
I. Svevo, Le confessioni del vegliardo
Svevo è ormai un nome da “traccia d’esame” che condivide con Pirandello e Montale il podio dei classici e il primato delle citazioni: lo osserva con finezza Alberto Cavaglion nell’Introduzione al suo Leggere Svevo. Prevedibilmente, questa ingessatura antologica ha finito per frapporre uno schermo fra il lettore e l’autore, un vero e proprio mediatore deformante, che rischia di occultarne il vero profilo. Per leggere Svevo, oggi, occorre innanzitutto compiere quello che lo studioso ha definito «un preliminare lavoro di pulitura» (p. 7): spogliarlo degli stereotipi che decenni di critica e di aneddotica editoriale gli hanno cucito addosso.
La storia della fortuna letteraria di Italo Svevo sembra seguire le traiettorie imprevedibili di una vicenda romanzesca: il pieno riconoscimento o, più precisamente, il successo giunge solo quando l’autore è già uscito di scena, lasciando gli studiosi dell’opera sveviana impegnati a ricostruire le circostanze della sua “scoperta” e a stabilirne la paternità: fu l’intuizione di portata internazionale di James Joyce o la sensibilità poetica di Eugenio Montale a sdoganarlo? Che dire, poi, del ruolo di Bobi Bazlen, che lo segnalò al poeta di Ossi di seppia e successivamente – pochi giorni dopo il funerale del triestino – lo screditò in una lettera indirizzata allo stesso Montale dipingendo un ritratto severo, crudele, non aderente alla realtà dell’uomo e dello scrittore (p. 84)? È un’indagine che continua ad appassionare critici, storici della letteratura – e non solo –, ma che per troppo tempo ha contribuito a mettere in ombra il dato più rilevante, l’aspetto decisivo: la carica dirompente e innovativa dell’esperienza letteraria di un garbato borghese che ha deciso di fare della propria appartenenza sociale la materia stessa della sua scrittura, studiando dall’interno l’universo del “benessere borghese” e sottoponendone i meccanismi di funzionamento al proprio sguardo, insieme ironico e implacabilmente demistificatorio.
Il volume di Cavaglion si misura proprio con quel propedeutico “lavoro di pulitura” che lo studioso indica come passaggio indispensabile per leggere Svevo, articolandosi in tre capitoli che scandiscono le principali direttrici dell’indagine, intitolati, rispettivamente, «I tre romanzi»; «Fuor della penna non c’è salvezza»; «Profezia e politica».
Questo avvincente percorso critico si apre con la proposta di Cavaglion di considerare l’opera sveviana non come una sequenza discontinua di testi – i tre romanzi Una vita, Senilità e La coscienza di Zeno da un lato e, ai margini, una costellazione di scritti minori, in buona parte disorganici, ritenuti per lungo tempo presunte creature appendicolari delle opere maggiori – bensì, sia pur con le dovute cautele, come un organismo compatto, un corpus unitario la cui fisionomia complessiva si definisce attraverso un continuo processo di accumulazione e ripensamenti. La produzione sveviana appare così, nelle pagine di questa disamina, come una sorta di laboratorio permanente di scrittura, un sistema in costante aggiornamento nel quale ogni testo dialoga con gli altri senza che le acquisizioni successive cancellino, obnubilino o superino definitivamente quelle precedenti.1
Letta in questa prospettiva, la figura di Svevo assume i contorni di una personalità intellettuale che eccede di gran lunga la dimensione puramente narrativa. La sua opera si configura infatti come una complessa «macchina per pensare»,2 come un dispositivo conoscitivo attraverso il quale l’autore triestino sottopone a esame l’esperienza della modernità borghese nelle sue molteplici manifestazioni, tracciandone una vera e propria topografia: i rapporti familiari, la vita economica, l’educazione sentimentale, la malattia e la nevrosi, ma anche il rapporto tra letteratura e sapere scientifico. Come sottolinea Cavaglion, i romanzi, i racconti, le favole, gli scritti autobiografici e giornalistici, il teatro – che lo studioso definisce a ragione nei termini di «una delle forme espressive predilette da Svevo» (p. 79) – e persino le testimonianze private, si dispongono in una medesima trama testuale come parti di un unico ipertesto (p. 9) entro cui la scrittura diventa insieme pratica narrativa e strumento di autoanalisi, luogo di riflessione – anche morale – e laboratorio di idee.3
E proprio la natura aperta e “plurale” dell’opera consente a Cavaglion di riportare in primo piano un aspetto della figura di Svevo rimasto nell’ombra nonostante un secolo di scavo critico: il rapporto con la dimensione politica e, più in generale, con le grandi trasformazioni storiche del primo Novecento. La Grande Guerra segna, nella ricostruzione proposta dallo studioso specificamente nel terzo capitolo, una frattura decisiva lungo una traiettoria sino ad allora relativamente lineare, aprendo nella riflessione sveviana uno spazio nuovo in cui la scrittura narrativa si intreccia con interrogativi di ordine storico e civile. Tra gli aspetti più inattesi messi in luce da Cavaglion vi è, in questo contesto, il progetto di un trattato – rimasto incompiuto – sulla pace universale,4 concepito da Svevo negli anni del primo conflitto mondiale e giunto sino a noi mutilo. Nato parallelamente alla Coscienza di Zeno come critica al «fallimento della Lega delle Nazioni» (p. 94) e alimentato anche dal dibattito