Paolo Maccari,
Quaderno delle presenze
Luca Lenzini

Paolo Maccari, Quaderno delle presenze, prefazione di Gian Mario Villalta, Firenze, Le Lettere, 2022.

Con il suo quinto libro – sesto contando l’auto-antologia I ferri corti, pubblicata nel 2019 da LietoColle-Pordenonelegge1 –, intitolato Quaderno delle presenze e prefato con partecipe intelligenza da Gian Mario Villalta, Paolo Maccari aggiorna ed integra il proprio percorso poetico stabilendone un punto fermo e, insieme, inoltrandosi in un territorio situato a ragguardevole distanza dal “gruppo” – o peloton, per dirla in termini ciclistici – degli autori arrancanti o rampanti per gli aspri tornanti dei nostri anni. Da cosa nasce una tale constatazione, che s’impone a prima vista al lettore del Quaderno? Certamente, c’è uno spessore testuale che è frutto di elementi diversi: l’articolazione del piano metrico e sintattico, per esempio, si sviluppa nei singoli episodi secondo un fraseggio così definito e collaudato che si vorrebbe parlare di una “cadenza Maccari”, debitrice di un canone elettivo (da Montale a Raboni, Cattafi, l’ultimo Fortini…) ma del tutto personale nella modulazione su un registro di voce piena e ferma, indisponibile al falsetto e aderente alle movenze del pensiero ed alla sua musica interiore:

Ma lasciami dire che così ti fai male.
Vedi le nuvole potenti
non basta questo vento a sbaragliarle
e tutto l’universo mentre annotta
ha desiderio di vederle disfatte
dal temporale che ti ostini a custodire. (Feast of friends)

Così, un pescatore non avrà mai quiete
bastante a ringraziare dio per la bellezza
di uno specchio d’acqua limpida
se quella limpidezza gli consente
d’indovinare di una carpa grossa
tra le alghe il lento transito regale. (Dietro la cartolina)

Quando ride così, che smette per ultimo,
si prede sempre alla fine un secondo
per ricomporre il volto
e smaltire l’oscura delusione
che me lo ha reso da tanti anni amabile
e ha consentito alla sua musa triviale
di suggerirgli pagine vere
nella fiacchezza dei libri che però lo rallegrano
ora che è disperato di vedersi invecchiare. (Uno scrittore)

Se fu perdono l’assenza di avversione
che permise a ognuno di rimanere freddo
a contemplarsi noncurante degli altri
allora il perdono sa essere atroce
come la morte
di qualcuno appena risorto. (Rimpatriata)

Si potrebbe citare a lungo, da Grandi e piccoli o Applausi, fino a comprendere tutta la penultima sezione, Intramoenia, uno degli esiti più alti della scrittura dell’autore; ma già da questa esigua campionatura si può cogliere un altro tratto distintivo di questo far poesia, la tendenza a coagulare in pointes o clausole di sapore gnomico e figurazioni di forte pregnanza (e, come tali, memorande) l’andamento dei monologhi: questi, in realtà, sono tanto dialoghi dell’io con sé stesso (in Tra noi si parla di uno «smagato rimuginio»), quanto tracce di un itinerario mentale che pesca in strati profondi, dove memoria e inconscio, collettivo e individuale, coabitano e confliggono (donde l’insistenza sui temi della colpa e del perdono, gli affioramenti di incubi e rimorsi). Qui tutto quel che abbia accento di appagamento o conciliazione è bandito, con l’ironia dovuta a ogni resa all’apparenza. Se allora nel “fare i conti” con i sedimenti della storia privata e di tutti, a compimento di una maturità inquieta, affiora il ricordo del Sereni degli Strumenti umani («ammanco», «mascherina» provengono da quel lessico: vedi Teoria delle generazioni), anche la percezione dell’ora atmosferica e del paesaggio (D’autunno sull’Arno, Anticiclone), con aperture fin qui parche in Maccari, acquista un suo colore specifico, una sua durata, com’è di ogni artista che rifrange nell’interiorità le stagioni proprie e quelle della parte di mondo che gli è toccata in sorte. E d’altra parte, questo non è che un versante dello scavo del poeta: il quale, come in altre occasioni – anch’esse di forte impatto – lascia spazio nel suo libro a prose («racconti a orologeria», li chiama Villalta: Fratelli, Un essere eccezionale, Un amico; ma anche diverse poesie lo sono: vedi Escargot) che non stanno a latere dei versi ma in linea di coerenza con essi mettono in scena un teatro mentale impietoso, quasi frammenti di un carnage non più rinviabile, sondaggi nelle regioni in cui l’altro da sé e il doppio dell’io depongono esemplarmente ambigue complicità e si offrono allo scoperto, scandalo puntualmente e crudamente messo a nudo. In espressioni come «vergogna cruenta» (Cliché) e «pensiero che taglia» (Calde lacrime) o nell’«urlo / che non urla nessuno» (Tornare a casa) si palesa che a monte di questo processo è una ferita, una lesione o spasimo senza redenzione che ogni volta la poesia deve scontare in sé, se non vuole arrendersi; o più semplicemente, se vuole dire la verità, con l’ostinato coraggio che esige da sempre, e che Maccari così lucidamente affronta.

Note

1 I precedenti sono: Ospiti (Manni, 2000), Fuoco amico (Passigli, 2009), Contromosse (Con-fine, 2013), Fermate (Elliot, 2017).