Louise Glück,
Vita Nova
Andrea Gibellini

Louise Glück, Vita Nova, trad. it. di M. Bacigalupo, Milano, il Saggiatore, 2025.

In modo inevitabile il titolo della raccolta uscita negli Stati Uniti nel 1999 di Louise Glück non può che rimandare a un lettore italiano di poesia ma non solo al titolo di dantesca memoria, appunto Vita Nova. Indicatore di una vita che si vuole cambiare ma pure di una vita che si vuole, attraverso l’incipit della memoria, vitalmente ricordare in una rimembranza assoluta, quale deve essere il dono della poesia; in una discorso poetico non legato alla nostalgia degli eventi del passato, certo, anche, ma immersa, questa sacra nostalgia di ciò che è stato, nel simbolo introspettivo (poi segnatamente presentato) della poesia, come se questi sentimenti del vissuto fossero diventati oggetti di un racconto intimo e quasi sapienziale.

In questa modalità, di stile del pensiero come voce poetica, c’è come una musica sillabata dentro lentamente, come una musica da camera del proprio sentire, che in Glück si allunga nei versi quanto si rastrema (proprio come il fluttuare di una risacca marina), dove si scrive rivedendo quel qualcosa che si è visto in intimità come se alla base tutto, dall’inizio proprio del fare poesia, ci fosse una solitudine estrema; e ciò che si è o, meglio, ciò che si è stati (ma in questa poesia agisce una trasformazione dettata dalla poesia stessa, la cosiddetta vita non è mai immutabile) parli, indichi una strada inquieta, attraverso le cose per creativo contagio. È un contatto la poesia fatta per lontananze ravvicinate (le cose sono polverizzabili e hanno un nome legato ai sentimenti, alla vita vissuta degli affetti che non ci sono più).

In Glück la vita appare insostenibile (oppure appena sostenibile perché nasce la vita dalla poesia); e si sente dentro ai suoi versi come la sintesi di una disfatta dettata dalla sua stessa vita, ma che per qualche motivo e miracoloso evento tutto terreno è diventata poesia che ha riconosciuto il tragitto di una esistenza non modificabile. Cosa davvero è incomunicabile come gli affetti che si ritengono perpetui, la poesia ci parla di una malinconia dell’istante, costruisce (ecco la grazia lirica di Glück) di ciò che non si è costruito nella vita. (Proprio di contro all’erosione della mente, di contro all’erosione della memoria). E terminata l’euforia del vissuto rimane questo oggetto spiritualmente vivo che è la poesia. Dice Dante nella sua Vita Nova: «In quello punto dico veracemente che lo spirito de la vita, lo quale dimora ne la secretissima camera de lo cuore…». Ma di certo il titolo (non di superficie) del libro della Glück riverbera qualche considerazione del suo rapporto con Dante. Non accade come nella Vita Nova di Dante un’alternanza di poesia e prosa, e di una prosa evidente che ragiona sulla propria poesia. Però insita intimamente alla poesia della newyorkese questi modi di agire si compenetrano (aleggia una frase un po’ colloquiale un po’ teatrale sul limite come di una musica da quartetto lirico), in un contesto a volte filosofico, cioè di dare ragione, senza recriminazioni, a ciò che l’esistenza ci ha dato. Non c’è uno stile definito ma più stili che avvisano il discorso poetico. In più, si può aggiungere, che nel libro della Glück si intensifica una lode all’amato, come lode di totale amore, che si consegna alla dimensione del «dolce stil novo». «My love is dying, my love / not only person, but an idea, a life». «Il mio amore muore; non solo / una persona, ma un’idea, una vita».

L’urto della realtà stringe la poesia, la rende essenziale e come porosa, felicemente anfibia, tra corpo pensiero e anima e confronto con l’altro, la persona amata, l’amore che parla: ciò che rimane inaudito è la nudità del corpo vissuto in carne e ossa, rimasto arreso e in piena solitudine. Così scrive la Glück in Nest (Nido): «Un uccello faceva il nido. / nel sogno lo osservavo attentamente; / nella vita, stavo cercando di essere / un testimone / non un teorico». «A bird was making its nest / In the dream, I watched it closely; / in my life, I was trying to be / a witness not a theorist».