pacifista europeo (Fried, Schücking), quanto ci è rimasto del saggio5 testimonia l’urgenza con cui lo scrittore triestino interroga la guerra come problema morale e politico. Proprio questa tensione potrebbe spiegare la presenza, nella storia della sua ricezione, di una “tradizione” di lettori che Cavaglion definisce “politici”; nelle sue parole infatti «la genealogia dei lettori “politici” di Svevo inizia da Gramsci e si prolunga nel tempo» (p. 85): il pensatore sardo ricorda, non senza ironia verso la tardiva attenzione della critica italiana, la collaborazione di Svevo alla «Critica sociale» diretto da Filippo Turati, dove nel 1897 aveva visto la luce La tribù, riconoscendo precocemente la statura di uno scrittore che solo la consacrazione d’oltralpe aveva contribuito a rivelare. A questa linea di ricezione appartengono anche lettori segnati dall’esperienza del carcere e del totalitarismo, come Vittorio Foa e Gustaw Herling, nei cui scritti l’opera sveviana torna a essere interrogata come strumento di comprensione della crisi morale e politica del Novecento (pp. 10-11). Che siano stati proprio lettori particolarmente sensibili alle tensioni della storia a riconoscere la portata dell’opera sveviana non è casuale: essi colgono infatti ciò che per lungo tempo una critica talvolta provinciale aveva trascurato, vale a dire la dimensione civile di una scrittura che, pur muovendo dall’analisi della coscienza individuale, si apre costantemente alla riflessione sul destino collettivo. In questa luce, Italo Svevo non appare più soltanto come il «palombaro» della coscienza, il fine analista delle nevrosi individuali o il narratore ironico e disincantato della crisi del soggetto borghese, ma come uno scrittore capace di misurarsi con il destino storico della modernità europea.
È in questa prospettiva che Cavaglion rilegge alcune delle pagine più celebri dell’opera sveviana, a partire dall’apocalittico finale della Coscienza. Lungi dall’essere soltanto una suggestiva immagine letteraria o una generica prefigurazione di catastrofi future, quella pagina acquista il valore di una vera e propria meditazione sulla storia contemporanea e sulle ambivalenze del progresso tecnologico. La riflessione sulla proliferazione degli “ordigni”, sulla crescente potenza degli strumenti messi a punto dall’uomo e sul correlato indebolimento della sua struttura morale e biologica si inserisce così entro una più ampia diagnosi della civiltà moderna, in cui la dimensione profetica della scrittura romanzesca si intreccia con una lucida consapevolezza politica, del resto «profetismo e politica sono due lati della stessa medaglia. Sempre è esistita, nelle cose che ha scritto, una tensione fra la realtà della vita e il sogno della letteratura» (p. 95).
Da questo intreccio di profezia e politica aggalla dunque, nella lettura proposta dal volume, un volto di Svevo, per così dire, inconsueto ma sorprendentemente rivelatore: quello di uno scrittore che, pur diffidando di ogni forma di messianismo o di trascendenza, non rinuncia a interrogarsi sulle possibili vie di redenzione offerte dalla modernità. In questa prospettiva, l’utopia di una «vita letteraturizzata» (pp. 99-101), affidata alla competizione simbolica delle parole e dei libri piuttosto che alla violenza degli strumenti bellici, delle armi, assume il valore di una provocazione intellettuale e morale: la letteratura non soltanto come forma artistica, ma come spazio critico entro cui immaginare itinerari alternativi alla logica distruttiva della storia.
Nella forma agile del suo Leggere Svevo, Alberto Cavaglion dimostra come sia possibile coniugare sintesi e completezza di sguardo, proponendo al lettore una guida lucida e coinvolgente che invita a leggere – e a ri-leggere – un autore spesso banalizzato dalla manualistica scolastica e frainteso da un riduzionismo interpretativo che rischia di oscurarne la complessità. Segnalando con acume e precisione questioni ancora poco indagate e restituendo pienamente l’idea dell’originalità radicale dell’esperienza culturale del commerciante triestino, tratto inscindibile dal carattere pionieristico della sua narrativa, Cavaglion evidenzia come «l’opera di uno scrittore-prestigiatore, che fa largo uso di una cassetta delle meraviglie a doppio, triplo fondo» (p. 78) come Italo Svevo mantenga intatta la sua vitalità e continui a stimolare la riflessione del lettore contemporaneo.
1 Svevo, a cura di C. Gigante, M. Tortora, Roma, Carocci, 2021, p. 13.
2 Guarire dalla cura. Italo Svevo e i medici, a cura di R. Cepach, Trieste, Museo Sveviano-Comune di Trieste, 2008, p.14.
3 Come osserva Cavaglion (p. 56): «Se la valigia di appunti e pagine sparse, recata in salvo dalla moglie in fuga da Trieste nel 1943, fosse andata perduta o fosse stata, per prudenza, distrutta, assai diversa sarebbe la situazione in cui ci troveremmo: disporremmo soltanto di lui i tre grandi romanzi […], gli articoli, i saggi, e i racconti editi su giornali. Rimarrebbe il Profilo autobiografico, la cui paternità fra l’altro è incerta».
4 B. Moloney, Italo Svevo narratore. Lezioni triestine, Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 1998, pp. 273-294.
5 Scrive Cavaglion (p. 94): «Secondo quanto Svevo ci dice nel Profilo, quel saggio fu distrutto. Forse perché schiacciato dall’impegno procuratogli dalla stesura della Coscienza?».