
Si erano già lette qua e là queste prose poetiche di Seamus Heaney (nel volume delle Poesie scelte curato da Marco Sonzogni e in un volume edito da Marcos y Marcos sempre con lo stesso titolo a cura di Roberto Sanesi; le traduzioni delle Stazioni erano di Gilberto Sacerdoti e Francesca Romana Paci), edite nel 1975 presso Ulsterman Publications a Belfast e qui da noi mai pubblicate insieme queste Stations, Stazioni ora per la cura e la traduzione di Leonardo Guzzo, Giorgia Meriggi, e Marco Sonzogni, nota di Seamus Heaney, prefazione di Bernard O’Donogue, postfazione di Piero Boitani. Il titolo emblematico di Stazionista come luogo del pensiero poetico dove fermarsi in una contemplazione vivida del passato, attimo estatico di contatto tra il vero, la realtà vissuta e l’esperienza interiore, ciò che davvero si è sentito, come svolta vitale verso la poesia. Un sentito mai disperso (è il tema delle Stations) nel ritrovare una immagine-sensazione che si è provata nel più profondo evento che ha significato il dettato irrevocabile della poesia. E di rendere vivo con la poesia ciò che ha un suo vero fondamento, una sua vera percezione.
Le Stazioni di Heaney sono delle poesie-racconto, delle sequence come ci ricorda Heaney; qui il ricordo di una immagine rappresenta il fulcro di ciò che può essere una verità poetica. Queste prose poetiche hanno un loro nido (Nesting-ground, Terreno di cova è tra le sequenze migliori, in questo luogo la poesia ha una sua luce improvvisa quanto efficace nell’equilibrio della prosa in versi), uno specifico punto di contemplazione e di conflitto. La storia con la maiuscola entra nella poesia di Heaney irrompendo in modo più diretto dentro allo stile delle Stazioni; versi liberi che sono il riflesso autoritratto dello scrittore dove la poesia è il tessuto connettivo che tiene insieme il tutto. La poesia Exposure, Esposizione, ad esempio, dalla raccolta North, sempre del 1975, va in quella direzione. Il poeta è coinvolto dai Troubles con le bombe, le uccisioni e le stragi che sconvolgono il Nord d’Irlanda, ma non scrive come per episodi il disagio di un conflitto interiore in atto. Talvolta le Stazioni risentono di questa idea costitutiva, fatta a episodi (quasi aneddoti) e non di una immagine lirica che li trascenda tenendo in sé la peculiarità dell’evento. È la realtà, in questo itinerario psichico per stazioni a generare un significato anche misterioso perché vissuto in modo totalizzante. Le Stazioni più riuscite sono quelle dove si fondono questi due elementi creativi e compositivi: la realtà e il suo remoto segreto, che è anche un modo per interpretare la vita che ci è data in sorte. Sono spesso stazioni di raccoglimento (Cloistered, In clausura, è tra le più memorabili) dove il poeta adulto ricorda il giovane: «Nella sala studio la mia mano era fredda come quella di uno scriba in inverno». Il poeta si raccoglie nei suoi pensieri e scrive come un amanuense medievale alla fioca luce di una lampada in inverno, argomento-situazione e fondamento ritornante in Heaney. Nel dire di un’immagine come una frase scritta per sempre nella memoria (come frase oracolare che precede il tutto). C’è in Heaney una convinzione memoriale intrisa di portamento lirico non disperso, non è Heaney un poeta ambiguamente introspettivo, ha una sua chiarezza (onestà) di visione della cosa data attraverso la poesia. È una visione, la sua, intimamente realistica, anche molto personale, che ricerca però una radice più grande, collettiva, che si amplifica nelle prose liriche delle Stations. E dalla specola della sua radice profonda Heaney si è potuto permettere di immettere nella propria poesia, creando risonanze, poeti fondativi come Wordsworth e Hughes sulla via sterrata di Kavanagh.
Portando gli occhi su questo Heaney salta alla mente – come una lepre velocissima che salta d’improvviso un cespuglio in vista dell’aperta campagna, «the throttle of the hare», per riprendere un suo verso – la poetica del destino del nostro Cesare Pavese. Ci sembra di riscoprire lo stesso filtro creativo. Per mezzo della poesia da una provincia si scoprono altre circostanze creative, un mondo di riferimento più grande, senza mai perdere di vista però da dove si è venuti. Forse, chissà, certi grumi d’esistenza del contado (umiltà, perseveranza, sopravvivenza) si sono innervati nella mente poetica di Heaney come si erano innervati nella mente poetica di Pavese (pensiamo alla poesia di Lavorare stanca). Infanzia (luogo edenico quanto prioritario per l’immaginario di Heaney), adolescenza (l’epoca felice dell’incontro con la poesia) e, infine, la maturità, fragile sigillo di un suo tutto corruttibile. C’è inoltre nelle Stazioni di Heaney un indizio di poetica come una sorta di responsabilità morale nei confronti di un territorio concretamente umano. La natura estetica della poesia, la sua arte, difende e preserva la realtà della natura. La scuola segreta di Heaney è stata la poesia immersa nella natura del cottage di Glanmore.
La realtà in Heaney è una torbiera dell’anima che sprofonda e risale intensamente verso un adesso non immaginario. Quando c’è, non c’è un idillio precostruito. In queste Stazioni una sublimazione temporale (il tempo scompare lasciando intatti residui d’immagini altrettanto fecondativi) persiste come un vitale liquido amniotico che il poeta sente come sensazione pressoché indecifrabile ma che egli sente esistere. E così Heaney con queste Stations, con le sue sequenze poetiche, si ripresenta sul suolo poetico italiano. Ci incuriosì enormemente, Heaney, anche per quel suo innato (e realmente utopico) equilibrio tra poesia e vita, tra la propria vita e la propria poesia. Verso Heaney fu dapprima una fascinazione guardinga, poi esplodente, con un che di imprevedibile, c’era in lui qualcosa di selvaggio ma pure qualcosa di estremamente di razionale quanto di estremamente segreto che la sua poesia riusciva a fare luce proprio nella sua realtà scritta, consapevoli del fatto che un poeta così non è ripetibile attraverso i suoi personali elementi. E quando si legge una sua poesia non manca mai l’ossigeno contro i luoghi chiusi della mente. È stato Heaney un poeta-guida. Lo si è amato per i suoi saggi sulla poesia, per come erano scritti (nella traduzione di Piero Vaglioni, introduzione e cura di Massimo Bacigalupo, Attenzioni (Preoccupations-prose scelte 1968-1978, Fazi Editore, 1996), per il suo stare sulla cosa della poesia, la poesia descritta (esposta) si faceva davanti a noi, era finalmente reale, qualcosa di vero scritto da altri, la poesia aveva finalmente una sua evidenza, anche un poco anti-accademica; nella poesia di Heaney non si leggono grandi alberghi di lusso né si assaggiano champagne e vini francesi, né si sprofonda in ardite introspezioni psicologiche, ma si sentiva l’odore della stalla, e non era poi così male; una poesia che si poteva ripetere contro lo sradicamento per un luogo oggettivo della poesia e per la sua vita interiore. E dunque lo si riascolta di nuovo Heaney, nella sua voce infallibile di poeta insieme al suo orgoglioso poetico respiro.