Questo libro è stato tradotto come in ottimo ascolto e con sensibile resa in lingua italiana da Massimo Bacigalupo (che è il traduttore e lo scopritore, va detto, della poesia della Glück qui in Italia, fin dal primo L’iris selvatico; sulla rivista on line «Doppio zero» commenta il suo lavoro di traduzione su Vita Nova).1 Un ascolto che partecipa al pensiero vissuto di chi scrive queste poesie. Sono, queste poesie, un elemento instabile che dice l’assoluto della poesia come esperienza altrettanto assoluta della coscienza. La loro variabilità creativa stabilisce come un dato di fatto, Rilke qui non è lontano, nel dire la poesia, nonostante tutto. La lingua poetica della Glück è uno strumento musicale quanto appuntito realizzato da una grazia sofferta.

Se dovessimo oltre a Emily Dickinson (ci pare un lume di stile e creativo per la storia della Glück, «La coscienza è la sola casa che conosciamo», scrive la Dickinson) accostare due autrici vicino a lei potremmo fare i nomi di Elizabeth Bishop, per un certo controllo raziocinante della materia poetica su cui lavorare e della scrittrice Joan Didion, per un aspetto di confessione familiare non proprio confessional alla Robert Lowell (che c’entra) ma di una confessione filtrata dalla memoria divenuta evidente nel tentativo come sgomento di darne una logica nella trascrizione di una esperienza (a tal proposito su Eliot la Glück in un suo scritto in Proof & Theories, Essays on Poetry parla di «Eliot’s austere spirituality»). C’è dunque in Didion al fondo un poco austero del suo dire autobiografico a forte intensità psicologica, la presenza di una Vita Nova. La Vita Nova fa sì che poesia possa riemergere e come edificare lo svolgersi in versi (in Didion attraverso il romanzo e la saggistica creativa) della vita che fu promessa.

Da questa waste land del cuore si conservano in realtà poche cose: i resti di sogni spezzati, i momenti dati dalla nostra vita, le cose rimaste ammucchiate e dimenticate. Ma il vero problema nell’atto estetico della poesia, è stabilire la portata dell’evento, come ha agito e di nuovo agisce e ancora di nuovo (dopo tanti anni con un che di inatteso) con la stessa forza interiore. Scrive la Glück: «Perché il luogo dove siamo ora è insieme», «Where we are now being both». La poesia non è solo oggetto di nostalgia, un proposito di rimembranza, la poesia è la causa di un evento inaspettato, afferrando ciò che è autentico, nel salvaguardare e quindi ricreare (una Vita Nova) ciò che resta nel pensiero di ciò che si è vissuto. Bellissima e vera (e quanto liberata per immagini nel suo dire autentico, nel suo svolgimento) la poesia di apertura che porta proprio il titolo emblematico di Vita Nova, insieme a Nido e Lamento tra le più riuscite e coinvolgenti. E poi c’è il tema dell’abbandono (da una casa condivisa, dal vivere insieme) come fosse una sorta di esercizio di auto-meditazione poetica; l’amore dell’amato è sparito (quella della Glück è una malinconia umana non divina), si cambia scenario, prospettive, ambienti, profili, persone e nel mentre si dice della vita passata aspettando un nuova vita trascritta in poesia come trapasso del ricordo verso una vita nuova:

Succede una cosa terribile — il mio amore
muore di nuovo, il mio amore che è già morto:
morto e compianto. E la musica continua,
musica di separazione: gli alberi
diventano strumenti.

A terrible thing is happening — my love
is dying again, my love who has died already:
died and been mourned. And music continues,
music of separations: the trees
become instruments.

