Marco Gatto,
Il meridionalismo inquieto
di Alessandro Leogrande

Giuseppe Muraca

Marco Gatto, Il meridionalismo inquieto di Alessandro Leongrande. Inchiesta, impegno, militanza, Milano, Altreconomia, 2026.

Chi era Alessandro Leongrande? Nato a Taranto nel 1977 e scomparso nel 2017, dopo aver collaborato giovanissimo a «La terra vista dalla luna» egli è stato vicedirettore di «Lo straniero», riviste fondate e dirette da Goffredo Fofi, e autore di alcune delle inchieste sociali più importanti dell’ultimo trentennio. Proprio per la sua morte prematura, lo stesso intellettuale di Gubbio ha incluso un suo toccante ritratto nel libro Cari agli dei. Ora Marco Gatto (docente di Teoria della letteratura all’Università della Calabria) in un bellissimo libro ricostruisce con passione civile e grande lucidità il suo percorso, contribuendo così a far conoscere e a rivalutare la sua figura e la sua opera innanzitutto ponendosi il compito fondamentale di sottrarla alla logica omologante e neutralizzante dell’industria culturale, ma al tempo stesso evitando di “santificarlo”. Molte sono le affinità che lo legano a Leogrande (e prima di tutto il magistero di Goffredo Fofi) e perciò egli cerca di istituire con l’intellettuale tarantino una sorta di confronto, discutendo con gli occhi del presente e in maniera serrata i nodi più importanti della sua opera e della sua attività politica e culturale, inquadrandole nella crisi della società italiana e della sinistra, nell’avvento di Berlusconi e della sua affermazione politica e, più di recente, della destra di Meloni. Così da intellettuale gramsciano, Marco Gatto costruisce una sorta di dialogo con un proprio simile, con un intellettuale disorganico che ha agito con estrema consapevolezza nel proprio tempo, in aperto contrasto con il sistema dominante, nel tentativo di contribuire a modificare la realtà, schierandosi dalla parte degli oppressi, dei dannati della terra, dei vinti, di coloro che non hanno voce e dei dimenticati. Così i vari capitoli del libro («La dimensione filosofica, l’inventario delle tracce», «Taranto, più di un’allegoria», «Il racconto dell’Italia», «La lotta di classe nelle campagne» e «L’inchiesta come terra di mezzo») rappresentano i diversi momenti di un attraversamento, di un discorso teorico e politico teso a chiarire gli aspetti più rilevanti dell’attività di Leogrande che nei suoi articoli e nei suoi libri (tra cui ricordiamo soltanto i suoi più noti La frontiera e Uomini e caporali, pubblicati da Feltrinelli) ha raccontato senza retorica e con disincanto la fine delle lotte contadine e del sogno dell’industrializzazione del sud e ha denunciato la logica di sfruttamento che ha guidato e guida il capitalismo, a partire dal caso dell’Ilva di Taranto fino alla condizione dei braccianti e dei migranti di oggi nelle campagne del nostro mezzogiorno. In sostanza, l’autore del saggio pone l’intellettuale tarantino nel solco del «meridionalismo critico» e del «socialismo rivoluzionario». E su questo versante tanti sono i nomi dei maestri da lui ricordati: da Gaetano Salvemini, a Guido Dorso, da Giovanni Russo a Rocco Scotellaro, da Danilo Montaldi a Fabrizia Ramondino, da Adorno, Marcuse e Benjamin allo stesso Fofi, ecc. Per lui Leogrande è stato un intellettuale disorganico e irregolare, un autore «ancora moderno», novecentesco, erede dell’illuminismo, che si è posto sempre «dalla parte del torto», che ha incarnato un tipo di militanza critica completamente aliena dalle «facili consolazioni dell’industria culturale» e che ha riscoperto sin da giovanissimo il genere dell’inchiesta sociale (che si pone tra sociologia, storia, antropologia e letteratura), cogliendo come pochi le trasformazioni antropologiche, sociali, culturali ed economiche avvenute nell’ultimo cinquantennio nel mezzogiorno e nel nostro paese. Molte cose sono cambiate in questo periodo, ma la logica di dominio del capitalismo è rimasta sempre la stessa. «La scomparsa della civiltà contadina per come è stata narrata dal meridionalismo storico – ha critto Leogrande – non coincide con la fine della violenza e dello sfruttamento nelle campagne». E ancora: «La giornata di un bracciante africano o rumeno di oggi è incredibilmente simile a quella di un bracciante pugliese o siciliano di un secolo fa». E gli eventi che hanno segnato su questo fronte la società meridionale in questi ultimi anni non fanno che confermare questo dato. E allora di fronte a una realtà sociale ed economica che appare immutabile che cosa fare? Che cosa fare di fronte all’avanzare del potere disumanizzante della globalizzazione capitalista e del falso progresso? Tante sono le domande che si è posto Leogrande e che ora si pone Marco Gatto. «L’unica soluzione è la lotta» ha scritto tempo fa Goffredo Fofi, ben sapendo però che la via dell’intellettuale è molto lunga. A conclusione del suo discorso, ecco che cosa scrive Gatto: «Per usare una parola novecentesca che oggi molti amano demolire, l’opera di Leogrande è quella di un maestro – involontario, pudico e riservato – tra i rarissimi della sua generazione. Ma sono certo che non avrebbe gradito questa etichetta, né altri facili aggettivi. Avrebbe forse preferito, anche per ragioni etimologiche, la parola “Compagno”». Molto si potrebbe scrivere su questo libro, ma ciò che lo rende esemplare e prezioso non è solo la particolare forza interpretativa e delle argomentazioni teoriche e politiche, ma anche la limpidezza dello stile e lo sforzo di andare alle radici dei problemi, di comprendere le ragioni della crisi dei valori che sta investendo la società italiana e mondiale e di indicare le possibili soluzioni. E il lettore non si lasci ingannare dal titolo: il saggio di Gatto non riguarda soltanto il «meridionalismo inquieto» di Leogrande ma anche l’Italia e il mondo di ieri e di oggi.