La scavatrice
Francesco Memo

Un poemetto di Francesco Memo: La scavatrice

Nella scia della celeberrima parentesi di Le cygne «(la forme d’une ville / change plus vite, hélas! que le cœur d’un mortel)» si è formata tutta una tradizione del Moderno che ha coniugato il tema del cambiamento con quello della città, meglio se “capitale” come la Parigi del flâneur («Je t’aime, ô capitale infâme!») o la Londra («Unreal City…») di Eliot. In margine a questo filone o mainstream è da annotare che l’istanza narrativa presente nel motivo del vagabondaggio-attraversamento urbano, con la relativa messa in scena di passato presente futuro, si è prestata esemplarmente a tradursi nelle forme del “poemetto”: così, tanto per restare agli auctores novecenteschi, nel Pasolini di Il pianto della scavatrice. Ed è in quel solco che ora, nella cinica Età del Postmoderno, prende la parola Francesco Memo, saggista e studioso di Studi urbani ma altresì autore di graphic novel e di fumetti. Nei versi che pubblichiamo agli echi della tradizione ora accennata si accompagnano richiami espliciti e impliciti a Pagliarani, Sereni, Raboni, Fortini; e s’intende allora che al centro del discorso non poteva essere che Milano, la Milano dei nostri tempi, qui ritratta in flash esatti, senza indulgenze; e dato poi l’incipit – «Solo dal ventre della metro esco / al sole» – si può anche rammentare quell’altro e grande milanese d’adozione, Franco Loi («nel ventre del metrò, caverna della storia! Si va senza sapere chi tornerà»), a sua volta autore di indimenticabili poemetti.

Luca Lenzini

La scavatrice

I

Solo dal ventre della metro esco
al sole. Dal buio ctonico ma ordinato –
sogno modernista, eppure ancora

operaio ancora popolare, così
carico di futuro e democratico sviluppo
quelle lettere luminose e chiare

quel ricciolo nel passamano che oggi
si direbbe iconico, orribile parola
senza suono – da quel sogno limpido

e democratico, ormai antico,
esco al sole. Non prima di attraversare
la tana del leone, per me pedone

impenitente – io, che non ho neanche
la patente! – superare l’antro
del parcheggio multipiano

dove a branchi dormono mansuete
le macchine post-fordiste, i motori
termici freddi e inermi, attraversare

le sbarre d’interscambio tra la vita
activa dell’automobilista e
la sua nemesi metropolitana.

Ed è allora che mi accoglie Bisceglie,
nella luce spezzata dai suoi palazzi
ancora teneri di fondazione

ma già vecchi e stanchi dei troppi vizi
finanziari, dei troppi profitti senza
padrone che pesano sulle loro

spalle: fondi globali, immobiliari,
cooperative alla bisogna,
marketing urbano, senza vergogna.

Servizi esclusivi spazi condivisi
Sala cinema sala eventi spazio
Giochi palestra attrezzata qualità

Della vita coworking conciergerie
Parco lineare parcheggi senso
Di comunità classe energetica A

Impatto ridotto domotica
Guardia privata app dedicata
A cento metri dalla Emmeuno
.

Contadini che per secoli avete
benedetto questa generosa terra
padana, terra grassa di Lombardia

che a nulla serve oggi se non a
obliarla, cosa dite di questi
parallelepipedi fuori-scala

che un ricco architetto annoiato
ha lanciato in un prato che ormai
non c’è più? Ma le modernità

invecchiano, s’accartocciano
una sull’altra come un tempo
in Francia le dinastie reali;

e quella della rossa, intesa
come linea, è una modernità
antica, già abiurata, è un rudere

conficcato nel corpo di Milano.
Un segno infranto di rigore
protestante, austero progetto

ambrosiano fatto di lavoro,
di proletari in bicicletta coi cappelli
sopra il capo, di prometecnica.

E subito ci rincantucciamo
in un’astrazione del passato,
in una promessa d’autenticità

perduta. Ma anche in questo
sentimento alberga il tarlo della
rigenerazione, anche di questo

amore si nutre l’idra della gentryfication.
Mia stupenda e misera città
ti hanno condannato alla peggiore

delle pene: essere perennemente
moderna. E quindi divorata, come
una lepre che continua a correre

senza più la carne addosso,
spolpate le zampe, il muso, le cosce
una creatura ridotta all’osso.

Eppure vista da qui mi sembra
di poterti ancora amare, mia città
senza memoria, da questo spazio

informe, da questo slargo sospeso
tra la nuvolaglia e la pianura.
E nel cuore un sordo dolore.