Questa cronaca in poesia di una estetica dell’abbandono per Louise Glück non è un fatto mai davvero acquisito il raggiungimento di una consapevolezza interiore. Come tanti pezzi della vita servono per formare una vita, così tanti pezzi interiori proprio come nella costruzione di un mosaico, formano una coscienza poetica, ciò che si può dire in poesia di un vissuto in presa diretta. Perché ciò che ci ha colpito e reso partecipi alla sua poesia, è questo pensare per immagini (la loro spettrale ossessione del passato, Vita Nova come continua elegia per chi si è perduto: «Mi hai salvata, dovresti ricordarti di me», «You saved me, you should remember me») che ritornano nella scrittura poetica della Glück, ritornano e prendono come valore attraverso una sua inequivocabile verità esistenziale. Sono apparizioni di pensieri poetici non hanno la forma del diario lirico: ma l’intimità del dire è il luogo della comunicazione e della relazione con una comunità – la reale dimostrazione di aver vissuto non invano, e che la poesia dimostra, senza alcuna esitazione, attraverso l’esistere della poesia stessa.

In sostanza i libri di poesia della Glück – a nostro parere il migliore rimane Ricette per l’inverno dal collettivo – si appropriano del suo carattere speciale, direi inconfondibile, di avere una distinzione umana nella poesia ben orientata quando finalmente la poesia scaturisce dal suo luogo vitale. La tramatura dei suoi libri (proprio come un ordito disegnante la stoffa) sta probabilmente in questo semplice e difficilissimo emergere della parola verso ciò che è poesia. Nel suo pensare in versi si sente la solitudine, una certa sua afflizione esistenziale, detta con una lingua colloquiale, antiretorica, antiaccademica, con una semplicità profonda, ruotante intorno al rapporto con l’altro: è un rapporto amoroso, di distacco dovuto a un conflitto, perché ha perso il valore della sua forza primaria legato al discorso amoroso. A differenza di taluni scrittori americani di «short stories» come Carver (ammettiamo: il nome di Carver spesso viene in mente leggendo le poesie della Glück, in particolare nel volume Una vita di città, in un tipo di esistenza raccontata in versi un po’ alla Carver), la poesia della Glück rimedita liricamente su ciò che si è vissuto, e il suo tratto musicale, ciò è alquanto suggestivo, è austero, dove la bellezza dei versi riesce ad adagiarsi sullo specchio emotivo (o emozionale) della vita che è passata. Lo sconforto, la perdita, di una persona amata, umanamente apprezzata, a cui si è voluto bene; da qui il pensiero lavora sul senso della perdita, non cercando unicamente però motivazioni razionali, ma espandendo queste situazioni vissute in un organismo più ampio, cioè dentro allo specifico dell’elemento poetico. Oltre alla ragione creativa esiste una ragione non detta, con una specie di castigo interiore, una punizione contingente, un domandarsi dove è finita la felicità di un tempo rallegrante il vivere insieme. I pezzi della vita si frantumano e con la poesia possono poi a loro volta ricomporsi (il suo recitare in pubblico aveva un qualcosa di affine a una sorta di rammendo ipnotico, del mettere insieme ancora una volta le cose perdute), sono dei frammenti di un sentire vissuto in due, condiviso in modo sentitamente armonico: ecco ciò che forse in ultimo la Glück ci vuole dire attraverso la sua scrittura e nella sua recitazione.

La Glück per mezzo della poesia vuole ricomporre questo autoritratto di coppia servendosi inoltre dei miti come accade nella poesia Anne Carson. A differenza della Carson nella Glück ci sembra che l’impiego del fattore mitico disciolto nella poesia sia costruito con meno peso intellettuale. Perché il capire sé stessa è un processo biologico a cui partecipa attivamente la poesia, con la sua attenzione che ogni movimento in vita richiede.

Note

1 M. Bacigalupo, Tradurre Louise Glück, in «Doppio zero», 8 agosto 2026.