiche, comiche, sentimentali, così da rendere la lettura piacevole, coinvolgente e, a volte, divertente.

Nel parlare di questo libro si avverte il limite di dover rimanere nell’ambito di annotazioni generali, seppur non generiche, senza potersi addentrare nella storia narrata, talmente complessa da non poter essere riassunta. Il romanzo si suddivide in quattro parti più un Prologo: La Forza dell’Ira, La Virtù, L’Allegrezza, La Sapienza; titoli che non alludono direttamente agli avvenimenti, bensì li riassumono attraverso il prevalere di un sentimento, di un atteggiamento morale che si afferma e domina su tutti gli altri. Si può altresì notare, già nei titoli, un crescendo che va dall’ira alla sapienza, un processo cognitivo. Quanto ai personaggi, è su una figura che mi voglio soffermare: Zia Concettina. Una persona che da quando compare risulta subito convincente e accattivante:

 

Zia Concettina era capitata nel quindici, ancora ragazzetta. Sua madre fuggiva dal sud, dov’era stata addirittura cuoca di corte, un’arte e una passione che aveva insegnato alla figlia. I travolgimenti dell’intero continente avevano disperso anche le due donne. Dopo che si furono fermate a Petra, rimase quasi subito orfana. Qualcuno, sentendo il suo modo di parlare, le consigliò d’andare alla Ciocca, dove avrebbe trovato i suoi pari. Ma zia Concettina volle restare, perché sapeva da mamma che un cuoco deve principiare dalla terra che ha fuori dell’uscio. Così i petrai si sorpresero, quando videro che zia Concettina non era affatto presuntuosa, anzi, era curiosa, sempre a chiedere, a imparare. Nei primi tempi, addirittura, andava in casa di una o dell’altra donna di Petra rimanendosene in disparte. Voleva solo aiutare. A fare il fumo, rispondeva, ogni principiante è buono. (p. 374)

 

Fino a quando, dopo aver preparato il pranzo di nozze, Concettina si sente male e muore.

 

Dopo il pranzo di nozze, zia Concettina principiò a sentirsi poco bene. Quell’anno la castagnatura fu difficile. Invece delle pioggerelle, delle nebbiette grasse che stemperano i caldi estivi, un giorno sì e uno no si rovesciavano su Petra temporali tanto forti che ti costringevano a tapparti in casa. Le castagne marcivano in terra. Una mattina Lorenzo era fuori del magazzino a guardare il cielo, ancora incerto, sopra Cadizani, quando arrivò Ibetto. – Concettina chiede di voi. Non ha chiuso occhio. Lorenzo corse subito a chiamare Nunzia, che già venivano i primi goccioloni. […]

Concettina però non conosceva più. Dopo mezz’ora era spirata. Il marito era disperato. Mentre il coro delle donne pregava, Ibetto con voce incolore raccontava fatti della vita insieme che gli passavano per la mente e ogni volta finiva con le stesse parole, ora come fo, Concettina? Rimaneva poi piegato sulla seggiola, vicino il guanciale di lei, minuscola, nel vestito nero della festa che le donne le avevano messo. La malattia e la rigidità della morte l’avevano già trasfigurata, come fosse d’un tratto scagliata in una distanza irraggiungibile. Le donne, intorno, recitavano il requiemeterna. Dopo una breve pausa, Ibetto si scuoteva e ricominciava con un altro ricordo. Nunzia era rimasta stordita. Di là dalla finestra di camera, l’orizzonte era subito chiuso dallo scroscio. Il poggetto di Casegalli era un pietrisco magro dove non crescevano manco le marruche. L’acqua veniva così violenta che in terra faceva schizzare i breccioletti più leggeri e picchiava secca, diseguale sui vetri. Sulla stradetta diventata un fosso arrivavano barcollando i petrai, alla spicciolata. A mezzogiorno Nunzia, che era scesa in cucina, aveva attizzato il fuoco e principiato a preparare qualcosa. Aprire la madia di zia Concettina, maneggiare le pentole, il servito di porcellana bianca, la fece tremare. (pp. 374-375)

 

Invito il lettore a leggere questo riuscito romanzo ed a rendersi conto direttamente dello spessore della narrazione; nonché a visitare, per approfondimenti e notizie, il sito che indico qui di seguito: velioabati.com