II

Ed ecco a due passi la sagoma
del Penitenziario minorile:
le mura rosse e scrostate

mostrano ben più di quanto
nascondano, i condizionatori
solo fuori dagli uffici,

il filo spinato alto contro
il cielo. Una cornacchia
grigia rovista nella fanga.

Allora la vedo: la scavatrice.
Riposa come un animale preistorico
ai margini del viale in costruzione.

La copre un pietoso velo rosso
di plastica forata, il collo è giallo
rigido e inanimato, la grande benna

abbandonata a terra. Intorno tubi
blu giacciono disordinatamente
accatastati. Schiera di soldati

feriti i giovani alberi in attesa
dell’impianto, ignoti militi
dagli elmi d’humus e radici.

Anche loro sono poveri
strumenti umani avvinti
alla catena della necessità

in questo scomposto paesaggio
urbano dove tutto è morte
tutto è fermo. Inerte.

Erompe un grido alieno
macchia verde nel cielo
bruciante senza pace.

Alieno gridìo di parrocchetto,
che intesse voli da albero ad albero
in questa città a sé aliena

come aliena lo è per me.
E così tutto mi porta a te:
la scavatrice, questo lacerto

di periferia, l’erompere vitale,
disperato e incerto, della voce
d’un uccello esotico e sensuale.

Pura immagine incorporea
questo ora sei. Eppure
mi sembra di vederti

mentre attraverso le acque scure
del canale scolmatore
mentre guardo gli argini duri di cemento

le piante spontanee, le assi
sconnesse, il ponte laggiù –
chiuso e inaccessibile – riflesso

in questo cielo senza pace. Eterno
partigiano in un corpo eternamente
giovane: gli occhi brucianti, le braccia

tornite, incapace d’andartene
ma impossibilitato a restare.
E m’illudo di riconoscerla

quella voce acuta e infantile
che ancora risuona in mezzo a noi,
in bianco e nero, incongrua

e gentile, eppure ancora
tagliente come lama
ancora dolcemente vana.

Potesse urlare ancora del mondo la ferocia
dell’anima la speme, in questo osceno secolo
ventuno che ha il volto di un satiro omicida.

Belva onnivora ed ingorda
metà uomo metà algoritmo
che tutto insudicia con la sua orrenda orda:

cuore e memoria, verità e menzogna,
guerra e pace. Neopotere tribale
in una nuova tribale preistoria,

fatta di macerie di droni insepolti
di corpi volanti sotto colpi di bombe
bambine appese al filo fame programmata

feudale aziendalismo e crudeltà
ostentata. Profuma di morte e di mare
il lusso nella Riviera fiorita di Gaza.

Espatri e deportazioni eccitano la danza
mentre a Kiev un razzo illumina la stanza
perché nulla è sacro per i pii idolatri.

E così mi incammino solo
là dove finiscono le case.
Niente, se non la disperazione,
ci potrà salvare.

III

Solo la disperazione ci potrà salvare.
Ma anche la disperazione è nulla
senza l’amore. Sei tu che ce l’hai insegnato

disperato amante non amato.
Solo l’amore, solo la conoscenza conta,
così dicevi, non l’aver amato,

non l’aver conosciuto. Ma quale amore
in questo freddo lembo di verde,
in questo parco schiacciato tra i timidi

palazzi di viale Ferruccio Parri – nome
di battaglia Maurizio – con le loro grigie
nuance ritmate da finestre e balconi,

quasi signorili, e questo muro sgraziato,
confine novecentesco di quella che
per mancanza di parole migliori

continuiamo a chiamare zona industriale?
Questo è il limbo tra Corsico e Milano:
qualche carrozziere, una discarica –

piattaforma ecologica, recita l’insegna –
noicompriamoautopuntoit, un istituto
di vigilanza, IdealLegni falegnameria

Gift Box Packaging & Solutions.
Dunque nessun cammino per discendere
se non questo cielo cenerino di cemento

dove sono d’acqua i rami degli alberi
e i tetti di lamiera schiene di dromedari
argentate. Eppure anche da qui vi vedo

montagne innevate. “Jesus is Lord”
è scritto in celeste su un muro.
Ma se non ti accontenti di questi carpini

disciplinati come scolari, se segui
la traccia di mota che intravedi
nell’angolo del vialetto in calcestre,

se ti fidi dei tuoi piedi come ti fidi
dei tuoi occhi, se accetti che l’amore
più puro fermenti in una sudicia gora

allora vedrai quella recinzione sbrecciata
dove in equilibrio su un tubo-innocenti
uno scoiattolo grigio fugge via veloce.

