Alessandro Niero,
Emanuele Benetti,
La tirannosaura rosa
Stefano Maldini

Alessandro Niero, Emanuele Benetti, La tirannosaura rosa, Caissa Italia, Cesena, 2026.

Tutto comincia da un sogno, parola splendidamente ambivalente che già introduce il mood del libro: un sogno della piccola Beatrice che dà il là al papà poeta Alessandro Niero per continuare a esplorare i temi che gli stanno più a cuore, o che, utilizzando un’espressione che gioca con la trama del libro, vive quotidianamente sulla propria pelle. Sì, perché il sogno è certo l’emersione delle nostre zone più oscure e inconsce ma è soprattutto l’orizzonte di senso futuro cui affidiamo il destino delle nuove generazioni, con la speranza che sappiano rovesciare le contraddizioni e i vicoli ciechi in cui i loro genitori, cioè noi, si sono infilati.

Rosalba è una tirannosaura rosa, che domina un mondo tutto rosa, senza sfumature, e che impone sin dalla nascita a tutti di intornarsi a questo colore. Una sera, però, compie un errore, una apparente imperfezione che nel tempo genererà la distruzione, salvifica, del suo regno. Una costruzione paradossale a più livelli, quindi, che se ne infischia bonariamente anche del politically correct: il rosa, infatti, simbolo di tante battaglie per la parità di genere, perde in questo libro il suo senso progressista per assumere quello del più bieco conformismo, connotandosi come portatore di un grigiore diffuso, che impedisce, o meglio, copre, il dissenso. Che brutto, viene da dire con una buona dose di ironia, un mondo senza differenze. Ma anche il dente del giudizio di Rosalba, di solito simbolo metaforico della maturità, si rivela qui all’opposto un blocco della crescita e una mancata apertura all’altro in sé e da sé, trasportandoci in quel territorio tanto caro all’autore dell’apparenza che inganna e dell’importanza di andare oltre per tornare a vedere la realtà: unica esperienza, quest’ultima, che permette veramente di crescere.

Nel conflitto che si viene a creare tra i due protagonisti, l’adulta Rosalba e la piccola Viola, l’elemento perturbante, fertile e contagioso è proprio rappresentato da Viola, che non corrisponde ai canoni richiesti e non è stata corretta adeguatamente: «Tutti hanno un unico colore. / Io ho un colore unico fra tutti», ripete fra sé, per darsi forza, come fosse una “formula magica”, sempre più spavalda, quasi volesse farsi scoprire. È proprio la forza rivoluzionaria dell’infanzia il motore del cambiamento, in questa storia ma non solo, sembra suggerire Niero: sa infatti frantumare il bisogno di controllo che è alla radice, di nuovo paradossalmente, di tante vite fallimentari e di tanti problemi della contemporaneità, dove mancano sempre più – anche per l’espansione dilagante della tecnologia che standardizza tutto – spazi di autonomia e di sviluppo della vivace e imperfetta originalità di ogni vita.

La frantumazione in mille pezzi non a caso è al centro di una svolta narrativa che apre un ulteriore ambito di riflessione: quello dello sguardo, con cui ognuno di noi proietta sul mondo i propri desideri, rosa nel caso di Rosalba. Un topos dagli altissimi esiti nella nostra tradizione – Ariosto in primis – e che si presta ottimamente a ricordarci che spesso vediamo solo quello che vogliamo vedere, per mille motivi, spesso molto diversi tra loro: incapacità, ignoranza, prepotenza ma soprattutto paura. Paura di scoprire, forse, che dobbiamo essere grati agli errori che facciamo, perché sono l’unica possibilità di esplorare quello che ancora non siamo o che siamo sempre stati; paura di concedere alla vita una fiducia persino irragionevole, che mette a nudo la nostra fragilità ma ne rivela anche le tinte arcobaleno; paura infine di rintracciare parti di noi immutabilmente bambine, tra le quali impareremo però a distinguere con pazienza lo stupore dall’infantilismo e a capire che non vanno mai a braccetto: il primo è preziosissima fonte di conoscenza, il secondo, che spesso gli adulti camuffano con la maschera della sicurezza e del potere, sempre elemento pericoloso. Lo sa bene il papà-scrittore che con le parole delicate di questa avventura a lieto fine regala alla figlia-lettrice non solo un unguento, ma soprattutto gli anticorpi con cui proteggersi dalla monotonia e gli strumenti insieme linguistici ed emotivi per diventare davvero grande e partecipare così alla festa della vita senza scolorirsi mai.