Questo è il tuo giardino, gli uccelli
scattano al tuo passaggio: qui.
In questo sfasciume di immondizia

e rifiuti, sparsi come spezie:
tra piante e arbusti merli e ligustri.
Perché non c’è cultura senza natura.

Ma l’umano è inestricabile da tutti
questi oggetti abbandonati d’intorno,
che non sono errori, non sono eccezioni.

Siamo noi. Pietà di noi, allora.
Pietà di questo paradiso perduto
di scarti e polloni, plastica e rizomi.

Pietà per la bocca spalancata di quella valigia.
Pietà per questo salotto di rovi.
Pietà per questo divano sfondato,

rosso di vergogna, che guarda sconsolato
una moto appena rubata e già dimenticata.
Pietà per queste lance di giunco

conficcate tra la rumenta e il vilucchio.
Pietà per questa ultima traccia di un orto
che fu. Pietà per questa figura d’efebo

incantucciata tra un’ambulanza
e un attenti-al-cane. Pietà per Nur ed-Din
e per il suo sorriso contadino

che non ha altro rifugio che questo.
Pietà per le corone di fiori appassite
del tempio indù. Pietà per le bandierine

colorate per il Ramadan, per queste
preghiere appese ai fili di un anonimo
capannone di periferia.

Pietà per quel graffito che dice:
Dio mi parla nel sogno.
Quale Dio? Quale sogno?

Pietà per questa tua incessante
ricerca di vita, per questa tua incessante
ricerca d’amore. Che neanche ora
smette di sanguinare.

IV

Se in una giornata d’inverno vicino a Natale
quando la luce d’improvviso si ritira e il traffico
è una processione di rossi sull’asfalto umido
di viale Ferruccio Parri.

Se tra le grida del campo di calcio,
illuminato a giorno dai grandi lampioni,
altre parole, altri urli si fan strada tra i rami spogli
e la sagoma dura dell’Istituto penale minorile.

Se una voce, poi un’altra in rimbalzo
come gioco di palla: fuori e dentro, lancio e rilancio,
ricami che si perdono nel vuoto
di questa serata.

Se le panchine, i cordoli delle aiuole
gli alberi incerti, i parcheggi, se questo mondo
di fuori è il nostro mondo di liberi, mentre il loro,
di mondo, è laggiù, oltre le mura.

Quelle alte e fredde mura, dietro quella gabbia
di ferro e di punte, come a Berlino.
Da qui, con la luce che scema,
le sbarre si intravedono appena.

E se non sai se è il destino o il tuo sguardo
amoroso ad averti portato fin qui,
qui davanti al Beccaria…

L’amica di sotto le tiene la mano:
con l’amica è venuta
per farsi coraggio.

In equilibrio sulla panchina lei prova a cercarlo,
laggiù, tra le tessere delle celle
nel puzzle delle finestre.

Ma nella luce che scema lo intravede appena
Sheba ti amo grida Stai tranquillo,
non fare così!

Aspetta l’eco della sua risposta
perché lui è solo voce ormai
fiato distante di recluso.

Eppure piange e ride anche così,
come tutte le ragazze innamorate,
si arrabbia e sorride,
mentre l’amica le tiene la mano.

Poi attacca una cassa,
la loro canzone: chissà se arriverà
fin lassù? Nella sera che scende
la sua voce si perde.

Lui allora improvvisa un fuoco,
l’asciugamano, forse, per farsi guardare.
No, Sheba, stai tranquillo,
non fare così!

Ci mettono poco ad arrivare le guardie.
Ma il fuoco è già spento.
Io me ne vado, come un gatto randagio.
In mezzo ai cocci di vetro torno alla metro.

Non vergognarti di guardare queste ragazze
non vergognarti di raccontare questo amore.
Altrimenti non scrivere più.

***

Francesco Memo

Sociologo urbano di formazione, conseguito il dottorato in Studi Urbani e Locali ha insegnato e fatto ricerca all’Università Bicocca e al Politecnico di Milano. Si occupa di poesia, cinema, fumetto, letteratura, arte, politica e ambiente su «Doppiozero», «il Mulino», «Volere la luna», «l’immaginazione» e altre riviste. Autore di fumetti pubblicati sia in volume sia in edicola («La lettura» del «Corriere della Sera»), il suo graphic novel La vita che desideri (Tunué 2019, con Barbara Borlini) si è aggiudicato il Premio Manzoni 2019 per il Romanzo storico; Il limite del mondo (Tunué 2024), prefazione di Telmo Pievani, ha vinto nel 2025 il premio nazionale Piccolo Galileo per la letteratura scientifica per ragazzi.